//////23 – LA LIBERTÀ DELL’UOMO E L’EPOCA DI MICHELE – MASSIME 162-164

23 – LA LIBERTÀ DELL’UOMO E L’EPOCA DI MICHELE – MASSIME 162-164

La libertà dell’uomo e l’epoca di Michele – Massime 162-164

Commento di Lucio Russo


 

Cominciamo subito a leggere questa nuova lettera, intitolata:

La libertà dell’uomo e l’epoca di Michele (22 febbraio 1925).

 

 

Nella facoltà umana della memoria vive l’immagine personale di una forza cosmica che lavorò attorno all’entità umana

nel modo descritto nelle nostre ultime considerazioni. Questa forza cosmica è peraltro attiva ancora nel presente.

Sullo sfondo della vita umana essa agisce come forza di crescenza, come impulso vivificatore.

Ivi agisce per la sua massima parte. Soltanto una parte minima di essa si separa e penetra come attività nell’anima cosciente.

Qui opera come forza della memoria” (p. 187).

 

 

Abbiamo già parlato della memoria (lettera 27 luglio 1924), ma sarà bene riparlarne, per cercare di capire meglio questa lettera.

Provate a ripensare a una persona che avete incontrato ieri. In che cosa consiste il vostro “ripensarla”? Innanzitutto nel “rivederla”: nell’averla, cioè, quale immagine mnemonica, dopo averla avuta, ieri (di fronte a voi), quale immagine percettiva.

Che cosa è dunque cambiato? Che l’immagine della persona cui avete ripensato è divenuta, da tridimensionale, bidimensionale: ossia, mera immagine.

Non è però – e questo è il punto – che per poterla avere così, abbiate dovuto estrarla da una sorta di archivio in cui siano raccolte e custodite le immagini mnemoniche. Un tale archivio non esiste, e proprio per questo non si è riusciti finora a scoprirlo.

 

Sentite che cosa scrive Boncinelli: • “Purtroppo dal punto di vista scientifico c’è ben poco da dire sulla natura e le proprietà di questa facoltà [della memoria]: alcune distinzioni, una mole di aneddoti, un paio di meccanismi abbastanza ben studiati e niente più” (1).

 

Fatto si è che quando ricordiamo, quando cioè riportiamo il passato al presente,

non ripeschiamo le vecchie immagini, bensì ne creiamo ogni volta di nuove.

Ricorderete, infatti, che distinguemmo

• il “ricordo in sé” (che appartiene al passato)    • dalla “immagine del ricordo in sé” (che appartiene al presente),

spiegando che

il “ricordo in sé” è un’essenza (un percetto-concetto) che non ha forma,

e che la riveste soltanto nel momento in cui, riportandolo alla coscienza, lo trasformiamo in immagine.

 

Steiner, al riguardo, fa l’esempio dello specchio: ci mettiamo di fronte a uno specchio, e vediamo la nostra immagine; ci spostiamo, e non la vediamo più; ci torniamo davanti, e la rivediamo. Quella che rivediamo non è però l’immagine precedente, conservata (non si sa dove) dallo specchio, bensì un’immagine nuova (ri-creata).

 

Ascoltate, inoltre, quanto dice qui:

• “Nel cervello abbiamo due parti ben distinte: quella più esterna, la massa grigia [la corteccia], e sotto di essa la massa bianca. Quest’ultima penetra negli organi sensori ed è assai più sviluppata dell’altra. Ben inteso, i termini bianca e grigia sono solo approssimativi. Ma anche a un grossolano esame anatomico, le cose si presentano così: gli oggetti fanno un’impressione sopra di noi attraverso l’occhio e i processi entro la massa bianca del cervello. Organo delle rappresentazioni è invece la massa grigia che ha struttura cellulare completamente diversa (…) In un dato momento vedo una cosa, l’impressione penetra in me attraverso la massa cerebrale bianca. A questo punto la massa grigia entra a sua volta in azione sognando le impressioni, creando delle immagini. Tali immagini scompaiono. Quel che rimane non diviene rappresentazione nello stesso momento, ma discende in noi, nella nostra organizzazione [eterica], e quando ricordiamo, guardiamo in noi là ove l’impressione [ il “ricordo in sé” ] è rimasta” (2).

 

Domanda: Si potrebbe dire che le immagini fanno rivivere i ricordi?

Risposta: A dire il vero, li fanno ri-morire, e non ri-vivere.

 

I “ricordi in sé” sono infatti incoscienti, ma vivi,  • mentre le immagini mnemoniche sono coscienti, ma morte.

I “ricordi in sé” vivono nella sfera (eterica) del sonno; alcuni riusciamo a “risvegliarli”, portandoli a coscienza, altri no.

Questi ci appariranno subito dopo la morte,

permettendoci così di realizzare che erano in noi (dormienti) anche durante la vita.

 

Che cos’è dunque a permetterci di dare forma al “ricordo in sé”?

E’ presto detto: la forza plastica (plasmatrice) dell’immaginazione.

Vedete,

• sappiamo di dover sviluppare la coscienza immaginativa,

• ma non sappiamo di esercitare, già nella vita ordinaria, l’immaginazione:

è grazie a questa, infatti, che disponiamo, allo stato normale di veglia,

• delle immagini percettive (legate al presente),    • delle immagini mnemoniche

• e delle rappresentazioni (legate, in misura diversa, al passato).

 

Ignorando che tali immagini sono frutto di una nostra attività, finiamo così col credere (da realisti ingenui)

che si tratti di passive ri-produzioni, e non di attive produzioni.

 

Di norma, si crede infatti

• che le immagini percettive siano “cose” (in quanto si reificano inconsciamente le “immagini delle cose”),

• che le rappresentazioni siano ri-produzioni delle “cose”,

• e che le immagini mnemoniche siano ri-produzioni delle rappresentazioni.

Si crede, insomma, che le cose, agendo su di noi, lascino in noi un’impronta,

e che questa impronta sia la nostra immagine o rappresentazione delle cose.

