19 – LO SCAMBIO VIVENTE TRA I VIVI E I MORTI – I

19 – Lo scambio vivente tra i vivi e i morti – I

O.O. 140 – Ricerche occulte sulla vita fra morte e nuova nascita – 10.10.1913


 

DICIANNOVESIMA CONFERENZA

 

Ciò che vorrei trattare avrà carattere aforistico. Ed è qualcosa che, provenendo dai mondi spirituali, può essere detto verbalmente in modo più facile e migliore di quanto non possa venir registrato nei nostri scritti. Può esser detto più facilmente a voce non solamente per il motivo che oggi, a causa dei pregiudizi del mondo, è ancora difficile sotto molti aspetti affidare per così dire allo scritto ciò che si affida volentieri ai cuori antroposofici pieni di dedizione, ma è anche difficile per il motivo che è meglio esprimere verbalmente le verità spirituali anziché affidarle allo scritto ed alla stampa. Ciò deve valere in particolar modo per le verità spirituali più intime.

 

Si prova sempre una certa amarezza, malgrado ciò debba avvenire nel nostro tempo, per il fatto che queste cose vengano anche scritte e stampate; è sempre spiacevole scrivere e far stampare le verità spirituali più intime che si riferiscono ai mondi spirituali superiori stessi.

È già spiacevole per il fatto che la scrittura e la stampa fanno parte di quelle cose che gli esseri di cui si parla qui, gli esseri spirituali, non possono leggere. I libri non possono essere letti nel mondo spirituale.

Noi, per un breve tempo dopo la morte, possiamo ancora leggere i libri partendo dal ricordo, ma gli esseri delle gerarchie superiori non possono leggere i nostri libri. E se si domanda loro se non vogliano appropriarsi di questa arte della lettura, devo confessare in base alla mia esperienza che non mostrano per il momento alcuna voglia in tal senso poiché non ritengono necessario ed utile per sé la lettura di quanto prodotto sulla Terra.

 

La lettura degli esseri spirituali inizia soltanto allorché l’uomo legge i libri sulla Terra, allorché ciò che sta nei libri diventa pensiero vivente dell’uomo. Allora gli spiriti leggono nei pensieri umani. Ma ciò che è scritto o stampato è come tenebra per gli esseri del mondo spirituale, cosicché si ha la sensazione, nei confronti di queste entità spirituali, che quando si affida qualcosa alla scrittura od alla stampa, si danno comunicazioni all’insaputa delle entità spirituali. Questa è una sensazione reale che un cittadino della cultura attuale forse non condividerà pienamente. Ma ogni vero occultista proverà questa sensazione di avversione nei confronti della scrittura e della stampa.

 

Quando penetriamo con lo sguardo chiaroveggente nei mondi spirituali ci appare allora particolarmente importante per il presente che la conoscenza del mondo spirituale acquisti sempre più diffusione, cominciando dal presente, per il prossimo futuro, poiché molto dipenderà da questa diffusione della scienza dello spirito in merito ad un modificarsi della vita animica umana, che diviene sempre più necessario.

Allorché torniamo con il nostro sguardo spirituale ai tempi antichi o se torniamo indietro anche soltanto di secoli, troviamo con lo sguardo spirituale qualcosa che può essere veramente sorprendente per chi non lo conosce. Si trova precisamente come il contatto tra i vivi ed i morti sia divenuto sempre più difficile e come ancora in un periodo di tempo relativamente vicino l’interazione vivente tra i vivi ed i morti fosse molto più attiva.

 

Quando il cristiano del medioevo, oppure anche quello di secoli più recenti, rivolgeva con la preghiera il ricordo ai parenti o conoscenti defunti, i sentimenti, le sensazioni di colui che pregava erano molto più forti di quanto non lo siano oggi, per salire fino alle anime dei defunti. L’anima del defunto si sentiva in passato molto più facilmente compenetrata dal caldo soffio d’amore di coloro che guardavano a loro o pensavano a loro nella preghiera, di quanto non possa avvenire oggi, se ci dedichiamo soltanto alla educazione esteriore del nostro tempo.

 

E di nuovo i morti sono oggi molto più distaccati dai vivi di quanto non accadesse in un tempo ancora relativamente non troppo lontano. Oggi i morti hanno in un certo senso molte maggiori difficoltà a scorgere ciò che si svolge nelle anime di chi è rimasto sulla Terra. Ciò risiede nell’evoluzione dell’umanità. Ma nell’evoluzione dell’umanità deve accadere che si ritrovi questa connessione, questo scambio vivente tra i vivi ed i morti.

