Comunanza, fra morte e rinascita, con uomini cui si è legati dal destino

O.O. 231 – L’uomo soprasensibile alla luce dell’antroposofia – 14.11.1923


 

Sommario: Cammino dell’uomo fra morte e rinascita attraverso le sfere e le gerarchie. Modifica graduale della fisionomia morale dell’uomo. Comunanza con uomini cui si è legati dal destino. La comprensione del destino. La trasformazione della parte inferiore del corpo in testa. Il linguaggio cosmico. Ritorno verso una nuova incarnazione. Il cosmo dei quattro possibili mondi.

 

Ieri abbiamo tentato di collegare l’uomo con l’universo. Mediante quella trattazione volevamo conseguire una base dalla quale partire per penetrare nell’entità soprasensibile dell’uomo. In maniera ancora prevalentemente soprasensibile esteriore, vorrei oggi aggiungere qualcosa a quel che ho detto ieri, perché dobbiamo anche studiare l’entità soprasensibile umana quale essa è dopo che l’uomo ha deposto il corpo fisico e il corpo eterico, quando ha cioè varcato la soglia della morte e percorre il cammino fra morte e rinascita.

Comincerò esponendo in forma prevalentemente descrittiva ciò che su quel cammino si presenta alla visione immaginativa esteriore. Conseguiremo così una base dalla quale sarà possibile osservare il vero essere spirituale-animico dell’uomo.

 

Dobbiamo sempre essere ben in chiaro sul fatto che in realtà

è stolto parlare separatamente dell’essere fisico e di quello spirituale-animico.

Infatti, ciò che dell’uomo ci muove incontro fisicamente,

ciò che nel mondo sensibile si presenta come corporeità fisica,

è ovunque attraversato e permeato di sostanza animico-spirituale.

 

L’uomo deve la forma della propria fronte, quella dell’intero volto e ogni altra forma della sua persona

al fatto che delle forze spirituali gliele hanno conferite.

Non c’è quindi da stupirsi se chi è in grado di vedere spiritualmente

deve parlare di una forma spirituale umana anche dopo che l’uomo è passato per la porta della morte.

 

Alla conoscenza immaginativa le cose si presentano in maniera che, commisurato alla percezione fisica, l’uomo appare allora come un’ombra molto ben delineata ed evidente, come una figura che a tutta prima fa l’impressione di qualcosa di esteriore, perché dobbiamo proprio pensare l’essere spirituale-animico umano in modo spirituale-morale.

Non perveniamo tuttavia a farci una rappresentazione spirituale valevole se non parliamo prima delle immaginazioni, delle figure che l’uomo possiede ancora dopo la morte.

Con la morte l’uomo depone il proprio corpo fisico, e possiamo completamente prescindere da quanto ne avviene, perché il modo in cui quel corpo si dissolve ha assai meno importanza di quanto oggi ordinariamente si creda. Che si dissolva per decomposizione o per cremazione ha propriamente solo importanza per gli altri; per la vita di chi ha varcato la soglia della morte non ha molta importanza. Basta quindi parlarne come di quella parte dell’uomo che si decompone entro la natura esterna.

 

Poco dopo la morte si decompone poi il corpo eterico; questo processo è noto dalla mia esposizione nella Scienza occulta.

• Quando l’uomo ha deposto questi due rivestimenti esteriori del proprio essere

(l’espressione « rivestimenti » non è del tutto esatta), da essi si scioglie, si libera qualcosa.

• Chi dispone di adeguata conoscenza immaginativa vede ciò che allora si libera nell’aspetto di una figura,

di una figura che all’inizio, pur dopo la morte, assomiglia alla forma fisica umana.

• Solo che tale figura (la chiamerò figura spirituale) è in perpetua trasformazione.

 

Ho spesso descritto la vita fra morte e rinascita dai più svariati punti di vista, perché solo così si può arrivare ad averne una adeguata rappresentazione. Oggi voglio presentarla in una prospettiva particolare. Solo aggiungendo cose nuove a quanto già prima fu detto ne risulterà un’immagine completa.

 

La figura spirituale dell’uomo è sottoposta a continua trasformazione,

e la si caratterizza giustamente solo dicendo che essa diviene gradualmente tutta « fisionomia ».

