///14 – LA TRAGICITÀ INTERIORE DELL’INDAGINE SCIENTIFICO-SPIRITUALE E IL SUO ARCHETIPO NEGLI EVENTI ALLA SVOLTA DEI TEMPI

14 – LA TRAGICITÀ INTERIORE DELL’INDAGINE SCIENTIFICO-SPIRITUALE E IL SUO ARCHETIPO NEGLI EVENTI ALLA SVOLTA DEI TEMPI

14 – La tragicità interiore dell’indagine scientifico-spirituale e il suo archetipo negli eventi alla svolta dei tempi

Il Guardiano della Soglia e «La filosofia della libertà» – II


 

Un aspetto essenziale che collega specialmente gli eventi alla svolta dei tempi

con il moderno cammino dell’indagine spirituale o della conoscenza soprasensibile

è il motivo della sofferenza o della sopportazione del dolore.

 

Un anno dopo l’incendio del primo Goetheanum,

costruito completamente dall’impulso primordiale dell’Antroposofìa,

ricordando questa più grande disgrazia del Movimento Antroposofico,

l’ultimo giorno del Convegno di Natale Rudolf Steiner disse:

«Certamente non ci deve mai venire in mente di sentire altro

che il più profondo dolore e il più profondo lutto per quanto ci è accaduto un anno fa.

Ma tutto ciò che nel mondo … ha raggiunto una certa grandezza, è nato dal dolore» (O.O. 260, 1.1.1924).

 

Anche in altri contesti Rudolf Steiner collega sempre a nuovo il dolore con il cammino alle conoscenze superiori:

«Il dolore è un fenomeno accompagnatorio dell’evoluzione superiore. Per la conoscenza non se ne può fare a meno.

Non vi è evoluzione senza dolore, come non vi è un triangolo senza angoli»

(0.0. 110, 21.4.1909, Annotazioni da risposte a domande).

 

Oppure in un’altra occasione:

«L’antica indagine spirituale ha sempre detto che la più alta conoscenza … può venire soltanto dal dolore»

(O.O. 55,8.11.1906).

 

Questa sofferenza nel cammino di conoscenza è anche un’immagine

di ciò che secondo le comunicazioni dal «Quinto Vangelo»,

Gesù di Nazareth aveva sperimentato tra il dodicesimo e trentesimo anno di vita.

Rudolf Steiner lo definisce uno «smisurato» o «infinito dolore» (O.O. 148, 17.12.1913).

 

Tre esperienze esistenziali provocarono questo dolore nella vita di Gesù:

• la percezione della decadenza dell’ebraismo,

• poi l’esperienza della caduta dei Misteri pagani

• e infine lo sperimentare gli sforzi degli esseni senza via d’uscita.

 

Ne derivò per lui il più grande dolore per l’umanità entrata in un vicolo cieco,

la quale per amore della sua esistenza aveva bisogno di una nuova inclinazione spirituale nella propria evoluzione.

 

Rudolf Steiner dovette sperimentare nella sua vita una sofferenza simile, ma in forma del tutto diversa.

Anche lui dovette vivere un dolore infinito nel partecipare all’esperienza del fallimento dell’Europa Centrale,

la decadenza dell’Occidente, venuta alla luce nella prima guerra mondiale,

nel vedere il vicolo cieco in cui era entrata la Società Teosofica,

nella quale in un primo momento egli aveva posto così tante speranze.

 

Così anche per Rudolf Steiner divenne evidente la necessità di una nuova disposizione spirituale.

Questa doveva essere data all’umanità alla vigilia del ritorno eterico del Cristo,

quale Antroposofia o scienza del soprasensibile.

 

Le sofferenze interiori attraversate da Rudolf Steiner,

in lui erano venute ad espressione nei lineamenti del volto, come difficilmente in altri suoi contemporanei.

È per questo che ancora oggi le fotografie del suo volto sono ancora così profondamente toccanti

e fanno una grande impressione, nel senso espresso nell’antica saggezza dei Misteri:

«Sul volto del pensatore si estende qualcosa come un dolore trattenuto» (O.O. 55, 8.11.1906).

