17 – LA RELAZIONE CON I MORTI

17 – La relazione con i morti

O.O. 140 – Ricerche occulte sulla vita fra morte e nuova nascita – 27.04.1913


 

DICIASSETTESIMA CONFERENZA

 

Sommario: Il significato, per la vita dopo la morte, delle relazioni allacciate sulla Terra. L’unirsi nel dopo morte ad anime umane che in Terra ebbero la stessa attitudine morale e le stesse rappresentazioni religiose. La comprensione nei confronti di tutte le confessioni religiose e la giusta comprensione del Cristo come preparazione alla fase solare nel dopo morte. Cristo preserva l’elemento animico acquisito dall’uomo nelle precedenti incarnazioni. La collaborazione di Lucifero, necessaria per stabilire il luogo e il tempo della prossima nascita. Ereditarietà e preparazione della serie degli antenati in vista della nuova incarnazione.

 

Il rapporto tra la vita e la morte viene spesso equivocato. In scritti teosofici si trova di frequente l’osservazione secondo la quale l’essenza dello spirito e dell’anima umana potrebbe svanire completamente. Viene detto, per esempio, che a causa di una certa quantità di male che l’anima dell’uomo si addossa, essa nel corso dell’evoluzione potrebbe scomparire. In particolare viene tante volte ribadito come i maghi neri, che hanno praticato molte cose malvagie, verrebbero un giorno addirittura annientati nella loro esistenza.

 

Quelli che già da tempo partecipano delle nostre aspirazioni, sanno che ho sempre respinto illazioni simili, perché come prima cosa dobbiamo tener bene a mente che tutto quello che qui nel mondo fisico chiamiamo “morte”, per il mondo soprasensibile non ha alcun significato; non ne ha già più per il mondo che, come mondo soprasensibile più vicino, confina con il nostro. Anche ora vorrei richiamare l’attenzione su questo fatto, a partire da un dato punto di vista.

 

La scienza che nel mondo fisico si occupa delle cose fisiche giunge a ogni sorta di leggi, a ogni sorta di nessi esistenti entro questo mondo fisico. Quello che con queste leggi si può trovare, nelle entità e nei fenomeni che ci circondano, non è nient’altro che la regolarità della realtà sensibile esteriore. Se ad esempio con gli abituali strumenti scientifici esaminiamo un fiore, veniamo a conoscere le leggi fisico-chimiche attive nella pianta. Resta però sempre qualcosa che si sottrae alla scienza: è la vita stessa. Certo, negli ultimi tempi anche alcuni scienziati particolarmente fantasiosi si sono dati a produrre ipotesi di ogni genere su come, per esempio, la vita vegetale potrebbe venir compresa a partire dalle sole sostanze inorganiche.

Tutto ciò però verrà ben presto riconosciuto come un errore, perché nella scienza fisica l’afferrare la vita resta soltanto un ideale. Sempre più si vengono a conoscere le leggi chimiche e così via, ma non la vita stessa. Così, per le forze di conoscenza fisiche è certamente un ideale indagare la vita, ma non lo si farà con tali forze conoscitive, perché la vita è qualcosa che fluisce nel mondo fisico dal mondo che sta al di sopra del fisico, e che entro il mondo fisico non può rivelare le sue leggi.

 

Ma proprio come è per la vita nel mondo fisico, altrettanto è per la morte nel mondo soprasensibile. Là però per quel che riguarda la volontà.

Nessun atto di volontà, nessun impulso volitivo dei mondi soprasensibili può mai condurre a quello che qui nel mondo fisico conosciamo come morte. In tutti i mondi soprasensibili può tutt’al più sorgere la nostalgia della morte, ma in essi la morte non può mai sopraggiungere.

Nel mondo al di sopra del fisico la morte non esiste.

 

Per l’anima umana è particolarmente toccante quando si coglie che, davvero, in fondo tutte le entità delle Gerarchie superiori non possono mai conoscere la morte, essendo la morte qualcosa che può venir sperimentato solo sulla Terra. Come correttamente nella Bibbia si dice che gli Angeli nascondono il loro volto davanti ai misteri della nascita, è altrettanto giusto dire che gli Angeli si coprono il volto al cospetto dei misteri della morte.