• Mediante la percezione immaginativa posseduta dall’iniziato e da chi ha già varcato la porta della morte

si vede qualcosa che si vorrebbe chiamare una sorta di « fisionomia ».

Tale fisionomia è l’uomo tutt’intero, non solo una parte di lui,

e quella figura spirituale è l’espressione dell’essere nella sua interiorità morale-spirituale.

 

Dopo la morte una persona cattiva ha così un aspetto diverso da quello di una persona buona, e l’aspetto di chi si è lasciato vivere con leggerezza e frivolità è diverso da quello di chi si è impegnato nella vita e ha fatto degli sforzi. Ma tutto ciò non si esprime soltanto attraverso il volto. Il volto va anzi perdendo la fisionomia che gli era propria durante la vita fisica; quei tratti si fanno sempre più indistinti. Viceversa il resto del corpo diventa molto espressivo, e lo diviene particolarmente la parte di esso che racchiude gli organi della respirazione.

 

Nella parte dell’organismo che nella vita fisica racchiudeva gli organi della respirazione

si vedono ora, fisiognomicamente espresse, soprattutto le qualità durevoli del carattere.

 

Il torace assume una ben marcata fisionomia, e da essa si vede se la relativa persona abbia avuto più o meno coraggio nelle diverse situazioni dell’esistenza, se sia stata pusillanime, se abbia affrontato la vita con un certo ardire e un certo valore, oppure se si sia ritratta in ogni occasione e così via.

 

Dopo la morte particolare espressività assumono le braccia e le mani.

Dalle braccia e dalle mani si può addirittura leggere la biografia di una persona, quale si svolse fra nascita e morte;

soprattutto dalle mani che già durante la vita fisica si rivelano così importanti all’osservatore riflessivo,

che già durante la vita fisica tanto denunciano della relativa persona,

perché molto si può dedurre dal modo come una persona muove le dita,

se incontrandone un’altra si limita a porgerle la punta delle dita oppure le dà una calorosa stretta di mano.

 

Ma anche il diverso modo in cui si configurano plasticamente le mani secondo che una persona si lascia semplicemente vivere oppure esegue rettamente il proprio lavoro, è già molto indicativo fin dalla vita fisica. Non ci si bada, ma moltissime persone sono molto interessanti, e per lo meno rivelano se stesse, attraverso il modo in cui tengono e muovono le mani e le dita. Dopo la morte, questo fatto si accresce notevolmente.

 

Si può addirittura leggervi la storia di un’esistenza.

Lo stesso si verifica per gli altri organi.

Tutto, dopo la morte, diviene fisiognomicamente espressivo.

Dopo la morte, l’uomo presenta la propria fisionomia morale-spirituale.

 

Ieri abbiamo detto che quale si configura dal cosmo, dall’universo, l’uomo ci presenta prima la propria figura

e che, adeguandosi a quanto è inciso nell’etere,

quella figura si manifesta nell’involucro della pelle e degli organi sensori che vi sono inseriti.

• Ma la figura umana limitata dalla pelle,

la figura umana che conosciamo durante la vita fisica terrena,

dopo la morte diviene espressione fisionomica della persona morale-spirituale; e ciò dura piuttosto a lungo.

 

Quando accedono a questa forma di vita, se così posso esprimermi, gli uomini incontrano soprattutto le persone con le quali erano stati in relazione sulla Terra, con le quali erano stati uniti in comunanza di interessi spirituali o di cuore e d’anima. Ma nessuno può ingannare gli altri!

Quello che una persona è e quali sono i suoi sentimenti verso un’altra

si manifesta fedelmente nella sua fisionomia che ho appena descritta.

 

In questo periodo della vita dopo la morte, che fa seguito a quello in cui l’uomo attraversa delle prove di cui oggi non voglio parlare, gli uomini sono principalmente in rapporto con quelli con cui, nell’ultima vita terrena o comunque sulla Terra, ebbero un qualsivoglia legame karmico.

Essi imparano ora a conoscersi vicendevolmente a fondo.

