//////7 SEGNI E MIRACOLI – VANGELO DI GIOVANNI

7 SEGNI E MIRACOLI – VANGELO DI GIOVANNI

7 segni e miracoli – vangelo di Giovanni

O.O. 112 – Il Vangelo di Giovanni in relazione agli altri 3 – 02.07.1909


 

Il Vangelo di Giovanni, per il modo come è composto, già fin dai primi capitoli e purché si sappiano intendere giustamente e sapere ciò che è inteso con quelle parole, è uno dei documenti di migliore stile e fra i più perfetti che vi siano al mondo. Da un esame superficiale questo indubbiamente non può risultare. Anche da un esame superficiale si rivela anzitutto che lo scrittore del Vangelo di Giovanni, — ormai lo conosciamo — enumerando i miracoli fino all’evento di Lazzaro, ne cita appunto sette. Nei prossimi giorni studieremo più da vicino il significato del numero sette.

 

Quali sono questi sette miracoli o segni?

1) Il segno dato per mezzo delle nozze di Cana in Galilea.

2) Il segno dato per mezzo della guarigione del figlio del capitano reale

3) Quello dato per mezzo della guarigione del malato da trentotto anni

presso lo stagno di Betesda.

4) La moltiplicazione dei pani.

5) Il segno dato con la visione del Cristo che cammina sul mare.

6) Il segno dato per mezzo della guarigione del cieco nata; e infine

7) Il segno maggiore, l’iniziazione di Lazzaro;

la trasformazione di Lazzaro nello scrittore dello stesso Vangelo di Giovanni.

 

Questi sono i sette segni. Dobbiamo domandarci innanzi tutto:

che cosa significano questi segni, e in genere il problema dei miracoli?

 

Se avete ascoltato attentamente quanto è stato detto in questi ultimi giorni nei modi più diversi, vi ricorderete che lo stato di coscienza dell’uomo si è andato trasformando durante il corso della nostra evoluzione umana. Abbiamo rivolto lo sguardo ad epoche antichissime; abbiamo visto che, nella loro evoluzione, gli uomini non sono derivati da uno stato puramente animale, bensì da una forma in cui possedevano come facoltà naturali delle doti chiaroveggenti. Anticamente gli uomini erano chiaroveggenti, anche se la loro coscienza non era ancora tale da permettere loro di dire « io sono ».

 

L’uomo ha dovuto conquistarsi a poco a poco la facoltà dell’autocoscienza,

ma in cambio ha dovuto rinunziare all’antica chiaroveggenza.

In avvenire ritornerà un tempo nel quale tutti gli uomini saranno chiaroveggenti,

pur conservando l’io – sono, l’autocoscienza.

Questi sono i tre gradini che l’umanità ha in parte passato, e che in parte dovrà ancora percorrere.

 

Nell’Atlantide

gli uomini ancora vivevano in una specie di stato di coscienza di sogno, ma era una coscienza chiaroveggente.

Più tardi essi conquistarono gradatamente l’autocoscienza, la coscienza oggettiva esteriore,

ma in cambio dovettero rinunziare all’antica facoltà ottusa di chiaroveggenza;

e finalmente, nell’avvenire, l’uomo avrà una coscienza chiaroveggente collegata all’autocoscienza.

 

Così l’uomo passa

• da un’antica, ottusa chiaroveggenza,

• attraverso una coscienza oggettiva non chiaroveggente,

• per risalire poi ad una chiaroveggenza autocosciente.

 

Ma oltre alla coscienza, tutto si è trasformato nell’umanità.

È soltanto il risultato della miopia umana credere

che le cose si siano sempre svolte come si svolgono oggi.

Tutto si è evoluto.

Niente è rimasto stazionario: perfino le relazioni fra uomo e uomo non sono state sempre quelle che sono oggi.

 

Abbiamo già potuto rilevare, dagli accenni degli ultimi giorni, che nei tempi antichi, e fino al momento in cui l’impulso-Cristo penetrò nell’evoluzione umana, l’influenza che un’anima poteva esercitare su un’altra era molto più grande di oggi.

Gli uomini avevano quella predisposizione; un uomo non udiva soltanto ciò che il suo interlocutore gli diceva con parole esteriormente udibili, ma se quest’ultimo aveva qualche vivo sentimento, pensava vivamente qualcosa, il primo in certo qual modo lo sentiva, lo sapeva.

Nei tempi antichi l’amore, indubbiamente più legato alla consanguineità, era qualcosa del tutto diverso da ciò che è oggi; oggi ha acquistato certamente un carattere più animico, ma è diventato più debole; riacquisterà la sua forza soltanto quando l’impulso-Cristo penetrerà in tutti i cuori umani.

 

Quando agiva nei tempi antichi, l’amore esercitava al contempo

come una forza risanatrice, balsamica sull’altra anima.

• Con lo sviluppo dell’intelletto, dell’intelligenza, che si è andato formando gradatamente,

sono svaniti questi antichi influssi di un’anima sull’altra.

• La facoltà di esercitare un’azione nell’anima di un’altra persona, di far fluire in essa la forza della propria anima,

era una dote insita nei popoli dell’antichità.

Si deve perciò pensare che la forza, che un’anima poteva a quei tempi ricevere da una altra, era possente,

che l’influsso che un’anima poteva esercitare su un’altra era molto più grande.