E l’entità che conosciamo come il più significativo “impulsatore” per l’evoluzione terrena, Cristo, dovette essere l’unica entità dei mondi divini a fare conoscenza con la morte. Tutte le altre entità divino-spirituali non conoscono la morte, la conoscono solo come mutazione di una forma nell’altra. Cristo dovette scendere sulla Terra per passare attraverso la morte. Sicché, di tutti gli esseri ultra-fisici superiori all’uomo, Cristo è l’unico che abbia conosciuto la morte per esperienza propria. Come detto, quando si considera questo problema dell’esperienza della morte in rapporto a Cristo, allora esso agisce in modo particolarmente impressionante.

 

In effetti l’uomo stesso, quando è passato per la porta della morte, vive davvero in questo mondo soprasensibile dove la morte non esiste. Qui egli può passare, ma non può annientarsi, perché viene allora accolto in mondi nei quali un annientamento non può prodursi.

Quello che si può contemplare nel mondo ultra-fisico come simile alla morte è qualcosa di molto diverso da essa. È ciò che, volendo usare parole umane, si deve indicare con il termine solitudine. Non può mai essere morte l’estinguersi di qualche cosa che entra nel mondo ultra-fisico; certo però subentra solitudine. La solitudine è nel mondo soprasensibile come la morte quaggiù. Non è un annientamento, ma è peggiore della solitudine qui sulla Terra. È un riguardare indietro alla propria entità. E cosa ciò significhi, lo si nota solo quando subentra questo non sapere niente se non di se stessi.

 

Consideriamo ad esempio un essere umano che qui sulla Terra abbia sviluppato poco di quel che si può chiamare simpatia per gli altri, che abbia vissuto in sostanza solo se stesso. Quell’essere, quando è passato per la porta della morte, trova difficoltà soprattutto a conoscere altri esseri umani. Nel mondo ultra-fisico, quell’essere può vivere insieme ad altri esseri, ma può non percepirne niente: è ricolmo soltanto del proprio contenuto animico, vede solo quel che sperimenta in se stesso. Può succedere che un uomo, sulla Terra, per eccessivo egoismo si sia tenuto lontano da ogni amore umano, che passi attraverso la porta della morte e allora, dopo la morte, abbia da vivere solamente nel ricordo della sua ultima vita terrena, non possa avere alcuna esperienza nuova – perché non conosce nessun essere, non si incontra con nessuno, ed è completamente abbandonato a se stesso. Perché con la nostra entità di “uomo” ci prepariamo veramente ad avere davanti a noi, dopo la morte, un mondo molto particolare.

 

Qui sulla Terra non conosciamo noi stessi, per così dire, dal momento che la scienza non ce l’insegna, poiché essa – conoscendo invero solo il cadavere – può istruirci soltanto su ciò che l’uomo non è più.

Qui veramente l’uomo non conosce se stesso, il cervello pensa, ma non può pensare se stesso. Di noi vediamo una parte, qualcosa di più se guardiamo nello specchio, ma questo è proprio solo il lato esteriore.

Quaggiù l’uomo non vive in sé, vive insieme al mondo esterno che agisce sui suoi sensi. Mediante noi stessi, mediante quello che possiamo sperimentare quaggiù, ci prepariamo per espanderci nel macrocosmo, per divenire noi stessi macrocosmo, per diventare quello che qui vediamo.

Quaggiù vediamo la Luna. Poi, nella vita dopo la morte, ci estendiamo tanto da essere la Luna, come adesso siamo il nostro cervello. Ci espandiamo a Saturno così da essere Saturno, come ora siamo la nostra milza. L’uomo diviene macrocosmo.

 

Quando l’anima ha lasciato il corpo, essa si espande all’intero sistema planetario, cosicché tutti gli uomini occupano contemporaneamente lo stesso spazio; sono inseriti gli uni negli altri, ma non sanno nulla gli uni degli altri. Solo i rapporti spirituali fanno sì che si sappia gli uni degli altri.

