Conoscenza dei mondi superiori 

O.O. 13 – La scienza occulta nelle sue linee generali – V ( La conoscenza dei mondi superiori)


 

Allo stato attuale della sua evoluzione, l’uomo sperimenta nella vita ordinaria, fra nascita e morte, tre stati dell’anima: la veglia, il sonno e uno stato intermedio, il sogno. Di quest’ultimo parleremo brevemente nel seguito di questo libro. Osserveremo per ora la vita nei due stati principali che si alternano, quello della veglia e quello del sonno. — L’uomo arriva ad acquistare cognizioni nei mondi superiori quando, oltre allo stato di sonno e di veglia, raggiunge un terzo stato dell’anima. Durante la veglia l’anima si abbandona alle impressioni dei sensi e alle rappresentazioni che vengono stimolate dalle impressioni sensorie. Durante il sonno tacciono le impressioni dei sensi, però l’anima perde anche la coscienza; le esperienze del giorno sprofondano nel mare dell’incoscienza.

 

Immaginiamoci ora che durante il sonno l’anima possa conseguire una forma di coscienza, nonostante l’eliminazione delle impressioni dei sensi, quale si verifica nel sonno profondo; anche il ricordo delle esperienze diurne dovrebbe scomparire. L’anima si troverebbe allora forse di fronte al nulla? Non potrebbe allora avere proprio nessuna esperienza?

Una risposta a queste domande si trova soltanto quando si può realizzare una condizione che sia analoga o somigliante a quella descritta, e cioè che l’anima riesca a sperimentare qualcosa, anche quando nessuna azione dei sensi e nessun ricordo relativo più esistano in lei. Allora, nei riguardi del mondo esteriore, l’anima si troverebbe come nel sonno; nondimeno non dormirebbe, ma si troverebbe, come durante la veglia, di fronte ad un mondo reale.

Orbene, uno stato di coscienza siffatto può essere raggiunto, se l’uomo provoca nella sua anima le esperienze che la scienza dello spirito gli rende possibili. E tutto ciò che da questa gli viene comunicato riguardo ai mondi che trascendono il campo dei sensi, viene investigato a mezzo di tale stato di coscienza. Nelle considerazioni precedenti sono state comunicate alcune notizie riguardo ai mondi superiori; in quelle che seguiranno verrà parlato — per quanto questo libro ce lo consente — dei mezzi coi quali ci si può procurare lo stato di coscienza necessario per quelle investigazioni.

 

Questo stato di coscienza somiglia a quello del sonno sotto un solo aspetto, cioè per il fatto che per mezzo di esso tacciono tutte le azioni sensorie esteriori; rimangono eliminati anche tutti i pensieri stimolati dalle azioni sensorie. Ma mentre nel sonno l’anima non ha la forza di sperimentare qualcosa coscientemente, essa deve acquistare tale forza per virtù di questo stato di coscienza. Per mezzo di esso viene dunque destata nell’anima la capacità di sperimentare che durante l’esistenza normale viene stimolata soltanto dall’azione dei sensi. Il risveglio dell’anima ad un simile stato superiore di coscienza può essere denominato iniziazione.

I metodi dell’iniziazione conducono l’uomo, dallo stato normale della coscienza diurna, ad un’attività animica per mezzo della quale egli si serve di strumenti spirituali di osservazione. Questi strumenti già esistono come germi nell’anima, ma occorre svilupparli. Ora può presentarsi il caso che un uomo, a un determinato momento del corso della sua esistenza e senza alcuna speciale preparazione, scopra nella sua anima che tali strumenti superiori si sono sviluppati in lui. Si è verificato in questo caso una specie di autorisveglio involontario.

 

Quell’uomo sentirà da tal fatto trasformato l’intiero suo essere; la sua vita animica avrà un illimitato arricchimento di esperienze, ed egli troverà che non vi è conoscenza del mondo sensibile che possa recargli la beatitudine, il soddisfacente atteggiamento animico e il calore interiore che egli sente e che sia paragonabile a quelli che si aprono ad una conoscenza non accessibile per l’occhio fisico. Forza e sicurezza di vita fluiranno nella sua volontà dal mondo spirituale. — Vi sono casi simili di auto-iniziazione; questi non devono però indurci a credere che sia bene aspettare un tale fenomeno, senza far niente per procurarci l’iniziazione per mezzo di una disciplina regolare.