 

Sebbene nessun documento storico esteriore ce ne parli, sebbene le pietre e i monumenti non dicano niente, pure l’indagine chiaroveggente mostra nella cronaca dell’akasha che a quei tempi antichi le guarigioni di malati potevano in generale verificarsi per esempio attraverso l’influsso psichico di un uomo su un altro.

L’anima, a quei tempi, era capace di ben altro ancora.

 

Quello che oggi sembra una fiaba, che per esempio la volontà umana avesse il potere, se lo voleva, se vi si esercitava appositamente, di rallentare la crescita delle piante, di accelerare o di ritardare la crescita delle piante, pure a quei tempi era un fatto vero; oggi di tutto ciò non sono rimasti che pochi residui.

Allora la vita degli uomini era dunque del tutto diversa. Nessuno a quei tempi antichi si sarebbe meravigliato, ove in un posto qualsiasi fosse esistito il giusto rapporto da uomo a uomo, che un’influenza animica siffatta avesse potuto agire da una persona su un’altra.

 

Dobbiamo però stabilire che occorrevano sempre due, o anche più persone,

perché siffatta influenza animica potesse venir esercitata.

 

Anche ai nostri tempi si potrebbe pensare che un uomo dotato della forza del Cristo venisse tra gli uomini; ma quelli che avrebbero forza di fede in lui sarebbero ben pochi, ed egli non potrebbe compiere ciò che può venire effettuato per mezzo dell’influenza di un’anima su un’altra. Per questo non basta che un’azione venga esercitata, occorre anche che vi sia qualcuno maturo per accoglierla. Poiché nei tempi antichi erano più numerose le persone capaci di accogliere quelle influenze, non dovremo meravigliarci se vien detto che allora, per guarire le malattie, vi erano mezzi attraverso i quali si agiva mediante l’influsso psichico, e anche altre influenze che non possono agire oggi che per via meccanica, ma che operavano a quei tempi mediante l’influsso psichico.

 

In quale epoca dell’evoluzione umana si è verificato l’evento del Cristo?

• Esso si verificò in un’epoca ben determinata; dobbiamo tenerlo presente.

• Non esistevano allora più che gli ultimi residui delle correnti animiche che

scorrevano da un uomo all’altro: erano come i residui ereditati del periodo atlantico.

 

• L’umanità si preparava appunto a penetrare più profondamente nell’elemento materiale,

e ad avere sempre meno la possibilità di far agire tali correnti animiche.

• Proprio allora doveva cadere l’impulso del Cristo; Egli, proprio attraverso la sua entità,

poteva esercitare una grandissima azione su chi ancora era ricettivo a quell’influenza.

 

  Chi conosce veramente l’evoluzione dell’umanità, troverà naturale che, dopo penetrata l’entità-Cristo nel corpo di Gesù di Nazareth, press’a poco al trentesimo anno di vita di questi, essa abbia potuto agire in quel corpo, in quell’involucro, in un modo del tutto speciale, perché quell’involucro era maturato da tempi antichissimi.

Abbiamo detto ieri che l’individualità di Gesù di Nazareth era già stata una volta incarnata, in una vita anteriore, nell’antica Persia; che essa poi aveva attraversato varie altre incarnazioni, in ognuna delle quali la sua evoluzione spirituale era andata sempre più perfezionandosi. Questa è la ragione per cui il Cristo potè dimorare in tale corpo, per cui quel corpo potè essergli offerto in sacrificio. Gli evangelisti sapevano benissimo tutto ciò, ed infatti essi descrissero ogni cosa in modo che risultasse chiarissima per lo sguardo dell’indagatore spirituale.

 

Nei Vangeli dobbiamo prendere tutto alla lettera, vale a dire, dobbiamo prima imparare a leggerli. Per esempio, perché viene insistito in modo speciale, proprio nel primo dei segni, e cioè nella descrizione delle nozze a Cana in Galilea, (del significato più profondo dei miracoli parleremo in seguito), che ciò avvenne «a Cana in Galilea»?

Ci si può accertare facilmente che nell’antica Palestina, nella regione allora conosciuta, non esisteva nessuna seconda Cana. Non occorre veramente precisare in modo speciale una località, quando non ce ne sono altre con quello stesso nome. Perché dunque l’evangelista, quando parla di questo miracolo, dice che esso avvenne a «Cana in Galilea»? Perché è necessario in proposito far rilevare che in quella località si è verificato un fatto che doveva appunto verificarsi in Galilea. Ciò significa che il Cristo non avrebbe potuto trovare gli uomini necessari per quel fatto in nessun’altra regione, ma soltanto in Galilea.

 

Ho già detto che per esercitare un’influenza, non basta la sola persona che agisce, ma che occorrono anche le altre persone adatte ad accogliere quell’azione. La prima azione del Cristo non avrebbe potuto verificarsi nell’ambito della comunità giudaica, ma invece in Galilea, cioè nella regione dove erano mischiati diversissimi gruppi di popoli e diversissime stirpi. Appunto per il fatto che in quella regione si trovavano riuniti i popoli più diversi, convenuti dalle parti più svariate del mondo, in Galilea non era sentita più la medesima affinità del sangue soprattutto la fede nella consanguineità che dominava in Giudea, nella cerchia più ristretta del popolo ebreo. Gli uomini in Galilea erano un miscuglio di vari popoli. Ma il Cristo, per virtù del suo impulso, a che cosa doveva in special modo sentirsi chiamato?

