5° INCONTRO – CONTINUA IL TERZO CAPITOLO

5° Incontro – Continua il terzo capitolo

Amor, che ne la mente mi ragiona.


 

Stasera, prima di riprendere l’esame del terzo capitolo, vorrei di nuovo richiamare la vostra attenzione sul fatto che Steiner parla di “osservazione” e “pensiero”, o di “percezione” e “pensiero”, ma c’invita al tempo stesso a considerare l’“osservare” e il “pensare”, o il “percepire” e il “pensare”: ci parla cioè di due “cose”, ma c’invita al contempo a considerare due “attività”.

L’uso del verbo, a differenza di quello del sostantivo, consente infatti di esprimere un’attività, un processo o un movimento. E la prima caratteristica de La filosofia della libertà è quella di prendere le mosse appunto da un verbo (dal pensare), e non da un sostantivo (da un pensato).

Chi conosce l’opera di Scaligero di certo ricorderà quanto spesso vi si trovi indicato il “movimento predialettico del pensiero”. Ma questo “movimento predialettico” altro non è che la vita stessa del pensiero: del pensiero, ossia, quale puro movimento, svolgimento o processo (eterico).

In effetti, il pensato (la rappresentazione) si forma dal pensare così come il “solido” si forma dal “liquido”: così come il ghiaccio, ad esempio, si forma dall’acqua. Cos’è infatti il ghiaccio? È acqua allo stato solido. E cos’è invece l’acqua? È ghiaccio allo stato liquido. Tra il ghiaccio e l’acqua sussiste dunque la stessa differenza di stato che sussiste tra il pensato e il pensare.

 

Potremmo anche dire, perciò, che

• La filosofia della libertà ha un fondamento “liquido” e non “solido”:

ovvero, che il suo “punto d’appoggio” (quello ricercato da Archimede per sollevare il mondo)

non è un punto “fermo” (o “solido”), bensì un punto “mobile” (o “liquido”).

Chi è abituato – come si dice – “ a stare con i piedi per terra”, e teme pertanto di “camminare sulle acque”,

non penetrerà mai nel cuore vivo e palpitante di quest’opera.

 

Abbiamo visto che Steiner, nel primo e nel secondo capitolo, ci ha presentato il dualismo nelle tradizionali forme concettuali di “spirito-materia”, “soggetto-oggetto” o “Io-non-Io”; egli c’invita però adesso a considerare che ciascuno di noi, per potersi rappresentare lo spirito, il soggetto o l’Io, deve necessariamente far ricorso alla medesima attività che gli consente di rappresentarsi la materia, l’oggetto o il non-Io. Tutte queste rappresentazioni scaturiscono infatti dall’unica attività del pensare.

Ma vediamo come si sviluppa il ragionamento. Qualsiasi sia la tesi che s’intende sostenere bisogna pensare. Immaginiamo, ad esempio, due persone che, essendo politicamente l’una di destra e l’altra di sinistra, stiano scontrandosi sul piano dialettico. Entrambe utilizzano la stessa forza del pensare, ma questa assume, nell’una, una forma e, nell’altra, quella opposta. Ancora una volta, il pensare si mostra dunque simile all’acqua che, gelando, assume la forma solida A, se versata nel recipiente A, e la forma solida B, se versata nel recipiente B. Ma quali sono, nel caso dei nostri due contendenti, i “recipienti”? Altro non sono che le loro diverse nature. I due muovendo solo sul piano del pensato o della natura, sperimentano infatti un reciproco contrasto, mentre, ove fossero capaci di portarsi sul piano del pensare o dello spirito, sperimenterebbero di avere anche qualcosa in comune.

 

 

“Non è qui ancora il caso di decidere

se l’elemento principale dell’evoluzione del mondo è il pensiero oppure qualche altra cosa;

ma che il filosofo non possa arrivare ad alcuna conoscenza senza il pensare,

questo è senz’altro chiaro fin d’ora” (p.32).

 

 

Il che vuol dire che il pensiero,

• fosse pure l’ultima cosa nel processo della creazione del mondo,

• è in ogni caso la prima nel processo della conoscenza del creato.

Se il solo pensare non ci consente infatti di percepire l’oggetto, il solo percepire non ci consente però di conoscerlo.

 

Se dunque è vero – com’è vero – che la scienza si fonda, galileianamente, sull’osservazione e sul pensiero,

si tratterà allora, per conoscere il pensiero, di cominciare a osservarlo.

Ma come si fa a osservare il pensiero?

 

Probabilmente ricorderete, a questo proposito, che Scaligero parla dell’esercizio della “concentrazione”

come del metodo sperimentale della scienza applicato al pensiero.

