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27 – MEMORIA E COSCIENZA MORALE – MASSIME 174-176

Memoria e coscienza morale – Massime 174-176

Commento di Lucio Russo


 

Cominciamo subito a leggere questa lettera, intitolata: Memoria e coscienza morale (22 marzo 1925).

 

 

Nello stato di sonno l’uomo è abbandonato al cosmo.

Egli porta incontro al cosmo ciò che, nel discendere dal mondo spirituale-animico entro il mondo terrestre,

egli ha in sé come risultato delle sue vite terrene precedenti.

Durante la veglia l’uomo sottrae al cosmo questo contenuto del suo essere umano” (p. 207).

 

 

• L’abbandonarsi al cosmo è un’esalazione; il sottrarsi al cosmo è un’inalazione.

• Esalando l’Io e il corpo astrale, torniamo al cosmo;

• nel risvegliarci, inalando l’Io e il corpo astrale, ci separiamo dal cosmo.

(Scrive Goethe [dal Canto degli spiriti sull’acque]: “L’anima dell’uomo è simile all’acqua: / viene dal cielo, / risale al cielo, / a terra di nuovo / ridiscende, / in eterna vicenda” [1].)

 

 

In questo ritmo, tra l’abbandonarsi al cosmo ed il sottrarsi ad esso, scorre la vita fra nascita e morte” (p. 207).

 

 

Perché ci è impossibile stare sempre svegli senza compromettere la nostra salute?

Perché dobbiamo, sì, vivere sulla Terra per portare avanti la nostra evoluzione (ch’è un’evoluzione della Terra stessa e di tutti gli esseri che la popolano), ma per poterlo fare ci è indispensabile tornare ogni notte a riprendere le forze necessarie nel mondo dello spirito dal quale veniamo e nel quale torneremo dopo la morte.

 

 

Il sottrarsi al cosmo è in pari tempo un assorbire l’essere spirituale-animico dell’uomo

da parte dell’organizzazione nervo-sensoria.

Ai processi fisici e vitali di questa organizzazione, durante la veglia,

si unisce la parte spirituale-animica dell’uomo, per cooperare insieme in modo unitario.

In questa azione sono contenuti: la percezione dei sensi, la formazione delle immagini della memoria e la vita della fantasia.

Tali attività sono legate al corpo fisico. Le rappresentazioni, l’esperienza del pensare in cui l’uomo diviene cosciente

di ciò che si svolge semicoscientemente nella percezione, nella fantasia e nella memoria,

sono legate all’organizzazione del pensare” (p. 207).

 

 

E’ l’apparato neuro-sensoriale a inalare l’Io e il corpo astrale, rendendo così possibile l’ordinario stato di veglia.

Non si dice appunto, di chi sviene, che ha “perso i sensi”, e, di chi rinviene, che ha “ripreso i sensi”?

Durante la veglia, l’Io e il corpo astrale sono uniti alla parte eterico-fisica del sistema neuro-sensoriale e la utilizzano,

come dice Steiner, per “la percezione dei sensi, la formazione delle immagini della memoria e la vita della fantasia”.

“Percezione dei sensi” sta qui per “immagine percettiva”.

 

Afferma Scaligero, l’ho già ricordato: il “percepire” è inconscio; il “percepito” è conscio.

E’ al termine dell’inconscio processo percettivo (“di ciò che si svolge semicoscientemente nella percezione”)

che si dà infatti la cosciente immagine percettiva (nonché la cosciente rappresentazione).

Che poi l’Io e il corpo astrale utilizzino il corpo eterico-fisico per “la formazione delle immagini della memoria”

non ci sorprende, giacché abbiamo visto che una cosa è il “ricordo in sé”, ossia il ricordo che vive nel corpo eterico,

altra l’immagine mnemonica che sorge quando il “ricordo in sé” si rispecchia nel corpo fisico.

 

Per quanto riguarda infine la “vita della fantasia”, dobbiamo pensare a tutte quelle rielaborazioni e combinazioni

delle immagini mnemoniche (o delle rappresentazioni) che abbiamo chiamato “immaginazioni soggettive”.

Il frutto della coscienza immaginativa è infatti una “fantasia oggettiva” (“esatta”, dice Goethe),

per mezzo della quale si accede alla vita soprasensibile della realtà,

mentre quello dell’ordinaria fantasia è un’“immaginazione soggettiva”, per mezzo della quale si accede all’arte

(così come la conosciamo), oppure, come ben sanno gli psicologi, alla vita psichica e subcosciente del soggetto.

 

Dice Steiner: • “Le rappresentazioni, l’esperienza del pensare in cui l’uomo diviene cosciente di ciò che si svolge semicoscientemente nella percezione, nella fantasia e nella memoria, sono legate all’organizzazione del pensare”.

• E’ solo in virtù di questa “organizzazione” che possiamo infatti rappresentarci, come abbiamo appena detto,

i percetti, i “ricordi in sé” e quanto ci viene suggerito dalla fantasia.

 

Approfitto per ricordare:

• “Come il corpo fisico si disgrega quando non lo tiene assieme il corpo eterico,

• come il corpo eterico cade nell’incoscienza quando non lo illumina il corpo astrale,

• così il corpo astrale dovrebbe lasciar cadere il passato continuamente nell’oblio,

se l’“io” non portasse in salvo tale passato per il presente.

L’oblio per il corpo astrale equivale alla morte per il corpo fisico e al sonno per il corpo eterico.

Si può anche dire: del corpo eterico è propria la vita, del corpo astrale la coscienza, dell’io il ricordo” [2].)

 

 

Nell’organizzazione del pensare propriamente detta

vi è anche la sfera per mezzo della quale l’uomo sperimenta la sua autocoscienza” (p. 207).

 

 

Tra le rappresentazioni che ci facciamo, c’è anche quella dell’Io. Dice a questo proposito Steiner:

“Mentre tutte le altre rappresentazioni che si riferiscono allo spazio fisico e alla vita nello spazio fisico vengono accolte dal corpo fisico, e precisamente per mezzo degli organi di senso, la coscienza dell’io sorge in genere perché l’io riempie il corpo eterico e si specchia per così dire nelle sue pareti interne. L’essenza della coscienza dell’io è il riflettersi del corpo eterico verso l’interno” (3).

