/////DOPO LA MORTE L’UOMO SI SENTE IN UN RITMO COSMICO

DOPO LA MORTE L’UOMO SI SENTE IN UN RITMO COSMICO

Dopo la morte l’uomo si sente in un ritmo cosmico

O.O. 215 – Filosofia, Cosmologia e Religione – 14.09.1922


 

La consueta vita animica terrena

decorre nell’esperienza interiore dei fenomeni del pensare, del sentire e del volere.

In realtà, alla base di tutto questo sta il fatto che, dal momento del risveglio, nell’organismo fisico dell’uomo

sono contenuti (come abbiamo veduto) un organismo eterico, un organismo astrale e un io.

 

Durante il sonno l’uomo si trova sotto certi riguardi fuori del suo organismo fisico,

per quanto concerne l’astrale e l’entità dell’io;

o più esattamente si trova soltanto fuori dell’organizzazione fisica della testa.

 

Quando invece, durante l’esistenza terrena, l’uomo è desto,

il suo organismo eterico, l’astrale e l’entità dell’io

si trovano completamente inseriti nell’organismo fisico e ad esso legati.

Essi sono attivi nell’organismo fisico.

 

Durante il sonno l’anima non è sufficientemente energica, nell’ambito del proprio sistema di forze,

per recare a coscienza ciò che essa sperimenta interiormente nell’organismo astrale e in quello dell’io.

Nello stato di veglia invece giunge chiaramente alla coscienza ordinaria

soltanto ciò che dell’attività dell’organismo eterico, di quello astrale e della entità dell’io

viene riflesso sotto forma di pensieri dall’organismo fisico.

 

• Se durante lo stato di veglia

l’uomo fosse pienamente capace di sperimentare l’attività della propria natura animica totale,

egli sperimenterebbe anzitutto il corso della propria vita,

o meglio la realtà del corso della vita che sta a fondamento dei ricordi.

• Egli sperimenterebbe però

anche tutto ciò che abbiamo appreso a conoscere come i domìni del cosmo durante il sonno,

quando di solito anche la concomitante esperienza cosmica non viene percepita e rimane quindi incosciente.

 

• Se l’uomo avesse la piena capacità dell’uso del suo corpo astrale,

nella coscienza di veglia penetrerebbe ciò che di notte egli sperimenta come un’immagine dei moti dei pianeti;

egli sentirebbe delle riproduzioni dei moti planetari fluire attraverso il suo sistema respiratorio e circolatorio.

Per quanto paradossale possa sembrare a tutta prima per la coscienza ordinaria, l’uomo potrebbe dire: nelle mie vene scorre la potenza del Sole, rafforzata da quella di Marte, compenetrata dalla forza sostanziale di Giove, e così via.

Si potrebbe esprimere tale esperienza dicendo di sentir fluire nel proprio essere le direzioni del moto dei pianeti.

• Se poi l’uomo sperimentasse in sé, nella coscienza di veglia diurna, la piena natura del suo io,

egli si sentirebbe compenetrato anche dalla essenza spirituale del cielo delle stelle fisse.

 

Tutto ciò viene però meno, durante la normale coscienza di veglia. In questa non si sperimenta né l’attività del corpo eterico, che significa la realtà che sta alla base del corso della vita; né tutta l’attività dell’organismo astrale che si esprime negli impulsi provenienti dai pianeti, impulsi che vivono come stimoli nella nostra respirazione e pulsano nella nostra circolazione sanguigna; neppure si sperimenta ciò che si esprime nelle costellazioni delle stelle fisse e si riflette nel nucleo essenziale eterno dell’uomo, e che (se fosse sperimentato coscientemente) indurrebbe l’uomo a dire: io sono compenetrato dalla divinità.

Tutto questo non viene sperimentato nella coscienza ordinaria, in quanto l’attività dell’organismo eterico, quella dell’organismo astrale e quella dell’io, che si esplicano durante lo stato di veglia, si riferiscono all’organismo fisico del quale l’uomo si riveste ogni mattina al risveglio.

• Tuttavia egli compenetra attivamente il suo organismo fisico con le forze che ha raccolte nella vita di sonno dai mondi stellari, con le forze provenienti dai moti dei pianeti.

 

L’uomo compenetra dunque attivamente il suo organismo fisico, proprio perché l’attività delle sue tre parti animiche (l’organismo eterico, l’organismo astrale e l’entità dell’io) si esplica sull’organismo fisico dal risveglio all’addormentarsi. Per tale ragione l’organismo fisico viene elaborato in modo che la pura attività che in esso ha luogo fornisca la premessa perché l’intera vita animica possa estrinsecarsi nei pensieri che sono immagini riflesse dal corpo fisico nell’anima.

 

L’uomo non ha coscienza degli effetti operanti del proprio corso vitale, né dei moti planetari, né del mondo delle stelle fisse, perché durante la vita di veglia ogni sua attività interiore viene riflessa sul corpo fisico.

Il corpo fisico porta mediante i sensi gli effetti del mondo esterno nell’interiorità fisica: attraverso l’occhio affluiscono i fenomeni della luce, attraverso l’orecchio quelli del mondo dei suoni, attraverso il senso termico la realtà del caldo e del freddo, ecc.