Ciò che gli uomini sperimentano in questo periodo è appunto un’esatta presa di conoscenza,

attraverso l’osservazione delle fisionomie, di coloro ai quali furono uniti karmicamente.

 

Dobbiamo pensare di quale intima osservazione si tratti: ogni persona è scoperta davanti all’altra,

mostrando tutto il senso della reciproca connessione karmica.

Così gli uomini passano gli uni accanto agli altri, così vivono assieme.

 

Questo è al contempo il periodo in cui, per il fatto di essere come ho detto, di essere una siffatta fisionomia,

l’uomo impara a conoscere gli esseri della terza gerarchia: gli angeli, gli arcangeli e le archai.

Per la loro stessa natura, quegli esseri sono infatti sempre « fisionomia ».

Essi furono generati dagli esseri cosmici delle gerarchie superiori in maniera che, per chi può vederli immaginativamente,

tutta la loro natura animico-spirituale si esprime nel loro aspetto.

 

Durante questo periodo ciò si aggiunge al nesso che l’uomo ha con le persone con le quali è karmicamente congiunto. L’aspetto delle persone con le quali si è karmicamente congiunti è naturalmente molto vario. Se ne incontrano per esempio di quelle che ci avrebbero volentieri desiderati… a carte quarantotto, ma con le quali abbiamo tuttavia un legame karmico. Riconosciamo ora esattamente quali furono le loro intenzioni, e quello che ci hanno fatto. L’aspetto delle persone è allora molto vario, molto differenziato, e fra esse si aggirano gli esseri della terza gerarchia che in mezzo agli uomini risplendono come figure di luce, solari.

 

Certo, i termini che adopero valgono solo di raffronto, ma dobbiamo necessariamente valerci del linguaggio terreno. Si esprime tuttavia il vero dicendo che in quel periodo l’uomo incontra coloro ai quali è congiunto per karma, ed è singolare che egli può allora avere unicamente comprensione per loro.

Le anime umane con le quali non è karmicamente congiunto gli rimangono in certo senso invisibili; egli non ha alcun mezzo, alcuna possibilità percettiva rispetto alle loro fisionomie morali-spirituali. Non le percepisce, non può percepirle, perché solo il legame spirituale conferisce forza visiva.

Se sulla Terra all’uomo toccasse di vedere con gli occhi fisici come si è costretti a vedere in quel periodo della vita dopo la morte, egli non vedrebbe molto, perché sulla Terra l’uomo ama guardare restando passivo, lasciando che le cose gli si manifestino da sole.

 

Nell’odierna civiltà all’uomo piace sviluppare pochissima attività interiore per vedere quanto lo circonda. Se chi predilige valersi delle proprie facoltà visive come si fa al cinematografo, e vuol solo avere delle impressioni a cui abbandonarsi passivamente, fosse dotato della medesima facoltà percettiva che l’uomo ha dopo la morte, potrebbe essere qui fra noi e non ci vedrebbe. Dopo la morte la possibilità di vedere le altre persone dipende infatti dall’attenzione che si impiega; e tale attenzione viene conferita dal legame karmico.

 

Il primo periodo successivo alla morte è così un periodo di reciproca presa di conoscenza; durante il suo corso si viene però anche a conoscere come le rispettive persone vengano accolte dagli esseri della terza gerarchia. Si vede quale soddisfazione oppure anche quale malcontento quegli esseri provano riguardo alle persone che ascendono al mondo spirituale con la figura fisionomica che ho descritta. Si vede quale impressione quelle persone fanno sugli esseri delle gerarchie superiori più vicini all’uomo.

Segue un altro periodo.

Viene il tempo in cui gli uomini che hanno imparato a conoscersi, che per così dire si sono sempre guardati, nel modo corrispondente alla vita dopo la morte cominciano ora a capirsi, conseguono in senso spirituale qualcosa come una comprensione spirituale per le fisionomie morali-spirituali di cui ho detto.

 

Nel primo tempo dopo la morte si vive interamente nei propri ricordi, si è assieme alle persone con le quali si era collegati, si vivono ben inteso vicende attuali, si agisce, si vive, si opera in tutte le condizioni che risultano principalmente dai nessi fra gli uomini e gli esseri della terza gerarchia, ma per tutto quel tempo si è come immersi nel ricordo della vita terrena.