Qui non occorre parlare dell’auto-iniziazione, poiché essa può affacciarsi appunto senza che ci si sottometta ad alcuna regola speciale; dobbiamo però spiegare come, per mezzo di una disciplina, si possano sviluppare gli organi di percezione di cui i germi giacciono latenti nell’anima. Gli uomini che non si sentono specialmente disposti a lavorare per la propria evoluzione, potranno facilmente dire: « La vita umana è in mano alle potenze spirituali, e non bisogna intervenire nella loro direzione; occorre aspettare tranquillamente il momento in cui quelle potenze riterranno giusto di schiudere all’anima un nuovo mondo ».

Da tali uomini il desiderio di ingerirsi nella saggia direzione di quelle potenze spirituali è giudicato come presuntuoso, o come il frutto di una curiosità ingiustificata. Le persone che pensano a quel modo potranno cambiare di opinione soltanto se qualche speciale idea fa su di loro un’impressione sufficientemente profonda. Se per esempio si dicono: « Tale saggia direzione mi ha dato determinate facoltà; essa non me le ha concesse perché io le lasci inoperose, ma perché me ne serva. La saggezza della direzione consiste appunto nel fatto che essa ha posto in me i germi per uno stato più elevato di coscienza. Io comprendo quella direzione soltanto se sento come dovere che si manifesti all’uomo tutto ciò che può manifestarglisi mediante le sue forze spirituali ». Quando un simile pensiero esercita un’impressione abbastanza forte sull’anima, spariscono tutti i suddescritti dubbi contro una disciplina per conseguire uno stato superiore di coscienza.

 

Certo, potrà venir sollevata anche un’altra obiezione contro una tale disciplina. Ci si può dire: « Lo sviluppo delle intime facoltà animiche penetra nel santuario più arcano dell’uomo; comprende in sé una determinata trasformazione dell’intiero essere umano. I mezzi per tale trasformazione non possono essere normalmente escogitati dall’uomo; il modo di arrivare in un mondo superiore può essere noto soltanto a chi ne conosce la via per esperienza propria. Se ci si rivolge a una persona siffatta, le si concede un’influenza sul santuario più nascosto dell’anima ».

Chi pensa a quel modo non si sentirebbe rassicurato neppure se i mezzi per procurarsi uno stato di coscienza superiore si trovassero esposti in un libro, perché poco importa che ci venga comunicato qualcosa oralmente, o che una persona che possiede la conoscenza di questi mezzi li esponga in un libro nel quale poi si possano leggere. Orbene, vi sono persone che posseggono la conoscenza delle norme necessarie per lo sviluppo degli organi della percezione spirituale, ma ritengono che non convenga affidare quelle istruzioni a un libro; esse ritengono per lo più inammissibile la diffusione di determinate verità che si riferiscono al mondo spirituale.

Questo punto di vista però, da un dato aspetto, va considerato come antiquato, rispetto alla presente epoca di evoluzione della umanità. È vero che le norme in questione possono essere comunicate soltanto fino a un determinato grado; nondimeno ciò che viene comunicato è sufficiente perché la persona che lo applica alla propria anima possa arrivare, nel corso del proprio sviluppo, alla conoscenza che gli permette di scoprire l’ulteriore cammino; questo si svolge poi in un modo del quale ci si può fare un’idea giusta, soltanto per mezzo di quanto prima è stato sperimentato.

 

Da tutti questi fatti possono sorgere delle obiezioni contro la via della conoscenza spirituale. Questi dubbi svaniscono quando si esamina la via di sviluppo, indicata dalla disciplina adatta per la nostra epoca. Parleremo qui di questa via e daremo solo qualche breve cenno di altri metodi.