Al pari di un biologo che, per osservare e studiare un virus, deve cercare di “isolarlo”,

anche noi, per osservare e studiare il pensiero, dobbiamo cercare di “isolarlo”,

utilizzando dei procedimenti o delle tecniche interiori di carattere extra-ordinario.

 

 

“Mentre l’osservare oggetti e fenomeni e il pensare sopra di essi sono condizioni quotidiane

che riempiono la mia vita mentre si svolge,

l’osservare il mio pensare è una specie di condizione eccezionale” (p.33).

 

 

• Non si tratta infatti di osservare – come sempre – una realtà già data,

• bensì una realtà che, per poter essere osservata, ha bisogno di essere prima prodotta.

 

Se dunque, per osservare gli oggetti o i fenomeni che si danno ai sensi, basta stare con gli occhi aperti,

per osservare il pensare è necessario prima produrlo.

Il pensare non ci viene infatti incontro così come ci vengono incontro le cose,

siamo noi, semmai, a portarlo incontro alle cose.

 

Fatto si è che l’uomo non crea la natura, ma crea la conoscenza della natura.

E in tanto può creare la conoscenza della natura in quanto può creare il pensare.

Soltanto se questo ci è chiaro, ci sarà chiara allora la ragione per la quale

tale creazione o produzione del pensiero passa solitamente inosservata.

Non essendo possibile, infatti, fare contemporaneamente due cose diverse, il pensare o lo creiamo o l’osserviamo.

E non potendolo osservare nel momento stesso in cui lo creiamo, possiamo osservarlo solo dopo averlo creato.

 

 

“L’osservazione di una tavola, di un albero, comincia per me

non appena questi oggetti appaiono sull’orizzonte della mia esperienza;

ma il pensare sopra questi oggetti non lo osservo contemporaneamente.

Io osservo la tavola; il pensiero sulla tavola lo compio, ma non lo osservo nello stesso momento.

Bisogna che io mi trasferisca prima in un punto esterno alla mia propria attività

se, accanto alla tavola, voglio osservare anche il mio pensare sulla tavola” (p.33).

Qualcuno potrebbe però obiettare – aggiunge –

che “quando ho il sentimento del piacere, esso pure si accende a causa di un oggetto,

ed io osservo invero quest’oggetto, ma non il sentimento del piacere”.

Ma un’obiezione del genere – dice sempre Steiner – riposa sopra un errore.

Il piacere, infatti, “non ha affatto col suo oggetto

lo stesso rapporto che con esso ha il concetto formato dal pensare” (p.34).

 

 

Ciò viene confermato, a suo modo, dalla ricerca psicoanalitica. Freud distingue infatti la libido “narcisistica” da quella “oggettuale”. Ma cos’è la libido “narcisistica”? È un’energia psichica (“psicosessuale” dice Freud) che si consuma all’interno del soggetto e non ne fuoriesce, come fa invece quella “oggettuale”, per andare verso gli altri o verso il mondo.

Nel nostro contesto, la prima, che sarebbe più appropriato definire “intransitiva”, caratterizza il sentire, mentre la seconda, che sarebbe più appropriato definire “transitiva”, caratterizza tanto il pensare che il volere.

Con questa differenza, però:

• che il volere va materialmente verso il mondo, con la speranza di “averlo”,

• mentre il pensare va idealmente verso il mondo, con la speranza di “esserlo”.

 

C’è comunque da precisare che il pensare è “oggettuale” o “transitivo” soltanto quando è davvero “pensare”.

Ciò va detto perché, nella vita quotidiana, per il solo fatto di avere in testa dei pensieri crediamo di pensare. Non è così.

Il pensare non consiste infatti nell’avere dei pensieri, ma nel pensare i pensieri che si hanno.

E questo al fine di “possedere” davvero i pensieri e non esserne viceversa “posseduti”.

Potremmo anche dire, perciò, che il pensare è “transitivo” quando è davvero pensare

e che è pensare quando è davvero “transitivo”.

In effetti, la più pura espressione della “oggettualità” o della “transitività” del pensare

è quella della scienza applicata all’indagine della realtà inorganica.

 

È soprattutto a questa espressione che dobbiamo quindi pensare se vogliamo capire quanto dice qui Steiner:

 

 

“È caratteristico della speciale natura del pensare

il fatto che esso è un’attività che si rivolge solo all’oggetto osservato e non alla persona che pensa (…)

La peculiare natura del pensare consiste nel fatto che il pensante dimentica il pensare mentre lo compie.

Non è il pensare che occupa il pensante, ma l’oggetto osservato su cui pensa” (p.35).

 

 

Abbiamo dunque scoperto una specie di soglia,

• al di qua della quale si dà il pensato cosciente,

• e al di là della quale si dà il pensare incosciente.