 

Già Kant si era accorto, però, che le cose non stanno così, dal momento che,

• sia le rappresentazioni, sia le immagini percettive

sono frutto delle nostre re-azioni agli stimoli delle cose, e quindi nostre creazioni.

Già si era accorto, in breve, che

• tutto ciò che crediamo (ingenuamente) di vedere con gli occhi    • lo immaginiamo, in realtà, con lo spirito.

 

Steiner, infatti, non solo afferma che la rappresentazione “è una risposta che proviene dall’interiorità” (3), e che

la percezione [l’immagine percettiva] •  è una rappresentazione trasportata [proiettata] nel mondo esterno” (4),

ma precisa pure (come abbiamo visto) che

sotto la “coltre dei sensi” sono celati gli Spiriti della forma, del movimento e della saggezza

(ossia gli Spiriti della seconda Gerarchia),

• mentre al di qua del mondo sensibile, tra noi e le impressioni dei sensi,

si trovano gli Angeli, gli Arcangeli e le Archài (ossia gli Spiriti della terza Gerarchia) (5).

 

Dice Steiner: • “Nella facoltà umana della memoria vive l’’immagine personale di una forza cosmica che lavorò attorno all’entità umana nel modo descritto nelle nostre ultime considerazioni. Questa forza cosmica è peraltro attiva ancora nel presente. Sullo sfondo della vita umana essa agisce come forza di crescenza, come impulso vivificatore”.

(Vi consiglio di leggere, al riguardo: La luce. Introduzione all’immaginazione creatrice, di Scaligero [6].)

 

Sappiamo ch’è il corpo eterico, in quanto corpo delle “forze plasmatrici”, a creare le forme fisiche (corporee), ma sappiamo pure che, nel corso della crescita, una parte di tali forze viene distratta e messa al servizio della coscienza (per creare le forme immaginative).

Dice appunto Steiner: • “Ivi agisce per la sua massima parte. Soltanto una parte minima di essa si separa e penetra come attività nell’anima cosciente. Qui opera come forza della memoria”.

Tra la memoria (personale) e l’immaginazione c’è dunque un intimo e profondo legame.

 

 

Bisogna vedere nella giusta luce la forza della memoria.

Quando l’uomo, nell’epoca attuale del divenire cosmico, percepisce con i sensi,

tale percepire è un momentaneo risplendere nella coscienza di immagini universali.

Il risplendere avviene quando il senso è rivolto al mondo esterno; esso illumina la coscienza;

sparisce quando il senso non si rivolge più al mondo esterno.

Ciò che così si accende nell’anima umana non può avere durata, perché se l’uomo

non lo eliminasse in tempo dalla sua coscienza, egli smarrirebbe se stesso nel contenuto della coscienza.

Non sarebbe più se stesso (…) Questo contenuto della coscienza non può neppure irrigidirsi ad “essere”; deve rimanere immagine.

Può altrettanto poco diventare reale, quanto non può diventare reale l’immagine nello specchio.

Nel darsi a cosa che si estrinsecasse nella coscienza come realtà, l’uomo perderebbe altrettanto se stesso,

quanto nel darsi a cosa che avesse durata di per sé. Anche in questo caso egli non potrebbe più essere se stesso” (pp. 187-188).

 

 

Immaginiamo di percepire una qualche realtà del mondo esterno. Che cosa succede?

Succede, dice Steiner, che subito dopo averla percepita dobbiamo eliminarla, perché se tale esperienza acquisisse durata, noi finiremmo con l’essere quella realtà e quella realtà finirebbe con l’essere noi.

Quando ci occupammo de La filosofia della libertà, dissi, a questo proposito, che quando conosciamo in noi l’oggetto, l’oggetto si conosce in noi, giacché questo è una manifestazione dell’essere, e noi pure siamo una manifestazione dell’essere.

(L’identità – scrive Guido De Ruggiero, parlando di Fichte – “è quella che si rivela nell’autocoscienza, dove noi e gli oggetti ci riconosciamo come elementi di un’unità spirituale, e dalla reciproca antitesi svolgiamo i momenti della nostra vita con quelli della vita del mondo” [7].)

 

Se questa esperienza (dell’identità) perdurasse, finiremmo quindi con l’identificarci con l’oggetto, perdendo così la coscienza dell’Io (in tanto infatti l’ego sa di sé, in quanto non solo non s’identifica con l’oggetto, ma lo sperimenta addirittura come un non-ego).

Come evitare dunque questo rischio? Mobilitando, subito dopo la forza della simpatia, che ci ha permesso di accogliere l’oggetto (e di sperimentare un “momentaneo risplendere nella coscienza di immagini universali”), la forza dell’antipatia, che ne respinge o rimuove l’essenza (viva) in quella sfera eterica del sonno ch’è per l’appunto la sfera incosciente dei “ricordi in sé”.

 

Sono questi “ricordi in sé”, respinti o rimossi,

che riportiamo poi alla coscienza nella forma delle immagini mnemoniche: ossia

in una forma che, in quanto non-essere, in quanto non più essere (essenza),

non mette a repentaglio la nostra coscienza dell’Io (quale ego).

 

Ricordiamolo:

• le immagini percettive sono tridimensionali;

• le immagini oniriche, le immagini mnemoniche e le rappresentazioni, sono bidimensionali;

• i “ricordi in sé”, al pari dei percetti-concetti, sono unidimensionali;

• l’Io è adimensionale.

 

Vedete, non sbaglieremmo granché se paragonassimo l’attuale essere umano a un bonsai, non dal punto di vista fisico, s’intende, ma da quello animico-spirituale.

Immaginate, ad esempio, una quercia-bonsai. E’ certo che, se potessimo parlarle, ci sarebbe difficile farle credere non solo che fosse destinata a essere diversa, ma anche che, partendo dal suo attuale stato, potrebbe tornare ad essere come il Creatore l’aveva ideata.

Ciò vale, in qualche modo, anche per noi: proprio della nostra memoria, ad esempio (che ha cominciato a svilupparsi nell’ultimo periodo dell’epoca lemurica), potremmo dire che si è “miniaturizzata”.