La disciplina di cui ora si tratta conferisce, a chi tende con volontà alla propria evoluzione superiore, i mezzi per intraprendere la trasformazione della sua anima. Un’influenza pericolosa sulla natura del discepolo potrebbe sussistere soltanto se, per ottenere questa trasformazione, il maestro si servisse di mezzi che sfuggono alla coscienza dello scolaro. Ma nessuna guida giusta dell’evoluzione spirituale si serve all’epoca nostra di tali mezzi, essa non fa dello scolaro uno strumento cieco, ma gli indica le norme da seguire, e lo scolaro le mette in pratica. Quando occorre, viene anche spiegata la ragione per cui viene consigliata questa o quella norma di comportamento.

Per accettare e applicare quelle norme, non occorre che la persona desiderosa di svilupparsi spiritualmente si abbandoni a una fede cieca; anzi in questo campo ciò è assolutamente da escludersi. Chi considera la natura dell’anima umana per mezzo della semplice auto-osservazione, e senza l’aiuto di alcuna disciplina occulta, può chiedere a se stesso, quando gli vengono indicate le norme consigliate dalla disciplina spirituale: quale azione queste norme possono esercitare nella vita dell’anima?

A questo quesito si potrà rispondere in modo soddisfacente a prescindere da qualsiasi disciplina, purché si voglia far uso spregiudicato del sano intelletto umano. Ci possiamo formare delle idee esatte sul modo di agire di queste norme prima di adottarle, ma indubbiamente se ne possono sperimentare gli effetti soltanto dopo averle messe in pratica. Ma anche allora l’esperienza andrà di pari passo con la comprensione, purché ad ogni tappa si applichi il criterio del sano buon senso.

La vera scienza dello spirito attualmente indicherà soltanto delle norme che possano essere vagliate dal sano criterio. Per chi ha volontà di dedicarsi unicamente a una disciplina di tal genere, senza farsi trascinare da nessun pregiudizio alla fede cieca, svanirà ogni dubbio. Le obiezioni contro una disciplina regolare per arrivare a uno stato superiore della coscienza non lo turberanno.

 

Perfino alla persona dotata di maturità interiore, che potrà essere condotta in tempo più o meno breve all’autorisveglio degli organi spirituali di percezione, la disciplina potrà giovare, sarà anzi per lei in special modo adatta perché, salvo pochi casi, una persona in quelle condizioni si trova per lo più costretta, prima dell’auto-iniziazione, a seguire vie secondarie traverse e inutili. La disciplina le risparmia queste vie traverse, e la conduce nella direzione giusta.

Quando un’iniziazione spontanea si verifica in un’anima, ciò proviene dal fatto che nel corso delle vite precedenti essa si è acquistata la maturità adatta. Orbene, avviene spesso che una tale anima abbia oscuramente coscienza della propria maturità, e che ciò la induca a respingere qualsiasi disciplina. Questo sentimento può generare una certa superbia che ostacola la fiducia nella vera disciplina spirituale. Un certo grado di sviluppo dell’anima può rimanere nascosto fino a una determinata età e rivelarsi soltanto allora. In tal caso la disciplina può essere proprio il giusto mezzo per portarlo a manifestazione. Se invece ci si chiude alla disciplina, può essere che le proprie capacità rimangano nascoste nella vita presente, per comparire di nuovo soltanto in una delle prossime.

 

È importante evitare alcuni malintesi che potrebbero facilmente stabilirsi nei confronti della disciplina per la conoscenza soprasensibile, quale viene qui esposta. Uno dei malintesi consiste nel ritenere che quella disciplina si proponga di trasformare radicalmente l’uomo nei riguardi di tutta la sua condotta di vita. Ma non si tratta già di dare all’uomo regole generali di vita, bensì di esporgli determinati procedimenti dell’anima che, se seguiti, gli dànno la possibilità di osservare il mondo soprasensibile.