Questo pensare incosciente non è però solo un atto dell’Io, ma è anche l’Io in atto.

 

• Mentre non possiamo dire perciò nostri – come vedremo meglio in seguito – né il percetto né il concetto,

• possiamo dire invece nostre tanto l’attività del percepire (che ci fornisce il primo)

quanto quella del pensare (che ci fornisce il secondo).

• Mentre il concetto appartiene dunque all’oggetto,    •  il pensare appartiene a noi.

 

Potremmo perciò dire che,

al mondo, se non ci fosse l’uomo, ci sarebbe, sì, il mondo, ma non la conoscenza del mondo.

Dobbiamo sforzarci di realizzare, infatti, che la conoscenza del mondo è un fenomeno del mondo:

un fenomeno per il prodursi del quale è però necessaria la presenza dell’uomo.

Ma torniamo al problema dell’osservare e del produrre.

 

 

“Due cose non sono conciliabili, una produzione attiva e una contrapposizione riflessiva” (p.36).

 

 

Ma la “produzione attiva” è precipua del “creare”, mentre la “contrapposizione riflessiva” è precipua del “conoscere”.

 • Si conosce infatti ciò che già esiste      • e si crea invece ciò che ancora non esiste.

Provate a immaginare un pittore che interrompa per un attimo il proprio lavoro e, indietreggiando di qualche passo, si dia a riflettere su quanto ha dipinto. Ebbene, non vi sembra significativo che, per poter riflettere, abbia dovuto prima interrompere la propria “produzione attiva” e poi “contrapporre” sé stesso al “prodotto”, prendendone concretamente distanza? Non è questa una riprova che

 • ci troviamo, creando, all’ i n t e r n o   del produrre,      • e, conoscendo, all’ e s t e r n o   del prodotto?

 

Abbiamo detto poco fa che possiamo dire “nostre” tanto l’attività del pensare quanto quella del percepire.

Perché prendiamo allora le mosse dalla prima e non dalla seconda?

Per la semplice ragione che è la prima a qualificare o determinare i dati forniti dalla seconda

e a farsi perciò garante del nostro ordinario stato di veglia.

 

Tuttavia, allorchè decidiamo di osservare tale attività (il pensare), e non solo i suoi prodotti (i pensati),

avvertiamo subito la necessità di renderci ancora più vigili o coscienti.

Non appena scendiamo infatti al di sotto del normale livello di veglia (di “tensione psicologica”, direbbe Janet),

entriamo, sì, nel mondo spirituale, ma entriamo anche negli stati di sonno e di sogno.

Questo naturale e quotidiano ingresso nel mondo dello spirito non è quindi un ingresso cosciente.

Perché quest’ultimo sia possibile, è necessario sviluppare degli stati di coscienza superiori che ci consentano

di sperimentare allo stato di veglia quanto normalmente sperimentiamo durante quelli di sonno e di sogno.

 

Come vedete, il cosiddetto “ben dell’intelletto” è davvero un “bene”.

Lo è, però, in quanto costituisce l’imprescindibile base di ogni superiore evoluzione della coscienza e dell’autocoscienza.

Per conoscere la realtà dello spirito,

 • non occorre quindi ottundere o spegnere la normale coscienza di veglia,

 • bensì educarla, affinarla o potenziarla.

 

Il mondo spirituale altro non è, in realtà, che l’interiorità o l’essenza del mondo naturale.

E come, nell’ambito di quest’ultimo, possiamo imparare tutti a distinguere, ad esempio, i funghi commestibili da quelli velenosi, o le bisce dalle vipere, così pure, nell’ambito del mondo spirituale, potremmo imparare tutti a distinguere le diverse entità che lo popolano.

Da questo punto di vista, potremmo perfino dire che la scienza “dello spirito” non è, in verità, che una scienza “degli spiriti”, e che l’affinamento e il potenziamento della coscienza non è che una volontaria e graduale acquisizione della capacità o della facoltà di “discernerli”.

Ma non è tutto.

 

Ho detto prima che le colonne portanti della scienza sono l’osservazione e il pensiero,

e che, per osservare il pensiero, dobbiamo adottare un procedimento straordinario

poiché tale è l’oggetto della nostra osservazione (e lo è – vale la pena ripetere –

perché non lo troviamo, come ogni altra cosa, già fatto, ma siamo noi stessi a doverlo “fare”).

Tutto ciò attiene comunque all’osservazione.

 

E per quanto attiene invece al pensiero?

Per conformarci al modo di procedere della scienza, non dovremmo infatti, dopo averlo osservato, anche pensarlo?

Orbene, vedremo tra breve che il pensiero non solo è diverso da tutti gli altri oggetti dell’osservazione,

ma è pure diverso da tutti gli altri oggetti del pensiero.