Già con la nostra vita qui sulla Terra ci prepariamo al fine di estenderci all’intero universo, che quaggiù vediamo nel suo riflesso sensibile. Ma cosa è poi il nostro universo?

Come è adesso, di giorno, il nostro mondo – monti e fiumi, alberi, animali e minerali – come adesso dunque questo nostro mondo è attorno a noi, e noi viviamo in esso, così siamo in seguito infilati dentro il nostro mondo e questo mondo è il nostro organismo. Questo sono i nostri singoli organi, e il nostro mondo siamo noi stessi. Noi ci guardiamo dal mondo circostante.

 

Tutto ciò inizia già immediatamente dopo la morte, nel corpo eterico.

Lì abbiamo davanti a noi il quadro della nostra vita. Se quaggiù l’uomo non allacciasse relazioni con altre entità – prima di tutto con altri esseri umani e, come ora dovrebbe sempre più accadere grazie alla scienza dello spirito, con le entità delle Gerarchie superiori – avverrebbe allora che non avrebbe nulla da fare, tra morte e nuova nascita, se non guardare solo continuamente se stesso. Il guardare per molti secoli soltanto se stessi non è proprio uno spettacolo desiderabile. Non lo dico come banalità, ma perché l’apparente banalità qui è qualcosa di sconvolgente. Allora siamo infatti noi stessi un mondo per noi, ma quello che ci amplia questo nostro sé a un mondo più esteso sono le relazioni che abbiamo allacciato qui sulla Terra.

 

La vita terrena esiste affinché noi sviluppiamo relazioni e rapporti che poi proseguono oltre la morte, perché dobbiamo allacciare quaggiù ciò che fa di noi un essere socievole nel mondo spirituale. L’uomo sperimenta come strazio, nel mondo spirituale, la paura della solitudine. Questa paura può in un certo senso assalirci sempre di nuovo, perché tra morte e nuova nascita attraversiamo, per così dire, diversi stadi all’interno dei quali, se anche ci siamo appropriati di una certa socievolezza per la condizione precedente, nel successivo possiamo incorrere di nuovo nella solitudine.

 

Nel primo periodo dopo la morte, in realtà, possiamo avere buoni rapporti solo con quelli che sono rimasti qui sulla Terra, o che sono morti all’incirca in un periodo non lontano da quello della nostra morte. Le relazioni più strette agiscono allora oltre la morte.

Riguardo a ciò molto può venir fatto, proprio da parte di coloro che sono rimasti quaggiù, i cosiddetti vivi. Infatti colui che è rimasto indietro, esistendo dei rapporti tra lui e quel defunto, può dargli notizie dal mondo fisico, può comunicargli le proprie conoscenze sul mondo spirituale. Questo è possibile soprattutto mediante la lettura per i defunti.

 

Possiamo prestare il più grande servigio a un trapassato se, con la sua immagine davanti alla nostra anima, ci sediamo e gli leggiamo silenziosamente un libro di scienza dello spirito, lo istruiamo. Gli si possono anche riferire pensieri propri, che si sono accolti in sé, sempre rappresentandoci l’immagine del defunto in modo molto vivido. In questo non possiamo essere avari. Con ciò superiamo l’abisso che ci separa dai nostri defunti. Possiamo fare del bene ai defunti in ogni caso, non soltanto nei casi più estremi. Questo è un sentimento confortante, che può alleviare il dolore per la morte di una persona che si ama.

 

• Ora, miei cari amici, quanto più ci addentriamo nel mondo soprasensibile, tanto più cessano le particolarità.

Nel mondo astrale troviamo ancora relazioni singole, ma quanto più in alto giungiamo, troviamo che cessa ciò che c’è tra singole entità. Là tutto è entità. Le relazioni tra queste sono relazioni animiche, e noi dobbiamo avere anche tali relazioni se non dobbiamo esser soli. È questa peraltro la missione della Terra: che l’uomo possa allacciare rapporti quaggiù, altrimenti nel mondo spirituale rimane solo. Per il primo periodo dopo la morte si tratta dei rapporti parentali e amicali che abbiamo stretto qui vivendo insieme ad altri esseri umani, che continuano oltre la morte e costituiscono il nostro mondo.