 

Abbiamo già visto che uno dei suoi detti più importanti è: «Prima che vi fosse Abramo, vi era l’Io-sono», e l’altro: «Io e il Padre siamo uno». Con queste parole Egli intendeva dire: per chi è legato alle antiche condizioni della vita, l’io si sente al sicuro soltanto nella affinità del sangue. Un vero seguace dell’Antico Testamento sentiva qualcosa di speciale nelle parole « Io e il padre Abramo siamo uno», qualcosa che oggi l’uomo difficilmente può intendere. Vedeva come transitorio ciò che chiamiamo il nostro sé, racchiuso fra nascita e morte.

 

Invece un vero seguace dell’Antico Testamento, compenetrato dagli insegnamenti che fluivano allora attraverso l’umanità, diceva — e non soltanto per allegoria, ma come un fatto: « Per me io sono un singolo individuo, ma io sono anche un membro in un grande organismo, in un grande assieme vitale che risale fino al padre Abramo.

Come il dito, come arto vivente, può esistere soltanto finché è attaccato al mio corpo, così anch’io ho soltanto un significato finché sento di essere un membro del grande organismo del popolo risalente fino al padre Abramo.

 

Io sono legato al grande assieme di questo popolo, proprio come il dito lo è al mio corpo. Se il dito vien distaccato, in breve non sarà più un dito; esso è al sicuro soltanto quando è attaccato alla mia mano, la mano al mio braccio e il braccio al mio corpo; il dito non ha più significato quando è distaccato dalla mano. Allo stesso modo anch’io ho un significato solamente sentendomi un membro di tutte le generazioni attraverso le quali scorre il sangue del padre Abramo. Allora mi sento al sicuro!

 

Il singolo mio io è transitorio e passeggero, ma non è transitorio il grande organismo di popolo che risale fino al padre Abramo. Quando mi sento completamente in esso, quando penetro completamente in esso, supero il mio io temporaneo e transitorio; allora vengo accolto in un grande io, nell’io del popolo che attraverso il sangue delle generazioni è disceso dal padre Abramo fino a me! ».

Così diceva il seguace dell’Antico Testamento.

 

Per virtù della forza dell’esperienza interiore che risiede nelle parole «Io e il padre Abramo siamo uno!», si verificava tutto ciò che è avvenuto di grande e che oggi ancora appare meraviglioso nell’Antico Testamento. Ma siccome si avvicinava il tempo in cui gli uomini non erano più destinati ad avere un tale stato di coscienza, tutto ciò andava gradatamente perduto.

Perciò il Cristo non doveva andare da coloro che da un canto avevano perso la facoltà di operare attraverso la forza magica che risiede nei legami del sangue, e che dall’altro avevano ancora fede soltanto nella comunanza col padre Abramo. Presso questi Egli non avrebbe infatti potuto trovare la fede necessaria, per esercitare l’azione che poteva fluire dalla sua anima nelle altre anime.

 

Occorreva perciò che andasse da coloro che, a seguito della mescolanza del loro sangue, non conservavano più la fede nel padre Abramo; dovette andare presso i Galilei; qui Egli dovette iniziare la sua missione.

Sebbene l’antico stato di coscienza fosse generalmente in via di sparizione, nondimeno Egli trovò presso i Galilei una mescolanza di popoli, un inizio della mescolanza del sangue. Da tutte le parti confluivano in quella regione stirpi di popoli che prima di tale confluenza si trovavano soggette alle forze degli antichi legami del sangue.

I Galilei erano arrivati appunto al momento di trovare un trapasso; avevano ancora vivo il sentimento che i loro padri possedevano ancora gli antichi stati di coscienza, avevano ancora le forze magiche che agiscono da un’anima sull’altra.

 

Presso i Galilei il Cristo poteva iniziare la sua nuova missione

consistente nel dare all’uomo una coscienza dell’io

che non fosse più legata all’affinità del sangue, una coscienza dell’io capace di dire:

• « In me stesso trovo l’unione col Padre spirituale,

col Padre che non fa scorrere fisicamente il suo sangue attraverso le generazioni,

ma che invia la sua forza spirituale in ogni singola anima individuale.

L’io che è in me, e che ha diretta comunione col Padre spirituale,

esisteva prima che esistesse il padre Abramo.

Io sono perciò chiamato a far scorrere nell’io una forza

che in esso viene rinvigorita dalla coscienza dell’unione con la spirituale forza-Padre del mondo.

Io e il Padre siamo uno, non io e il padre Abramo — vale a dire un antenato fisico — siamo uno».

 

E il Cristo andò appunto da coloro che erano giunti al momento di potere capire tutto ciò, che avevano necessità di trovare la forza nelle singole anime e non nei legami del sangue che essi avevano spezzato mescolandosi fra loro, di trovare la possente forza che può ricondurre di nuovo l’uomo a dare a poco a poco espressione nel mondo fisico a ciò che è spirituale. Non si deve chiedere perché non si vedono oggi succedere dei fatti, come quelli che succedevano allora.

Prescindendo dalla considerazione che chi vuole può vedere, occorre riflettere che gli uomini sono appunto usciti da quello stato di coscienza e sono scesi nel mondo materiale, che quei tempi segnavano proprio la linea divisoria, e che il Cristo ha mostrato negli ultimi esemplari dell’umanità in via di evoluzione ciò che lo spirito può sul fisico. Quei segni vennero posti là come un simbolo, un esempio, un simbolo di fede; essi si svolsero quando l’antico stato di coscienza ancora esisteva, ma era già sul punto di sparire.