 

I primi Atlanti, al contrario (che cominciarono a sviluppare il linguaggio), godevano di “una memoria sviluppatissima che era una delle loro facoltà spirituali più spiccate”, mentre la nostra ci concede tutt’al più di risalire al nostro terzo o secondo anno di vita (al momento in cui abbiamo cominciato a dire “io” a noi stessi). Sappiamo, è vero, di aver vissuto anche prima, di aver sperimentato la nascita, e di essere stati per circa nove mesi nel grembo materno, ma di tutto questo non ricordiamo nulla.

Perché? Perché, spiega Steiner, “ogni qualvolta in un essere si sviluppa una nuova facoltà, un’altra perde di forza e d’acutezza (…) Oggi gli uomini pensano per concetti; gli Atlanti pensavano per immagini”: vale a dire, non riflettevano, ricordavano (8).

 

Vedete? La “miniaturizzazione” della memoria consegue alla “miniaturizzazione” dell’immaginazione, così come questa consegue, a sua volta, all’immergersi del corpo eterico nel corpo fisico.

Dal momento che la memoria consiste nell’immaginare il passato, è inevitabile che, al depotenziarsi dell’immaginazione, consegua quel depotenziarsi della memoria che c’impedisce, come ben sappiamo, di ricordare la nostra vita prenatale e le nostre precedenti vite terrene.

 

 

La percezione del mondo esteriore per mezzo dei sensi è così un interiore dipingere dell’anima umana.

Un dipingere senza materiali. Un dipingere nel divenire e nello svanire dello spirito.

Come in natura l’arcobaleno sorge e svanisce senza lasciar traccia,

così la percezione sorge e svanisce senza che essa, per sua propria natura, lasci dietro di sé alcun ricordo” (p. 188).

 

 

Questo “interiore dipingere dell’anima umana” è l’immaginare o il creare dell’Io e del corpo astrale.

• L’Io e il corpo astrale incontrano la realtà,

ma di questo incontro, se non intervenisse il corpo eterico, non rimarrebbe traccia.

• Quanto appreso momentaneamente dall’Io e dal corpo astrale,

per potersi fissare nella memoria, deve perciò penetrare nel corpo eterico.

 

A tal fine, è talvolta necessario ricorrere all’iterazione.

Quando dobbiamo imparare qualcosa “a memoria”, non passiamo infatti ore e ore a ripeterla?

 

Tutte le volte in cui l’esperienza percettiva (legata all’hic et nunc) lascia in noi una traccia (un “ricordo in sé”),

vuol dire dunque che ha varcato la soglia che divide l’Io e il corpo astrale dal corpo eterico.

 

 

Ma contemporaneo ad ogni percezione si svolge un altro processo fra l’anima umana e il mondo esteriore;

un processo riposto in parti più recondite della vita animica, là dove operano le forze della crescita, gli impulsi della vita.

In questa parte della vita animica, nel percepire si imprime non solo un’immagine passeggera,

ma una riproduzione reale e duratura.

Questa l’uomo può sopportarla, poiché si ricollega con l’essere dell’uomo quale contenuto universale.

Nel compiersi di questo fatto, egli non può smarrire se stesso,

come non si smarrisce quando cresce e si alimenta, senza averne piena coscienza.

Quando dunque l’uomo trae dalla sua interiorità i propri ricordi, abbiamo una percezione interiore

di quanto è rimasto nel secondo processo che si svolge nella percezione esteriore” (p. 188).

 

 

Contemporaneo al processo mediante il quale l’Io e il corpo astrale percepiscono la realtà esterna,

“in parti più recondite della vita animica”, cioè nel corpo eterico

(“là dove operano le forze della crescita, gli impulsi della vita”),

si svolge un secondo processo che “imprime non solo un’immagine passeggera [la cosciente immagine percettiva],

ma una riproduzione reale e duratura” (l’incosciente “ricordo in sé”).

 

E’ proprio la natura inconscia e impersonale di questo secondo processo a far sì che l’uomo non smarrisca se stesso, “come non si smarrisce quando cresce e si alimenta, senza averne piena coscienza”.

Rileggiamo, a questo punto, ciò che si dice non del ricordo, ma della forza del ricordo (del “ricordare”) nella “Preghiera per i defunti”:

 

Alle origini era la forza del ricordo, la forza del ricordo deve diventare divina, un essere divino.

Tale sarà la forza del ricordo.

Tutto ciò che nasce dall’Io Deve diventare tale da generarsi con il ricordo

Trasformato dal Cristo, trasfigurato da Dio.

In Lui la luce splendente e levantesi Dal pensiero che si ricorda Illuminerà la tenebra del presente.

Le tenebre di oggi possano afferrare la luce Del ricordo diventato divino!

 

 

Anche qui l’anima dipinge, ma ora dipinge il passato che vive nella propria interiorità umana.

Anche durante questo dipingere non deve formarsi nella coscienza alcuna realtà durevole,

ma soltanto una immagine che sorge e svanisce.

Così nell’anima umana si collegano il rappresentare percepiente e il ricordare.

Ma le forze della memoria tendono incessantemente ad essere più di quanto possano

se l’uomo, come essere autocosciente, non deve perdere se stesso.

Nel divenire umano le forze della memoria sono infatti residui del passato, e come tali appartengono al dominio di Lucifero.

Questi tende a condensare nell’essere umano le impressioni del mondo esterno,

in modo che esse continuamente splendano come rappresentazioni nella coscienza.

Tale tendenza di Lucifero sarebbe coronata da successo, se non le si contrapponesse la forza di Michele.

Essa non permette che ciò che viene dipinto nella luce interiore si irrigidisca a sostanzialità di essere,

ma lo mantiene nell’immagine che sorge e svanisce” (pp. 188-189).

 

 

Abbiamo visto che Lucifero vorrebbe trattenerci nel passato

(“Il ricordo – dice Johann Paul [1763-1825] – è l’unico paradiso dal quale non possiamo venire cacciati”).

• Per la coscienza immaginativa (michaelita), rivolta al futuro, l’immaginare di Lucifero è dunque un ostacolo.

 

Dice Steiner: • “Essa [la forza di Michele] non permette che ciò che viene dipinto nella luce interiore si irrigidisca

a sostanzialità di essere, ma lo mantiene nell’immagine che sorge e svanisce”.