 

Quando si scruta con sguardo veggente il mondo nel quale dimorano i defunti, si può ad esempio trovare un defunto del genere insieme a quelli che si possono osservare qui sulla Terra. Per molti uomini del presente si vede allora come essi vivano con chi è morto più o meno nello stesso tempo, con quelli morti dieci anni prima o dieci anni dopo. Si vede dunque come molti vivano assieme a una quantità di antenati che furono loro consanguinei. È uno spettacolo che si presenta spesso al veggente: avi morti da secoli, ad essi si unisce il defunto. In seguito, però, l’uomo si sentirebbe di nuovo immensamente solo se non agissero altre relazioni, che sono certamente più lontane e tuttavia preparano l’uomo ad essere socievole nel mondo spirituale.

 

Al riguardo, all’interno del nostro movimento abbiamo davvero un principio che scaturisce da un compito cosmico, e cioè configurare le relazioni tra gli esseri umani nel modo più vario possibile. Per questo non pratichiamo antroposofia soltanto così che un singolo individuo tenga conferenze. Cerchiamo di unire le persone, nella società, in modo che si formino anche relazioni personali, e queste relazioni valgono pure per il mondo soprasensibile. Sicché l’uomo, per il fatto di appartenere socievolmente quaggiù a una certa corrente, crea legami per lassù.

 

Giunge però un periodo nel quale sono necessarie relazioni molto più universali.

Giunge un tempo nel quale si sentono sole le anime che sono passate per la porta della morte senza disposizione d’animo morale, senza concetti morali, che qui nell’esistenza fisica hanno rinnegato la disposizione morale.

Qui sulla nostra Terra le persone con una disposizione d’animo morale, semplicemente per il fatto di essere persone morali, valgono davvero di più rispetto a persone che non lo sono. Per tutta l’umanità terrena un uomo morale ha più valore di uno non morale, come una cellula sana dello stomaco, ad esempio, vale per l’uomo intero più di una malata.

Non si può dire esattamente, nello specifico, in cosa consista il valore di una persona morale per l’intera umanità e in cosa il danno di un uomo non morale, ma mi comprenderete.

 

L’uomo senza disposizione d’animo morale è un membro malato dell’umanità.

Ciò significa però che, a causa di questa sua disposizione animica, egli si rende sempre più estraneo agli altri uomini. Essere morali significa al contempo riconoscere che si hanno relazioni con tutti gli uomini. Di conseguenza, per tutte le persone morali l’amore umano universale è qualcosa di implicito. In un certo periodo dopo la morte, gli uomini amorali arrivano a sentirsi soli in seguito al loro essere non morali.

Sicché c’è una fase in cui solo la nostra disposizione d’animo morale ci esonera dalle pene della solitudine.

Così, se osserviamo gli esseri umani espansi nel cosmo dopo la morte, troviamo che agli uomini amorali tocca in effetti di sentirsi soli, e invece quelli morali trovano il collegamento con altri che in qualche modo condividono con loro rappresentazioni morali.

 

Come qui sulla Terra gli uomini si riuniscono secondo nazioni o secondo altri raggruppamenti, così tra quelli che vivono tra morte e nuova nascita, se li seguiamo con sguardo veggente, troviamo che anche là si articolano, ma sono suddivisi in base a comuni concetti e sentimenti morali. Esseri umani aventi le stesse sensazioni morali si riuniscono in gruppi, e allora vivono socievolmente tra la morte e una nuova nascita.

 

Giunge poi una fase dell’evoluzione nella quale ognuno, anche possedendo concetti e sentimenti morali, si sente solo se gli mancano rappresentazioni religiose. La preparazione alla socievolezza nel mondo soprasensibile, in una determinata fase della vita tra morte e nuova nascita, sono le rappresentazioni religiose.