 

 

“Quando si prende il pensare come oggetto dell’osservazione,

si aggiunge al restante contenuto osservato del mondo qualcosa che altrimenti sfugge all’attenzione;

ma non si cambia il modo in cui l’uomo si contiene anche di fronte alle altre cose.

Si aumenta il numero degli oggetti dell’osservazione, ma non il metodo dell’osservare (…)

Ma quando considero il mio pensare, non c’è più nessun elemento trascurato,

poiché quello che ora rimane nello sfondo è a sua volta soltanto il pensare.

L’oggetto osservato è qualitativamente uguale all’attività che su di lui si dirige” (p.39).

 

 

Quando prendo “il pensare come oggetto d’osservazione” non faccio dunque che aggiungere alla consueta osservazione dei pensati un “qualcosa che altrimenti sfugge all’attenzione”. Allorchè penso, ad esempio, che A è maggiore di B (A>B) e che B è minore di A (B<A), in A e B ho appunto due pensati (ossia, due rappresentazioni ricavate dalla esperienza percettiva) e nei segni > (maggiore) e < (minore) due diverse relazioni tra gli stessi.

Ma cos’è, in sé, una relazione

se non appunto quel pensare che, mediante l’attività giudicante, collega tra loro i pensati?

Ove dunque decidessi di spostare la mia attenzione dai due dati (A e B) alle due relazioni (> e <),

la sposterei per ciò stesso dai pensati al pensare.

In tal modo, tuttavia, non avrei fatto che aggiungere – come dice Steiner –

l’inconsueta osservazione del pensare a quella consueta dei pensati.

 

Immaginiamo, però, che, dopo aver osservato tali relazioni, decida pure di pensarle:

che decida cioè di scoprire se hanno una qualche relazione tra loro.

Giungerei così al punto in cui – come dice Steiner –

“l’oggetto osservato è qualitativamente uguale all’attività che su di lui si dirige”.

 

Tanto la relazione indicata dal segno > (maggiore), quanto quella indicata dal segno < (minore),

non sono infatti che delle relazioni determinate: cioè a dire, delle relazioni che hanno già assunto delle forme precise.

Ebbene, quale altro elemento in comune potrebbero avere queste due forme determinate

se non l’indeterminata sostanza o l’indeterminato essere della relazione stessa?

Ma questo – è facile intuirlo – non è che l’essere o la sostanza del relazionare o del pensare puro:

quello stesso, ossia, dell’attività grazie alla quale sto svolgendo e sviluppando la mia riflessione.

 

 

“Questa trasparente chiarezza riguardo al processo del pensare

è del tutto indipendente dalla nostra conoscenza delle sue basi fisiologiche (…)

La mia osservazione mi dice che nel connettere i pensieri io mi baso su nient’altro che sul loro contenuto,

non sui processi materiali che hanno luogo nel mio cervello” (p.37).

 

 

Tutto questo – potrebbe obiettare qualcuno – va però dimostrato.

Ma questo qualcuno sa forse dirci il perchè una dimostrazione ha il potere di dimostrare?

In effetti, se questo potere non le fosse intrinseco, si avvertirebbe poi la necessità di dimostrare la dimostrazione,

e poi ancora la dimostrazione della dimostrazione della dimostrazione, e così via.

 

L’esperienza insegna che non è però necessario mettersi su una via del genere,

in quanto il dimostrare, mentre dimostra qualcosa, è in grado di dimostrare anche sé stesso.

 

Proverò a essere più chiaro ricorrendo a un esempio.

Immaginate di entrare in una stanza assolutamente buia per cercare qualcosa. Per trovarla dovrete per forza accendere la luce. Ma immaginate che, una volta vista la cosa che cercavate, vi venga in mente di vedere anche la luce. Ebbene, sarebbe forse necessario, per questo, accendere un’altra luce? No. La luce, infatti, mentre illumina le cose, illumina anche sé stessa.

 

 

“Nel pensare noi abbiamo un principio che sussiste per sé stesso” (p. 42).

 

 

In effetti, • come la luce illumina ogni cosa,    • così il pensare pensa ogni cosa;

• e come alla luce non serve qualcos’altro che la illumini, in quanto è in grado di farlo da sé,

• così al pensare non serve qualcos’altro che lo pensi, in quanto è in grado di farlo da sé.

Ecco trovato, in tal modo, “un principio che sussiste per sé stesso” o che si regge su di sé.

 

 

By | 2019-10-24T14:27:11+02:00 Giugno 1st, 2019|LA FILOSOFIA DELLA LIBERTA' - COMMENTO|Commenti disabilitati su 5° INCONTRO – CONTINUA IL TERZO CAPITOLO