///CARATTERI ESSENZIALI, TANTO DELLA VIA DELLA CONOSCENZA ROSICRUCIANA, QUANTO DELLA VIA MODERNA DELLA CONOSCENZA

CARATTERI ESSENZIALI, TANTO DELLA VIA DELLA CONOSCENZA ROSICRUCIANA, QUANTO DELLA VIA MODERNA DELLA CONOSCENZA

Caratteri essenziali, tanto della via della conoscenza rosicruciana, quanto della via moderna della conoscenza

O.O. 131 – Da Gesù a Cristo – 06.10.1911


 

Senza caratterizzare per ora la via rosicruciana, rileveremo oggi soltanto i caratteri essenziali,

tanto della via della conoscenza rosicruciana, quanto della via moderna della conoscenza.

 

In senso astratto possiamo dire che la caratteristica consiste nel fatto che

• chiunque dà consigli e insegnamenti per l’iniziazione,

rispetta nel senso più profondo l’indipendenza e l’inviolabilità della sfera della volontà umana.

• Perciò si tratta essenzialmente di far sì

che, per mezzo di una educazione morale del tutto speciale, di una educazione spirituale particolare,

la compagine abituale del corpo fisico, del corpo eterico, del corpo astrale e dell’io

venga resa diversa da quello che essa è per natura.

 

Tanto le istruzioni date per l’educazione dei sentimenti morali,

quanto quelle per la concentrazione del pensiero, per la meditazione,

tendono tutte verso l’unica mèta di allentare la compagine spirituale

che unisce il corpo eterico e il corpo fisico dell’uomo,

così che il corpo eterico non sia più così strettamente connesso al corpo fisico come sarebbe secondo natura.

 

Tutti gli esercizi tendono a questa elevazione, a questo allentamento del corpo eterico.

• In tal modo viene a verificarsi anche un legame diverso fra il corpo astrale e quello eterico.

Per il fatto che nella nostra vita abituale il corpo eterico e il corpo fìsico sono fortemente connessi,

nella vita giornaliera abituale il nostro corpo astrale non può affatto sentire, né sperimentare,

ciò che si svolge nel rispettivo corpo eterico.

 

Il corpo eterico sta infatti dentro nel corpo fisico,

e per questo appunto il nostro corpo astrale e il nostro io percepiscono soltanto attraverso il corpo fisico

ciò che il corpo fisico permette che dal mondo arrivi ad essi,

e glielo rende pensabile attraverso lo strumento del cervello.

Il corpo eterico è troppo immerso nel corpo fisico

perché nella vita abituale l’uomo possa sentirlo come un’entità indipendente,

come uno strumento indipendente di conoscenza, e anche come strumento di sentimenti o di volontà.

 

Lo sforzo nel pensiero concentrato,

come oggi viene insegnato e come veniva anche insegnato dai rosacroce,

gli sforzi delle meditazioni, la purificazione dei sentimenti morali,

tutto ciò ottiene alla fine che il corpo eterico diventi indipendente,

così come si può leggere nel libro L’iniziazione.

 

In tal modo, come ci si serve degli occhi per vedere o delle mani per afferrare,

così si arriva a servirsi anche del corpo eterico con i suoi organi

per guardare non nel mondo fisico, ma nel mondo spirituale.

• Il modo con cui prendiamo in mano la nostra vita interiore e la concentriamo in se stessa

esercita un’azione determinante sull’indipendenza del corpo eterico.

È però necessario che prima, per lo meno a titolo di prova, ci si compenetri in pratica dell’idea del karma.

 

• Ci compenetriamo praticamente dell’idea del karma

se stabiliamo un determinato equilibrio nella morale, nelle forze di sentimento dell’anima.

• Un uomo che non sia capace di concepire, fino a un certo grado,

l’idea che la colpa di ciò che gli capita alla fin fine è sua, non potrà progredire bene.

• Una certa equanimità e una comprensione sia pure ipotetica di fronte al karma

è necessaria come punto di partenza.