Che cosa significa? Significa che la forza di Michele mantiene “ciò che viene dipinto nella luce interiore”

(l’immagine mnemonica, legata al passato) allo stato di un non-essere “che sorge e svanisce”.

 

Immaginiamo, ad esempio, di “andare – come si dice – in collera”. Ebbene, quando siamo “in collera”, siamo tutt’uno con la collera, siamo tutt’uno, cioè, con un essere e con una forza che, impadronendosi di noi, usurpa il ruolo dell’Io.

Ciò dimostra che l’autocoscienza ordinaria, incontrando l’essere (sia esso quello della collera o di qualsiasi altra realtà interiore o esteriore), può venire sopraffatta.

Che cosa accadrebbe, dunque, se la nostra coscienza del “ricordo in sé” (l’immagine mnemonica) fosse un essere anziché un non-essere? E’ presto detto: che verremmo a tal punto sopraffatti dal passato da non poter più portare avanti la nostra evoluzione, procedendo verso la nostra meta: ossia, verso la piena umanità (l’“Ecce Homo”).

Per questo Michele fa sì che nella coscienza penetri non l’essere del ricordo (il “ricordo in sé”), ma il suo non-essere (l’immagine del “ricordo in sé”) che non costringe, poiché è dotato di forma, ma non di forza.

 

In che cosa consiste dunque la nostra libertà (“da”)?

Nel vivere, con la coscienza ordinaria, nella sfera del non-essere, e non in quella dell’essere.

 

Ascoltate quanto dice Paolo Flores d’Arcais, in questo libro: • “Se l’Essere è, l’etica si spegne in obbedienza. Si tratta solo di ri-conoscere la necessità. La libertà diventa solo libertà di piegarsi. Non c’è scampo: il cosmo dell’Essere risuona solo di un immane, corale, ininterrotto, ineludibile Sì” (9).

• vero, però, che se c’è l’essere, c’è la necessità,

• così è vero che se c’è la libertà

(il No, di cui parla, come abbiamo visto, Bertrando Spaventa – lettera 25 gennaio 1925), c’è il non-essere.

 

• Lo abbiamo detto e ripetuto: gli animali, le piante e i minerali non sono liberi proprio perché sono esseri.

Per loro l’essere è un dover-essere, ossia un poter essere solo quel che si è.

• Noi, invece, per essere “uomini”, e non, come dice Schiller, “barbari” o “selvaggi”, dobbiamo lottare,

impegnando tutti noi stessi.

 

Che cosa vorrebbe dunque Lucifero?

Vorrebbe portare il non-essere del presente verso l’essere del passato, e non verso quello del futuro.

Potremmo perfino dire, volendo, che

il non-essere rappresenta un’occasione per tutti:

• per l’uomo, quella della libertà (“da”);

• per gli ostacolatori, quella di asservire l’uomo ai loro fini (dis-umani o in-umani);

• per Michele, quella di esortare l’uomo a colmare, in libertà, il non-essere con l’essere del Cristo,

e non, come vorrebbe Arimane, con l’essere del cervello, del corpo o della materia,

né, come vorrebbe Lucifero, con l’essere particolare dell’anima (del sentire),

anziché con quello universale dello spirito (del pensare o del conoscere).

 

 

La forza eccedente, che per opera di Lucifero urge dall’interiorità umana,

nell’epoca di Michele verrà trasformata in forza immaginativa

perché a poco a poco, nella generale coscienza umana intellettuale, penetrerà la forza dell’immaginazione.

Con questo però l’uomo non caricherà di una realtà duratura la sua coscienza del momento;

questa rimarrà attiva in immagini che sorgono e svaniscono.

Ma con le sue immaginazioni l’uomo si eleva ad un mondo spirituale superiore,

come con i suoi ricordi si immerge nella propria entità umana.

Egli non trattiene le sue immaginazioni dentro di sé; esse sono iscritte nell’essere del cosmo;

e da questo l’uomo può sempre di nuovo dipingersele nella vita rappresentativa di immagini” (p. 189).

 

 

Grazie a Michele, avremo delle immaginazioni (“che sorgono e svaniscono”) il cui contenuto verrà attinto

non dalla sfera personale, che ci parla solo del passato o di ciò ch’è stato e siamo stati,

bensì dalla sfera cosmica, che ci parlerà anche del futuro o di ciò che sarà e saremo, se lo vorremo.

 

Miguel De Unamuno (1864-1936), ad esempio, afferma che il vero essere (dell’uomo)

è appunto un voler essere: ossia, diciamo noi, un divenire.

 

L’esperienza immaginativa potrà dunque riferirsi, sia a ciò ch’è stato, sia a ciò che sarà,

solo però se trasformeremo il dover-essere (della natura) e il non-essere (dell’ordinario intelletto)

nel voler-essere dello spirito (vivente).

 

• Quando saremo capaci di immaginazioni rivolte al futuro, non cesseremo quindi di ricordare.

Lucifero continuerà infatti a gestire il passato, ma non potrà più utilizzare “la forza eccedente” che “urge dall’interiorità umana” per farci voltare le spalle al futuro, inducendoci a riposare sugli allori, a cullarci nei ricordi o a fare del passato il garante del presente, come avviene, ad esempio, quando ci si attiene alla tradizione o quando si crede che il lustro della genealogia o della stirpe certifichi il valore dell’individuo.

 

Dice Steiner: • “Con le sue immaginazioni l’uomo si eleva ad un mondo spirituale superiore, come con i suoi ricordi si immerge nella propria entità umana. Egli non trattiene le sue immaginazioni dentro di sé; esse sono iscritte nell’essere del cosmo; e da questo l’uomo può sempre di nuovo dipingersele nella vita rappresentativa di immagini”.

 

Come con i ricordi (con le nostre immagini mnemoniche) ci immergiamo nella sfera individuale (soggettiva),

così con le immaginazioni ci eleviamo alla sfera universale (spirituale).