 

La coscienza immaginativa dell’Io (quale Io vivente) dipende dunque dallo specchio eterico

(da uno specchio, delimitato dal corpo fisico, in cui l’Io si riflette, per così dire, dall’“interno”),

• mentre l’ordinaria coscienza rappresentativa dell’Io (quale ego)

dipende dallo specchio fisico (dall’apparato neuro-sensoriale).

• E’ per questa ragione che molti odierni psicologi parlano di un “Io corporeo”: cioè di un Io che si rappresentano,

al pari di tutto ciò che si trova e vive “nello spazio fisico” (e che si riflette dall’“esterno”), come corpo fisico.

 

 

L’organizzazione del pensare è un’organizzazione stellare. Se essa si esplicasse unicamente come tale, l’uomo non porterebbe in sé un’autocoscienza, ma una coscienza divina. L’organizzazione del pensare è però un’organizzazione stellare, estratta dal cosmo stellare e trasportata nelle vicende terrestri. Sperimentando il mondo stellare nell’àmbito terrestre, l’uomo diventa un essere autocosciente.

Qui abbiamo dunque dinanzi a noi il campo della vita umana interiore in cui il mondo divino-spirituale collegato all’uomo lascia andare l’uomo stesso, affinché egli possa divenirvi uomo nel pieno significato della parola.

Ma nella sfera immediatamente sottostante all’organizzazione del pensare, là dove la percezione dei sensi, la fantasia e la formazione dei ricordi si compiono, là il mondo divino-spirituale convive nella vita umana. Si può dire che nel dispiegarsi della memoria il divino-spirituale vive nello stato di veglia dell’uomo. Le altre due attività: percezione sensoria e fantasia, sono infatti soltanto modificazioni della formazione delle immagini mnemoniche. Nella percezione dei sensi la formazione del contenuto della memoria è alla sua origine; nel contenuto della fantasia risplende nell’anima quanto di tale contenuto si conserva nell’esistenza animica” (pp. 207-208).

 

 

Di che cosa abbiamo coscienza grazie alla testa (all’ordinaria “organizzazione del pensare”)?

Lo abbiamo detto e ripetuto: di ciò che abbiamo percepito, di ciò che vive nella memoria e nella fantasia, e dell’Io.

• Una cosa, però, è l’essenza di ciò che abbiamo percepito, di ciò che vive nella memoria e nella fantasia, e dell’Io,

• altra la coscienza che normalmente ne abbiamo

(in forma di rappresentazione, d’immagine mnemonica, d’immaginazione soggettiva e di ego).

 

Dice Steiner: • “Ma nella sfera immediatamente sottostante all’organizzazione del pensare, là dove la percezione dei sensi, la fantasia e la formazione dei ricordi si compiono, là il mondo divino-spirituale convive nella vita umana”.

Qual è questa “sfera immediatamente sottostante”? E’ la vivente sfera del sentire-volere.

Nella sfera del pensare riflesso siamo coscienti, mentre nella sfera (sottostante) del sentire sogniamo e in quella (ancora più sottostante) del volere dormiamo.

Come passare, dunque, dalla sfera del pensare riflesso a quelle viventi del sentire e del volere?

Abbiamo detto, una sera (lettera 7 dicembre 1924), che, per scendere, bisogna salire. Ebbene, Jung sostiene esattamente il contrario: che per salire bisogna scendere (“la discesa nel profondo precede sempre l’ascesa”).

• Un “teologo – scrive – sognò di vedere in vetta a un monte una specie di castello del Gral. Si avviò per una strada che sembrava condurre proprio ai piedi della montagna e all’inizio della salita. Ma quando fu più vicino, scoprì con sua grande delusione che un abisso lo separava dal monte, un burrone tetro e profondo nel quale gorgogliava un’acqua d’averno. Un sentiero ripido conduceva sul fondo e si riarrampicava faticosamente su per l’altro fianco. Ma la prospettiva non era invitante, e il teologo si svegliò.

Anche qui, al sognatore che tende a una più luminosa altezza si oppone la necessità di sprofondare prima in un baratro oscuro: questa si dimostra condizione indispensabile per un’ulteriore salita. Nel baratro si cela un pericolo: l’uomo prudente lo evita ma, così facendo, si lascia anche sfuggire il bene che un rischio, assunto con coraggio seppure imprudentemente, potrebbe conseguire” (4).

 

• “Condizione indispensabile” per ascendere sarebbe dunque lo “sprofondare prima in un baratro oscuro”: il che significherebbe, in altri termini, che il pensare e la coscienza, per ascendere, dovrebbero prima “sprofondare” nel baratro subcosciente del sentire e in quello incosciente del volere (karmicamente determinati).

Ma non è così (come credono quanti, essendo animati da uno spirito pagano o paganeggiante, ignorano il piccolo “Guardiano della soglia”), giacché “condizione indispensabile” per ascendere non è lo “sprofondare prima in un baratro oscuro”, bensì prendere coraggiosamente coscienza del fatto che, a causa della “caduta” o del cosiddetto “peccato originale”, siamo già sprofondati in un baratro, e che il problema o il compito è piuttosto quello di riuscire a venirne fuori (in grazia della forza del Logos che inabita l’Io).

Afferma chiaro e tondo Hillman: • “La sensazione che si debba essere redenti io non l’avverto. Non sento bisogno di redenzione, perché non sento di essere nato nella colpa” [5],

e Umberto Galimberti, replicando a Vito Mancuso che scrive: “Il cristiano sa che per la sua fede è assolutamente irrinunciabile la convinzione che in nessun altro nome sotto il cielo c’è salvezza se non nel nome di Gesù”,

così dice: “ Se avessi fede potrei convenire (a parte il concetto di “salvezza”, perché non vedo da che cosa mi devo salvare) nel nome di Gesù” [6].