Qui troviamo di nuovo che gli uomini che si separano dai legami e dai sentimenti religiosi si trovano condannati alla solitudine. Troviamo insieme, in gruppi, esseri umani con lo stesso credo religioso.

 

Poi però viene un periodo nel quale, di nuovo, non basta aver vissuto in una comunità religiosa; viene un tempo in cui ci si può comunque sentire nuovamente soli. Questo è un tempo nel quale solitamente, tra morte e nuova nascita, avvengono cose importanti: o ci sentiamo soli, nonostante la comunione nell’elemento religioso con chi ha le stesse nostre disposizioni religiose, oppure acquisiamo comprensione per ogni anima umana nel suo esprimersi. A questa comunione possiamo predisporci soltanto facendo nostra la comprensione per tutte le confessioni religiose.

 

Un tempo, prima del mistero del Golgota, ciò non era necessario, perché le esperienze del mondo spirituale erano diverse allora, ma ora è divenuto necessario. Preparatoria al riguardo è la giusta comprensione del cristianesimo. Quel che costituisce l’essenza del cristianesimo, infatti, non lo si trova davvero in altre confessioni religiose, non è corretto collocare il cristianesimo accanto ad altre confessioni religiose. Certo, esistono alcune confessioni cristiane magari più grette. Ma il cristianesimo rettamente inteso ha già in sé l’impulso alla comprensione di ogni indirizzo religioso.

 

Infatti, l’occidentale come ha assunto il cristianesimo? Considerate l’induismo: ad esso può aderire solo la razza hindu. Se qui in Europa avessimo sviluppato una religione razziale, avremmo ancora oggi un culto di Wotan, e sarebbe questa la religione della razza occidentale. L’Occidente ha assunto un credo che non proviene dalla sua sostanza di popolo, ma che è venuto dall’Oriente. È stato accolto qualcosa che poteva operare solo in virtù del suo contenuto spirituale. Nessuna religione di razza o di popolo era infatti in grado di assorbire l’impulso di Cristo. Il popolo che vide Cristo in mezzo a sé non ci si è riconosciuto. L’elemento peculiare del cristianesimo è che in esso si trova il germe per essere religione universale.

 

Non c’è bisogno di essere intolleranti nei confronti di altre religioni, e si può ben dire: la missione cristiana non consiste nel somministrare dogmi alla gente. Naturalmente il buddista trova ridicolo un credo che non possiede la dottrina della reincarnazione, non lo considera affatto cosa giusta. Il cristianesimo giustamente inteso ha invece come premessa che ogni uomo è cristiano nella sua intima essenza.

 

Se andate da un hindu e dite: “Tu sei un hindu e io sono un cristiano”, allora non si è compreso il cristianesimo. Lo si è compreso solo quando dell’hindu si è capaci di dire: “Nella sua più intima essenza lui è un buon cristiano quanto me, solo che al momento non ha avuto altra opportunità che conoscere un credo preparatorio, e non ne è ancora uscito. Devo chiarirgli dove la sua religione concorda con la mia”. La cosa migliore sarebbe che i cristiani insegnassero all’hindu l’induismo e cercassero poi di portare oltre l’induismo, così che l’hindu trovasse il collegamento con l’evoluzione universale. Comprendiamo il cristianesimo solo quando reputiamo ogni uomo un cristiano nell’intimo del cuore. Solo allora il cristianesimo è la religione che va oltre tutte le razze, i colori, i ceti. Il cristianesimo è questo.

 

Oggi noi entriamo in una nuova epoca.

Il modo in cui il cristianesimo ha operato nei secoli passati non opera più. E la nuova comprensione del cristianesimo, della quale abbiamo bisogno, va però prima prodotta mediante la concezione del mondo antroposofica.

La visione del mondo antroposofica è, a questo riguardo, uno strumento per il cristianesimo. Tra le religioni apparse sulla Terra, il cristianesimo è stata l’ultima a comparire. Non si possono più fondare nuove religioni, anche queste fondazioni hanno fatto il loro tempo. Si susseguirono l’una all’altra, e come ultima fioritura produssero il cristianesimo.