Questi procedimenti non hanno un influsso diretto sulla parte della sua condotta di vita che non riguarda l’osservazione del soprasensibile; quest’ultima facoltà viene dall’uomo acquisita in aggiunta alle altre sue facoltà. L’esplicazione di quella facoltà d’osservazione è altrettanto separata dal resto della vita, quanto la veglia dal sonno; luna non può in alcun modo disturbare l’altra. Chi ad esempio volesse compenetrare l’ordinario svolgimento della vita con le impressioni della visione soprasensibile, somiglierebbe a un malato il cui sonno fosse di continuo interrotto da tormentosi risvegli. Al libero volere di chi si è sottoposto a quella disciplina deve risultare possibile di provocare lo stato di osservazione della realtà soprasensibile.

È vero però che esiste un nesso indiretto fra la disciplina occulta e certe regole di vita, in quanto senza una intonazione etica, impressa alla propria vita, la percezione del soprasensibile è impossibile o dannosa. Perciò non pochi dei fattori che concorrono alla visione del soprasensibile sono al tempo stesso mezzi di nobilitazione della condotta di vita. D’altra parte la percezione del mondo soprasensibile permette di riconoscere certi impulsi morali che valgono anche per il mondo fisico-sensibile. Solo partendo da quel mondo è possibile riconoscere certe necessità morali.

 

Un altro malinteso sarebbe quello di credere che qualsiasi procedimento animico destinato a condurre alla conoscenza soprasensibile abbia a che fare con modificazioni dell’organizzazione fisica dell’uomo. Al contrario, quei procedimenti non hanno proprio niente a che fare con alcun fenomeno che sia di dominio della fisiologia o di qualsiasi altro ramo della scienza naturale; essi sono processi puramente animico-spirituali, altrettanto lontani da tutto ciò che è fisico, quanto lo sono il pensiero e la percezione normali. La natura di tali processi dell’anima non si differenzia per la sua qualità da ciò che avviene quando si svolge un sano pensiero o un giudizio.

I procedimenti di una vera disciplina per la conoscenza soprasensibile hanno da fare col corpo altrettanto, o altrettanto poco, quanto il pensiero normale. Tutto ciò che a tale riguardo si comporta in modo diverso, non è vera disciplina spirituale, ma soltanto una sua deformazione. L’esposizione che segue va presa nel senso ora accennato. Solamente per il fatto che la conoscenza soprasensibile è qualcosa che scaturisce da tutta l’anima dell’uomo, potrà sembrare che per la disciplina spirituale vengano richieste cose che trasformano totalmente l’uomo. In realtà si tratta di indicazioni riguardo a procedimenti che conferiscono all’anima la possibilità di pervenire, nel corso della vita, a dei momenti in cui essa possa osservare il soprasensibile.

 

L’ascesa verso lo stato di coscienza soprasensibile può muovere soltanto dalla coscienza normale di veglia; l’anima vive appunto in questa coscienza prima della sua ascesa. Dalla disciplina le vengono forniti i mezzi per trascendere questa coscienza. La disciplina di cui ora tratteremo consiglia anzitutto dei mezzi tratti dalla coscienza normale diurna; i più importanti sono appunto quelli che consistono in pratiche silenziose dell’anima. Importa che l’anima si dedichi a delle rappresentazioni ben determinate, per loro natura esse devono essere capaci di esercitare una forza che risvegli determinate facoltà nascoste dell’anima umana.

 

Esse si differenziano dalle rappresentazioni della vita di veglia che hanno il compito di rispecchiare una cosa esteriore, e tanto più sono vere quanto più fedelmente la rispecchiano; e conformemente alla loro natura devono appunto essere vere in quel senso. Le rappresentazioni alle quali l’anima deve dedicarsi a scopo di disciplina spirituale non hanno tale missione; esse sono tali che non riproducono una cosa esteriore, ma hanno in loro stesse la proprietà di agire sull’anima in modo da risvegliarla. Le migliori rappresentazioni a tale scopo sono allegoriche o simboliche; ci si può però servire anche di altre rappresentazioni, perché non importa il loro contenuto, ma unicamente che l’anima applichi tutte le sue forze per non ammettere altro nella coscienza che la suddetta rappresentazione.