 

A tal fine (cioè al fine di rendere felix tale culpa), dobbiamo educare e sviluppare il pensare, così che trovi in se stesso la forza necessaria a fronteggiare, in un primo tempo, quella dell’ordinario sentire (autoreferenziale) e, in un secondo tempo, quella dell’ordinario volere (del bramare).

Scendere invece, come vorrebbe Jung, con il pensare astratto e con la coscienza ordinaria nelle viventi sfere del sentire e del volere significherebbe scendere, inermi, nella “fossa dei leoni”.

 

Ripensiamo alla matematica: perché “non è un’opinione”? Non lo è proprio perché sta fuori di tale fossa. Standone fuori, sta però fuori anche della vita (ricordate queste parole di Goethe? “La matematica non può eliminare un pregiudizio, non può mitigare la testardaggine, calmare la faziosità, non può far nulla in campo etico”).

Ma che cosa potrebbe fare allora? Potrebbe sfruttare il suo stato limbico per apprendere l’arte di domare i leoni e poter così tornare, come il profeta Daniele, alla vita. E che cosa fa, invece? Riscende nella fossa, astratta e inerme com’è, finendo così, come dimostra la moderna “psicologia del profondo”, con l’essere sbranata.

 

Sapete che cosa diceva uno yoghi di cui non ricordo il nome? “Se fossi fuoco, il fuoco non mi brucerebbe”.

Aveva ragione: solo un pensiero di fuoco (le “lingue di fuoco” della Pentecoste) potrebbe infatti penetrare nella sfera delle emozioni e degli istinti senza rimanere incenerito.

Lo ripeto: occorre che il pensiero trovi in se stesso la vita e la forza che hanno solitamente i sentimenti e gli impulsi della volontà, se vuole davvero penetrare nella loro sfera per trasformarli (nobilitarli).

 

Dice Steiner:

“Nel contenuto della fantasia risplende nell’anima quanto di tale contenuto si conserva nell’esistenza animica”.

Si tratta del contenuto della memoria.

“Nella percezione dei sensi – spiega infatti – la formazione del contenuto della memoria è alla sua origine”.

La fantasia giostra dunque i contenuti dalla memoria: il che conferma che si tratta di un’“immaginazione soggettiva”,

in quanto il bagaglio della memoria è soggettivo o personale.

 

 

Lo stato di sonno trasporta nella sfera cosmica lo spirituale-animico dell’uomo.

Nel sonno l’attività del suo corpo astrale e del suo io si immerge nel cosmo divino-spirituale.

L’uomo non è soltanto al di fuori del mondo fisico, ma anche al di fuori del mondo stellare.

È invece in seno agli esseri divino-spirituali da cui ha origine la sua esistenza” (p. 208).

 

 

“L’uomo – dice Steiner – non è soltanto al di fuori del mondo fisico, ma anche al di fuori del mondo stellare”.

E che c’è “al di fuori” (o al di là) del mondo stellare dei pensieri (dei logoi)?

C’è il Logos, quale fondamento (ontologico) della moralità.

 

 

Nel momento presente dell’evoluzione cosmica queste entità divino-spirituali operano in modo da imprimere,

durante lo stato di sonno, il contenuto morale del mondo nel corpo astrale e nell’io” (p. 208).

 

 

Il contenuto morale del mondo, impresso, durante il sonno (senza sogni), dalle entità divino-spirituali nel corpo astrale e nell’Io, può trasparire nei sogni. Ma per decifrarlo e comprenderlo, lo abbiamo detto, occorre un certo sviluppo della coscienza immaginativa e di quella ispirata.

Tutti dunque affrontiamo, ogni notte, il “momento della verità” (su noi stessi), quale espressione della moralità vivente, e non di quella codificata.

 

 

Ogni processo cosmico nell’uomo dormiente è un reale processo morale,

non già un processo che possa anche lontanamente venir detto simile all’attività della natura” (p. 208).

 

 

Ho già richiamato l’attenzione sul fatto che nel Pater Noster formulato da Steiner è detto:

• “La Tua volontà sia da noi attuata quale Tu l’hai posta nella nostra intima essenza”.

Se attuassimo la nostra “intima essenza”, vale a dire il nostro vero Io,

attueremmo dunque la volontà di Dio, e saremmo per ciò stesso morali.

Infatti • “Dio non vuole ciò ch’è giusto, ma è giusto ciò che Dio vuole”.

 

Volendo domandarci: “che cosa vuole Dio da me?”, e sapendo che la volontà di Dio è posta nel nostro vero Io, dovremmo quindi domandarci: “Che cosa voglio Io da me?” (“Che cosa vuole l’Io dall’ego?”).

Va detto, però, che si tratta di una domanda che sarebbe meglio non porsi, se non si è pienamente coscienti della differenza tra l’ego e l’Io spirituale. Questo vuole infatti, consapevolmente, ciò che vuole Dio (il Logos che lo inabita), mentre quello vuole, inconsapevolmente, ciò che vogliono gli ostacolatori.

 

Dice Hillman: • “In terapia il problema non è come sono diventato così, ma cosa vuole da me il mio angelo” (7).

Lo dice perché sa che gli Angeli esistono? C’è da dubitarne, poiché in tal caso non militerebbe, come invece fa (tessendo le lodi di Guglielmo di Ockham), nel partito dei nominalisti. E perché allora lo fa? Soltanto perché un’affermazione del genere è bella, suggestiva, provocatoria o quant’altro.

Non lo dice, insomma, per amore della verità o di quella bellezza che fa da trait-d’union tra la verità e la moralità, ma per mero estetismo o ludismo (“Ma dove andare – scrive appunto – per giocare con le idee?”) (8).

 

Ricordate quel passo (massima 13 e lettera 12 ottobre 1924) in cui Steiner spiega che salendo dalla coscienza immaginativa a quella ispirata, il vasto sentimento “di gioia” (la Mater gaudiosa) provato grazie all’immaginazione si trasforma in “un dolore animico altrettanto vasto” (nella Mater dolorosa), poiché si avverte, sia la sofferenza “che sta a base dell’intera esistenza del mondo”, sia quella “dell’isolamento”? Ebbene, è soltanto a questo punto (cioè al di là della soglia) che si sperimenta in modo vivo la responsabilità morale, e viene perciò meno ogni tentazione più o meno ludica.