Nei tempi antichi era ancora propria all’anima umana una connessione vivente con i morti in modo naturale, seppure non più con piena coscienza, poiché già da un lontanissimo passato gli individui non sono più chiaroveggenti… In tempi ancora più antichi i vivi potevano guardare chiaroveggentemente ai morti, seguire la vita dei morti. Come un tempo era naturale per l’anima avere un’interazione vivente con i morti, oggi l’anima, per il fatto di appropriarsi di pensieri ed idee sui mondi spirituali superiori, può ritrovare la forza di ripristinare il contatto con i morti, l’interazione vivente con essi. E tra i compiti pratici della vita antroposofica vi sarà anche quello che si crei sempre più, mediante l’antroposofia, un ponte tra i vivi ed i morti.

 

Affinché ci comprendiamo rettamente, vorrei per prima cosa attirare l’attenzione su qualcosa che riguarda il rapporto tra i vivi ed i morti. Vorrei prendere le mosse da un fatto semplicissimo e vorrei collegarmi a questo fatto sotto il profilo della ricerca spirituale.

Le anime che talvolta consultano un po’ se stesse potranno osservare in sé quanto segue (ritengo vi siano molte anime che hanno osservato questo in sé): ammettiamo che qualcuno abbia odiato nella vita un’altra persona o anche soltanto che questa persona gli era o gli è antipatica. Quando questa persona odiata, oppure rispetto alla quale si è provata antipatia, muore, chi ha odiato o ha provato antipatia nella vita sente che, quando apprende della morte, non può più odiare allo stesso modo questa personalità o non può più conservare l’antipatia. Ed allorché l’odio perdura oltre la tomba, allora le anime più delicate provano un senso di vergogna per un tale odio, per una tale antipatia che dura oltre la morte. Questo sentimento, che si riscontra in molte anime, può ora essere seguito chiaroveggentemente.

 

Durante l’indagine ci si può porre la domanda: perché compare questo senso di vergogna nell’anima nei confronti di un odio o di un’antipatia, perché compare, seppure neanche una volta nella vita si è accennato ad una seconda persona di avere questo odio?

Quando il chiaroveggente segue l’individuo che ha varcato la soglia della morte su nei mondi spirituali, e dà uno sguardo all’anima che è rimasta qui sulla Terra, scopre che in generale l’anima del defunto ha una percezione molto chiara, una sensazione molto chiara dell’odio che esiste nell’anima che vive; diciamo così, se posso servirmi di un’immagine: il defunto vede l’odio.

 

Il chiaroveggente può constatare del tutto esattamente che il defunto vede tale odio, ma possiamo anche seguire ciò che tale odio significa per il defunto. Tale odio significa precisamente per il defunto un ostacolo alle buone intenzioni del suo sviluppo spirituale, un ostacolo che può essere paragonato all’incirca a quelli che possiamo aver trovato nel raggiungimento di un obiettivo esteriore sulla Terra. Questo è lo stato di fatto nel mondo spirituale: il defunto incontra l’odio come un ostacolo alle proprie intenzioni buone e migliori. Ed ora comprendiamo perché nell’anima che consulta un po’ se stessa muoia persino l’odio giustificato nella vita: poiché sente vergogna allorché l’uomo odiato è defunto.

Se l’individuo non è chiaroveggente, non sa che cosa esiste là… ma è radicato nella sua anima come per una sensazione naturale il fatto di sentirsi osservato; egli sente: il defunto guarda il mio odio – sì, questo odio, per lui è persino un ostacolo alle sue buone intenzioni.

 

Vi sono molte sensazioni nell’anima umana che si spiegano allorché si sale ai mondi spirituali e si prendono in considerazione i fatti spirituali che stanno alla base di queste sensazioni.

Come sulla Terra non si vuole essere osservati fisicamente da altri in certe occasioni o come non si fanno certe cose quando ci si sappia osservati, così non si odia oltre la morte se si ha la sensazione di essere osservati dal defunto.

Invece l’amore od anche soltanto la simpatia che portiamo incontro al defunto è veramente un alleviamento sul suo cammino, che gli allontana gli ostacoli.

 

Ciò che ora dico, e cioè che l’odio crea ostacoli nell’aldilà e l’amore li elimina, non è una violazione del karma, come accadono anche qui sulla Terra molte cose che non dobbiamo includere direttamente nel karma.

Quando urtiamo col piede in un sasso non dobbiamo sempre includere questo nel karma, per lo meno non in quello morale. Analogamente non contraddice il karma il fatto che il morto si senta alleviato dall’amore che gli fluisce dalla Terra e che trovi ostacoli alle sue buone intenzioni.

Qualcosa d’altro che, si potrebbe dire, parlerà in modo ancora più energico alle anime in merito al rapporto tra i defunti ed i vivi è il fatto che le anime dei defunti hanno anche in un certo modo bisogno di nutrimento; tuttavia non di un nutrimento come quello di cui gli uomini necessitano sulla Terra, ma di un nutrimento animico-spirituale.