Poi si comincia ad avere intelletto spirituale, si comincia a capire, nel senso in cui il capire deve esplicarsi nel mondo spirituale, che cosa le fisionomie morali-spirituali delle persone che s’incontrano debbano significare.

S’impara a « capire » i propri simili. S’impara a capirli tanto da dire che una determinata fisionomia morale-spirituale ci palesa una certa esperienza, ci riconduce a dati destini vissuti in comune e così via. Questo lo si sperimenta già subito dopo la morte, perché quei destini si vedono, si vede la propria comunanza di destino con le altre persone, ma ora si sperimentano in maniera da dire che, se finora avevamo vissuto assieme nel modo che risulta dalla reciproca comprensione delle nostre fisionomie, la nostra futura convivenza dovrà attuarsi in un certo modo. Si sperimenta con piena comprensione la possibilità di un ulteriore sviluppo del comune destino e si consegue il senso del proseguimento delle condizioni di vita precedentemente iniziate.

 

Si vede come in prospettiva

in qual modo si configureranno in futuro i fili di destino precedentemente annodati

che trapelano dalle fisionomie morali-spirituali.

Tali sentimenti penetrano sempre più nel profondo,

tanto che si verifica una vera unione, un reale congiungimento spirituale-animico delle anime.

 

Nel corso di questo processo, si vede gradualmente scomparire ciò che sulla Terra fisica era stato massimamente espressivo.

Il capo cioè scompare, si dissolve in una specie di nebbia spirituale.

Nella stessa misura in cui scompare il capo, i tratti della figura morale-spirituale cambiano nel senso che in essi

affiora qualcosa, come se dal passato si additasse verso il futuro.

 

Al contempo l’uomo viene introdotto nello spirito dei moti planetari, nello spirito delle forze operanti nel sistema planetario, con la conseguenza che un certo tempo dopo la morte le persone fra loro collegate si avvicinano alla vita spirituale del Sole.

Le forze planetarie le portano nella regione spirituale solare, e tutte le esperienze vissute in comune, i comuni germi di esperienze future, vengono portati nel campo spirituale solare.

 

Per una conoscenza che penetri davvero nelle cose, il fatto che l’odierna scienza si raffiguri il Sole come un corpo gassoso sospeso nell’universo è davvero puerile. Tale sarebbe unicamente l’aspetto che il Sole offrirebbe alla Terra. Ma non appena lo si contempla con gli occhi spirituali, gli occhi animici che l’uomo possiede dopo la morte, non appena lo si contempla dall’universo, il Sole si manifesta come un’entità spirituale, o per meglio dire come un’accolta di esseri spirituali. In mezzo a tali esseri spirituali si aggirano ora le anime umane che portano nel dominio solare non solo i loro contenuti spirituali, ma anche i comuni destini. Tutto questo sistema di anime umane, assieme ai giudizi che ne danno gli esseri della seconda e della terza gerarchia, splende nell’universo, nel cosmo.

 

Da qualsivoglia punto della Terra ci si rappresenta giustamente il Sole dicendo che esso appare come un globo risplendente del quale si può anche fare uno schematico disegno. Di solito si pensa anche che, se si potesse salire e contemplare il Sole dall’alto, esso presenterebbe a un dipresso il medesimo aspetto che offre dalla Terra. Ma così non è, e chi volesse fare un’immagine schematica disegnando in forma fisico-sensibile il Sole quale appare allo sguardo spirituale, dovrebbe presentare delle radiazioni spirituali effuse nello spazio in tutte le direzioni.

 

Ciò che del Sole può vedersi dalla Terra è solo la parte che splende verso di essa.

Allo sguardo spirituale si presenta invece qualcosa

che solo gradualmente si trasforma in percezione spirituale auditiva,

e diviene talvolta un imponente avvio alla musica cosmica.

 

Tale avvio è qualcosa che gli uomini hanno sperimentato e che sperimentano dopo la morte.

Tutto ciò viene inserito nel Sole e irradia nel cosmo.

A quel punto, nella propria figura spirituale, l’uomo ha già assunto la forma del Sole.