 

• Un uomo il quale non sa affatto liberarsi dal suo io, ed è talmente attaccato al suo modo strettamente limitato di sentire che addossa non a se stesso ma sempre agli altri la colpa dei suoi insuccessi, un uomo sempre pervaso dal sentimento che il mondo o una parte del suo ambiente gli è contrario, un tale uomo dunque che in certo modo non è capace di uscire da ciò da cui si esce riordinando con il proprio pensiero abituale quello che si può imparare dalla teosofia exoterica, avrà gran difficoltà a progredire.

È bene perciò che, per lo sviluppo della equanimità e della calma della nostra anima, ci rendiamo conto che quando qualcosa non ci riesce, specialmente sulla via occulta, non se ne deve addossare la colpa ad altri ma a noi stessi. Questo è ciò che favorisce maggiormente il progresso.

Quello invece che meno lo favorisce è il voler sempre cercare la colpa nel mondo esteriore, cambiare continuamente di metodo e così via. Questo è più importante di quel che forse non sembri. È sempre meglio fare un serio esame di coscienza, quando il progresso non ci arride, per verificare quanto poco progresso si sia fatto nella ricerca della colpa in noi stessi.

 

Abbiamo già un progresso importante se un giorno ci decidiamo a ricercare la colpa sempre in noi stessi.

• Allora ci vedremo progredire non soltanto nelle cose di più ampia portata,

ma perfino in cose della vita di tutti i giorni.

• Chi si intende di queste cose potrà far fede che, nell’idea di cercare in noi stessi la colpa dell’insuccesso,

troviamo qualcosa che ci rende proprio la vita esteriore facile e sopportabile.

 

Ci riuscirà molto più facile venire a capo di ciò che ci attornia, se potremo comprendere in verità questi pensieri. Potremo allora anche liberarci da molto malcontento e ipocondria, da molte querimonie e lamentele, e potremo proseguire il nostro cammino con maggiore calma.

 

Dobbiamo infatti riflettere che

• in ogni vera iniziazione moderna chiunque dia un consiglio

ha l’assoluto dovere di non penetrare nell’intimo santuario dell’anima;

dell’interiorità della propria anima ognuno deve occuparsi da se stesso;

non è più permesso di lagnarsi di non aver forse avuto consigli giusti.

 

I consigli possono essere giusti, e nondimeno la riuscita può non realizzarsi,

se non prendiamo la decisione di cui abbiamo parlato prima.

 

Dopo aver scelto (e la scelta deve verificarsi soltanto in base a una seria decisione), questa equanimità, questa tranquillità è un terreno buono sul quale, abbandonandosi a sentimenti e a pensieri, si può basare la meditazione. In tutto ciò che poggia sopra terreno rosicruciano è importante il fatto che in ogni meditazione, in ogni concentrazione, non si venga diretti verso qualcosa che non sia altro che un dogma, ma si venga diretti verso ciò che è universalmente umano.

 

Nella via errata ieri descritta viene preso lo spunto da ciò che, per cominciare, vien dato all’uomo soltanto come contenuto personale. Ma come sarebbe possibile farlo se questo contenuto dovesse essere non stabilito a priori, ma indicato soltanto per mezzo della concezione occulta?

Su questo terreno deve porsi ciò che si basa sul principio rosicruciano. Noi dobbiamo presumere di non essere affatto in condizione di accogliere qualcosa a priori, appoggiandoci soltanto a documenti esteriori materiali, per esempio riguardo a quel che si è verificato con l’evento del Golgota; dobbiamo infatti imparare prima a conoscere queste cose per via occulta e non dobbiamo stabilirle come premesse. Viene perciò preso come punto di partenza quel che è universalmente umano, che può trovare la sua giustificazione presso ogni anima.

Gettare uno sguardo nell’universo, ammirare le manifestazioni della luce nel sole diurno e sentire che quanto il nostro occhio vede della luce non è che il velo esteriore di essa, la manifestazione esteriore, o come si dice nell’esoterismo cristiano la magnificenza della luce, e poi abbandonarsi al pensiero che dietra alla luce esteriore sensibile sta nascosto qualcosa del tutto diverso: ecco qualcosa di universalmente umano.

 

Pensare, guardare la luce sparsa sull’intero spazio,

e poi rendersi conto che nell’elemento della luce che si spande

deve vivere qualcosa di spirituale che intesse questo tessuto della luce nello spazio,

concentrarsi su questo pensiero, vivere in esso:

ecco qualcosa di universalmente umano che non viene stabilito per mezzo di un dogma,

ma per mezzo di un sentimento, universale.