 

Esaminiamo ora le nozze di Cana in Galilea.

Se io volessi esporre letteralmente tutti i singoli particolari del Vangelo di Giovanni, tutto ciò che è realmente contenuto in esso, non basterebbero quattordici conferenze, ma occorrerebbero un paio di anni. Tale minuta esposizione servirebbe peraltro come una conferma di ciò cui posso accennare con una breve esposizione.

Per quel primo segno ci vien detto anzitutto: «Si fecero delle nozze a Cana in Galilea». (Giov. II-l). Dobbiamo ben renderci conto che nel Vangelo di Giovanni non vi è parola che non abbia un significato speciale. Perché dunque un « matrimonio? »

 

Perché per mezzo del matrimonio si verifica ciò che costituisce in modo così spiccato l’azione della missione del Cristo: col matrimonio gli uomini vengono uniti. E perché un Matrimonio «in Galilea»? Perché in Galilea gli antichi legami del sangue erano sciolti, e sangue straniero era mischiato a sangue straniero. Il compito del Cristo era appunto connesso con la mescolanza del sangue. Si tratta dunque di un’unione fra persone per ottenere dei discendenti, fra persone che non hanno più nessuna affinità di consanguineità.

Sembrerà ora molto strano ciò che sto per dire. Che cosa avrebbero sentito gli uomini negli antichissimi tempi in una circostanza siffatta, che cosa avrebbero sentito nei tempi in cui esisteva ancora ciò che dal punto di vista occulto, potremmo chiamare il «matrimonio fra consanguinei»?

 

È infatti assolutamente inerente all’evoluzione umana che l’antico «matrimonio fra consanguinei» si sia trasformato in «matrimonio fra estranei», e in quello che fin qui ho detto già ho espresso che cosa sia il matrimonio fra consanguinei.

Presso tutti i popoli dell’antichità si trova che il matrimonio fuori della tribù, fuori della consanguineità, è vietato dalle leggi del popolo. Si sposavano fra loro quelli che erano parenti, che appartenevano alla stessa tribù.

 

I matrimoni nella stessa tribù, nella cerchia della consanguineità,

rendevano possibile il meraviglioso fatto, sempre constatabile dall’indagine spirituale,

che poteva essere esercitata una grande forza magica.

I discendenti da una tribù imparentata per consanguineità, a causa di questi matrimoni fra consanguinei,

possedevano delle forze magiche che agivano da un’anima sull’altra.

 

Se fossimo stati invitati a un matrimonio negli antichissimi tempi che cosa sarebbe successo? Supponiamo per esempio che fosse venuto a mancare il vino, la bevanda che allora appunto si adoperava. Che cosa sarebbe successo?

Sarebbe bastato che i legami della consanguineità si trovassero nel giusto rapporto in quella data famiglia di consanguinei perché, mediante la forza magica dell’amore nella consanguineità, potesse verificarsi per esempio che l’acqua, offerta verso la fine della festa nuziale invece del vino, per virtù dell’influsso animico di quelle personalità venisse sperimentata dagli altri convitati come vino. Questi avrebbero bevuto vino, se fra le diverse persone vi fosse stato il giusto rapporto magico. Né si deve dire che quel vino sarebbe pur sempre stato acqua.

Chi ha buon senso deve rispondere che per l’uomo le cose sono quali si palesano al suo organismo, quali diventano per lui e non quali appaiono.

 

Credo che ancora oggi molti amatori sarebbero ben contenti se, bevendo dell’acqua, per virtù di qualche influsso speciale, questa potesse avere per loro il sapore di vino, e produrre nel loro organismo l’effetto del vino. Altro non occorre, perché l’acqua sia per gli uomini del vino.

Che cosa era dunque necessario nei tempi antichi, affinché potesse verificarsi quel segno, e cioè che mentre nei recipienti vi era dell’acqua, quando la si beveva questa diventasse vino? Era necessaria la forza magica, che poteva essere ottenuta mediante la parentela del sangue. E la forza nelle anime per potere sentire queste cose esisteva presso la gente delle nozze di Cana in Galilea. Occorreva soltanto che venisse creato un collegamento.

Il Vangelo di Giovanni dice più oltre: «E c’era la madre di Gesù. Ma Gesù e i suoi discepoli erano invitati anche loro alle nozze». E siccome il vino veniva a mancare, la madre di Gesù glielo fece notare e gli disse: «Non hanno più vino». (Giov. 11-3)

 

Ho detto che occorreva creare un trapasso affinché una cosa di questo genere potesse effettuarsi.

La forza animica doveva essere sostenuta per mezzo di qualcosa. Da che cosa poteva venir sostenuta?

 

Qui ci troviamo di fronte alle parole che, come vengono abitualmente tradotte, sembrano una vera bestemmia, perché non credo che a nessuno di sentimenti delicati possa riuscir gradito, quando dice: «Non hanno più vino», di sentirsi rispondere: «Che ho io da fare con te, o donna; non è ancora venuta la mia ora».

Non è assolutamente possibile accettare tali parole in un documento simile. Occorre riflettere all’ideale di amore, quale ci viene descritto nei Vangeli, nella relazione di Gesù di Nazareth con sua madre; come poteva adoperare l’espressione: «Che ho io da fare con te, o donna?» Non è necessario aggiungere altro, il resto si deve sentire.