Ciò suona paradossale, ma dobbiamo descrivere questi fatti perché sono reali.

 

Tutto ciò che, dopo il passaggio attraverso la porta della morte, era divenuto fisionomia espressiva, forma spirituale, si arrotonda e, espresso spiritualmente, quando l’uomo arriva al Sole egli è propriamente un globo spirituale.

Ogni singolo uomo è divenuto un globo spirituale, e in tale globo si riflette l’universo.

 

In quanto siamo ora totalmente divenuti organo di senso spirituale,

non abbiamo più impressioni terrene, ma quale organo visivo spirituale riceviamo l’impressione dell’intero cosmo.

Ci sentiamo fusi con tutto l’universo.

Ora sentiamo fuori di noi quel che eravamo stati sulla Terra.

Ma mentre come in un occhio spirituale riflettiamo l’intero universo,

ci sentiamo interamente congiunti con i destini sperimentati in noi stessi e nei rapporti con altre persone.

 

• Dopo che per un certo tempo abbiamo vissuto tutto questo,

penetriamo sempre più addentro nella sfera della prima gerarchia,

dei serafini, dei cherubini e dei troni; ci uniamo con quella gerarchia.

• Quando con la nostra fisionomia morale-spirituale

ci aggiriamo fra le persone a noi legate per destino, ci uniamo con la terza gerarchia;

• poi siamo portati dalle forze planetarie nella sfera spirituale del Sole

dove siamo uniti con la seconda gerarchia,

• e infine, mentre attraverso la nostra esistenza solare ci sentiamo come nell’intero universo,

siamo uniti con la prima gerarchia, con i serafini, i cherubini e i troni.

 

Qui appare sempre maggiormente che cominciamo ormai a provare interesse non solo per le persone che fin da prima ci erano karmicamente vicine, ma che fra queste compaiono anime che soltanto in questo periodo fra morte e rinascita entrano nella sfera del nostro destino.

Cominciamo a poter osservare delle altre anime oltre a quelle a cui eravamo stati karmicamente congiunti.

Sono anime alle quali saremo karmicamente congiunti più tardi, nelle future esistenze.

 

Ma appunto per effetto dell’azione esplicata su noi da serafini, cherubini e troni, nelle persone alle quali eravamo karmicamente congiunti, e nella misura in cui lo eravamo, cominciamo ora a notare un’importante mutamento che voglio ora descrivere, soprattutto nel suo aspetto esteriore.

Quando con l’occhio fisico si osserva una persona che si muove per il mondo, si vede come essa porti una gamba davanti all’altra e in tal modo cammini, si vede come una serie di istantanee di quella persona. Ma chi contempla immaginativamente l’uomo quale è in questa sfera, vede come se i suoi passi, la forma che assumono le sue gambe ad ogni passo, fossero portatori di tutto il destino che egli attraversa e che si è formato durante la sua vita terrena.

 

Non solo le gambe, ma anche le braccia sono portatrici del nostro destino,

di ciò che di bene e di male abbiamo fatto ad altri.

• Quel che suscita un certo impulso di giustizia nel mondo, e si inserisce nel destino,

diviene percepibile attraverso il modo in cui l’uomo si muove.

• Il destino interiore che l’uomo si è preparato attraverso i suoi stati d’animo,

attraverso il modo in cui ha interiormente sperimentato la vita, si palesa allora nella circolazione del sangue.

 

Ciò che si vede connesso con il destino è visibile a lungo quando l’uomo è entrato nella sfera ora detta, lo si scorge nella configurazione degli arti motori e di altre parti dell’organismo, ad esclusione della testa e del torace.

Sulla Terra fisica la vista di un uomo che passasse davanti a noi privo di testa e torace non sarebbe certo molto gradevole, ma fra morte e rinascita tutto è trasposto in realtà morale-spirituale, e allora l’aspetto che si presenta è molto più gradevole di quanto possa essere quello di una testa umana sulla Terra.

Questo sperimentano ora gli uomini che sono karmicamente congiunti fra loro e che durante l’esistenza solare spirituale, nel periodo che nei miei misteri drammatici ho chiamato mezzanotte cosmica, sperimentano in questa maniera i nessi karmici.