 

Oppure, sentire il calore della natura, sentire come attraverso il mondo vibri con il calore qualcosa che è nello spirito; e poi, per mezzo di certe affinità nel nostro proprio organismo con i sentimenti dell’amore, concentrarsi sul pensiero di come il calore possa essere spiritualmente, di come esso viva e pulsi attraverso il mondo; immergersi poi in ciò che possiamo imparare dalle intuizioni che ci vengono date dall’insegnamento occulto moderno, e poi consultare coloro che son pratici in questo campo per sapere come ci si possa concentrare in modo giusto sopra dei pensieri che siano pensieri universali, pensieri cosmici; e inoltre nobilitare, purificare i sentimenti morali, per mezzo dei quali arriviamo alla comprensione che ciò che sentiamo nella moralità è realtà, superando così il pregiudizio che i nostri sentimenti morali siano qualcosa di passeggero: così ci rendiamo conto che quanto ora sentiamo continua a vivere come una direttiva morale, come entità morale.

 

L’uomo impara allora a sentire la responsabilità di essere posto nel mondo con tutti i suoi sentimenti morali.

Tutta la vita esoterica, in ultima analisi, vien così diretta verso qualcosa di universalmente umano.

 

Oggi però va descritto dove si può arrivare, quando ci si dedichi in questo modo a esercizi che hanno per punto di partenza ciò cui si può giungere per mezzo della nostra natura umana, quando ci si abbandoni ad essa con giudiziosa auto-osservazione. Se prendiamo lo spunto da questo, arriviamo ad allentare l’unione fra il corpo fisico e quello eterico, e ad acquistare una conoscenza diversa da quella che ordinariamente possediamo.

Da noi stessi generiamo, in certo qual modo, un secondo uomo, e non siamo più tanto strettamente uniti al corpo fisico come prima lo eravamo; il corpo eterico e il corpo astrale vengono come inseriti dentro un involucro esteriore nei momenti più belli della vita, e ci sappiamo allora liberi dallo strumento del corpo fisico. Questo è ciò cui così arriviamo.

Certamente veniamo condotti allora a vedere il corpo fisico in noi nella sua vera essenza, e a riconoscere quel che esso opera in noi quando vi stiamo dentro. Ci accorgiamo di tutta l’azione del corpo fisico in noi soltanto quando, In un certo modo, ne siamo usciti.

 

Come il serpente, che quando ha perso la pelle la può guardare dal di fuori mentre di solito la sentiva come parte di se stesso, così noi pure in questo modo impariamo, per mezzo del primo gradino dell’iniziazione, assentirci liberi dal nostro corpo fisico; così impariamo a conoscerlo. In questo momento debbono coglierci dei sentimenti specialissimi che in un primo tempo si possono descrivere nel modo seguente.

Vi sono tante e diverse esperienze sulla via dell’iniziazione che tutto ancora non ha potuto essere descritto. Nel libro L’iniziazione si trovano molte notizie in proposito, ma molto ancora vi sarebbe da dire. Ciò che dobbiamo sperimentare dapprima e che quasi ognuno può sperimentare quando dal mondo esteriore si avvia sul sentiero della conoscenza, è che l’uomo si dice col sentimento:

• « Questo corpo fisico, così come esso è e come mi appare, non me lo sono formato io stesso. Non ho certamente fatto da me questo corpo fisico attraverso il quale sono stato portato ad essere ciò che sono diventato nel mondo. Se non lo avessi, l’io che considero ora il mio grande ideale non sarebbe collegato a me. Quel che sono, lo sono diventato solo per il fatto di aver ricevuto il mio corpo fisico forgiato per me ».

 

Da tutto ciò sorge dapprima come un astio, un’amarezza verso le potenze del mondo, per quel che siamo diventati. È facile dire di non voler provare questo astio. Quando si rivela ai nostri occhi l’intera e triste realtà di quel che siamo diventati a causa del modo in cui siamo uniti al nostro corpo fisico, questa vista ha una forza travolgente, e ci invade un sentimento come di astio, di odio e di amarezza contro le potenze mondiali per quel che siamo diventati.