 

Di Rudolf Steiner può essere anche detto con pieno diritto quanto alla svolta dei tempi il trentenne Gesù

comunicò del proprio dolore a sua madre in un dialogo poco prima del battesimo nel Giordano:

«Gesù di Nazareth raccontò alla sua matrigna o madre adottiva

come in tutto il suo dolore si era dischiuso il Mistero dell’evoluzione dell’umanità,

come si era sviluppata l’umanità» (0.0. 148, 8.12.1913).

 

Rudolf Steiner fece esattamente questa esperienza come nessun altro uomo del nostro tempo.

E dal sapere da ciò conquistato egli potè dare al mondo l’Antroposofia.

Rudolf Steiner descrive ancora da un altro lato come l’odierno iniziato

può rivivere queste sofferenze di Gesù nel cammino interiore della conoscenza.

 

In una conferenza sui contenuti del Quinto Vangelo egli comunica ai suoi ascoltatori,

come i fatti che si riferiscono ai dettagli della vita terrena di Gesù di Nazareth,

potevano essere indagati da lui nella Cronaca dell’Akasha.

Infatti, per compiere questo, il moderno iniziato deve offrirsi come cibo spirituale all’essere elevato delle Archai.

 

Nelle seguenti commoventi parole Rudolf Steiner ha descritto come ciò avviene:

«Ma le cose [i singoli eventi nella vita del Gesù di Nazareth]

… possono venir indagate solo se l’anima trova un senso nelle parole:

L’anima porge se stessa come cibo alle Archai, agli Spiriti della personalità.

Quel che ho appena detto fa un effetto grottesco,

ma è pur vero che non si possono investigare fatti concreti,

come la vita di Gesù di Nazareth, prima di aver dato un senso alle parole:

Si vien mangiati come cibo spirituale e si servono così gli Spiriti della personalità [come cibo]»

(0.0. 148, 18.12.1913).

 

In altre parole, qui l’iniziato stesso con la sua intera vita animica

diviene una specie di «comunione» da lui offerta alle entità superiori.

Soltanto come risposta a un tale sacrificio, connesso al più grande dolore,

gli danno la possibilità per esempio di indagare nella Cronaca dell’Akasha

la vita terrena di Gesù sino nei più diversi avvenimenti quotidiani.

 

Perciò Rudolf Steiner dice inoltre:

«Anche qui bisogna venir sminuzzati animicamente [dalle Archai], e si deve sentirlo.

Vale a dire che non è possibile l’indagine superiore senza tragicità interiore, senza intimo patire.

In maniera senz’altro astratta, che non fa male, come sono le ricerche nel mondo fisico,

non si possono fare indagini nei mondi superiori» (ibidem).

 

Nella vita di Gesù di Nazareth a questo dolore già patito,

dopo il battesimo nel Giordano doveva aggiungersi un ulteriore dolore infinitamente più grande,

che tuttavia non era più quello di un uomo, ma era quello di un Dio divenuto uomo.

 

In merito Rudolf Steiner dice:

• «Ma da che cosa è sorta l’esistenza terrestre del Cristo?

Essa è sorta dalla profondissima sofferenza che eccede ogni capacità umana

di immaginare che cosa sia il soffrire» (O.O. 148, 3.10.1913).

 

Queste sofferenze del Cristo durante i tre anni della sua vita terrena

non sono nemmeno paragonabili con tutte le precedenti sofferenze di Gesù.

E ancor più, oltrepassano tutto ciò che un comune uomo terrestre possa mai vivere come sofferenze.

• Per il Cristo stesso la sofferenza fu soprattutto

quella dell’«essere compresso» ininterrottamente, quale essere cosmico universale

sino entro un unico punto terreno, il corpo fisico di Gesù di Nazareth.

 

«Lo sviluppo nei tre anni consistette nel fatto che a poco a poco, gradualmente

questa entità del Cristo, che prima avvolgeva soltanto come un’aura l’entità di Gesù,

veniva compressa sempre più nei tre corpi. … Questo essere compresso era tuttavia per tre anni un continuo dolore.