 

 

L’uomo trasporta dallo stato di sonno a quello di veglia questo processo, con i suoi effetti postumi.

Tali effetti permangono allo stato di sonno, poiché l’uomo è sveglio solamente nella vita che è rivolta alla sfera del pensiero.

Quello che avviene propriamente nella sfera della sua volontà, anche durante la veglia,

è ravvolto in un’ottusità pari a quella nella quale è immersa tutta la vita animica durante il sonno.

Ma nella vita volitiva dormiente il divino-spirituale continua ad operare durante lo stato di veglia.

L’uomo è moralmente tanto buono o tanto cattivo,

quanto può esserlo a seconda della vicinanza che nel sonno egli ha con gli esseri divino-spirituali.

E se ne avvicina più o meno a seconda di come moralmente sono state le sue vite terrene precedenti” (pp. 208-209).

 

 

Le entità divino-spirituali che incontriamo durante lo stato di sonno, quando l’Io e il corpo astrale sono separati dal corpo eterico e dal corpo fisico, operano anche durante lo stato di veglia, nella sfera incosciente della volontà.

Dice Steiner: • “L’uomo è moralmente tanto buono o tanto cattivo, quanto può esserlo a seconda della vicinanza che nel sonno egli ha con gli esseri divino-spirituali”.

In breve: “Dimmi con chi vai, e ti dirò chi sei”.

 

Dal momento che i pensieri sono esseri divino-spirituali, coltivare cattivi pensieri è come coltivare cattive amicizie: è una questione di affinità. Se non ci rendiamo degni di avvicinare le entità positive, ci si avvicinano quelle negative.

Anche gli esseri divino-spirituali hanno un loro habitat: ci sono ambienti “psichici” che favoriscono l’attecchimento di quelli negativi, e ambienti “animici” che li tengono viceversa lontani.

Dovremmo dunque aver cura della nostra anima, così che le entità positive possano trovarvisi a loro agio e quelle negative a disagio. Insomma, più trascuriamo il corpo astrale e più questo attira i parassiti; più lo curiamo (mediante lo studio e la disciplina interiore) e più questo attira gli Angeli.

 

E’ anche questo lo scopo della catarsi o della purificazione del corpo astrale descritta nell’Iniziazione.

Rileggiamo:• “L’uomo è moralmente tanto buono o tanto cattivo, quanto può esserlo a seconda della vicinanza che nel sonno egli ha con gli esseri divino-spirituali”.

Non facciamoci però ingannare dai sogni, perché può anche darsi che un santo ne abbia di brutti e un malvivente di belli.

Dal momento, tuttavia, che Dio “rimprovera – come afferma la Bibbia – quello che ama” (Pro 3,12), un malvivente che avesse bei sogni e dormisse sonni tranquilli dovrebbe preoccuparsi più di quanti, santi o meno, hanno invece degli incubi.

 

 

Dalle profondità dell’essere animico sveglio risuona ciò che durante il sonno, in comunione con il mondo divino-spirituale,

si è potuto innestare nell’essere animico stesso.

Ciò che così risuona dal profondo è la voce della coscienza” (p. 209).

 

 

Ripensiamo, ancora una volta, ai primi versi dell’inno dantesco alla Vergine: “Vergine madre, figlia del tuo figlio, / umile e alta più che creatura, / termine fisso d’etterno consiglio / …”.

• “Termine fisso d’etterno consiglio”: è questa la vera “voce della coscienza” (la vera ispirazione).

 

Ricordate che cosa dissi quando studiammo La filosofia della libertà? Dissi, rifacendomi al titolo di una commedia di Eduardo, che la voce della coscienza è una voce “di dentro”, ma che non tutte le voci “di dentro” sono voci della coscienza.

• “Di dentro”, infatti, parla Ave (Maria), la voce della coscienza (della “gloriosa donna de la mente”), ma “di dentro” parla anche Eva, la voce dell’incoscienza (“Non c’è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui, possa contaminarlo; sono invece le cose che escono dall’uomo a contaminarlo” – Mc 7,15). A noi il compito d’imparare a distinguere l’una dall’altra, con l’aiuto di Michele.

Non dimentichiamolo mai:

• nessuno può andare al Padre, se non attraverso il Figlio;

• nessuno può andare al Figlio, se non attraverso lo Spirito Santo;

• nessuno può andare allo Spirito Santo, se non attraverso la Vergine-Sophia;

• nessuno può andare alla Vergine-Sophia, se non attraverso Michele.

 

 

Si mostra così come il processo, che la concezione materialistica del mondo inclina a spiegare soltanto dal lato naturale,

risulta invece un fenomeno morale alla luce della conoscenza dello spirito.

Nella memoria opera in modo immediato nell’uomo sveglio l’essere divino-spirituale;

nella coscienza morale quell’essere medesimo opera nell’uomo sveglio in modo mediato, cioè quale effetto postumo.

La formazione della memoria avviene nell’organizzazione nervo-sensoria;

la formazione della coscienza morale si svolge come processo puramente animico-spirituale,

ma nell’organizzazione del ricambio e delle membra” (p. 209).

 

 

Abbiamo visto che

• una cosa è la forza della memoria (quale “facoltà”),

• altra il contenuto della memoria (il “ricordo in sé”),

• e altra ancora la forma della memoria (l’immagine mnemonica).

 

• Nella “forza” della memoria dell’uomo sveglio è attivo, in modo immediato, l’essere divino-spirituale,

• mentre nella “formazione della memoria”, cioè nella formazione dell’immagine mnemonica (lett. 22.02.1925),

è attiva, in modo mediato, l’organizzazione neuro-sensoriale.

 

Dice Steiner: • “Nella coscienza morale quell’essere medesimo opera nell’uomo sveglio in modo mediato,

cioè quale effetto postumo”.