La nostra educazione occulta deve esser allora abbastanza progredita da permetterci di superare l’amarezza, di dirci da un gradino superiore che con l’intero nostro essere, con la nostra individualità che è già discesa nelle incarnazioni, noi siamo responsabili di quel che il nostro corpo fisico è diventato.

 

Quando abbiamo superato questa amarezza, ci sta dinanzi il sentimento già spesso descritto: ora lo so, sono io stesso quello che là appare come la figura trasformata della mia esistenza fisica. Sono io stesso! Soltanto perché ciò mi avrebbe oppresso, non sapevo niente della mia, entità fisica.

Ci troviamo allora all’importante incontro col Guardiano della soglia. Se arriviamo però tanto oltre da sperimentare, per mezzo della severità dei nostri esercizi, ciò che appunto è stato detto, allora, movendo dalla natura umana generale, arriviamo al fatto di riconoscere noi stessi, così come siamo diventati ora, in questa nostra figura attuale, come risultato delle precedenti incarnazioni. Ma riconosciamo pure come si possa, sentire il più profondo dolore, e come si debba lavorare per elevarci al di sopra di questo dolore per superare la nostra esistenza attuale.

 

Per chiunque sia sufficientemente progredito e abbia attraversato i sentimenti nella loro totale intensità, per chiunque abbia veduto il Guardiano della soglia, sorge allora necessariamente un quadro immaginativo, un’immagine che egli non si costruisce arbitrariamente, come accade nel gesuitismo attraverso le descrizioni dei Vangeli, ma che sperimenta attraverso quel che ha sentito di universalmente umano, attraverso ciò che egli è.

Per mezzo di questa immagine egli viene naturalmente a conoscere la figura dell’uomo ideale divino, che vive in un corpo fisico uguale al nostro, ma in tale corpo fisico sente pure, come noi stessi sentiamo, tutto ciò che un corpo fisico può operare.

 

La tentazione e l’Immagine che ci viene descritta nei Vangeli sinottici come «tentazione», l’immagine di quando il Cristo Gesù vien condotto alla montagna, della promessa di tutte le realtà esteriori, di volersi attenere alle realtà esteriori, la tentazione di rimanere attaccati alla materia, la tentazione di arrestarsi al Guardiano della soglia e di non sorpassarlo, tutto questo ci appare nella grande immagine ideale del Cristo Gesù sulla montagna e del tentatore accanto a lui; immagine che si presenterebbe anche se non avessimo saputo niente dei Vangeli.

Sappiamo allora che chi ha scritto la storia della tentazione ha descritto la sua propria esperienza, cioè che egli ha visto nello spirito il Cristo Gesù e il tentatore. Allora sappiamo che è vero, che è vero nello spirito: chi ha scritto i Vangeli ha descritto qualcosa che noi stessi potremmo sperimentare, anche se non sapessimo niente dei Vangeli.

 

Veniamo così condotti a un’immagine che è uguale alla immagine esistente nei Vangeli. Così conquistiamo ciò che sta nei Vangeli. In questo modo nulla avviene per coercizione, ma tutto viene tratto dalle profondità della nostra natura stessa. Si parte da quanto è universalmente umano, e per mezzo della nostra vita occulta, si creano a nuovo i Vangeli, ci si sente uniti con gli scrittori dei Vangeli.

Sorge allora in noi un altro sentimento, una specie di nuovo gradino del sentiero occulto. Sentiamo come il tentatore, che allora si è presentato, vada crescendo e diventando un essere possente che sta dietro a tutte le manifestazioni del mondo. Impariamo veramente a conoscere il tentatore, ma in certo qual modo impariamo a poco a poco anche ad apprezzarlo; impariamo a dire: il mondo squadernato dinanzi a noi, maya o altro che sia, ha la sua ragion d’essere, ha portato qualcosa a manifestarsi. Allora in ognuno che osservi le condizioni di un’iniziazione rosicruciana si affaccia un sentimento che può dirsi ben concreto.