Mentre le forze dell’anima, nella sua vita abituale, sono distribuite su vasto campo, e le rappresentazioni si susseguono rapidamente, la disciplina occulta è diretta a concentrare l’intiera vita dell’anima sopra una sola rappresentazione; essa deve venire posta dalla volontà al centro della coscienza. Le rappresentazioni allegoriche sono migliori quindi di quelle che ritraggono oggetti o processi esteriori, perché queste ultime hanno un punto d’appoggio nel mondo esteriore, e per tal fatto l’anima non è costretta con queste a basarsi soltanto su se stessa come con le allegoriche, che vengono create dalla propria energia animica. L’essenziale non è già quel che ci si rappresenta, bensì il fatto che, per effetto di come avviene la rappresentazione, l’oggetto di essa sciolga l’anima da qualsiasi riferimento al mondo fisico.

 

Si arriva a comprendere questo approfondirsi in una rappresentazione se si evoca per un momento davanti all’anima il concetto del ricordo. Se per esempio si volge l’occhio verso un albero e poi si voltano a quello le spalle, in modo da non poterlo più vedere, si sarà nondimeno capaci di risvegliare dal ricordo la rappresentazione dell’albero nell’anima nostra. Questa rappresentazione dell’albero, che si conserva quando esso non ci sta più dinanzi agli occhi, è un ricordo dell’albero. Ora immaginiamoci di conservare questo ricordo nell’anima, di lasciare che l’anima in certo qual modo si adagi su quel ricordo, sforzandoci di escludere da essa qualsiasi altra rappresentazione. Allora l’anima è concentrata nella rappresentazione-ricordo dell’albero. Si tratta allora della concentrazione dell’anima in una rappresentazione; però questa rappresentazione è la riproduzione di cose percepite dai sensi. Ma se ci si accinge a questo esercizio con una rappresentazione imposta volontariamente alla coscienza, si potrà conseguire a poco a poco l’effetto desiderato.

 

Citerò ora un esempio della concentrazione interiore in una rappresentazione simbolica. Anzitutto occorre che tale rappresentazione venga costruita nell’anima, e ciò può farsi nel seguente modo. Rappresentiamoci una pianta, come essa è radicata nel suolo, come butta una foglia dopo l’altra e come si sviluppa nel fiore. Immaginiamoci ora un uomo accanto a quella pianta, e suscitiamo nell’anima nostra il pensiero che l’uomo ha caratteristiche e capacità che si possono dire più perfette di quelle della pianta; si rifletta a come egli possa recarsi qua e là a seconda dei suoi sentimenti e della sua volontà, mentre la pianta è vincolata al suolo. Ma ci si dica ora anche questo: « Sì certamente, l’uomo è più perfetto della pianta, ma scopro in lui delle qualità che non percepisco nella pianta e per la loro assenza essa mi appare, da un determinato punto di vista, più perfetta dell’uomo. L’uomo è pieno di passioni e di desideri ai quali uniforma la sua condotta. Posso dire che i suoi desideri e le sue passioni lo trascinano a molte aberrazioni. La pianta invece segue le pure leggi della crescita di foglia in foglia, essa schiude senza passione i suoi fiori ai raggi puri del sole ».

 

Posso dire a me stesso: l’uomo gode di una certa perfezione rispetto alla pianta, ma per acquistarsi questa perfezione ha dovuto permettere che, oltre alle forze pure che vedo nella pianta, istinti, desideri e passioni penetrassero nel suo essere. Io mi rappresento ora che il verde succo scorre attraverso la pianta ed è l’espressione delle leggi pure e prive di passione della crescita; mi rappresento poi come il sangue rosso scorra attraverso le arterie dell’uomo, e in esso vedo l’espressione di istinti, desideri e passioni. Queste idee devono divenir viventi nella mia anima.