Il processo di questo divenire uomo, della durata di tre anni che condusse al Mistero del Golgota,

fu questo essere compresso nei tre corpi, fu il dolore del Dio, che doveva essere sentito sulla Terra,

affinché potesse avvenire ciò che era necessario per far entrare l’impulso del Cristo nell’evoluzione della Terra.

A quanto ho raccontato riguardo il dolore e la sofferenza di Gesù in gioventù, doveva essere ancora aggiunto questo»

(O.O. 148, 10.12.1913).

 

Solo in un punto della sua opera Rudolf Steiner descrive in che modo nella moderna iniziazione

l’uomo si può avvicinare al rivivere microcosmico delle sofferenze del Cristo Gesù, per lui quasi inimmaginabili.

Ciò avviene in due gradi:

• anzitutto nel passaggio dall’immaginazione all’ispirazione  • e poi da questa all’afferrare delle vere intuizioni.

 

• Nel grado immaginativo con propria forza di volontà

l’uomo deve cancellare di nuovo tutto ciò che ha raggiunto prima nelle immaginazioni,

per poi, nella coscienza vuota, trattenersi pienamente sveglio, come aleggiando sopra l’abisso universale.

 

Per Rudolf Steiner questa condizione è collegata con ciò che egli definisce «dolore dell’iniziazione»

che è un’immagine della «sofferenza universale, del dolore universale» (O.O. 234, 2.2.1924),

vale a dire di ciò che il Cristo Gesù patì durante i tre anni nel corpo fisico.

 

Rudolf Steiner continua a descrivere la condizione interiore dell’iniziato in questo grado nelle seguenti parole:

«Quando si è conseguita la coscienza vuota,  nella quale si riversa un tutt’altro mondo da quello che si è abituati,

allora, per quei momenti in cui si ha la conoscenza ispirata, manchiamo dell’intero uomo fisico,

allora tutto è ferita e tutto duole. Questo è quello che si deve patire per prima cosa» (ibidem).

 

Solo quando si ha attraversato tale condizione, nella quale

tutto nell’anima per mezzo della conoscenza ispirata diventa una ferita aperta,

nel raggiungere il successivo grado, quello intuitivo,

questo dolore può trasformarsi in «amore di massima intensificazione».

Questo amore poi non è più un sentimento,

ma è la più ampia forza di conoscenza che l’uomo possa raggiungere.

 

E solo attraverso questa è possibile conseguire il vero essere dell’Io.

È l’Io con il quale dopo il Mistero del Golgota il Cristo è collegato in ogni uomo.

Per divenire tuttavia pienamente cosciente di questo collegamento,

il moderno iniziato deve essere afferrato dalla «sofferenza universale» sopra indicata,

per trasformarla con la propria forza nell’illimitato amore per tutti gli esseri del mondo.

 

Quando questo viene raggiunto nel processo di iniziazione, allora l’iniziando ha compiuto in sé

ciò che sull’altro piano, sul piano macrocosmico, ha sofferto il Cristo alla svolta dei tempi

e che Rudolf Steiner nelle conferenze sul Quinto Vangelo descrive come segue:

«In paragone ai dolori e alle sofferenze che Gesù di Nazareth provò …

è infinitamente più grande quello che ora il Cristo patì mentre, nel corso di tre anni,

ebbe gradualmente la possibilità di immergersi del tutto in quei tre involucri umani.

Fu un dolore continuo, ma un dolore che si trasformava di nuovo in amore, in amore e ancora in amore»

(O.0.148,18.12.1913).

 

Così nasce l’unione

fra il cammino macrocosmico del Cristo Gesù

e il cammino microcosmico del moderno iniziato.

 

Ciò che sul piano dell’essere dell’entità universale del Cristo,

ritirandosi fino al punto del corpo umano, fu sofferto e trasformato in amore,

oggi l’iniziato lo sperimenta durante la sua iniziazione nella direzione opposta:

come processo della cosciente espansione del suo essere nell’intero mondo

con il massimo amore, da lui conquistato dal più profondo dolore.