Sorge il sentimento: noi apparteniamo allo spirito che vive in tutte le cose e di cui dobbiamo tener conto. Non possiamo affatto arrivare allo spirito, se non ci abbandoniamo ad esso. E questo ci spaventa! Attraversiamo un momento di spavento, che ogni vero indagator dello spirito deve attraversare, il sentimento della grandezza dello spirito universale effuso nel mondo!

 

Dinanzi a quello spavento sentiamo la nostra propria debolezza e sentiamo pure quello che avremmo potuto diventare nel corso del divenire della terra o del mondo in generale; sentiamo la nostra debole esistenza che è così lontana dall’esistenza divina. Ci spaventa allora l’ideale al quale dobbiamo adeguarci e così pure ci spaventa la grandezza dello sforzo che deve condurci a quell’ideale!

Ma come dobbiamo sentire per mezzo dell’esoterismo l’enorme grandezza dello sforzo, così dobbiamo anche sentire questa paura come una lotta che ci prefiggiamo, una lotta con lo spirito del mondo! Quando sentiamo questa nostra piccolezza e la necessità che vi è di lottare per raggiungere il nostro ideale, per unirci a ciò che opera e vibra nel mondo quando sentiamo questo paurosamente, allora soltanto potremo spogliarci della nostra paura e incamminarci sulla via, anzi sulle vie che ci conducono al nostro ideale.

 

Ma mentre sentiamo tutto questo intensamente, sorge davanti a noi un’immaginazione significativa. Se anche non avessimo mai letto un Vangelo, se gli uomini non avessero mai avuto esteriore mente un simile libro, sorge allora davanti al nostro sguardo chiaroveggente questa immagine spirituale: veniamo condotti fuori nella solitudine che si palesa chiaramente al nostro occhio interiore, e veniamo condotti dinanzi all’immagine dell’uomo ideale che sperimenta nel corpo umano, nella infinita grandezza, tutta la paura che noi stessi sperimentiamo in quel momento.

L’immagine del Cristo in Getsemani si presene dinanzi a noi; vediamo come egli sperimenti in modo straordinariamente intenso la paura, l’angoscia che noi stessi dobbiamo sperimentare sul sentiero della conoscenza, la paura che gli fa sgorgare il sudore di sangue sulla fronte: questa immagine ci si presenta a un determinato punto del nostro cammino, senza documenti esteriori.

 

Sul sentiero occulto, come due possenti pilastri,

stanno dinanzi a noi la storia della tentazione, sperimentata spiritualmente,

e la scena sul monte degli ulivi, pure sperimentata spiritualmente.

Comprendiamo allora le parole:

« Vegliate e pregate, e vivete nella preghiera per non essere mai tentati di fermarvi a un punto qualsiasi,

ma per progredire continuamente! ».

 

Questo significa sperimentare il Vangelo, sperimentarlo in modo da poterlo descrivere, come lo hanno descritto gli scrittori dei Vangeli. Non occorre infatti che le due immagini appunto caratterizzate vengano da noi tratte dal Vangelo; possiamo prenderle dalla nostra propria interiorità, possiamo attingerle dal santuario intimo dell’anima.

Non occorre che nessun maestro venga a dire di raffigurarci come immaginazione la storia della tentazione, la scena del monte degli ulivi; occorre soltanto che poniamo dinanzi a noi ciò che può essere elaborato nella nostra coscienza come meditazione, come purificazione dei sentimenti universalmente umani. Allora, senza che nessuno ce Io imponga, possiamo far sorgere in noi le immaginazioni che sono contenute nel Vangelo.

 

• La via ieri descritta, della corrente spirituale gesuitica, era tale

che prima si avevano i Vangeli e poi si sperimentava ciò che in essi era rappresentato.

• La via descritta oggi indica che, quando ci si dirige sul sentiero della vita spirituale,

si sperimenta prima occultamente quel che è connesso con la propria vita

e quindi, per mezzo di noi stessi, le immagini, le immaginazioni dei Vangeli.

 

 

By | 2018-10-19T14:50:47+02:00 Giugno 5th, 2018|CONOSCENZA|Commenti disabilitati su CARATTERI ESSENZIALI, TANTO DELLA VIA DELLA CONOSCENZA ROSICRUCIANA, QUANTO DELLA VIA MODERNA DELLA CONOSCENZA