Perché “postumo”? Perché il tipo o il grado di coscienza che abbiamo di quell’essere

è frutto delle nostre precedenti vite terrene (del nostro karma).

• “Nello stato di sonno – abbiamo infatti letto all’inizio di questa lettera – l’uomo è abbandonato al cosmo. Egli porta incontro al cosmo ciò che, nel discendere dal mondo spirituale-animico entro il mondo terrestre, egli ha in sé come risultato delle sue vite terrene precedenti”.

 

Ho detto, poco fa, che la voce della coscienza è una voce “di dentro”, ma che non essendo tutte le voci “di dentro” voci della coscienza, abbiamo il compito d’imparare a distinguerle.

Poiché tanto la voce della coscienza quanto quelle dell’incoscienza provengono dall’inconscio, abbiamo bisogno di una scienza che ci permetta di discernere gli spiriti, evitandoci così di prendere fischi per fiaschi: di scambiare, cioè, le forze negative per quelle positive, e viceversa.

Solo un pensiero e una coscienza capaci di mantenersi desti allorché varchiamo la soglia che divide la veglia (il conscio) dal sonno (dall’inconscio) possono evitarci di correre tale rischio.

 

Abbiamo detto e ridetto che la matematica, in quanto astratta, non ha alcun peso o spessore morale. Pensate, ad esempio, alla tavola pitagorica: è un capolavoro di chiarezza, d’ordine e di armonia (“La matematica può darci almeno un’idea di quel sentimento di superba chiarezza, di luminoso nitore, ch’è possibile trarre dal mondo concettuale”) (9). Nelle sfere del sentire e del volere non regnano però chiarezza, ordine e armonia, bensì oscurità, disordine e contrasti.

Al di là del confine che divide la sfera neuro-sensoriale dalla sfera ritmica e da quella metabolica possiamo perciò confondere il bene col male.

 

Come imparare dunque a distinguerli? Lo abbiamo detto: seguendo la via della conoscenza e risalendo così, grado a grado, quella “scala santa” che porta, attraverso Michele, alla Vergine-Sophia, poi allo Spirito Santo, poi ancora al Figlio e infine al Padre.

Solo lo Spirito Santo può permetterci infatti di distinguere, nella sfera del sentire, ciò che proviene dal Figlio da ciò che proviene da Lucifero, e solo il Figlio può permetterci di distinguere, nella sfera del volere, ciò che proviene dal Padre da ciò che proviene da Arimane.

 

Domanda: Non ti sembra che l’odierna e incessante esortazione a “essere noi stessi”, rivoltaci perfino dalla pubblicità, risulti, in questa luce, grottesca?

Risposta: Nel caso della pubblicità, avresti potuto anche dire “infera”, giacché ci esorta a comprare una cosa piuttosto che un’altra, per “essere” mediante l’“avere” (“Io valgo!”).

 

Fatto si è che •  l’Io c’è e opera.

Quella che non c’è e non opera è invece la coscienza dell’Io.

• Dobbiamo dunque partire dall’ordinaria coscienza dell’Io quale “ego”

• per arrivare, passo dopo passo, alla coscienza dell’Io quale “Io o Sé spirituale”.

 

Tieni presente, peraltro, che più si sviluppa l’autocoscienza, più si diventa consapevoli e partecipi della realtà e dell’attività dell’Io, e meno si ha voglia di chiacchierare o discutere (scrive Paolo: “Accogliete colui che è ancora debole nella fede, e non discutete sulle opinioni” – Rm 14,1).

Te lo dico perché oggi, trovandoci quasi sempre alle prese con un intellettualismo che ama perversamente e sterilmente argomentare, ma non concludere (tant’è che discetta di tutto, ma non è persuaso di niente), dobbiamo non solo aprirci il varco in un’intricata foresta di menzogne, d’inganni e di illusioni, ma anche imparare a badare non tanto ai pensieri che vengono espressi, quanto piuttosto a ciò che si manifesta attraverso quei pensieri.

(A chi ritenesse eccessivo parlare dell’intellettualismo come di una “perversione” dell’intelletto, consiglierei di leggere un breve saggio di Franz von Baader [1765-1841], intitolato: Sull’analogia dell’istinto di conoscere e dell’istinto di generare [10].)

 

Dostoevskij ha detto, come sai: • “Se Dio non esiste, tutto è permesso”.

Se Dio non esiste, se non esistono, cioè, la verità, la bellezza e la moralità, tutto in effetti è permesso, perché tutto è allora vero, bello e buono. Ma se Dio esiste, se esistono, cioè, la verità, la bellezza e il bene, non tutto è permesso, e si è chiamati allora a cercare la verità per riconoscere il falso, il bello per riconoscere il brutto e il bene per riconoscere il male (“essendo il tentatore illusione e inganno, dai quali Tu ci liberi grazie alla luce della conoscenza di Te”).

Tieni conto, infine, che l’intellettualismo si emancipa dalla moralità legata alla legge o alla tradizione (propria dell’intelletto), ma, non approdando a una nuova e più alta moralità, cade nel baratro del relativismo, dell’indifferenza o del vuoto morale.

Ascolta, a proposito dell’amare “l’argomentare, ma non il concludere”, questa favola di Esopo:

• “Un cacciatore, che seguiva la pista di un leone, chiese a un taglialegna se ne avesse visto le tracce e se ne conoscesse la tana. “Posso mostrarti addirittura il leone in persona!” rispose l’interpellato. Ma il cacciatore, pallido per la paura e battendo i denti, ribatté: “Sto cercando solo la traccia, io, mica il leone!” (11).

 

Domanda: Il sogno è voce della coscienza morale?

Risposta: Spesso, sì. In un capitolo di Metamorfosi della vita dell’anima (12), Steiner spiega che l’uomo, un tempo, sperimentava la coscienza morale in modo esteriore, e non, come noi, in modo interiore. Ad esempio, quella che un tempo era l’esperienza esteriore delle Erinni o delle Furie si è trasformata, per noi, nell’esperienza interiore del rimorso.