 

Solo per il fatto che il Cristo alla svolta dei tempi ha vissuto sino alla fine il Suo cammino di sofferenza,

per poi unirsi con infinito amore a tutti gli uomini, il moderno iniziato oggi

può trovare una nuova via cosciente al mondo spirituale, che nel contempo è la via al Cristo.

Questa esperienza della moderna iniziazione cristiana significa anche

il ripercorrere interiore dell’evento della Pentecoste.

 

• Infatti, «quella sofferenza [del Cristo-Gesù] generò però lo Spirito che alla Pentecoste si riversò sugli Apostoli.

Da quel dolore nacque l’amore cosmico onnioperante» (0.0. 148, 3.10.1913).

 

Questo amore del Cristo agisce poi in forma umana individualizzata,

quale nuova forza di conoscenza in ogni intuizione dell’iniziato cristiano,

che gli dà anche l’ultima sicurezza nel senso del contenuto di verità della sua indagine spirituale.

 

Il processo del graduale inserimento del Cristo negli involucri del Gesù di Nazareth

ebbe tuttavia un ulteriore aspetto, che portò con sé sofferenze ancora più profonde per il Cristo.

Infatti, l’essere compresso nel corpo fisico era accompagnato

dal più intenso processo di morte di quest’ultimo.

 

Rudolf Steiner lo descrive nelle seguenti commoventi parole:

«Infatti, già sin dal battesimo

questa vita del Cristo nel corpo del Gesù di Nazareth fu un lento processo di morte.

Con ogni periodo di tempo che avanzava nella vita di questi tre anni,

moriva per così dire qualcosa degli involucri nel Gesù di Nazareth.

A poco a poco questi involucri morirono, così che dopo tre anni

l’intero corpo del Gesù di Nazareth era qualcosa che si trovava già

al limite dell’essere cadavere e venne appunto tenuto insieme

solo dalla potenza dell’entità macrocosmica del Cristo» (O.O. 130, 9.1.1912).

 

Nessun uomo terrestre può immaginarsi veramente e ancor meno rivivere ciò che qui ha patito il Cristo.

Infatti, ogni «comune anima umana l’avrebbe [il corpo terreno in decomposizione] sentito subito decadere» (ibidem),

vale a dire, non avrebbe potuto trattenersi per alcun istante in questo cadavere ancora vivente.54

 

Oggigiorno esiste soltanto un’esperienza che può rispecchiare nell’essere umano ciò che ha vissuto il Cristo,

tuttavia non come in Lui sul piano dell’essere, ma solo nella Sua immagine sul piano della coscienza.

Qui si tratta di quanto segue.

 

Oggi nell’uomo, e questo solo fino a un certo grado, è soltanto il cervello, durante la vita di veglia,

a trovarsi in una condizione che ricorda quella dell’intero corpo di Gesù durante i tre anni.

Vale a dire il cervello muore ininterrottamente.

La veloce decomposizione viene fermata soltanto dal costante sostegno da parte del corpo rimanente.

Il cervello dell’uomo in sé è come un cadavere. E così deve essere.

 

Infatti, è solo così che esso può produrre i pensieri morti, necessari all’uomo

per conoscere il mondo materiale e giungere all’esperienza della libertà.

Quando un moderno iniziato indaga nel mondo spirituale, egli si trova nella sfera dei pensieri viventi, essenziali.

Questi tuttavia non li può semplicemente trasmettere agli uomini comuni, che vivono sulla Terra con il pensare morto.

 

Per rendere loro comprensibili i risultati della sua indagine,

egli deve comprimere gli esseri viventi di pensiero e trasferirli nel suo cervello,

dove poi diventano un bene dell’umanità generalmente comprensibile.

Questo processo è tuttavia un reale processo di morte.

 

Il vivente viene legato al cadavere, ossia afferrato direttamente dai costanti processi di morte nel cervello.