Ma queste parole non ci sono! Esaminate questo passo del Vangelo di Giovanni, naturalmente nel testo greco, e troverete soltanto le parole che vengono dette, mentre Gesù di Nazareth accenna a qualcosa: «Oh donna, questo va da me a te!»

 

Egli accenna appunto alla forza delicata e intima che da un’anima passa nell’altra, e che da lui passa nell’altra che da lui passa nella madre. Ed è questa che gli occorre in quel momento. Egli non può ancora effettuare dei segni maggiori; il suo tempo deve ancora maturare. Perciò egli dice: «Il mio tempo, quando agirò con la sola mia forza, non è ancora giunto!»

Allora era ancora necessario il legame animico magnetico che dall’anima di Gesù di Nazareth passa nella madre. «O donna, questo va da me a te!»

 

Altrimenti, dopo la frase «Che ho io da fare con te, o donna», come avrebbe potuto la madre dire ai servi: «Fate quello che vi dirà»? È necessario che essa sia provvista delle antiche forze di cui gli uomini oggi non hanno più sentore; ed essa sa che egli si riferisce al legame di sangue fra figlio e madre, che si riferisce a quel legame che deve condurre agli altri. Essa sa che agisce in quel momento un’invisibile forza magica, una forza che deve compiere qualcosa.

Ora vi prego di leggere realmente il Vangelo. Vorrei sapere come capiscono il Vangelo quelli che immaginano ciò che veramente sarebbe dovuto accadere, che pensano a sei normali anfore «destinate alla purificazione dei Giudei» — come è detto — e come secondo questa semplice descrizione — senza cioè niente del resto di cui abbiamo appunto parlato — l’acqua avrebbe potuto trasformarsi in vino, come immaginano che questo avrebbe potuto avvenire esteriormente.

 

Di che si tratta? Quale opinione potrà avere di questo miracolo chi ora vi parla, o qualsiasi altra persona, cioè del fatto che per gli uomini una sostanza si sia allora trasformata in un’altra? Con una interpretazione solita non si arriva a niente.

Bisogna pensare che quei recipienti non erano probabilmente pieni di acqua. Non viene affatto detto che essi fossero stati vuotati. Se infatti fossero stati vuotati e poi semplicemente riempiti — è detto che furono riempiti — si avrebbe ragione di credere, come si fosse trattato di una specie di abile giuoco di prestigio, che anche l’acqua che contenevano prima avrebbe potuto essere trasformata in vino. Ma così non era. Tutta la situazione non quadra. Bisogna rendersi conto che quelle anfore erano evidentemente vuote; ed erano difatti vuote, perché il riempirle doveva avere uno speciale significato.

«Fate quello che vi dirà!» aveva detto la madre ai servi.

 

Quale acqua occorreva al Cristo? Gli occorreva dell’acqua attinta di fresco da sorgenti della natura. Perciò doveva essere detto espressamente che l’acqua era stata attinta in quel momento. L’acqua che non aveva ancora perso le forze interiori di cui ogni elemento è dotato, finché si trova ancora collegato con la natura, era appunto l’unica acqua adatta al suo scopo.

Come già è stato detto, nel Vangelo di Giovanni non vi è parola che non abbia un profondo significato. Occorreva un’acqua attinta di fresco, perché il Cristo è l’Entità che allora appunto si era avvicinata alla Terra divenendo affine con le forze che agiscono nella terra stessa.

 

Mentre le forze vive dell’acqua agiscono alla loro volta assieme con ciò che scorre « da me a te »; allora proprio può verificarsi quello che ci viene descritto nel Vangelo: viene chiamato il maestro di mensa, ed egli ha l’impressione che sia avvenuto qualcosa di speciale, ma ignora che cosa sia avvenuto (vien detto espressamente che egli non aveva visto che cosa fosse avvenuto; i servi lo avevano visto, non lui); e sotto l’impressione di ciò che era avvenuto, egli sente l’acqua come vino. Ciò viene detto in modo chiaro ed esplicito e qui, per mezzo della forza animica, un’azione viene realmente esercitata fino dentro un elemento esteriore, cioè fin dentro nel fisico del corpo umano.

 

Che cosa doveva esistere nella madre stessa di Gesù di Nazareth, perché la sua fede potesse essere in quel momento abbastanza forte da provocare una simile azione? Essa doveva avere una convinzione, e indubbiamente l’aveva, e cioè doveva avere la conoscenza che colui, che veniva chiamato suo figlio, era diventato lo spirito della terra. Allora la forza potente di fede di lei, unita alla forza potente di lui, — a ciò che da lui agiva verso di lei — poteva esercitare un’azione così possente da far succedere ciò che è stato descritto.

 

Così abbiamo mostrato nel primo segno, per mezzo dell’intera costellazione dei nessi esistenti, come dall’armonico accordo delle anime, da ciò che ancora è unito ai legami del sangue, potesse venir esercitata un’azione nel mondo fisico. Fu il primo segno verificatosi; in esso la forza del Cristo si palesa in minima misura. Ad essa occorreva ancora un rafforzamento mediante l’unione con le forze animiche della madre, e l’aiuto delle forze naturali che l’acqua ancora contiene in sé quando è attinta di fresco.

 

La forza attiva dell’entità Cristo si manifesta qui in misura minima.

• Viene dato un valore speciale al fatto che la forza del Cristo

agisce sopra un’altra anima a ciò predisposta, e suscita in essa degli effetti.

• L’essenziale è che la forza del Cristo abbia il potere di rendere l’altra anima

adatta a suscitare in essa questi effetti.