 

Come corrisponde ad un dato di fatto che noi uomini sulla Terra – posso usare questo paragone – dobbiamo avere i nostri campi seminati sui quali crescano bene i fratti di cui viviamo fisicamente, così le anime dei defunti devono avere campi seminati sui quali possano raccogliere certi fratti di cui hanno bisogno nel periodo tra la morte ed una nuova nascita.

Allorché lo sguardo chiaroveggente segue le anime dei defunti, vede che le anime umane addormentate sono il campo seminato per i defunti, per i trapassati.

 

Non è certamente soltanto sorprendente, ma persino in altissima misura commovente per chi vede per la prima volta nel mondo spirituale, notare che le anime umane che vivono tra la morte ed una nuova nascita, si affrettino in certo qual modo verso le anime umane dormienti e cerchino i pensieri e le idee che si trovano in tali anime: poiché si nutrono di questi ed hanno bisogno di tale nutrimento.

Allorché ci addormentiamo la sera, possiamo già dire: ora le idee, i pensieri che hanno attraversato la nostra coscienza durante lo stato di veglia cominciano a vivere, diventano in certo qual modo esseri viventi. E le anime dei defunti si avvicinano e prendono parte a queste idee. Si sentono nutriti dalla visione di queste idee.

 

Colpisce molto, quando lo sguardo chiaroveggente è rivolto agli individui defunti, vedere che essi vanno ogni notte da quelli che sono rimasti e dormono – sia gli amici, sia in particolar modo i consanguinei – e vogliono per così dire ristorarsi, nutrirsi dei pensieri e delle idee che questi hanno preso seco nel sonno… e non trovano nulla di nutriente per loro. Vi è infatti una gran differenza tra idee ed idee in merito al nostro stato di sonno.

Se ci occupiamo per tutto il giorno solamente delle idee materiali della vita, se orientiamo lo sguardo soltanto a ciò che accade nel mondo fisico o che può essere fatto eseguire, e se prima di addormentarci non abbiamo un solo pensiero per i mondi spirituali, ma al contrario qualcosa di diverso da quanto ci può portare nel mondo spirituali, non offriamo alcun nutrimento ai morti.

 

Conosco regioni d’Europa in cui i giovani vengono educati alle Università in modo tale per cui si provocano il sonno determinando la cosiddetta sonnolenza con la necessaria quantità di birra. Questo è un portar seco delle idee che non possono vivere lassù. E quando poi le anime dei defunti si avvicinano, trovano il campo vuoto ed accade allora a queste anime come accade a noi, per il nostro corpo fisico, quando scoppia la carestia a causa dell’infecondità dei nostri campi. Proprio nella nostra epoca si può osservare molto carestia animica nel mondo spirituali, poiché la sensibilità ed il sentimento materialistici hanno già trovato grande diffusione.

E vi sono già oggi parecchie persone che ritengono infantile occuparsi di pensieri del mondo spirituale. Sottraggono in tal modo questo nutrimento, questo nutrimento animico, agli individui che dovrebbero ricevere nutrimento da loro dopo la morte.

 

Affinché si comprenda giustamente questo fatto si dovrà menzionare che dopo la morte ci si può nutrire delle idee e dei pensieri solamente di quelle anime con le quali si fu in qualche modo in rapporto durante la vita.

Non ci si può nutrire dopo la morte di quelli con i quali non si ebbe alcun rapporto. Se nella nostra epoca attuale, per avere nuovamente qualcosa di spiritualmente vivo nelle anime, di cui i defunti possano nutrirsi, diffondiamo l’antroposofia, allora non lavoriamo semplicemente per il fatto che i vivi abbiano una soddisfazione teorica, ma cerchiamo di colmare i nostri cuori e le nostre anime di pensieri del mondo spirituale poiché sappiamo che i defunti, che erano collegati a noi sulla Terra, devono nutrirsi dopo la morte di queste idee e di questi sentimenti per la vita spirituale.

 

Oggi non ci sentiamo solamente lavoratori per gli individui vivi, ma nel contempo anche lavoratori in modo che il lavoro antroposofico, la diffusione della vita antroposofica, serva anche al mondo spirituali.

Mentre parliamo ai vivi per la loro vita diurna, noi creiamo, per la vita notturna, mediante la soddisfazione recata all’anima dall’antroposofia delle idee che sono nutrimento fecondo per le anime che muoiono prima rispetto al nostro karma. Sentiamo l’impulso a diffondere l’antroposofia non soltanto per la via consueta della comunicazione esteriore, ma anche sentiamo segretamente l’anelito, a diffondere questa antroposofia nelle Società, nei grappi, poiché è importante che quegli individui che fanno dell’antroposofia siano insieme come persone fisiche in comunione, in società.