 

Oggi, però, la missione è quella di sviluppare sempre più il cristianesimo nei suoi impulsi. Per questo con il nostro movimento scientifico-spirituale cerchiamo di interessarci amorevolmente – in modo più consapevole di quanto sia finora accaduto – di tutte le religioni della Terra. Perché così ci predisponiamo anche a quel periodo, tra morte e nuova nascita, nel quale ci sentiamo soli, non riuscendo a percepire anime che sono lì presenti, ma alle quali non abbiamo accesso alcuno. Se quaggiù misconosciamo l’induismo, di là ci limitiamo a sentire l’hindu, avvertiamo la sua presenza, ma non troviamo alcun accesso a lui.

 

Vedete, questo momento è anche quello nel quale abbiamo dilatato così tanto il nostro corpo astrale da essere divenuti, tra morte e nuova nascita, abitanti del Sole. Entriamo allora nel Sole. Infatti, ci estendiamo veramente fuori, nell’intero macrocosmo, e a quel punto siamo così ampi che tocchiamo l’essere del Sole, nella fase in cui ci occorre l’amore umano universale. Questo incontro con il Sole si manifesta in quel che segue.

Per prima cosa nel fatto che perdiamo la possibilità di portare comprensione verso tutti gli esseri umani, se non abbiamo conseguito legami per mezzo dell’impulso: “Sempre, dove due sono uniti nel mio nome, Io sono in mezzo a loro”. Cristo non intendeva: “Sempre, dove due hindu, o un hindu e un cristiano sono insieme, Io sono in mezzo a loro”, ma: “Sempre, dove sono insieme due che hanno una vera comprensione dei miei impulsi, Io sono in mezzo a loro”.

 

Fino a un certo momento questo Essere era sul Sole. Là c’era il suo “trono”. Poi si è unito alla Terra. Per questo dobbiamo sperimentare l’impulso di Cristo qui sulla Terra e, allora, lo portiamo anche su nel mondo spirituale. Se infatti giungiamo sul Sole senza l’impulso di Cristo, per noi là non c’è nient’altro che un’incomprensibile iscrizione nella cronaca dell’akasha.

Da quando Cristo si è unito alla Terra, si deve acquisire comprensione per lui sulla Terra. Si deve portare con sé la comprensione di Cristo, altrimenti non si può trovare Cristo dall’altra parte.

Quando ci evolviamo verso il Sole, se quaggiù abbiamo conseguito una comprensione per lui, comprendiamo allora cosa è iscritto nella cronaca dell’akasha. Egli, infatti, ha lasciato indietro ciò sul Sole.

Questo è l’importante: che la comprensione di Cristo va suscitata qui sulla Terra e allora la si può serbare anche nei mondi superiori. Alcune cose diventano chiare solo quando si possono prendere in considerazione certi nessi.

 

Ci sono correnti teosofiche che non riescono a capire che l’impulso di Cristo sta nel centro dell’evoluzione terrena come un fulcro, a partire dal quale si va sempre più in alto. Se perciò vengono delle persone a dire che Cristo può comparire più volte sulla Terra, è come se si dicesse che un giogo della bilancia deve venir appeso a due punti. Con una bilancia del genere non si può pesare. Così come questo sarebbe assurdo nel mondo fisico, altrettanto lo è l’affermazione di certi occultisti riguardo alle ripetute vite terrene di Cristo. Si dimostra di aver conseguito una comprensione dell’impulso di Cristo solo se si è in grado di capire che Cristo è l’unico Dio che ha attraversato la morte, e che per questo dovette scendere sulla Terra.

 

Per chi si è appropriato quaggiù di una comprensione di Cristo, un trono non se ne sta vuoto dall’altra parte, sul Sole. In tal caso egli è anche capace di riconoscere un altro incontro che ora sopraggiunge in questa fase: all’uomo si accosta allora anche Lucifero e, per la precisione, adesso non come tentatore ma come potenza giustificata, che deve essere al suo fianco se l’uomo ha da trovare il suo ulteriore progresso nel mondo spirituale. Le stesse qualità sono dannose solo al posto sbagliato.