• La forza del Cristo aveva reso adatti gli invitati alle nozze affinché essi sentissero l’acqua come fosse vino.

 

• Ogni vera forza si potenzia nel suo stesso effetto.

• Quando il Cristo la deve esercitare una seconda volta, essa già è più forte di prima.

• Come la forza più semplice si rinvigorisce con l’esercizio, così specialmente si accresce a forza spirituale,

quando sia stata a operata con successo.

 

Il secondo segno, come si sa dal Vangelo di Giovanni, è la guarigione del figlio di un capitano del Re. Con qual mezzo viene guarito il figlio del capitano?

Anche qui si riconosce la verità soltanto leggendo correttamente il Vangelo di Giovanni, rilevando le parole che in quel capitolo sono essenziali. Nel versetto 50 del quarto capitolo, dopo che il capitano ha esposto a Gesù di Nazareth il suo dolore, sta scritto: «Gesù gli disse: ‘Va, il tuo figliuolo vive’. Quell’uomo credette alla parola che Gesù gli aveva detta e se ne andò».

 

Di nuovo abbiamo due anime che si accordano: l’anima del Cristo, e l’anima del padre del risanato. E come agisce la parola del Cristo: «Va, il tuo figliolo vive»? Agisce in modo da accendere nell’anima dell’altro la forza di credere ciò che era stato detto con quelle parole. Le due forze agiscono insieme.

La parola del Cristo aveva la forza d’infiammare l’altra anima in modo che il capitano potesse credere. Se quest’ultimo non avesse creduto, il figlio non sarebbe guarito.

Così una forza agisce sull’altra, e ne occorrono due. In questo caso però la forza del Cristo si è manifestata in grado maggiore. Alle nozze di Cada, per potersi esplicare, essa abbisognava del rafforzamento venuto mediante la forza della madre. Ora è giunto il momento in cui la forza del Cristo può riversare la parola che infiamma nell’anima dell’ufficiale. Si tratta di un aumento della forza del Cristo.

 

Consideriamo ora il terzo segno:

la guarigione del paralitico da trentott’anni presso lo stagno di Betesda.

 

Qui pure dobbiamo rilevare le parole più importanti, quelle che gettano luce sull’intero episodio, è il punto in cui Gesù dice al paralitico: «Alzati, prendi il tuo lettuccio, e cammina» (Giov. V-8).

Il malato aveva detto prima, parlando della necessità di dover giacere, che egli non poteva muoversi: « Signore, io non ho alcuno che, quando l’acqua è mossa, mi metta nella piscina; e mentre ci vengo io, un altro vi scende prima di me».

 

Il Cristo però gli parla — anche qui è importante che l’episodio avvenga di sabbat, quando vi è ovunque un’atmosfera di festa, un momento in cui specialmente domina l’amore fra gli uomini ed esprime ciò che vuol dire nelle parole: «Alzati, prendi il tuo lettuccio, e cammina!» Dobbiamo ricollegare queste parole con le altre che poi aggiunge e che sono altrettanto importanti: «Ecco, tu sei guarito; non peccar più, che non t’accada di peggio»

Che cosa significa questo?

Significa che la malattia del malato da trentott’anni era in relazione col suo peccato. Non occorre ora ricercare se questo peccato era stato commesso in quella vita o in una precedente. Per noi è importante che il Cristo abbia riversato nella sua anima la forza di fare qualcosa che aveva la virtù di penetrare fin dentro nella natura morale-animica dell’altro. Questa è di nuovo una intensificazione della forza del Cristo.

 

Prima si trattava soltanto di una forza che doveva agire fino al punto di provocare un fatto fisico.

• Ora però vi è una malattia della quale il Cristo stesso dice che è legata col peccato del malato.

Il Cristo diventa capace in quel momento di aver presa sull’anima stessa del malato.

• Prima, gli occorreva ancora l’aiuto del padre.

• Adesso la forza del Cristo agisce fin nell’anima del malato;

cosa che acquista un fascino del tutto speciale per il fatto di avvenire di sabbat.

 

L’uomo odierno non ha più la giusta comprensione per queste cose. Ma per un seguace dell’Antico Testamento, il fatto che ciò fosse accaduto di sabbat aveva un significato particolare. Era un fatto del tutto speciale. Perciò anche i Giudei erano specialmente eccitati perché il malato aveva trasportato il suo letto di sabbat. È un tratto di straordinaria importanza. Gli uomini dovrebbero imparare a pensare, leggendo i Vangeli! Non dovrebbero ritenere cosa naturale che il malato potesse venir guarito, che chi non aveva potuto camminare per trentott’anni ora camminasse; dovrebbero riflettere su ciò che sta scritto: «Perciò i Giudei dissero all’uomo guarito: ‘È sabbat, non ti è lecito di portare il tuo lettuccio.’»

 

Non erano colpiti dal fatto che egli fosse guarito, ma che portasse il suo letto di sabbat! Dunque per la guarigione del malato occorreva tutta la situazione, vale a dire che l’azione si svolgesse nel giorno santificato. Nel Cristo stesso vi è il pensiero: se il sabbat deve essere il giorno sacro a Dio, le anime devono avere in quel giorno, per virtù della forza divina, una forza speciale. Con questa forza il Cristo agisce su chi gli sta dinanzi; vale a dire, questa forza viene trasmessa nell’anima stessa del malato.

 

• E mentre prima il malato non aveva trovato nella sua anima la forza per vincere le conseguenze del peccato,

egli la acquista ora mediante l’azione della forza del Cristo.