Mi rappresento inoltre come l’uomo sia capace di evoluzione; come egli possa purificare i suoi istinti e le sue passioni per mezzo delle facoltà superiori della sua anima. Penso come in tal modo gli elementi inferiori di questi istinti e di queste passioni rimangano annientati e come quelle qualità purificate rinascano ad un gradino superiore. Il sangue potrà quindi rappresentare l’espressione degli istinti e delle passioni purificate. Allora con lo sguardo spirituale considero la rosa e dico a me stesso: « Nel petalo rosso della rosa vedo il colore del verde succo della pianta trasformato in rosso; e la rosa rossa, come la foglia verde, segue le leggi pure, scevre di passioni, della crescita. Il rosso della rosa può ormai diventare per me il simbolo di un sangue in cui si esprimono gli istinti e le passioni purificate che hanno eliminato i loro elementi inferiori e che, nella loro purezza, uguagliano ormai le forze che sono attive nella rosa rossa ».

Cerco ora di elaborare tali pensieri non soltanto nella mia mente, ma di farli vivere nei miei sentimenti. Può invadermi un sentimento di beatitudine, quando mi rappresento la purezza e la mancanza di passione della pianta in crescita; posso creare in me il sentimento che determinate perfezioni superiori debbano essere acquistate al prezzo di brame e passioni. Questa idea può trasformare la beatitudine che prima sentivo in un sentimento più serio; può destarsi allora in me un senso di felicità liberatrice, se mi abbandono all’idea del sangue rosso che, come il succo rosso della rosa, può diventare il veicolo delle esperienze interiori pure. È importante di non restare impassibili di fronte ai pensieri che servono alla costruzione di una rappresentazione simbolica.

Dopo essersi dati a questi pensieri e sentimenti, occorre trasformarli nella seguente rappresentazione simbolica. Ci si rappresenti una croce nera. Questa deve essere il simbolo per i distrutti elementi inferiori di istinti e passioni, mentre là, dove le braccia della croce s’incrociano, bisogna raffigurarsi sette rose rosse raggianti, ordinate a forma di circolo.

Queste rose saranno il simbolo del sangue che esprime le passioni e gli istinti purificati.

 

Ora, è una rappresentazione simbolica di questo genere che deve essere evocata nell’anima, nel modo già descritto per la rappresentazione di un ricordo. Tali rappresentazioni hanno forza risvegliatrice per l’anima, se interiormente ci si immerge in esse. Mentre ci si concentra, bisogna cercare di escludere ogni altra rappresentazione. Soltanto il simbolo caratterizzato deve aleggiare in ispirito davanti all’anima con la maggiore vivacità possibile.

 

Non è senza importanza il fatto che questo simbolo non è citato qui semplicemente come una rappresentazione risvegliatrice, ma che esso è stato prima costruito per mezzo di determinate considerazioni sulla pianta e sull’uomo. L’influenza di un tale simbolo dipende infatti dalla circostanza di essere stato costruito nel modo descritto, prima di servire alla concentrazione interiore. Se ce lo rappresentiamo senza aver prima sperimentato nella nostra anima quel lavoro di costruzione, esso rimarrà freddo e molto meno efficace, come se gli mancasse la forza vivificatrice animica che gli proviene dalla preparazione.

Durante la concentrazione, però, non bisogna richiamare nell’anima i pensieri che hanno servito a preparare il simbolo; deve aleggiare in ispirito davanti all’anima unicamente l’immagine vivente del simbolo, e all’unisono con essa deve vibrare nell’anima il sentimento che è risultato dai pensieri preparatori. Così il simbolo diventa un segno accanto all’esperienza del sentimento; l’effetto viene appunto esercitato dal soffermarsi dell’anima in questa esperienza. Quanto più a lungo vi si può trattenere senza essere disturbata da altre rappresentazioni, tanto più risulterà efficace l’intiero processo.

Nondimeno è bene, perché il sentimento non si affievolisca, che, oltre al tempo effettivamente dedicato alla concentrazione, vengano spesso rievocati i pensieri e i sentimenti che hanno servito nel modo appunto descritto a costruire tale immagine. E quanta più pazienza si applica in tale ricapitolazione, tanto più l’immagine risulta efficace per l’anima (Nel mio libro: L’iniziazione sono stati citati anche altri mezzi per la concentrazione interiore. Sono particolarmente efficaci le meditazioni indicate in quell’opera sul divenire e sull’appassire di una pianta, sulle forze del divenire latenti nel seme della pianta, sulle forme dei cristalli e così via; in questo libro è stato scelto un esempio per esporre la natura della meditazione).