Così il tutto rappresenta un grande sacrificio e l’iniziato che compie questo sacrificio,

in base a ciò che qui è possibile ad un uomo terrestre,

si avvicina alla comprensione e nella sua coscienza persino a partecipare

a ciò che il Cristo nel Suo completo essere ha sofferto alla svolta dei tempi.

 

Rudolf Steiner ha portato questo sacrificio in una dimensione come nessun altro iniziato prima di lui.

È per questo che soprattutto nelle sue conferenze sul Quinto Vangelo

egli potè parlare di queste indescrivibili esperienze di dolore dell’essere del Cristo.

 

Ne abbiamo una testimonianza in quanto tramandato da Ernst Lehrs:

«Una volta Maria Ròschl chiese a Rudolf Steiner se nel suo periodo esistessero degli iniziati in grado di vedere in modo così elevato e ampio come lui. Più tardi mi raccontò che la risposta di Rudolf Steiner fu: Questo certamente, ma nessuno in grado di rivestire quanto contemplato in figura di pensieri che rendono possibile agli altri la comprensione nel proprio pensare. Ciò richiede di portare la percezione spirituale sino entro il cervello e questo è un sacrificio che nessun altro sarebbe in grado di compiere».55

 

Anche un altro grande iniziato in futuro, tuttavia in una forma completamente diversa,

si avvicinerà alle sofferenze, non solo di Gesù, ma anche del Cristo.

È Christian Rosenkreutz, del quale Rudolf Steiner dice che «sarà il più grande martire tra gli uomini

a prescindere dal Cristo che ha sofferto come Dio» (O.O. 133, 20.6.1912).

 

Per questa futura sofferenza di Christian Rosenkreutz, Rudolf Steiner indicò diversi motivi.56

Ciò che tuttavia è di particolare importanza per quanto indicato qui sta nel fatto che Rudolf Steiner in tale contesto

parla di un «principio» dell’attuale rosicrucianesimo che lui stesso segue

e al quale anche gli antroposofi sono chiamati ad essere fedeli.

• Esso dice: «Riversare nella comprensione umana ciò che dai mondi spirituali fluisce mediante il Cristo»

(O.O. 130, 17.6.1912).

 

In altre parole:

Rudolf Steiner ha ricevuto le sue conoscenze spirituali dal Cristo stesso,

per riversarle poi con il suo sacrificio nella «comprensione umana», vale a dire nel pensare del cervello,

e così rendere accessibile questo sapere a tutti gli uomini di buona volontà, quale moderno cammino al Cristo.57

 


 

Note:

54 – È per questo che Rudolf Steiner in un dialogo con i sacerdoti della Christengemeinschaft (Comunità dei cristiani) disse che un vero e proprio «seguito» del Cristo non sarebbe possibile. Questo sarebbe soltanto «in effetti un equivoco e inoltre una terribile superbia» (O.O. 343, 6.10.1921-II). A mio avviso il motivo sta appunto nel fatto che da nessun uomo si può aspettarsi che sopporti un dolore come quello sopportato dal Cristo durante i Suoi tre anni sulla Terra. Ciò che invece sarebbe possibile in misura limitata è una specie di «imitatio» o tradotto in tedesco di «divenire simile» (ibidem). Ma anche qui Rudolf Steiner precisa che «preferirebbe parlare di una imitatio di Gesù che di una imitatio del Cristo, e qui si può dire che nelle qualità umane è possibile naturalmente divenire simili a Gesù» (ibidem) – ma non al Cristo.

55 – Ernst Lehrs, Gelebte Erwartung (Attesa vissuta), Stoccarda 1979.

56 – La continuazione di questo tema va oltre il limite posto a quest’opera.

57 – Perciò Rudolf Steiner potè caratterizzare il primo grado della moderna iniziazione cristiano-rosicruciana come «Lo studio della scienza dello spirito, per il quale ci si serve anzitutto della forza di giudizio acquistata nel mondo fisico-sensibile» (O.O. 13, pag. 318).

 

 

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