• Di nuovo un potenziamento della forza del Cristo.

 

E ora andiamo avanti.

Come è stato detto, parleremo più tardi dell’effettiva natura dei miracoli.

Il quarto segno è la moltiplicazione dei pani.

Anche qui dobbiamo tener conto delle parole più importanti. E quali sono?

 

Bisogna sempre riflettere che non si deve considerare un avvenimento siffatto con la coscienza attuale. Se coloro che hanno scritto del Cristo al tempo in cui venne scritto il Vangelo di Giovanni, avessero creduto quello che crede la nostra epoca materialistica, avrebbero scritto certamente in modo assai diverso, perché allora essi avrebbero osservato aspetti diversi da quelli che osservarono.

Ma le parole più importanti (essi non tengono in special modo conto del resto, neppure del fatto che siano state sfamate 5000 persone col poco che vi era) le parole cui vien dato maggior peso, sono queste:

  «Gesù quindi prese i pani; e dopo aver reso grazie, li distribuì ai discepoli,

e questi alla gente seduta; il simigliante fece dei pesci, quanti ne volevano» (Giov. VI-11).

 

Che fa qui il Cristo Gesù?

• Per fare ciò che doveva succedere, egli si serve delle anime dei discepoli, di coloro che erano con lui

e che a poco a poco erano andati maturando verso la sua grandezza.

• Essi fan parte del processo.

• Circondano il Cristo, egli può ora destare in loro una forza animica benefica.

• La sua forza fluisce da lui nei discepoli.

Parleremo più tardi di come ciò che è successo abbia potuto verificarsi.

 

Ma anche a questo punto si scorge un accrescimento della sua forza. Prima Egli aveva fatto fluire la sua forza nel malato da 38 anni. Ora invece la sua forza agisce nella forza delle anime dei discepoli. Agisce qui una tensione di forza che si estende dall’anima del Signore a quelle dei discepoli. La forza si è estesa dall’anima dell’uno alle anime degli altri. La forza si è rinvigorita. Dunque vive già nell’anima dei discepoli ciò che vive nell’anima del Cristo.

Se gli uomini volessero chiedere che cosa avviene mediante un influsso simile, essi dovrebbero attenersi all’esperienza: dovrebbero tentare di osservare quello che avvenne, quando veramente la forza possente che era nel Cristo non agì da sola, ma infiammò la forza nelle anime degli altri uomini, in modo che essa agisse ulteriormente.

 

Oggi non esistono persone dotate di una fede veramente viva — forse essi credono in teoria, ma non con l’intensità necessaria — perché soltanto allora sarebbero capaci di osservare ciò che avviene. L’indagine spirituale sa benissimo quello che avviene.

Abbiamo così l’intensificazione di gradino in gradino della forza del Cristo.

 

Seguitando, il quinto segno narrato nel medesimo capitolo comincia così:

«Ma fattosi sera i discepoli scesero alla marina. Ed entrati in barca, andavano tragittando il mare verso Caparnaum. Ed era già buio, e Gesù non era ancora venuto a loro. E soffiando un gran vento il mare si alzava. Spintisi adunque innanzi circa venticinque o trenta stadi, videro Gesù che camminava sul mare, e si avvicinava alla barca e s’impaurirono» (Giov. 6,16-9).

Coloro che oggi fanno stampare i Vangeli scrivono per esempio, come titolo assolutamente superfluo: «Gesù cammina sul mare», come se ciò stesse scritto in quel capitolo. Ma dove è scritto: «Gesù cammina sul mare»? Vi è detto: «I discepoli videro Gesù che camminava sul mare». Così sta scritto. Dobbiamo interpretare i Vangeli letteralmente.

 

La forza del Cristo è ancora cresciuta.

Essa era diventata tanto forte, per l’intensificazione naturale dovuta all’esercizio negli ultimi eventi,

che ormai poteva agire non soltanto da un’anima sull’altra,

non solo in modo che l’anima del Cristo comunicasse la propria forza alle anime degli altri,

ma in modo che il Cristo fosse ormai capace di vivere con la propria figura

dinanzi all’anima dell’altro, di chi ne era adatto.

 

Il fatto dunque è questo: qualcuno si trova in un posto lontano,

e la forza del Cristo è tanto possente da esercitare un’azione sopra persone lontane, che si trovano a grande distanza.

 

La forza del Cristo esercita ormai un’azione così forte che essa non solo scatena nei discepoli una forza,

come è successo a quelli che erano con lui sulla montagna.

• Allora la forza era soltanto passata sui discepoli, per effettuare il miracolo.

• Ora invece essi hanno la forza, sebbene non possano con gli occhi fisici arrivare a vedere la località dove è il Cristo,

di percepire il Cristo e di vedere la sua figura.

 

Il Cristo poteva diventare visibile a distanza per coloro coi quali era già stato formato un legame animico.

• Ora la sua figura è tale che può essere veduta spiritualmente.

• Nel momento in cui la possibilità del vedere fisico scompare nei discepoli,

sorge maggiore in essi la possibilità del vedere spirituale, ed essi vedono il Cristo.

 

Il vedere a distanza si esplica però in modo che l’immagine dell’oggetto appare come nell’immediata vicinanza.

• Si tratta ancora di un accrescimento della forza del Cristo.

 

Il segno seguente è la guarigione del cieco nato.