 

Prendete, per dirne una, l’idea della triarticolazione dell’organismo sociale: non è (come molti credono) un’invenzione, un’opinione o una brillante idea di Steiner, bensì l’espressione immaginativa di un’oggettiva necessità della nostra evoluzione culturale, politica ed economica.

“Quando si parla di immaginazione, – dice infatti – non bisogna pensare a qualcosa di nebuloso e mistico al quale si arrivi ponendo nell’anima qualche cosa di oscuramente vivente in luogo del chiaro e avveduto intelletto, ma bisogna pensare a qualcosa che inizia da un uso completo e globale dell’avveduta conoscenza intellettiva, peraltro ulteriormente sviluppata mediante il potenziamento delle forze nascoste dell’anima, nel senso di un’attività dell’anima stessa che non viva nei concetti abituali, ma che viva in un primo tempo in un elemento immaginativo e che poi, nell’ulteriore sviluppo della sua attività, debba estrinsecarsi in concetti altrettanto chiari quanto quelli della stessa coscienza intellettiva” (10).

 

 

Viene così accolto dal mondo dello spirito ciò che Michele preserva dall’irrigidirsi nell’interiorità umana.

Quello che l’uomo sperimenta della forza dell’immaginazione cosciente diviene al tempo stesso contenuto del mondo.

La possibilità che ciò avvenga è un risultato del mistero del Golgota.

La forza del Cristo imprime nel cosmo l’immaginazione umana. La forza del Cristo che è collegata con la terra.

Fino a quando essa non era collegata con la terra, ma agiva sulla terra dal di fuori come forza solare,

tutte le forze di crescenza e tutti gli impulsi vitali scendevano nell’interiorità dell’uomo.

Per loro mezzo l’uomo veniva configurato e mantenuto dal cosmo. Da che l’impulso-Cristo vive con la terra,

l’uomo viene nuovamente restituito al cosmo nella sua entità autocosciente” (p. 189).

 

 

Abbiamo visto che il Cristo, in quanto fattosi “carne”, e quindi Spirito della Terra, agisce nella sfera eterico-fisica, e che, da questa, imprime all’evoluzione un impulso volto a creare, a partire appunto dalla Terra (in qualità di microcosmo o di germe), un nuovo macrocosmo.

 

“La forza del Cristo – dice Steiner – imprime nel cosmo l’immaginazione umana”.

Ciò presuppone, quindi, che l’uomo abbia sviluppato la coscienza immaginativa,

accogliendo nella sfera animico-spirituale, cosciente, l’impulso attivo nella sfera eterico-fisica, incosciente.

Solo così, infatti, le immaginazioni umane possono essere impresse, dal Cristo, nel cosmo.

 

 

L’uomo, da essere cosmico, è divenuto essere terrestre; egli ha la disposizione

a ridiventare un essere cosmico, dopo essere diventato “se stesso” quale entità terrestre” (pp. 189-190).

 

 

L’abbiamo detto:

il cosmo si è fatto (contraendosi) Terra, perché la Terra si faccia (espandendosi) cosmo;

Dio si è fatto uomo, perché l’uomo si faccia Dio;

l’uomo, da essere cosmico, si è fatto essere terrestre (ego), perché l’essere terrestre si faccia essere cosmico (Io).

 

Ma abbiamo anche detto che tutto ciò dobbiamo volerlo, poiché si tratta di processi che, non scendendo più “dal di fuori” nell’interiorità dell’uomo, possono raggiungere la loro meta solo con l’attiva e fervida partecipazione della nostra anima e della nostra coscienza (“Seppure Cristo – scrive Angelo Silesio – nasca mille volte a Betlemme ma non in te, tu resti perduto per l’eternità”) (11).

 

 

Nel fatto che l’uomo, nel suo rappresentare momentaneo, non vive nell’essere,

ma soltanto in un riflesso dell’essere, in un essere-immagine, sta la possibilità dello svolgersi della libertà.

È costrizione tutto ciò che nella coscienza è essere. Solo l’immagine non può costringere.

Se, per sua impressione, qualcosa ha da accadere, deve accadere del tutto indipendentemente dall’immagine.

L’uomo diventa libero per il fatto di sollevarsi con la sua anima cosciente fuori dall’essere,

e di comparire nell’essere-immagine, privo di essere” (p. 190).

 

 

Questa è la chiave dell’antropologia antroposofica: ossia della sola antropologia che rende oggi giustizia, per dirla con Pico della Mirandola, alla “dignità dell’uomo”.

Sapete, infatti, che l’uomo, per gli attuali rappresentanti della scienza materialistica, quando non è una “macchina” (12), è allora il casuale prodotto di un “incidente congelato” dell’evoluzione, uno “psicozoo” (13), uno “scimmione intelligente” o uno “scimmione giocherellone” (14), oppure, come mi è capitato di leggere nel volantino pubblicitario di un’associazione vegetariana, un “animale erbivoro”.

Non abbiamo bisogno, però, di un’antropologia fatta (inconsciamente) dal minerale, dal vegetale o dall’animale ch’è in noi, ma di un’antropologia fatta (coscientemente) dall’umano ch’è in noi.

 

Ricordate quel passo in cui Bertrando Spaventa si interroga, in modo sofferto, sul e sul No, sull’essere e sul non-essere? Ebbene, è così che si scrive quando si ricerca la verità con tutto il cuore o con tutta l’anima.

Certo, Spaventa la ricerca da filosofo, mentre Steiner la ricerca da scienziato dello spirito; il che esige una partecipazione ancora più profonda del cuore e dell’anima (dice Schelling, pensando alla possibilità di tracciare “una nuova via per lo spirito umano”: “E’ difficile resistere all’entusiasmo quando si ha in mente questo grande pensiero” [15]; e Steiner stesso, riferendosi a L’iniziazione, confessa: “Ho scritto questo libro con il sangue della mia anima”) (16).

 

Ripeto: per poter essere liberi bisogna liberarsi dall’essere.

Gli animali, ad esempio, sono soggetti all’essere della loro specie: a una specie ch’è per loro un dover-essere.

 

• Solo all’uomo è concesso di non dover-essere uomo, ma di poterlo voler-essere,

in virtù della propria coscienza e della propria libertà.