 

Ho detto infatti che in quanto defunto si può attingere nutrimento soltanto dalle anime con le quali si era uniti nella vita. Cerchiamo di riunire le anime per rendere sempre più grande il campo seminato per i defunti. Qualche individuo che oggi, quando sia defunto, non trovi un campo seminato perché la sua famiglia consiste soltanto di materialisti, lo trova in quelle anime di antroposofi poiché gli è stata fatta incontrare l’antroposofia. Questo è il motivo più profondo per cui lavoriamo come società, per cui ci preoccupiamo che chi muore possa prima di morire conoscere individui, antroposofi, che si occupano ancora sulla Terra di cose spirituali; poiché da ciò potrà trarre nutrimento, allorché questi saranno nello stato di sonno.

 

Negli antichi tempi dell’evoluzione dell’umanità, in cui una certa vita religiosa, spirituale permeava ancora le anime, erano le comunità religiose ed in particolar modo i consanguinei quelli nei quali veniva cercato rifugio dopo la morte. Ma la forza della consanguineità è diminuita e dev’essere sempre più sostituita dalla cura della vita spirituale, come noi cerchiamo di fare. Vediamo perciò che l’antroposofia ci può promettere che venga creato un nuovo legame, un nuovo ponte tra i vivi ed i morti, che possiamo essere in un certo senso qualcosa per i defunti mediante l’antroposofia.

E se oggi troviamo talora con lo sguardo chiaroveggente individui nella vita tra morte e nuova nascita che sperimentano la disgrazia che quelli che hanno conosciuto, anche i più prossimi, hanno solamente pensieri materialistici, riconosciamo la necessità di permeare la cultura terrestre di pensieri spirituali.

 

Se per es. si conosce un individuo morto qualche tempo prima, se lo si trova nel mondo spirituale e lo si è conosciuto quando viveva sulla Terra, ed egli ha lasciato taluni membri della sua famiglia che conoscevamo pure, la moglie, i bambini – buona gente in senso esteriore, che si amavano realmente – ed ora si vede con lo sguardo chiaroveggente il padre defunto, per il quale la moglie era forse come un sole della vita allorché, quando era vivo, tornava a casa dal duro lavoro… allora si trova che egli – dato che la sua sposa non ha pensieri spirituali nella mente e nel cuore – non può guardare nell’anima di lei e domanda, se ne è in grado: sì, ma dov’è la mia sposa? Vede soltanto addietro nel tempo, quando era unito a lei sulla Terra. Laddove però la cerca maggiormente non la sa trovare. Può accadere anche questo.

 

Oggi vi sono già molte persone che credono in un certo senso che il defunto sia entrato come coscienza in una specie di nulla e possono pensare al defunto soltanto con un pensiero del tutto materialistico, non con un pensiero fecondo. In questo guardare dai campi della vita tra la morte ed una nuova nascita, verso qualcuno di cui si sa: è ancora giù sulla Terra, ha avuto cara una persona, ma non collega a ciò la fede nella continuità dell’anima dopo la morte… in questo momento tuttavia, proprio nell’attimo successivo alla morte, in cui si dirige il massimo dell’attenzione a ciò – mediante questo voler guardare ai vivi che si sono amati – può estinguersi ogni visione. E si può non trovare chi vive ancora, si può non entrare in alcun rapporto con lui se nella sua anima non vi sono pensieri spirituali. Questa è un’esperienza frequente e dolorosa per i defunti.

Per questo può accadere (e ciò può essere osservato dallo sguardo chiaroveggente) che qualcuno muoia e trovi ostacoli nelle migliori intenzioni a causa dei pensieri di odio che lo seguono e non trovi alcuna consolazione nei pensieri d’amore di quelli che l’hanno amato sulla Terra in quanto non li può percepire per il loro materialismo.

 

Queste leggi del mondo spirituale, che si osservano in tal modo mediante lo sguardo chiaroveggente, sono effettivamente valide in modo assoluto come mostra un caso che si è spesso osservato. È istruttivo vedere come i pensieri di odio, o almeno di antipatia, agiscano persino qualora non vengano formulati con piena coscienza! Si possono osservare insegnanti di scuola che vengono di solito definiti rigidi, che non poterono attirarsi l’amore dei loro allievi ancor giovani… vi sono per così dire pensieri innocenti di antipatia e di odio. Allorché tale maestro muore, si vede come egli abbia ostacoli per le sue buone intenzioni nel mondo spirituale anche in questi pensieri. Il bambino, il giovane, spesso non si rende conto, quando l’insegnante è morto, di non doverlo più odiare, ma conserva ciò in modo naturale nella sensazione permanente di come l’insegnante l’avesse tormentato. Mediante tali visioni si sperimenta molto in merito all’interazione tra vivi e morti.