 

• E’ quando l’esperienza della realtà spirituale si fa interiore che nasce la voce della coscienza.

• Quella che si fa sentire nel sogno è la voce della coscienza degli Dèi,

• mentre quella che si fa sentire nella veglia è la voce della nostra coscienza.

Come l’uomo, dunque, “è moralmente tanto buono o tanto cattivo, quanto può esserlo a seconda della vicinanza che nel sonno egli ha con gli esseri divino-spirituali”, così la voce della nostra coscienza è moralmente tanto buona o tanto cattiva, a seconda del grado di sintonia in cui sta con quella degli Dèi.

 

 

Fra le due sta l’organizzazione ritmica. Essa, nella sua attività, è sviluppata verso due lati, polarmente opposti.

Come ritmo del respiro è in intima relazione con la percezione dei sensi e col pensare.

Nel respiro dei polmoni il processo è allo stadio più grossolano;

ma si affina e, come respiro così affinato, diventa percezione sensoria e pensiero.

La percezione dei sensi è ancora vicinissima al respiro, ma è un respiro attraverso gli organi dei sensi, non attraverso i polmoni.

Già più lontano dalla respirazione polmonare e sorretto dall’organizzazione del pensiero, è il rappresentare, il pensare;

ciò che già confina col ritmo della circolazione sanguigna e che è già un respirare interiore,

collegato con l’organizzazione delle membra e del ricambio, si manifesta nell’attività della fantasia.

Questa attività giunge animicamente alla sfera della volontà,

come il ritmo della circolazione giunge all’organizzazione del ricambio e delle membra.

Nell’attività della fantasia l’organizzazione del pensiero tende ad accostarsi all’organizzazione della volontà.

È un immergersi dell’uomo nella sua sfera di volontà, dormiente durante lo stato di veglia” (pp. 209-210).

 

 

• Non dovremmo dimenticare che, parlando della sfera mediana o ritmica, parliamo di due ritmi:

del ritmo respiratorio e di quello cardiaco.

Pensate ai quattro temperamenti:

• il temperamento melanconico (terra) e quello collerico (fuoco) sono legati, rispettivamente,

alla sfera cefalica e a quella metabolica,

• mentre il temperamento sanguigno (aria) e quello flemmatico (acqua) sono appunto legati, nell’ordine,

al ritmo della respirazione e a quello della circolazione.

 

Ma c’è di più. Che cosa facciamo, in realtà, alimentandoci? Detto in soldoni: introduciamo nel nostro organismo parti del mondo esterno. E che cosa fa il nostro organismo? Prende subito a digerirle per assimilare (rendere simile a sé) ciò che va assimilato ed eliminare ciò che va eliminato.

Ebbene, quanto avviene sul piano metabolico avviene anche su quello respiratorio: anche qui, infatti, introduciamo nel nostro organismo l’aria esterna, assimilando, diciamo così, l’ossigeno ed eliminando l’anidride carbonica.

Ma non è tutto. Il medesimo processo si svolge anche a un terzo e superiore livello, ma se passando dal primo al secondo, ossia dal cibo all’aria, si è reso meno palpabile, qui giunge a spiritualizzarsi. Mediante la percezione sensibile penetra infatti in noi un contenuto (un’essenza) del mondo che, grazie al pensare, in parte assimiliamo, attraverso la memoria, e in parte invece eliminiamo, attraverso l’oblio.

 

Dice appunto Steiner (riferendosi al passaggio dal secondo al terzo livello): • “Nel respiro dei polmoni il processo è allo stadio più grossolano; ma si affina e, come respiro così affinato, diventa percezione sensoria e pensiero”.

• Alimentandoci, respirando e conoscendo

• entriamo dunque in rapporto col mondo, sia in modo materiale, sia in modo spirituale.

Quand’è dunque che il pensare perde ogni carattere matematico o algoritmico?

Quando varca i confini del sistema neurosensoriale, portandosi in quella sfera ritmico-circolatoria

che, a differenza di quella ritmico-respiratoria, è prossima al sistema del ricambio.

 

 

Nelle persone organizzate in questa maniera, i contenuti dell’anima appaiono perciò come sogni nello stato di veglia.

In Goethe viveva una siffatta organizzazione umana.

Di conseguenza egli diceva che Schiller gli doveva interpretare i suoi sogni poetici.

In Schiller era invece attiva l’altra organizzazione.

Egli viveva attingendo a ciò che aveva portato seco dalle sue vite terrene precedenti.

Doveva cercare il contenuto di fantasia adatto ad un forte volere” (p. 210).

 

 

Abbiamo visto che “nell’attività della fantasia l’organizzazione del pensiero tende ad accostarsi all’organizzazione della volontà”.

L’organizzazione del pensiero di Goethe tende infatti ad accostarsi alla volontà mediante l’attività ritmico-circolatoria, mentre l’organizzazione della volontà di Schiller tende ad accostarsi a quella del pensiero mediante l’attività ritmico-respiratoria, prossima al sistema neuro-sensoriale.

Parliamo, ovviamente, della “fantasia poetica”. Schiller, ad esempio, scrive Lettere sull’educazione estetica del genere umano (13) o Sulla poesia ingenua e sentimentale (14), mentre Goethe scrive il Faust (15) o la Favola (16).

 

Il volere di Schiller tende dunque al pensare, mentre il pensare di Goethe tende al volere. Nel primo, l’elemento di partenza è individuale (personale), in quanto risente, come detto, delle vite terrene precedenti o del karma, mentre nel secondo è universale (“Faust è bensì una singola figura, ma nessuno potrebbe immaginarsela creata in tanti esemplari quanti sono i personaggi di Shakespeare. L’Io che Goethe rappresenta nel suo Faust può essere messo dinanzi a noi un’unica volta. Se, accanto ad Amleto, Shakespeare poté creare tante altre figure: Lear, Otello, ecc., accanto al Faust si può bensì creare un Tasso o un’Ifigenia; ma essendo ben consapevoli della differenza che passa tra questi poemi. Faust non è Goethe; Faust, in sostanza, è ogni uomo”) (17).