Ma può anche non volerlo, e diventare allora una “bestia”.

 

• Non può infatti diventare un animale, ma può “imbestialirsi”,

• non può diventare un vegetale, ma può “vegetare”,

• non può diventare un minerale, ma può “irrigidirsi”

(arrivando così ad avere un “cuore di pietra” o a essere, come si dice a Roma, “de coccio”).

Morale della favola: possiamo soltanto diventare “uomini” o “non-uomini”, il resto è fuffa.

 

 

Qui sorge un importante quesito: “L’uomo non perde forse l’essere,

se con una parte della propria entità lo abbandona e si precipita nel non-essere?”” (p. 190).

 

 

Il quesito, in altre parole, è questo:

• se i minerali, i vegetali e gli animali sono nell’essere, mentre noi siamo nel non-essere,

• non corriamo il rischio di precipitare dal non-essere nel nulla?

Sì, lo corriamo (come dimostrano i cosiddetti “nihilisti”);

per evitarlo, non possiamo far altro, però,

che andare dal non-essere all’essere, o, per meglio dire, allo spirito (cioè all’essere autocosciente),

intraprendendo il cammino indicato dalla scienza dello spirito: ossia, la via di Michele.

 

 

Questo è un altro punto per il quale, nello studio del mondo, ci troviamo davanti ad uno dei grandi enigmi” (p. 190).

 

 

La nascita del non-essere è un enigma che solo l’antroposofia può permetterci di sciogliere.

Osserva Schelling: • “Tutto il mondo si trova, per così dire, nelle reti dell’intelletto o della ragione, ma la questione è appunto di sapere in qual modo è entrato in tali reti, giacché nel mondo, evidentemente, c’è qualcosa di altro e qualcosa di più che semplice ragione, e anzi qualcosa che oltrepassa i limiti della ragione” (17).

 

Non è vero, ad esempio, ch’è l’essere, come sostiene Berdjaev, a nascere dal non-essere,

bensì è vero che è il non-essere a nascere dall’essere (“In principio era il Verbo…”).

E perché Berdjaev sostiene allora il contrario? Perché l’idea della “creatività”, che gli sta in specie a cuore (18), lo porta a dirsi (in parole nostre): “Se c’è l’essere, non c’è nulla da creare, mentre se c’è il non-essere, c’è da creare l’essere”.

 

Ho già detto, una sera, che esercitiamo la “positività” anche (se non soprattutto) quando cerchiamo di capire in che cosa hanno ragione coloro che hanno torto. Bene, in che cosa ha ragione e in che cosa ha torto Berdjaev?

• Ha ragione nel pensare che oggi è muovendo dal non-essere che si deve creare l’essere,

• ma ha torto nel pensare che tale non-essere sia originario, e non conseguenza (a un tempo evolutiva e involutiva)

di una “caduta” o di un distacco dall’essere originario.

Non solo, ma ha torto anche nell’ignorare che

siamo chiamati, muovendo dal non-essere, a creare non l’essere, ma lo spirito,

• trasformando l’essere-oggetto (naturale, che era al principio) nell’essere-soggetto (spirituale, che sarà alla fine).

 

Ricordate?

“Non sarà più la stessa entità che fu una volta come cosmo, quella che sorgerà così per opera dell’umanità.

Attraversando il gradino dell’umanità, il divino-spirituale sperimenterà una esistenza che prima non manifestava”

– Lettera 2 novembre 1924.

 

Forti dell’impulso del Cristo, siamo chiamati insomma,

• muovendo dall’immagine della realtà, a  ri-creare  la   r e a l t à ,

• muovendo dalla morte, a ri-creare  la  v i t a   

• e, muovendo dal male, a  ri-creare  il   b e n e .

 

Domanda: Ammetterai che non è facile realizzare che la conoscenza della realtà è una ri-creazione o redenzione della realtà.

Risposta: Certo, ma ciò dipende dal fatto che il pensiero astratto non può concepire che la conoscenza della realtà del mondo sia una realtà del mondo.

 

Per il processo conoscitivo, ad esempio, la percezione dei sensi (fisici) equivale, sia a quella che per il processo respiratorio è l’inalazione dell’aria, sia a quella che per il processo digestivo è l’assunzione del cibo.

Dovremmo renderci conto, in parole povere, che come al mondo non ci sarebbe il latte se non ci fossero le mucche o non ci sarebbe il miele se non ci fossero le api, così non ci sarebbe il conoscere (ossia “il determinare il dato [della percezione] per mezzo del pensare”) (19) se non ci fosse l’uomo.

I frutti (materiali) dell’attività delle mucche e delle api giovano soprattutto a noi, mentre il frutto (spirituale) dell’attività del conoscere giova a noi, alla natura e al mondo spirituale.

 

Ricordi che cosa dice Unger (massima 59)?

• “I pensieri puri sono l’offerta sacrificale dell’uomo alle entità della terza gerarchia; Rudolf Steiner dice a questo proposito che l’uomo del presente fa patire queste entità, fa loro soffrire la fame, ha lasciato guastare il pane sacrificale”.

Riguardo al rapporto tra le nostre ordinarie percezioni e gli esseri elementari, ti consiglio di leggere e meditare quanto dice Steiner nella seconda conferenza (12 aprile 1909) del ciclo dedicato alle Gerarchie spirituali (20).

(Ritengo opportuno aggiungere, a questa risposta, le seguenti parole di Steiner, tratte da un ciclo di conferenze pubblicato di recente:

“Un uomo con impulsi morali elabora anche nel capo, e non solo nel resto dell’organismo, ciò che in quanto uomo sperimenta sulla Terra, e lo trasmette al cosmo per la somiglianza del capo con il cosmo stesso. Il capo è senz’altro simile al cosmo; il resto dell’organismo non è tanto simile al cosmo, e, qualche tempo dopo essere stato consegnato al cosmo [dopo la morte], si disperde come una nuvola, potremmo dire, e ricade più o meno sulla Terra, o se non altro viene sospinto entro le correnti che circolano intorno alla Terra. Quello di morale che l’uomo ha impresso nel suo capo, invece, viene effuso nelle vastità cosmiche, e con ciò l’uomo collabora a una rinnovazione del cosmo. Possiamo dire, perciò, che la collaborazione dell’uomo al futuro della Terra dipende dal suo essere morale o immorale” [21].)