 

Un simbolo come quello descritto non rappresenta nessuna cosa o essere esteriore che venga prodotto dalla natura; appunto per questa ragione esso possiede la forza di destare determinate facoltà puramente animiche. Senza dubbio si potrebbe sollevare la seguente obiezione: « Certo il simbolo, nel suo insieme, non esiste nella natura, ma nondimeno tutti i singoli particolari di esso sono tratti dalla natura: il colore nero, le rose, ecc., tutto viene percepito dai sensi ». Chi si preoccupasse di tale obiezione, dovrebbe riflettere che non sono le riproduzioni delle percezioni dei sensi che conducono al risveglio delle facoltà superiori dell’anima, ma che questo effetto viene prodotto unicamente dal modo in cui questi particolari sono stati connessi. E questa connessione non riproduce qualcosa che esiste nel mondo sensibile.

 

Questo simbolo è stato citato come esempio per mostrare il processo di una concentrazione efficace per l’anima. Nella disciplina spirituale possono venir impiegate innumerevoli immagini di questo genere, costruite nei modi più diversi. Possono venir date anche determinate frasi, formule, singole parole, su cui ci si possa concentrare; tutti questi mezzi per la concentrazione interiore tenderanno sempre alla mèta di staccare l’anima dalla percezione dei sensi e di stimolarla a una attività in cui l’impressione sui sensi fisici non abbia importanza, e lo sviluppo delle facoltà animiche interiori latenti diventi l’essenziale. Vi possono essere anche concentrazioni sopra dei semplici sentimenti; queste sono di particolare efficacia. Si prenda per esempio il sentimento della gioia. Nel corso normale della vita l’anima può sperimentare della gioia per effetto di imo stimolo esteriore. Quando un’anima dotata di sentimenti sani si accorge che un uomo compie un’azione per bontà di cuore, essa potrà provarne soddisfazione e gioia; ma può inoltre riflettere sopra un’azione di quel genere e dirsi:

« Chi compie un’azione per bontà di cuore non persegue il proprio interesse, ma l’interesse del suo simile. E una tale azione può essere detta moralmente buona ».

Orbene, l’anima che la considera può mettere da parte completamente la rappresentazione di quel singolo caso esteriore, che le ha procurato gioia o soddisfazione, e può formarsi un’idea generale della bontà di cuore. Riflettendo su questa, può pensare che la bontà di cuore deriva dal fatto che un’anima assimila, per così dire, l’interesse dell’altra, e lo fa proprio. L’anima può ora sentire gioia per l’idea morale della bontà di cuore. E allora è gioia derivante non da un avvenimento determinato dal mondo dei sensi, ma gioia proveniente dall’idea come tale. Se si cerca di far vivere questa gioia per lungo tempo nell’anima, si ottiene la concentrazione sopra un sentimento. Allora non è l’idea che esercita un’influenza sul risveglio delle facoltà animiche interiori, ma quel risveglio è frutto della permanenza nell’anima di un sentimento destato in essa non solo da una singola impressione esteriore.

Poiché la conoscenza soprasensibile è capace di penetrare nella natura delle cose più profondamente che non il nostro pensare abituale, dalla relativa esperienza potranno venir indicati dei sentimenti che esercitano una influenza ancora più intensa sullo sviluppo delle facoltà animiche, quando vengono applicati alla concentrazione interiore. Per quanto necessari essi possano essere per i gradi superiori dell’istruzione spirituale, occorre però riflettere che la concentrazione energica sopra sentimenti, come per esempio quello descritto sulla contemplazione della bontà di cuore, può già condurre molto lontano. Come le nature degli uomini sono diverse, così diversi dovranno essere anche i mezzi di allenamento, a seconda dei vari individui. Riguardo alla durata della concentrazione, bisogna rendersi conto che l’effetto è tanto più forte quanto essa può diventare più serena e più intensa; però ogni esagerazione in questa direzione va evitata. Vi è tuttavia uno speciale senso interiore che si sviluppa a seguito degli esercizi stessi e che insegna al discepolo la giusta misura a cui deve attenersi.