 

Nel caso di Goethe, abbiamo pertanto a che fare con una “fantasia poetica”, mentre, in quello di Schiller, abbiamo a che fare, diciamo così, con una “fantasia filosofica”.

Anche la filosofia, in quanto espressione dell’anima razionale-affettiva (ossia di un’anima essenzialmente “estetica”), è infatti una “fantasia”.

Pensate ad esempio a Kant: attraverso la sua filosofia non si capisce forse meglio com’era fatto Kant che non com’è fatto il mondo? Oppure pensate a Croce e Gentile: il primo era un idealista erudito (“… essendo io diviso tra una curiosità da erudito e bibliofilo e un interesse filosofico”) (18); il secondo un idealista misticheggiante. Ebbene, non si ha forse, nel carattere dei loro diversi idealismi, un riflesso delle loro diverse nature?

La specie di filosofia che ciascuno si sceglie – diceva Fichte – dipende dalla specie di uomo che egli è (19).

 

 

Sugli uomini predisposti a tendere verso la sfera della fantasia,

in modo che la visione della realtà sensibile si muti per loro spontaneamente in immagini di fantasia,

conta la potenza arimanica nelle sue intenzioni universali.

Con l’aiuto di uomini siffatti essa ritiene di poter scindere totalmente dal passato l’evoluzione dell’umanità,

per condurla nella direzione da lei voluta” (p. 210).

 

 

Per meglio comprendere questo passo, domandiamoci: quale interesse hanno in comune Lucifero e Arimane?

E’ presto detto: quello di evitare che gli uomini, penetrando conoscitivamente la realtà sensibile, scoprano che la sua essenza è sovrasensibile.

A tal fine, operano però diversamente.

Dice Steiner: • “Con l’aiuto di uomini siffatti essa [la potenza arimanica] ritiene di poter scindere totalmente dal passato l’evoluzione dell’umanità, per condurla nella direzione da lei voluta”.

 

Ho ricordato, poco tempo fa (lettera 15 marzo 1925), L’apocalisse della modernità dello storico Emilio Gentile. In questo libro, si parla anche di Tommaso Marinetti (1876-1944), autore di quel “manifesto del futurismo” in cui si afferma, tra le altre cose, che “un automobile ruggente, che sembra correre sulla mitraglia, è più bella della Vittoria di Samotracia”.

Come si vede, l’elemento meccanico-arimanico può arrivare a esercitare, con la complicità di Lucifero, un forte potere di seduzione.

 

Arimane vorrebbe però cancellare il passato. Come mostra il libro di Gentile, tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento, molti credevano, ad esempio, che solo distruggendo il passato potesse venire alla luce l’“uomo nuovo”.

E che cosa è venuto invece fuori? Sono venuti fuori, l’ho già ricordato, la prima guerra mondiale, il comunismo, il fascismo, il nazismo e la seconda guerra mondiale.

Ma questa tremenda lezione della storia non sembra essere servita a capire che

l’“uomo nuovo” può venire alla luce cambiando, non le cose, ma il modo di pensare, sentire e volere le cose.

 

 

Su uomini che sono organizzati verso la sfera della volontà,

ma che per interiore amore verso una concezione ideale del mondo

configurarono energicamente la visione sensibile in immagini di fantasia, conta la potenza luciferica.

Mediante uomini siffatti essa vorrebbe trattenere completamente l’evoluzione dell’umanità negli impulsi del passato.

Essa potrebbe così impedire all’umanità di immergersi nella sfera in cui la potenza di Arimane deve venir superata” (p. 210).

 

 

Lucifero vorrebbe “impedire all’umanità di immergersi nella sfera in cui la potenza di Arimane deve venir superata”: vorrebbe cioè impedirle di immergersi nella sfera della modernità.

Ma quanti sanno che dire “modernità” significa dire “anima cosciente” e “scienza”? Emilio gentile, ad esempio, che intitola il suo libro: L’apocalisse della modernità, non lo sa, perché non sa, come tutti gli odierni storici, che la modernità è in primo luogo un fatto dell’anima.

Pensate, per fare un banale esempio, di portare un orologio che va indietro da un orologiaio che, conoscendone solo il quadrante, si limitasse a spostarne in avanti le lancette. Vi soddisferebbe? Non credo, perché la causa del difetto che si presenta sul quadrante non sta nel quadrante, ma nella cassa: cioè all’interno, e non all’esterno dell’orologio, così come stanno all’interno, e non all’esterno, dell’essere umano le vere cause degli avvenimenti storici.

Ci si potrebbe ad esempio chiedere: ma perché, tra la fine del diciannovesimo secolo e gli inizi del ventesimo, gran parte dell’umanità si era “messa in testa” che dovesse morire un mondo e nascerne un altro, o che dovesse morire un uomo (quello “borghese”) e nascerne un altro?

Mai si potrebbe rispondere a questo interrogativo se s’ignorasse che nel 1879 è cominciata la nuova reggenza di Michele, che nel 1899 è finita l’“era oscura” (il Kali Yuga) ed è cominciata una nuova rivelazione degli Spiriti della personalità (delle Archài).

 

Ascoltate: • “Una delle nozioni più essenziali per la conoscenza del nostro tempo è che l’umanità si trova in certo senso alle soglie di una nuova rivelazione. Si tratta della rivelazione che dovrà avvenire (e sotto certi riguardi sta già avvenendo) ad opera degli Spiriti della personalità. Essi, se così si vuol dire, stanno salendo al rango di creatori, mentre finora nel divenire dell’umanità abbiamo potuto considerare come creatori solo gli spiriti che nella Bibbia sono chiamati Elohim, e che noi chiamiamo Spiriti della forma (…) Dall’inizio del secolo ventesimo, e con più precisione dal 1899 noi uomini presenti nel mondo ci troviamo immersi in una nuova ondata di vita spirituale che si va effondendo nel complesso della vita dell’umanità” (20).