 

Riprendiamo, sempre per capire “in qual modo” nasca il non-essere, l’esempio dello specchio. Lo specchio, abbiamo detto, è un essere morto; l’uomo che vi si specchia è un essere vivo; l’immagine che vi appare è un non-essere.

Bene, proviamo allora a dirla così: il cervello (la corteccia) è un essere morto; lo spirito (l’Io) che vi si specchia è un essere vivo; l’immagine (la rappresentazione) che vi appare è un non-essere.

Come vedete, non si può capire come nasce il non-essere, se non si realizza che esiste una realtà morta (un’opera compiuta), che esiste una realtà viva (un’Entità), e che esiste anche ciò che risulta dal riflettersi di questa in quella (la “parvenza” di Hegel o i “fuochi fatui” di Goethe).

Considerate, inoltre, che se non esistesse la realtà dello spirito, non esisterebbe nemmeno quella della sua immagine, così come, nei termini del nostro detto Zen, se non esistesse la Luna reale, non esisterebbe nemmeno la Luna riflessa: che non esisterebbe nemmeno, insomma, la nostra coscienza ordinaria.

 

 

Ciò che nella coscienza viene sperimentato come rappresentazione proviene dal cosmo.

Di fronte al cosmo l’uomo si precipita nel non-essere.

Nel rappresentare egli si libera di tutte le forze del cosmo.

Dipinge il cosmo, al di fuori del quale egli si trova” (p. 190).

 

 

Proviamo a tradurre questo passo nei termini de La filosofia della libertà:

• “Ciò che nella coscienza viene sperimentato come rappresentazione proviene,

sia come percetto (seconda Gerarchia), sia come concetto (terza Gerarchia) dal cosmo.

Di fronte al cosmo l’uomo si precipita nel non-essere della rappresentazione.

Nel rappresentare egli si libera, nella testa, di tutte le forze del cosmo.

Si rappresenta (dipinge) il cosmo, al di fuori del quale sta con la testa,

ma all’interno del quale sta con il restante organismo”.

 

Si sa (lo diceva anche Goethe) che la vera forza sta nel dominare se stessi.

Ma è possibile dominare se stessi

portando incontro all’essere del restante organismo, cioè all’essere del sentire e a quello del volere,

l’ordinario non-essere del pensare? No, non lo è.

Solo un pensare che fosse in grado di risalire dal suo non-essere al suo essere (vivente)

potrebbe infatti misurarsi con tali forze (karmicamente signate).

 

Dovrebbero in primo luogo capirlo quanti s’illudono (e non sono pochi) che il non-essere dell’odierno intellettualismo possa riuscire a dominare l’essere di quella “bestialità” (individuale e collettiva) ch’è all’origine degli orrori cui ormai assistiamo quasi ogni giorno.

 

Lasciate che vi legga, al riguardo, questa pagina di Steiner:

• “Una vita dei sentimenti non compenetrata da forti rappresentazioni [da forti pensieri], che portino in sé la coscienza di essere nella verità, a poco a poco diventa non vera, si sente a poco a poco inserita come in un elemento non vero, e degenera quindi verso due diverse direzioni. Perde la sua naturalezza, perde la sua interiore dirittura e verità, e degenera in un falso sentimentalismo nel quale ci si sente obbligati, come uomini, ad abbandonarsi a determinati sentimenti; non si è però bene inseriti in essi, perché dietro non vi sono forti rappresentazioni. Si dice soltanto di doversi abbandonare a tali sentimenti, ma si pongono poi in essi le cose più diverse che non vengono veramente sperimentate. Ci si monta, vorrei dire come ubriachi di sentimenti e di frasi, verso un’altezza di sensazioni [Empfindungshöhe] che è interiormente falsa. Questo è il degenerare verso una delle due direzioni. Oppure, nell’altra direzione, la vita dei sentimenti può diventare non vera per la circostanza, come ho già indicato, di assumere il proprio carattere di negatrice delle rappresentazioni, e di far invece parlare ciò che è animale. Se la rappresentazione [il pensare] sbiadisce, essa perde l’interiore coscienza di venir compenetrata dall’essere. Allora essa non può nemmeno inserirsi nel sentimento, allora l’uomo deve discendere in quello stato, privo di coscienza, che vive nel suo elemento animalesco. Allora, nei suoi sentimenti, egli diventa come un pallone gettato qua e là a seconda del suo interiore benessere o malessere, dei suoi istinti, dei suoi impulsi e dei suoi bisogni, non illuminati dalla luce della coscienza. Poiché come uomo non può elevarsi alla vera umanità, nel proprio essere organico egli segue il giuoco della natura” (22).

 

 

Se la situazione fosse soltanto così, la libertà splenderebbe nell’essere umano per un attimo cosmico;

ma nello stesso attimo l’entità umana si dissolverebbe.

Invece, mentre nel rappresentare l’uomo si libera dal cosmo, egli è nondimeno vincolato nella sua vita animica non cosciente

alle sue vite terrene passate e alle sue vite fra morte e nuova nascita.

Quale uomo cosciente egli vive nell’essere-immagine, e con la sua parte incosciente si tiene nella realtà spirituale” (p. 190).

 

 

L’abbiamo appena detto:

• nella testa, viviamo “nell’essere-immagine”, e quindi nel non-essere della coscienza (della veglia ordinaria);

• nel restante organismo viviamo “nella realtà spirituale”,

e quindi nell’essere della subcoscienza (del sogno) e dell’incoscienza (del sonno).

 

 

Mentre nell’io presente sperimenta la libertà, il suo io passato lo trattiene nell’essere.

Riguardo all’essere, l’uomo nel suo rappresentare si abbandona completamente

a ciò che egli è divenuto attraverso il suo passato cosmico e terreno.