 

Occorre generalmente proseguire tali esercizi di concentrazione interiore per lungo tempo, prima di poterne constatare qualche risultato. Nell’educazione spirituale è necessario assolutamente aver pazienza e perseveranza. Chi non desta in sé queste qualità, e non prosegue con completa calma i suoi esercizi, in modo che pazienza e perseveranza formino la disposizione fondamentale della sua anima, non potrà ottenere molto.

Da ciò che precede è evidente che la concentrazione interiore (meditazione) è un mezzo per arrivare alla conoscenza dei mondi superiori; quest’effetto non si ottiene però facendo uso di una rappresentazione qualsiasi, ma occorre che il contenuto della rappresentazione sia stato costruito secondo il metodo indicato.

 

La via qui descritta conduce anzitutto a ciò che si può chiamare la conoscenza immaginativa. Essa è il primo gradino della conoscenza superiore. La conoscenza che poggia sulle percezioni sensorie e sulla elaborazione delle medesime a mezzo dell’intelletto collegato ai sensi può essere chiamata — secondo la scienza dello spirito — « conoscenza obiettiva ». Al di sopra di questa si trovano i gradini della conoscenza superiore, di cui il primo è appunto quello della conoscenza immaginativa. La parola « immaginativa » potrebbe generare in qualcuno il dubbio che si tratti soltanto di una rappresentazione « immaginaria » che non corrisponde ad alcuna realtà.

Nella scienza dello spirito la conoscenza « immaginativa » significa però un modo di conoscere, prodotto da uno stato di coscienza soprasensibile dell’anima, nel quale vengono percepiti fatti ed entità spirituali a cui i sensi non possono arrivare. Siccome questo stato viene destato nell’anima per mezzo della concentrazione sui simboli, o sulle « immaginazioni », così anche il mondo che corrisponde a questo stato superiore di coscienza può essere chiamato « immaginativo », e « immaginativa » la conoscenza che vi si riferisce. In questo senso dunque la parola « immaginativa » si applica ad esseri e a fatti « veri », in un senso più alto di quanto non lo siano i fatti e gli esseri della percezione sensoria. Non ha importanza il contenuto delle rappresentazioni che costituiscono l’esperienza immaginativa, ma solamente la facoltà animica che viene formata per mezzo di questa esperienza.

 

Contro l’impiego delle rappresentazioni simboliche sopra descritte potrebbe essere facilmente sollevata l’obiezione che la loro formazione derivi da un pensare sognante e da una fantasia arbitraria, e che di conseguenza esse possano essere solo di dubbio risultato. Di fronte ai simboli che sono alla base di una giusta disciplina spirituale, una simile riserva non è giustificata. Tali simboli vengono scelti in modo che si può far completa astrazione dal loro rapporto con una realtà esteriore materiale; il loro valore risiede unicamente nella forza con cui essi agiscono sull’anima, quando questa distoglie completamente la sua attenzione dal mondo esteriore, elimina tutte le impressioni dei sensi ed esclude tutti i pensieri che possono pervenirle da stimolo esteriore.

Il processo della meditazione si può meglio spiegare quando lo si paragona al sonno; da un lato somiglia allo stato di sonno, dall’altro è completamente il contrario. La meditazione è un sonno che rappresenta un grado di veglia superiore a quello della coscienza diurna. Ciò dipende dal fatto che, per la concentrazione sulla relativa rappresentazione o immagine, l’anima è costretta ad attingere dalle proprie profondità forze molto più energiche di quelle che applica alla vita ordinaria o alla conoscenza abituale; la sua attività interiore ne riesce perciò accresciuta. Essa si libera dalla corpo