 

Qui nel mondo fisico Lucifero allaccia un rapporto che è pernicioso,

ma dopo la morte, a partire dal Sole, egli deve assistere l’uomo.

• L’uomo deve incontrare Lucifero.

• Egli deve compiere l’ulteriore cammino tra Lucifero e Cristo.

 

Cristo preserva la sua realtà animica, mantiene il suo animico con tutto ciò che ha già acquisito nelle incarnazioni precedenti.

Il compito della forza luciferica è di sostenere l’uomo affinché impari a utilizzare nel modo legittimo anche le forze delle altre entità delle Gerarchie, per la sua nuova incarnazione.

 

Non importa quando, un giorno giunge all’uomo la necessità di stabilire, anzitutto, in quale punto della Terra e in quale Paese debba avvenire la sua prossima incarnazione. Questo deve succedere già a metà del periodo tra la morte e una nuova nascita.

Che vengano stabiliti con molto anticipo il luogo e il Paese in cui l’anima umana si reincarna è addirittura la prima cosa che deve avvenire.

L’uomo vi si prepara con l’allacciare già quaggiù relazioni con i mondi spirituali. Ma deve venir aiutato da Lucifero. Ora egli prende da un certo tipo di entità delle Gerarchie superiori le forze che lo guidano al luogo e al momento destinati.

Se vogliamo scegliere un esempio eminente, allorché dovette comparire Lutero, la sua comparsa dovette venir preparata nell’ottavo-nono secolo. Già allora le forze dovettero venir guidate entro il popolo nel quale egli doveva operare. E deve collaborare Lucifero perché il luogo e il tempo della nostra rinascita possano venir stabiliti.

 

Portando Cristo nella propria anima, l’uomo preserva quello che si è guadagnato lavorando, ma non è ancora maturo per sapere dove il suo karma possa esplicare i suoi effetti nel modo migliore – in questo deve aiutarlo Lucifero.

Poi trascorre di nuovo un po’ di tempo. Il fatto successivo è che c’è da risolversi riguardo a come debba essere fatta, nelle sue qualità di carattere, la coppia di genitori che deve effettivamente generare l’essere umano, che deve venir condotto sulla Terra in un determinato luogo e in un determinato tempo – e questa risoluzione è un’attività sconvolgente, ma davvero non si può far altro che caratterizzare le cose con parole comuni. Tutto ciò deve venir stabilito già molto tempo prima.

 

La scienza fisica crede che l’uomo prenda le qualità dai suoi antenati. In realtà è l’uomo, dai mondi soprasensibili, a influire sulle caratteristiche dei propri avi. In qualche modo, siamo responsabili noi di com’era il nostro quadrisavolo. L’uomo naturalmente non può cagionare tutte le qualità, ma di certo tra le altre devono esserci anche quelle delle quali poi avremo bisogno. Ciò che si possiede di ereditato dai propri padri, lo si deve prima aver fatto affluire entro di loro.

 

Prima, dunque, vengono stabiliti il luogo e il tempo della nascita. Poi viene prescelta una genealogia. In fondo, ciò che si chiama amore filiale non è altro che il manifestarsi di questo: che ci si unisce a ciò cui, da secoli, dal mondo soprasensibile si è dato forma. E quel che si presenta come concepimento è il fatto che l’uomo allora concepisce le forze che insieme lavorano al suo corpo, specialmente al capo e alla forma generale del corpo. Dobbiamo perciò figurarci che, da quel momento in poi, perlopiù si lavora a noi stessi in una più profonda struttura del capo – non tanto a mani e piedi, o al tronco, piuttosto al capo andando verso il tronco. Questo, lo ceselliamo finemente.