Con ciò abbiamo indicato nell’evoluzione umana quell’abisso del nulla che l’uomo deve saltare nel diventare un essere libero.

L’azione di Michele e l’impulso-Cristo rendono possibile tale salto” (pp. 190-191).

 

 

Domanda: Abbiamo parlato dell’essere e del non-essere, e il divenire?

Risposta: Come sai, esistono i filosofi dell’essere (il cui capostipite è Parmenide) ed esistono i filosofi del divenire (il cui capostipite è Eraclito).

 

Questo dualismo è frutto, come sempre, dello statico pensiero intellettuale.

Solo il dinamico pensiero immaginativo permette infatti di scoprire che

l’essere è l’essere del divenire   •  e che il divenire è il divenire dell’essere.

 

Non possiamo scoprirlo altrimenti, giacché

• sappiamo dell’essere in virtù del pensiero (astratto)

• e sappiamo del divenire in virtù della volontà:

in virtù, perciò, di due facoltà che si presentano, in noi, normalmente divise.

 

Chiunque sia incapace di superare tale divisione non può far altro che optare (a seconda della sua personale natura)

o per la filosofia dell’essere o per quella del divenire.

Se opta per la prima, opta allora per il pensiero, per il conscio e per l’ego, come fa ad esempio Fichte;

se opta per la seconda, opta invece per la volontà, per l’inconscio o per il non-ego, come fa ad esempio Schopenhauer.

 

Leggiamo adesso le massime.

Massime 162/163/164 (22 febbraio 1925)

 

 

162 –  “Nella rappresentazione l’uomo non vive con la sua anima cosciente nell’essere,

bensì nell’immagine, nel non-essere. Con questo egli è liberato dal convivere col cosmo.

Le immagini non costringono. Solo l’essere costringe. Se quindi l’uomo si regola secondo le immagini,

questo avviene del tutto indipendentemente dalle immagini, cioè in libertà dal mondo”.

 

 

• “L’uomo non vive con la sua anima cosciente nell’essere, bensì nell’immagine, nel non-essere”: solo in questo modo, infatti, può subentrare, al posto della volontà dell’essere (della necessità), la volontà umana (la libertà).

 

 

163 –  “Nell’attimo di una tale rappresentazione, l’uomo è collegato con l’essere del mondo

soltanto da ciò che egli è divenuto per effetto delle sue vite terrene precedenti,

e di quelle fra la morte e la nascita”.

 

 

• Ridotto l’essere a non-essere, immettiamo nel non-essere il nostro essere (egoico):

cioè a dire, il frutto (karmico) delle nostre “vite terrene precedenti, e di quelle fra la morte e la nascita”.

• Nel non-essere (del rappresentare), immettiamo dunque l’essere della nostra personalità o soggettività,

dando così la stura (nel bene e nel male) alla ridda delle opinioni (quot capita tot sententiae).

 

 

164 –  “L’uomo può fare il salto al di là del non essere rispetto al cosmo

solo mediante l’attività di Michele e l’impulso-Cristo”.

 

 

Dal momento che viviamo

• con la testa nel non-essere del presente,    •  e con il restante organismo nell’essere del passato,

• ci è possibile compiere “il salto” verso l’essere del futuro

• “solo mediante l’attività di Michele e l’impulso del Cristo”.

 

A Mefistofele-Arimane, che vorrebbe farci credere che si tratta di un salto nel nulla, e non di un salto al di là dell’astrazione, faremo bene dunque a dire, con Faust: “Nel tuo Nulla, spero di trovare il Tutto”.

 

Note:

  1. E.Boncinelli: Il cervello, la mente e l’anima – Mondadori, Milano 2000, p. 201;
  2. R.Steiner: Considerazioni esoteriche su nessi karmici – Antroposofica, Milano 1985, vol. I, pp. 87 e 88;
  3. R.Steiner: Antroposofia-Psicosofia-Pneumatosofia – Antroposofica, Milano 1991, p. 169;
  4. R.Steiner: Antroposofia-Psicosofia-Pneumatosofia – Religio, Roma 1939, p. 83;
  5. R.Steiner: Azione e impulsi delle Potenze spirituali sulla scena del mondo – Antroposofica, Milano 2010, p. 55;
  6. cfr. M.Scaligero: La luce. Introduzione all’immaginazione creatrice – Tilopa, Roma 1964;
  7. G.De Ruggiero: Sommario di Storia della filosofia – Laterza, Bari, 1931, p. 310;
  8. R.Steiner: Cronaca dell’Akasha – Bocca, Milano 1953, pp. 15 e 16;
  9. P.Flores d’Arcais: L’individuo libertario – Einaudi, Torino 1999, p. 23;
  10. R.Steiner: Le basi conoscitive e i frutti dell’antroposofia – Antroposofica, Milano 1968, p. 75;
  11. A.Silesio: Il viandante cherubico – Bocca, Milano 1942, p. 18;
  12. cfr. Noterella 13 giugno 2009;
  13. cfr. Il cervello, la mente e l’anima, 12 dicembre 2001;
  14. cfr. Il Gatto e la Volpe, 18 luglio 2009;
  15. F.W.J.Schelling: Dell’Io come principio della filosofia – Cronopio, Napoli 1991, p. 24;
  16. S.Rihouët-Coroze: Rudolf Steiner. La vita e l’opera del fondatore dell’antroposofia – Convivio/Nardini, Firenze 1989, p. 114;
  17. F.W.J.Schelling: Lezioni monachesi sulla storia della filosofia moderna – Laterza, Roma-Bari 1996, p. 114;
  18. cfr. A.Dell’Asta: La creatività. A partire da Berdjaev – Jaca Book, Milano 1977;
  19. R.Steiner: Verità e scienza. Proemio di una filosofia della libertà in Saggi filosofici – Antroposofica, Milano 1974, p. 175;
  20. cfr. R.Steiner: Gerarchie spirituali – Antroposofica, Milano 1995;
  21. R.Steiner: Sapere terreno e conoscenza celeste – Antroposofica, Milano 2011, pp. 150-151;
  22. R.Steiner: Le basi conoscitive e i frutti dell’antroposofia, pp. 12-13.

 

 

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