La guarigione del cieco nato, come è descritta nel Vangelo di Giovanni, viene di nuovo particolarmente svisata. Avrete spesso letto la storia del Vangelo:

  «E passando vide Gesù un uomo cieco dalla sua nascita. E i suoi discepoli lo interrogarono dicendo: ‘Maestro, chi ha peccato: lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?’ Gesù rispose: ‘Né lui, né i suoi genitori hanno peccato; ma è così perché in lui si manifestino le opere di Dio’» (Giov. IX-1,3).

Poi lo guarisce.

 

Basta soltanto chiedersi se corrisponda ad un sentimento cristiano interpretare il passo in questo modo: qui vi è un cieco nato; i suoi genitori non hanno peccato in modo da farlo nascere cieco; egli pure non ha peccato, ma Iddio lo ha reso cieco affinché il Cristo potesse venire a compiere un miracolo a glorificazione di Dio. Perché un’azione potesse venire attribuita a Dio, occorreva dunque che quell’uomo fosse prima reso cieco da Dio? Quel passo non è però letto giustamente. Non è affatto detto «che le opere di Dio si dovessero manifestare in quel cieco».

 

Se vogliamo comprendere questo segno, dobbiamo risalire all’uso della parola «Dio». Potrete facilmente verificarlo leggendo un altro capitolo nel quale il Cristo viene appunto accusato di aver detto che egli è uno con Dio. Come risponde?

Gesù risponde: «Non è forse scritto nella vostra legge: ‘Io dissi: voi siete dei?’ » (Giov. X-34).

Il Cristo cioè risponde che nell’interiorità dell’anima umana vi è il germe di un Dio;

vi è qualcosa di divino.

 

Quante volte abbiamo già detto che la quarta parte costitutiva dell’entità umana è il germe del divino nell’uomo.

«Voi siete dei!» significa: Il divino dimora in voi.

Questo elemento divino è qualcosa di diverso dall’uomo, dalla persona dell’uomo, quale vive qui fra nascita e morte;

è anche qualcosa di diverso da ciò che un uomo eredita dai suoi genitori.

 

Da dove proviene questo elemento divino, l’individualità dell’uomo?

• Essa passa da incarnazione a incarnazione attraverso ripetute vite terrene.

• L’individualità proviene da una vita terrena precedente, da una incarnazione precedente.

• Dunque non hanno peccato i suoi genitori,

e nemmeno ha peccato la personalità, alla quale in genere si dice «io»;

ma in una vita precedente quell’uomo ha posto la causa per cui è nato cieco in questa vita.

• Egli è divenuto cieco perché nella sua cecità si manifestano da una vita passata le opere del dio che è in lui.

 

Il karma, la legge di causa ed effetto, viene qui indicato chiaramente dal Cristo Gesù.

• E su che cosa si deve ora agire perché questa malattia possa essere guarita?

• Si deve agire non su ciò che vive come io transitorio fra nascita e morte;

le forze devono penetrare ben più profondamente fino all’io che passa di vita in vita.

La forza del Cristo è nuovamente aumentata.

 

Finora abbiamo visto che essa agiva solamente su ciò che le stava dinanzi; adesso essa agisce su ciò che supera la vita umana fra nascita e morte, su ciò che passa di vita in vita. Il Cristo sente se stesso quale rappresentante dell’Io-sono. Riversando Egli la propria forza nell’Io sono, comunicandosi l’alta divinità del Cristo alla divinità nell’uomo, quest’ultimo acquista la forza di guarirsi per forza interiore. Ora il Cristo è penetrato fino all’essere intimo dell’anima.

 

La forza del Cristo agisce fino nell’individualità eterna del malato, e la rende forte

in modo che la forza stessa del Cristo compare nell’individualità del malato,

ed esercita in questa un’azione fin sulle conseguenze delle incarnazioni precedenti.

Quale altra intensificazione della forza del Cristo è ancora possibile?

 

Unicamente quella che il Cristo si avvicini ad un uomo e desti in lui ciò per cui l’impulso stesso del Cristo venga risvegliato nell’altro uomo, e che quest’ultimo accolga la forza del Cristo in modo che l’intero suo essere ne rimanga compenetrato, ed egli diventi un altro uomo, un uomo compenetrato dal Cristo.

Questo avviene col risveglio di Lazzaro.

 

Abbiamo anche qui un accrescimento della forza del Cristo.

La forza del Cristo si accresce di gradino in gradino.

Dove si può trovare nel mondo un testo lirico composto in modo così grandioso?

Nessun altro scrittore ha creato una composizione come questa.

 

Chi non si inchinerebbe con riverenza dinanzi a una descrizione di avvenimenti

che si intensificano di gradino in gradino, e in un modo tanto mirabile?

Se ci limitiamo ad osservare il Vangelo di Giovanni dal solo aspetto della composizione artistica,

dobbiamo inchinarci con riverenza dinanzi ad esso.

Qui tutto cresce di gradino in gradino e si intensifica.

Ci resta ancora da mostrare qualcosa.

 

Abbiamo cioè rilevato dei singoli fatti che ci mostrano la successiva intensificazione dei segni, dei miracoli:

ma fra di essi vi sono molti altri fatti.

Dobbiamo chiederci come essi si articolino nel tutto.

 

 

By | 2018-08-07T16:28:45+02:00 Agosto 7th, 2018|SEGNI E MIRACOLI|Commenti disabilitati su 7 SEGNI E MIRACOLI – VANGELO DI GIOVANNI