Cerchiamo di chiarire che cosa può realmente svilupparsi come buon risultato degli sforzi antroposofici. Intendo dire la cosiddetta lettura ai morti. In effetti, come si è dimostrato proprio nell’ambito del nostro Movimento antroposofico, si possono fornire straordinari servizi alle anime umane di quelli che sono defunti prima di noi, se leggiamo loro cose spirituali.

Si può fare in questo modo: si rivolgono i pensieri ai defunti e, per averne un alleviamento, si cerca di pensare a come ci si ricorda di se stessi quando si stava in piedi o seduti davanti ad uno di loro. Lo si può fare contemporaneamente con parecchi. Poi non si legge ad alta voce, ma si seguono con attenzione i pensieri, sempre con il pensiero ai defunti: il defunto sta dinnanzi a me. Questo è leggere ai morti. Non è necessario avere un libro, ma non si può pensare in modo astratto, si deve effettivamente pensare fino in fondo ogni pensiero: in questo modo si legge ai defunti.

 

Si può andare persino tanto oltre, benché ciò sia più difficile, per cui se si è avuto un pensiero in comune con una persona defunta nell’ambito di una concezione generale del mondo – oppure in merito ad un qualsiasi campo della vita – e si ebbe un rapporto personale con essa, si può leggere anche a questa persona che sta più lontano. Avviene perciò che mediante il caldo pensiero che le si rivolge, la persona si fa a poco a poco attenta. Può quindi essere persino utile leggere a chi sta più lontano dopo la sua morte.

Questa lettura può esser fatta in ogni momento. Mi è stato già chiesto a che ora lo si faccia nel migliore dei modi. Ciò è indipendente dall’ora. Si deve soltanto pensare i pensieri fino in fondo. La superficie non è sufficiente. Si devono esaminare i pensieri parola per parola, come se dovessero essere recitati interiormente. Allora i morti leggono con noi. E non è neppure giusto credere che tale lettura sia utile soltanto a quelli che durante la vita si sono avvicinati all’antroposofia. Non è affatto necessario che sia così.

 

Uno dei nostri amici fu turbato un anno fa, ogni notte, con sua moglie. Sentivano un turbamento. E dato che da poco tempo era deceduto il padre di costui, il nostro amico ebbe subito l’idea che il padre volesse qualcosa, che si annunciasse a lui in quanto anima. Ed allorché il nostro amico si fu consigliato con me, risultò che il padre, che non aveva voluto sapere nulla di antroposofia durante la vita, aveva dopo la morte la più viva necessità di apprendere qualcosa di antroposofia. Ed allorché poi il figlio lesse al padre, insieme alla moglie, il ciclo sul Vangelo di Giovanni che tenni una volta a Kassel, quest’anima fu soddisfatta in altissima misura e si sentì sollevata al di sopra di talune disarmonie che aveva percepito in precedenza, poco dopo la morte.

La cosa è notevole in questo caso in quanto l’anima in questione era quella di un predicatore che ha sempre sostenuto il proprio punto di vista religioso dinnanzi agli uomini, ma che potè essere placato dopo la morte soltanto mediante il poter leggere una spiegazione antroposofica del Vangelo di Giovanni. Vediamo quindi che la persona che vogliamo aiutare non deve necessariamente essere stata un antroposofo in vita, benché offriremo naturalmente all’antroposofo un servizio del tutto particolare se leggeremo per lui.

 

Allorché consideriamo un tale fatto, impariamo anche a pensare in modo assolutamente un po’ diverso dal solito a proposito dell’anima umana. Le anime umane sono in effetti molto più complicate di quanto non si pensi solitamente. Ciò che si svolge in modo cosciente è realmente soltanto una piccola parte della vita animica umana. Molto si svolge nelle profondità inconsce dell’anima, di cui l’individuo presagisce al massimo qualcosa, ma non ne sa quasi nulla con la chiara coscienza diurna. Spesso può verificarsi l’opposto nella vita inconscia, l’opposto di ciò che l’individuo crede o pensa nella coscienza normale.

Un caso molto frequente è quello di un membro di una famiglia che si avvicina all’antroposofia, un fratello od un marito od una moglie, a cui gli altri sono legati. Questi assumono un atteggiamento di antipatia sempre maggiore nei confronti dell’antroposofia, spesso si adirano sempre più, diventano sempre più furenti perché lo sposo od il fratello o la sposa sono giunti all’antroposofia. Spesso si sviluppa allora antipatia nei confronti dell’antroposofia in una tale famiglia, per cui talune persone trovano difficoltà per tale motivo, in quanto dei buoni amici o dei parenti sono spesso molto adirati e diventano furenti.