 

Allora, conforme al grado della loro comunanza,

le diverse persone lavorano alla trasformazione di quel che erano state nella precedente vita;

si vede così nei particolari come ciò si verifichi.

• Attraverso la percezione spirituale si vede per esempio come per la futura vita terrena

le gambe vengano trasformate nella mascella inferiore,

le braccia e le mani nella mascella superiore e nel relativo sistema nervoso.

Tutta la parte inferiore del corpo viene trasformata in quella superiore.

 

Però l’uomo non esegue da solo quel lavoro, ma, secondo il grado del loro legame karmico,

lo eseguono le une sulle altre le persone fra loro collegate.

Per il fatto che una persona lavora sull’altra,

si formano le parentele spirituali che nella vita terrena fanno sì che esse poi si incontrino e si comprendano.

 

La parentela spirituale che più o meno intimamente ci unisce a un’altra persona

viene generata in questa maniera nel tempo fra morte e rinascita.

• Attraverso il lavoro eseguito in comune dalle persone karmicamente congiunte,

viene modellata la forma spirituale del futuro capo.

In verità quel lavoro eseguito nel mondo spirituale non è meno, anzi è molto più ricco di contenuto,

del lavoro che viene compiuto sulla Terra.

 

Già da quanto ho detto si vede che, come attraverso immagini della vita terrena fisica si può descrivere quel che accade fra nascita e morte, così in modo particolareggiato e del tutto concreto è possibile descrivere ciò che per l’uomo avviene fra morte e rinascita. Si può descriverlo del tutto concretamente.

 

È grandioso, è poderoso il modo in cui gli arti, il sistema sanguigno e quello del ricambio vengono trasformati.

• Ma quelle che vengono trasformate nel corso dell’esistenza spirituale, a metà fra morte e rinascita,

sono propriamente le qualità morali-spirituali dell’uomo.

• Ciò che risulta da tale trasformazione si deve dire che echeggia quale musica cosmica.

• La figura plasmata sul modello del Sole e riflettente l’universo si palesa esteriormente nel suono cosmico.

 

Se posso usare un paragone, nel suono cosmico non si ha dunque una rappresentazione visiva,

ma la rappresentazione della trasformata essenza della parte inferiore dell’uomo.

• Mentre quel processo sempre più progredisce, l‘uomo diviene una parte dello stesso Verbo cosmico.

 

Quel che prima egli era solo stato come un insieme di elementi melodici e armonici,

si organizza in parti articolate del Verbo cosmico;

l’uomo diviene come se dal grembo dell’universo egli pronunciasse il proprio essere.

 

Si può quindi dire che fra la morte e la successiva nascita

vi è un periodo in cui l’uomo diviene parola spirituale;

non una parola di qualche sillaba, ma una parola di contenuto immenso,

una parola che non racchiude solo l’entità umana in genere,

bensì tutto l’uomo individuale di cui nel caso specifico si tratta.

 

In quel tempo fra morte e rinascita l’uomo è misteriosamente in possesso di un immenso sapere,

ed egli rivela il proprio essere fuori nel cosmo, in maniera percepibile alle entità divino-spirituali.

 

Quando un uomo così lavora su un altro per trasformare attraverso metamorfosi la parte inferiore del suo essere in quella superiore (la parte superiore precedente si è infatti gradualmente disciolta), quando secondo il grado del legame esistente lavora al legame futuro, avviene come se un elemento spirituale-plastico venisse configurato in sensazioni.

Si accoglie l’elemento spirituale-plastico, si lavora intorno ad esso,

ed esso si trasforma in qualcosa di echeggiante e alla fine di parlante.

 

Inizialmente ci si muoveva fra le fisionomie spirituali delle persone con le quali si era karmicamente congiunti;

guardandole si imparava a conoscerle nelle loro qualità morali-spirituali.

Ma si trattava solo di percezione, di una percezione che invero congiungeva intimamente le anime;

era tuttavia percezione.

 

Segue il tempo che ho descritto come quello della comprensione reciproca. Ci si comprende.

Un uomo guarda l’altro immergendosi profondamente nella di lui interiorità,

sapendo in qual modo il passato si riallaccerà karmicamente al futuro.

 

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