Va però ricordato che questa “nuova ondata di vita spirituale” (ribollente nell’inconscio) diviene creativa se la coscienza umana le va incontro munita di un nuovo e vivo pensare, mentre diviene distruttiva se le va incontro munita dei vecchi, consunti e morti pensieri (“Tutti i peccati di omissione del pensiero, penetrano nella luce come oscurità”) (21).

 

 

Nella vita terrena noi stiamo fra due poli opposti. Al di sopra sono disseminate le stelle.

Di là irradiano le forze collegate con tutto ciò che nell’esistenza terrena è regolare e calcolabile.

L’alternarsi regolare del giorno e della notte, delle stagioni dell’anno, i periodi universali più lunghi,

sono tutti riflessi terreni di processi stellari.

L’altro polo irradia dall’interno della terra. In esso vive l’irregolare.

Il vento e le intemperie, il tuono e il lampo, i terremoti e le eruzioni vulcaniche, tutti riflettono processi interiori della terra” (pp. 210-211).

 

 

Altrove, il primo di questi due poli viene detto, da Steiner, “astronomico”, il secondo “meteorologico”.

 

 

L’uomo è l’immagine di questa natura stellare-terrestre.

Nella sua organizzazione del pensiero vive l’ordine delle stelle;

nella sua organizzazione delle membra e della volontà vive il caos della terra.

Nell’organizzazione ritmica viene sperimentato in libero equilibrio l’essere umano terrestre” (p. 211).

 

 

L’essere umano terrestre vive dunque nella sfera in cui regna un libero e dinamico equilibrio tra l’astronomia e la meteorologia, tra il celeste e il terrestre, tra la regolarità e l’irregolarità.

Pensate di nuovo alla danza classica. E’ corpo, movimento e volontà, ma un corpo, un movimento e una volontà ai quali il pensiero conferisce eleganza, grazia e armonia.

Quando l’astronomia soffoca la meteorologia s’ingenera invece un “formalismo” rigido, se non addirittura “coatto” o “stereotipato”, così come ogni volta in cui la meteorologia soffoca l’astronomia s’ingenera un “de-formalismo” scomposto, se non addirittura “isterico” o “epilettoide”.

(Sentite, a proposito del movimento continuo o discreto, che cosa risponde la grande ballerina americana Cynthia Harvey, ora insegnante di danza, a una domanda relativa a ciò che cerca di dare ai suoi allievi: “Quello su cui cerco di lavorare è il passaggio che c’è tra un passo e l’altro, tra un movimento e l’altro. Vorrei trasferire l’idea di un flusso…” [22].)

 

Leggiamo adesso le massime.

Massime 174/175/176 (22 marzo 1925)

 

 

174 – “L’uomo è organizzato, quanto allo spirito e al corpo, da due lati. In primo luogo dal cosmo fisico-eterico.

Ciò che in questa organizzazione irradia da entità divino-spirituali nell’entità umana,

ci vive come forza della percezione, della facoltà mnemonica e dell’attività della fantasia”.

 

175 – “In secondo luogo l’uomo è organizzato da quanto proviene dalle sue vite terrene precedenti.

Questa organizzazione è del tutto spirituale-animica e vive nell’uomo attraverso il corpo astrale e l’io.

L’effetto delle entità divino-spirituali che penetrano in questa entità umana

risplende nell’uomo come voce della coscienza, con tutto ciò che le è affine”.

 

176 – “Nella sua organizzazione ritmica l’uomo ha il continuo collegamento

di entrambi i lati degli impulsi divino-spirituali.

Nell’esperienza del ritmo la forza della memoria è portata nell’essere della volontà,

e la potenza della coscienza morale nell’essere delle idee”.

 

 

Note:

  1. J.W.Goethe: Cento poesie – Einaudi, Torino 2011, p. 75;
  2. R.Steiner: La scienza occulta nelle sue linee generali – Antroposofica, Milano 1969, pp. 51-52;
  3. R.Steiner: Antroposofia-Psicosofia-Pneumatosofia – Antroposofica, Milano 1991, p. 177;
  4. C.G.Jung: La dimensione psichica – Boringhieri, Torino 1972, pp. 136-137;
  5. J.Hillman: Il piacere di pensare (conversazione con Silvia Ronchey) – Rizzoli, Milano 2001, p. 99;
  6. cfr. Amore e verità, 6 marzo 2005;
  7. J.Hillman-M.Ventura: 100 anni di psicoterapia e il mondo va sempre peggio – Garzanti, Milano 1993, p. 84;
  8. ibid., p. 164;
  9. R.Steiner: La posizione dell’antroposofia nei confronti della filosofia – Antroposofica, Milano 2012, p. 102;
  10. F.von Baader: Sull’analogia dell’istinto di conoscere e dell’istinto di generare in Filosofia erotica – Rusconi, Milano 1982;
  11. Esopo: Favole – Mondadori, Milano 1996, p. 101;
  12. cfr. R.Steiner: Metamorfosi della vita dell’anima – Tilopa, Roma 1984;
  13. cfr. F.Schiller: Lettere sull’educazione estetica dell’uomo – Armando, Roma 1971;
  14. cfr. F.Schiller: Sulla poesia ingenua e sentimentale – Mondadori, Milano 1995;
  15. cfr. J.W.Goethe: Faust – Einaudi, Torino 1967;
  16. cfr. J.W.Goethe: Favola – Adelphi, Milano 1995;
  17. R.Steiner: Metamorfosi della vita dell’anima, p. 157;
  18. C.Albanese: Un uomo di nome Benedetto – Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli 2001, p. 19;
  19. R.Steiner: Gli enigmi della Filosofia – Tilopa, Roma 1987, p. 16;
  20. R.Steiner: Come ritrovare il Cristo? – Antroposofica, Milano 1988, pp. 147-148; cfr. pure L’uomo da creatura a creatore, 1 marzo 2004;
  21. R.Steiner: Macrocosmo e microcosmo (O.O. 119) – Stampato in proprio, Verona 2012, p. 35;
  22. cfr. www.balletto.net/giornale.php?articolo=166.

 

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