 

Allorché si studiano tali anime si viene spesso a scoprire che nelle profondità inconsce di tale anima si sviluppa l’anelito più profondo verso l’antroposofia. Talvolta tale anima mostra un anelito verso l’antroposofia superiore a quello di chi è un frequentatore assiduo delle riunioni antroposofiche nella sua coscienza normale. Ma la morte toglie il coperchio al suo subconscio e vi sono realmente individui che provano un anelito, un anelito profondissimo per l’antroposofia – ma si rendono sordi. Mentre si infuriano contro l’antroposofia addormentano il loro anelito e si ingannano a proposito di esso. Dopo la morte l’anelito si evidenzia però in modo ancora più potente. E spesso proprio in quelli che durante la vita si sono infuriati contro l’antroposofia si instaura dopo la morte la più violenta nostalgia di essa. Non si tralasci perciò mai di fare la lettura proprio a quei defunti che in vita hanno combattuto l’antroposofia! Forse si presenterà loro in tal modo proprio il maggiore servizio.

 

Vi è una domanda che si pone molto spesso in relazione a tutto questo: sì, come si può sapere se il defunto voglia veramente ascoltare? È difficile saperlo senza la visione chiaroveggente, benché lentamente, allorché ci si occupa del ricordo dei defunti, si venga sorpresi dalla sensazione che il defunto ascolti. Non si proverà questa sensazione solamente se non si fa attenzione e non si bada a quel calore particolare che si diffonde spesso nella lettura. Si può realmente far propria questa sensazione.

Se però non lo si può fare, miei cari amici, allora anche in questo caso, si deve fare uso, nel comportamento da tenersi con il mondo spirituale, di una norma che va spesso tenuta in considerazione. La norma è questa: quando leggiamo al defunto, gli siamo utili in tutte le circostanze se ci sente! Se non ci sente adempiamo per prima cosa al nostro dovere, riusciamo forse a far sì che ci ascolti, altrimenti acquisiamo almeno qualcosa, ci colmiamo di pensieri ed idee che saranno certamente nutrimento per i defunti nel modo prima accennato. – Quindi nulla è perduto in ogni caso.

 

Ma la pratica ha dimostrato che il percepire quello che vien letto è effettivamente qualcosa di straordinariamente diffuso tra i defunti, per cui si può prestare un servizio immenso a quelli cui leggiamo in tal modo ciò che può essere oggi preso in considerazione come sapienza spirituale.

Possiamo quindi sperare che la parete divisoria tra i vivi ed i morti divenga sempre più esigua mentre l’antroposofia si diffonde nel mondo. E veramente sarà un successo meraviglioso per l’antroposofia, per quanto ciò possa suonare paradossale, se in futuro gli uomini sapranno – ma sapranno praticamente, non teoricamente: vi è soltanto una trasformazione dell’esperienza quando si attraversa la cosiddetta porta della morte, siamo sempre insieme ai defunti, possiamo persino farli partecipare a ciò cui partecipiamo noi stessi nella vita fisica.

 

Ci si fa un’idea sbagliata della vita tra la morte ed una nuova nascita se ci si pone la domanda: ma a che scopo è necessario leggere ai morti? Non sanno già per visione diretta ciò che la persona qui sulla Terra può legger loro, non lo sanno molto meglio? Questa domanda la pone tuttavia soltanto chi non sia in grado di giudicare ciò che si può effettivamente sperimentare nel mondo spirituale.

Si può anche essere nel mondo fisico senza apprendere la conoscenza del mondo fisico. Se non si è in grado di dare giudizi sulle cose, non si apprende la conoscenza del mondo fisico. Gli animali vivono anch’essi insieme a noi nel mondo fisico e non sanno tuttavia di esso ciò che sappiamo noi uomini. Il fatto che un defunto viva nel mondo spirituale non vuol dire ancora che sappia anche qualcosa del mondo spirituale, benché lo possa guardare.

 

Ciò che viene acquisito con l’antroposofia viene acquisito come conoscenza solamente sulla Terra, può esserlo soltanto sulla Terra, non nel mondo spirituale. Perché lo conoscano esseri che si trovano nel mondo spirituale, deve accadere attraverso quegli esseri che lo apprendono sulla Terra. Questo è un mistero significativo dei mondi spirituali: si può essere in essi, li si può vedere, ma ciò che è necessario come conoscenza dei mondi spirituali dev’essere acquisito sulla Terra.

 

Sì, miei cari amici, devo dir qualcosa a proposito dei mondi spirituali (ciò risuonerà ulteriormente sotto taluni aspetti e verrà esposto nella nostra considerazione di domani) di cui non ci si fa solitamente un’idea giusta. Allorché l’uomo vive nel mondo spirituale nel periodo tra la morte ed una nuova nascita, rivolge la propria nostalgia al nostro mondo fisico all’incirca nel modo in cui qui l’uomo fisico rivolge in un certo senso la propria nostalgia al mondo spirituale. E ciò che l’individuo deve attendere tra la morte ed una nuova nascita dalle persone sulla Terra è che queste persone gli mostrino ed illuminino dalla Terra ciò che può essere acquisito solamente sulla Terra.