 

Proseguiremo poi il lavoro dopo la nascita. Prima però incorporiamo tutto nel corpo astrale, predisponiamo astralmente la forma del capo. La cosa procede a tal punto, che possiamo dire: nel modello astrale, che poi si unisce alla forma del corpo, viene foggiato proprio alla fine quello che in seguito darà la forma della scatola cranica.

La forma del cranio è individuale per ogni essere umano. Viene cesellata alla fine quella che è la forma del cervello. E quanto ci viene poi dato sulla Terra con l’ereditarietà è, in fondo, ciò che attraverso la propria sostanza è in grado di riunirsi con quanto portiamo con noi dal mondo soprasensibile.

 

Immaginatevi che quel che proviene dal mondo soprasensibile sia una coppa: l’acqua che la riempie viene data dalla sostanza ereditaria. Tramite la mera ereditarietà viene fornito soltanto quello che per così dire è la peculiarità del nostro sistema corporeo più indipendente dal sistema dei nervi e del sangue. Se abbiamo ossa grandi e forti, oppure deboli e sottili, dipende meno dalle forze che riceviamo dalle potenze preparatrici che non dall’ereditarietà.

L’individualità che deve nascere in quel tempo e in quel luogo, affinché il suo karma esplichi i suoi effetti, nasce da persone con ossa forti o coi capelli biondi, e così via – è questo che viene reso possibile mediante la linea ereditaria. Se le teorie naturalistiche dell’ereditarietà fossero vere, verrebbero fuori uomini con il sistema nervoso atrofizzato e solo gli abbozzi delle mani e dei piedi.

 

Solo lo sguardo veggente conduce alle cose che sono realmente significative. Vi posso raccontare un caso: mi capitò di incontrare una persona che aveva un’idrocefalia. Si differenziava in modo essenzialissimo dal resto della famiglia. Perché era idrocefalo? Perché il concilio degli esseri superiori con Lucifero suonò pressappoco così: “Sì, questo essere umano deve nascere là, quella è la miglior coppia di genitori. Ma egli non può influire adeguatamente sulla genealogia, così da poter produrre ciò che può dargli la giusta sostanza, così che il capo venga indurito correttamente. Solo nel corso della vita deve adattare il cervello alla struttura”. Riguardo a quest’uomo non poté venir trovato il modo di predisporre gli antenati così che il capo venisse indurito adeguatamente.

Queste sono cose molto importanti, e in esse vediamo quasi la tecnica, il modo in cui ci introduciamo nel mondo. Se ciò verrà osservato giustamente dalla scienza, si avvertirà l’entrare in azione del mondo superiore.

 

Se procediamo insieme a Lucifero e Cristo,

giungiamo così al giusto rapporto con l’evoluzione progressiva.

 

• Anzitutto, dunque, nella vita dopo la morte si devono superare i pericoli dell’isolamento,

congiungendosi agli altri esseri umani, tramite legami morali e religiosi.

Si lavora poi al nuovo uomo che deve incarnarsi in seguito.

• Si ha ora un compito, quando si ha se stessi davanti a sé anziché il mondo circostante.

 

Se dunque l’uomo attraversa quegli stadi nei quali avrebbe potuto essere socievole e invece si adattò nella solitudine, sorge in lui qualcosa di simile alla nostalgia della morte. Cos’è questa nostalgia della morte? È la nostalgia dell’inconsapevolezza.

Non si diventa però inconsapevoli, ma piuttosto dei solitari.

Nei mondi superiori non abbiamo più a che fare con questioni di sostanza,

ma con questioni di coscienza.

Di conseguenza, solitudine vuol dire: aver nostalgia di un provvisorio spegnimento della coscienza. Questo c’è per le anime che non hanno alcuna relazione con altre anime; la morte, però, dall’altra parte non c’è.

 

Come qui l’uomo vive ritmicamente tra veglia e sonno, così nell’altro mondo egli vive ritraendosi ora in se stesso, ora in società con altre anime, alternando ritmicamente socievolezza e solitudine: così è la vita nel mondo superiore.

E il modo in cui viviamo nel mondo superiore dipende, come vi ho precedentemente descritto, da come ci siamo preparati quaggiù.

 

 

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