/////18 – UNA VERA ILLUMINAZIONE COME BASE DEL PENSIERO SOCIALE

18 – UNA VERA ILLUMINAZIONE COME BASE DEL PENSIERO SOCIALE

XVIII – Una vera illuminazione come base del pensiero sociale

O.O. 23 – I punti essenziali della questione sociale – (In margine alla triarticolazione dell’organismo sociale)


 

1. È sempre più crescente il numero di chi si accorge dell’impossibilità di uscire dall’attuale caos sociale se nel pensare e nel sentire non si prende la via verso lo spirito. Ammetterlo è, nei più, determinato dalle molte delusioni date dalle “idee economico-sociali” che cercavano i loro fondamenti solo nella produzione e nella distribuzione di beni materiali.

 

2. Si può però anche vedere chiaramente quanto sia poco feconda oggi questa ammissione dello spirito. Essa fallisce quando si tratta di generare idee economiche, perché il mero parlare di spirito non basta; esprime solo un bisogno; non da’ consigli quando dovrebbe indicare come soddisfare quel bisogno. In ciò si dovrebbe riconoscere un compito di oggi. Bisognerebbe chiederci: perché persino coloro che ritengono necessaria per la vita sociale un orientamento verso lo spirito non vanno oltre l’affermazione di tale necessità? Perché non arrivano fino a spiritualizzare realmente il pensiero economico?

 

3. Si può rispondere a questa domanda considerando l’odierno sviluppo del pensiero dell’umanità civile. Chi si è sforzato di conquistarsi una concezione del mondo partendo dalla cultura del tempo, considera un segno della propria “cultura spirituale” superiore il parlare dell’“inconoscibile” dietro alle cose. Pian piano è divenuta una credenza molto diffusa che solo una mente piena di pregiudizi possa ancora parlare dell’“essenza delle cose”, delle “cause invisibili delle cose visibili”. Ora un tale atteggiamento di pensiero può reggersi, per un certo tempo, di fronte alla conoscenza della natura. I fenomeni naturali si offrono ai nostri occhi; ed anche chi non vuol saperne d’investigarne le cause, può descriverli, arrivare cosi a un certo contenuto per il suo pensiero.

 

4. Ma questo atteggiamento di pensiero deve fallire in materia di economia.

Perché, alla fine, qui i fenomeni sono prodotti da uomini; le esigenze scaturiscono dagli animi umani. Ma negli uomini vive, come essere, appunto ciò che non si riesce più a percepire quando ci si abitua a parlare di fronte alla natura, di un “inconoscibile” come fanno molti seguaci delle concezioni moderne della vita. È avvenuto cosi che il recente passato abbia sviluppato tra i contemporanei abitudini di pensiero che in materia economica falliscono totalmente. Si può osservare l’acqua che gela e l’embrione che si sviluppa, e cosi facendo, parlare “dignitosamente” dell’“inconoscibile” che è nel mondo, ammonendo i propri contemporanei di non perdersi in fantasie intorno a detto “inconoscibile”. Ma con un pensare che si sia educato in uno stato d’animo come questo, non si potranno certamente assolvere i compiti dell’economia. Questi esigono che si penetri nella vita umana piena e complessiva; e qui domina l’elemento spirituale-animico, anche quando si manifesti solamente nelle esigenze di un appagamento di bisogni materiali.

 

5. Si avrà una scienza economica, quale il presente la richiede, solo quando non ci si limiterà più ad “accennare” allo spirito e all’attività interiore, ma quando si cesserà di stigmatizzare come “antiscientifici” e indegni di un uomo illuminato gli sforzi per arrivare a una vera conoscenza dello spirituale. Si potrà infatti applicare il proprio giudizio critico all’attività interiore umana solo quando si penetrerà dentro i suoi nessi con ciò che nella scienza della natura si cerca per l’appunto di evitare.

 

6. A coloro che, partendo dalla propria concezione, parlano di cose soprasensibili, affermando che solo attraverso una conoscenza rivolta in tal modo al soprasensibile, si può vincere il materialismo dominante, si risponde oggi che il materialismo è già “scientificamente” superato; che sono abbastanza numerose le trattazioni che nel campo della “vera” scienza dimostrano che il materialismo non basta a spiegare i fenomeni naturali. Di fronte a ciò bisogna dire che queste risposte possono essere teoricamente interessanti; ma non riescono a vincere il materialismo. Il materialismo sarà vinto quando non si dimostrerà più solo teoricamente che nei fatti del mondo c’è di più di quanto vedono i sensi; sarà superato solo se penetrerà nell’osservazione del mondo lo spirito vivente. Solo questo spirito, operante nella concezione umana, può anche abbracciare nel loro insieme le connessioni che agiscono nella vita materiale delle collettività umane. Si può dimostrare finché si vuole che la “vita” non è solo un processo chimico; con ciò non si torcerà un capello al materialismo. Lo si combatterà efficacemente invece, se si avrà il coraggio, non soltanto di dire che nelle concezioni del mondo deve operare lo spirito, ma di fare di questo spirito il reale contenuto della propria coscienza.

 

7. L’idea della triarticolazione dell’organismo sociale si rivolge a uomini che hanno questo coraggio. Questo coraggio cerca d’introdursi, dalle superficialità dell’esistenza, alla loro entità interiore. Questo coraggio significa la necessità di coltivare una vita spirituale libera e autonoma, perché comprende che una vita spirituale vincolata arriva tutt’al più fino a un “accenno” allo spirito, non però a una “vita” nello spirito. Significa pure la necessità di un’autonoma vita giuridica, perché comprende che la coscienza del diritto ha radice in sfere dell’attività interiore umana che possono essere efficaci solo in una connessione umana che si svolga in piena indipendenza dalla vita spirituale ed economica. Questa comprensione si può raggiungere solo quando si venga a conoscere l’elemento animico dell’uomo. Una concezione della vita che si sia educata all’opinione dell’“inconoscibile”, come molte correnti attuali di pensiero, tenderà all’erronea credenza che si possa trovare una struttura sociale di comunità umane che si formi solamente secondo i fatti materiali della vita economica.

 

8. Il coraggio di cui si parla qui non può fermarsi davanti all’opinione che gli uomini non siano “maturi” per una siffatta radicale trasformazione del loro pensare e sentire. Saranno “immaturi” solo finché la conoscenza dello spirituale sia presentata loro “scientificamente” come un preconcetto. Quanto agisce nel caos attuale non è l’immaturità, ma la credenza che la conoscenza spirituale sia il contrassegno di un uomo poco illuminato. Tutti i tentativi di configurare la vita sociale derivanti da questa “illuminazione” non spirituale, dovranno fallire, perché eliminano lo spirito dai loro tentativi. E nel momento stesso in cui l’uomo esilia lo spirito dalla sua coscienza, lo spirito solleva le sue esigenze nell’inconscio. Solo quando l’uomo non opera contro lo spirito, lo spirito può aiutare le azioni umane, e con lo spirito opera soltanto colui che lo accoglie entro la propria coscienza. Il superamento di quella falsa “illuminazione”, ricavata da una mal compresa scienza della natura e divenuta oggi lo sballato vangelo di vaste masse umane, può essere la sola base di un sapere sociale adatto a influire fruttuosamente sulla vera vita sociale.

 

 

 

By | 2018-11-12T11:48:45+01:00 Novembre 12th, 2018|TRIARTICOLAZIONE|Commenti disabilitati su 18 – UNA VERA ILLUMINAZIONE COME BASE DEL PENSIERO SOCIALE