 

In verità la Terra non è stata fondata invano nell’esistenza spirituale universale. Le fu data vita affinché potesse crearsi ciò che è possibile solamente sulla Terra. La conoscenza del mondo spirituale che va oltre l’osservare, il fissare i mondi spirituali, è possibile soltanto sulla Terra.

E quando ho detto prima che le entità spirituali dei mondi spirituali non possono leggere i nostri libri, ora devo dire: quello che vive in noi come antroposofia è per le entità spirituali ed anche per le nostre anime dopo la morte ciò che i libri sono qui sulla Terra per l’uomo fisico, ciò per cui l’uomo fisico apprende qualcosa del mondo. Soltanto che questi libri, che noi stessi siamo per i defunti, sono viventi. Bisogna sentire questo importante significato che in certo senso dobbiamo dare alla lettura ai defunti! Sotto questo profilo i nostri libri sono più pazienti, i nostri libri non realizzano per esempio il fatto di mangiarsi le lettere dal foglio mentre li leggiamo.

 

Noi uomini spesso sottraiamo la lettura ai defunti per il fatto di colmarci soltanto di ciò che è realmente invisibile nei mondi spirituali, di colmarci di pensieri soltanto materiali. Devo dire questo perché spesso sorge la domanda se i defunti stessi non potrebbero sapere ciò che possiamo dar loro. Non possono saperlo perché l’antroposofia può essere fondata soltanto sulla Terra e dev’essere portata da qui nei mondi spirituali.

Ed allorché noi stessi entriamo nei mondi spirituali ed apprendiamo qualcosa di questa vita nei mondi spirituali, allora ci vengono incontro condizioni del tutto diverse da quelle della vita fisica sulla Terra. Per questo motivo è anche tanto straordinariamente difficile rendere queste condizioni dei mondi spirituali con parole umane e pensieri umani. E suona talvolta tanto paradossale quando si cerca di esprimersi concretamente sulle condizioni dei mondi spirituali.

Potrei raccontar di un essere – per non parlare che di uno soltanto – di un’anima umana defunta, insieme alla quale sono riuscito ad indagare su alcune cose del mondo spirituale, poiché ella aveva particolare conoscenze sul pittore Leonardo da Vinci ed in special modo sull’aspetto della celebre immagine di Milano.

 

Quando si indaga un fatto spirituale insieme ad una tale anima, questa può indicare talune cose che forse non si troverebbero altrimenti mediante il semplice sguardo chiaroveggente nella cronaca dell’akasha. Ma l’anima umana che si trova nel mondo spirituale, può indicare ciò soltanto se si ha comprensione per quello che lui vuole accennare. Ne risulta qualcosa di singolare.

Ammettiamo che si indaghi con una tale anima come Leonardo ha operato per la sua celebre Cena di Milano. Per quello che oggi esiste di questa immagine c’è ancora da vedere non più di qualche macchia di colore. Si può però osservare nella cronaca dell’akasha Leonardo che dipinge, si può osservare come fosse questa immagine, benché non sia facile. Se si procede in modo da indagare con un’anima che non è incarnata – ma che ha un rapporto con Leonardo da Vinci e la sua pittura – si vede che quest’anima mostra questo quadro. Si nota tuttavia che l’anima non potrebbe mostrare ciò se, nel momento in cui lo mostra, la comprensione non penetrasse nell’anima del ricercatore vivente. L’anima ha bisogno di questa comprensione. E l’anima del defunto impara essa stessa a comprendere ciò che altrimenti vede soltanto, nel momento in cui l’anima umana vivente si fa istruire.

Perciò l’anima dice – l’espressione è senz’altro simbolica – dopo che si è appreso insieme ad essa qualcosa che si può apprendere soltanto così: mi hai portato qui a questo quadro (dice l’anima al vivo per il fatto che il vivo aveva l’esigenza di indagare sul quadro) ed ora sento l’impulso di guardare il quadro insieme a te! – L’anima dice così – e poi viene attraversata tutta una serie di cose.

Viene però il momento in cui l’anima del defunto o scompare improvvisamente oppure dice di dover andar via. In questo caso che sto raccontando, l’anima disse per esempio: mentre l’anima di Leonardo da Vinci ha visto finora tutto questo con soddisfazione, ora non vuole più che si continui l’indagine.

Voglio descrivere in tal modo qualcosa di molto importante della vita spirituale. Come nella vita fisica si sa sempre ciò che si vede, come si sa sempre: si vede questo o quello, si vede la rosa, il tavolo, nella vita spirituale si sa sempre: questo o quell’essere ti guarda.

Si attraversano i mondi spirituali e si ha sempre la sensazione: ora questi esseri ti guardano.

 

Mentre nel mondo fisico si ha la coscienza, si attraversa il mondo avendo percezioni, nel mondo spirituale si ha questa esperienza: vieni ora visto da questo, poi da quello. Ci si sente continuamente esposti agli sguardi che portano però nel contempo alla decisione di fare qualcosa: ora si viene guardati con soddisfazione o meno, perché si debba fare o non fare qualcosa… lo si fa o non lo si fa.

Come si allunga la mano per prendere un fiore che piace, perché lo si è visto, nel mondo spirituale si fa qualcosa poiché un qualsiasi essere lo vede volentieri, con soddisfazione, oppure lo si tralascia perché non si può sostenere lo sguardo che viene rivolto a questa azione. Ciò è qualcosa che si deve assolutamente far proprio.

Là si ha la sensazione di essere visti come qui si ha la sensazione di vedere. Là è in un certo senso passivo ciò che qui è attivo, come là è di nuovo attivo ciò che qui è passivo.

 

– Come si vede ci si deve appropriare di concetti del tutto diversi se si vogliono comprendere nel giusto modo le descrizioni del mondo spirituale. Comprenderanno quindi come sia difficile rendere con le parole umane usuali ciò che si vorrebbe dare tanto volentieri come descrizione dei mondi spirituali. Si comprenderà quindi come sia necessario venga creata per molte cose la comprensione preparatoria necessaria.

Vorrei ancora attirare l’attenzione soltanto su di un fatto. Ci si potrebbe porre la domanda: perché la letteratura antroposofica descrive così in generale ciò che accade immediatamente dopo la morte nel mondo spirituale, ciò che avviene nel kamaloka, nel regno degli spiriti e perché viene descritto tanto poco delle singole visioni chiaroveggenti? Qualcuno potrebbe infatti credere che si possa osservare un determinato defunto dopo la morte più facilmente di quanto venga generalmente descritto. Non è così. Per accennare come sia in effetti, vorrei usare un paragone.

Per una chiaroveggenza giustamente sviluppata è più facile abbracciare con lo sguardo i grandi avvenimenti – come il passaggio dell’anima umana attraverso la morte, come giunge al devachan attraverso il kamaloka – che qualsiasi avvenimento singolo di un’anima singola.

Proprio com’è più facile riconoscere nel mondo fisico ciò che sta per così dire sotto l’influenza dei grandi moti celesti ed è più difficile per ciò che si trova in un certo senso in rapporto irregolare con tali moti.

Ognuno di Loro potrà facilmente pronosticare per la giornata di domani che il sole sorgerà al mattino e tramonterà di nuovo la sera. Questo lo saprà pressappoco ognuno. Che tempo vi sarà però domani verrà saputo già meno esattamente. Accade così anche per la chiaroveggenza.

 

Le condizioni che indichiamo solitamente nelle descrizioni del mondo spirituali, che vanno confrontate con la conoscenza del movimento generale dei corpi celesti, sono ciò che si sa per prima cosa nella coscienza chiaroveggente. E si può sempre prevedere che le conoscenze si realizzino in generale in questo modo. Invece i singoli eventi della vita tra morte e nuova nascita sono come le condizioni del tempo qui sulla Terra, che sono naturalmente anche regolari, ma ben più difficili da conoscere sulla Terra stessa; non si può davvero sapere da ogni località quale tempo vi sia in un altro luogo. Qui è difficile sapere come sia il tempo a Berlino, ma non quale sia colà la posizione del sole o della luna.

Occorre una particolare preparazione del dono della chiaroveggenza in quanto è più difficile seguire la singola vita dopo la morte che non il generale percorso dell’anima umana. E sul giusto cammino si consegue la conoscenza delle condizioni generali come prima cosa e da ultimo si consegue ciò che pare la cosa più facile, se la si è conquistata con l’addestramento.

 

Si può vedere da molto tempo con esattezza nel kamaloka e nel devachan, ed avere difficoltà straordinarie a vedere che ore sono sull’orologio che si ha in tasca. Per la formazione chiaroveggente le cose del mondo fisico sono le più difficili.

Accade esattamente l’opposto nell’imparare a conoscere i mondi superiori. In questo campo ci si espone ad errori per il motivo che è ancora presente una chiaroveggenza naturale, che è insicura e soggiace a molteplici errori, ma che può esistere da lungo tempo, pur senza avere la visione chiaroveggente delle condizioni generali descritte dall’antroposofia, che sono le più facili per il chiaroveggente addestrato.

Queste sono le cose che volevo prospettare oggi in merito ai mondi spirituali.

Domani intendiamo proseguire ed approfondire tali considerazioni.

 

 

By | 2018-09-17T19:14:40+02:00 Settembre 17th, 2018|RICERCHE OCCULTE|Commenti disabilitati su 19 – LO SCAMBIO VIVENTE TRA I VIVI E I MORTI – I