Tutto ciò viene poi riflesso nell’organismo fisico come pensieri, mediante l’attività svolta dall’anima, e nella sua chiara coscienza ordinaria l’anima sperimenta questo mondo di pensieri riflessi.

 

• Questo è lo stato di fatto per l’esperienza animica nella veglia ordinaria;

e questo stato ordinario di veglia ci pone un problema.

• Che cosa compie realmente l’anima sull’organismo fisico, perché appaiano i pensieri come fenomeni riflessi?

Per ora, vogliamo tenere per fermo che l’organismo fisico in fondo impedisce all’anima la coscienza dei fatti cosmici, i quali tuttavia possono echeggiare e continuare ad agire in essa. Vediamo poi nei particolari come si svolge questa coscienza di veglia.

 

• Vogliamo studiare intanto che cosa venga effettuato nell’organismo fisico della testa dell’uomo,

dalla triade formata dall’organismo eterico, dall’organismo astrale e dall’entità dell’io, in collaborazione fra loro.

• L’osservazione mostra di fatto che l’attività esercitata da questa triade sull’organismo della testa

ha un carattere distruttivo, catabolico.

 

• Se fosse solamente l’organismo eterico a compenetrare l’organismo fisico, nell’organismo della testa avrebbe luogo una continua attività vitale costruttiva, anabolica: l’attività della testa sarebbe interamente compenetrata di vita.

In questo caso però non potrebbe realizzarsi la coscienza fisica: questa ha origine solo per il fatto che l’organismo astrale interviene nell’organizzazione della testa.

 

Sappiamo però che l’organismo astrale è sintonizzato, è organizzato su quanto abbiamo già appreso a conoscere, cioè sull’esistenza preterrena dell’uomo.

Vorrei dire che l’organismo astrale deve in certo senso considerare suo compito non di elaborare l’organismo fisico materiale, ma di riempirlo della propria attività nella sua configurazione spirituale cosmica, come esso aveva fatto già nell’esistenza preterrena.

Infatti l’organismo astrale è un’eco di quanto l’anima ha compiuto, partendo dai segreti dei moti planetari, dai segreti delle costellazioni fisse, al fine di configurare ciò che ho chiamato il germe cosmico dell’organismo umano.

 

L’attività dell’organismo astrale è dunque orientata,

non già verso la metamorfosi terrena dell’organismo fisico,

ma verso la sua metamorfosi cosmica, spirituale.

Perciò l’organismo astrale, mentre è attivo in quello fisico, vuole di continuo spiritualizzarlo,

in quanto l’organismo fisico concerne il cervello, o in genere la testa.

Sì, nella organizzazione della nostra testa agisce di continuo l’organismo astrale,

per trasformarla in senso spirituale.

• Non si giunge fino a una metamorfosi effettiva, visibile dal di fuori, ma fino alla tendenza a tale metamorfosi.

 

Questa tendenza è presente di continuo. Dall’organizzazione astrale della testa provengono continuamente (in contrapposizione alle forze costruttive del capo che tenderebbero a provocare in esso vita rigogliosa, ma inconscia) delle forze distruttive che tendono a demolire l’organismo fisico, per quanto concerne la testa, sì che da esso finirebbe per rilucere un organismo spirituale al quale il corpo astrale è abituato fin dalla vita preterrena.

L’organismo fisico però oppone resistenza, non si lascia demolire. Ogni volta che si avvicina il momento in cui l’organismo fisico della testa corre il rischio di disfarsi nel mondo inorganico, ricadendo nella sfera del non vivente per effetto dell’attività dell’astrale, sempre in quel momento deve sopravvenire il sonno, durante il quale rimangono attive nell’organizzazione del capo solo le forze del corpo eterico.

 

L’alternanza fra la veglia e il sonno può quindi venire caratterizzata anche dicendo che durante la veglia le forze astrali espongono sempre l’organizzazione umana del capo al rischio della morte. Nel momento in cui per così dire quest’attività demolitrice delle forze astrali passerebbe dallo stato latente allo stato reale, in quel momento sopravviene il sonno. La coscienza immaginativa della conoscenza iniziatica moderna è in grado di rilevare tale dato di fatto dall’aspetto dell’organismo eterico dell’uomo durante la veglia e durante il sonno.

 

Durante la veglia il corpo eterico, che compenetra il corpo umano fisico come un’attività spirituale,

va facendosi sempre più indifferenziato per quanto concerne l’organizzazione della testa.

Nell’uomo desto si ha dunque

• un organismo eterico altamente differenziato, dotato di strutture complicate nei diversi organi interni o negli arti: in tutte queste parti l’organismo eterico durante la veglia è strutturato in modo complesso.

• Nell’organizzazione della testa invece il corpo eterico diventa sempre più indifferenziato, a mano a mano che si prolunga lo stato di veglia.

Alla fine esso diventa nel capo come una specie di nuvola uniforme, perché le forze costruttive che di solito sono presenti nel corpo eterico vanno perdendo la loro importanza, mentre durante la veglia agiscono in senso distruttivo sull’organizzazione della testa le forze dell’organismo astrale.

 

Nel sonno le cose sono del tutto diverse: con la coscienza immaginativa si rileva come la differenziazione e la molteplicità strutturale irrompano nella organizzazione eterica della testa.

• In questa condizione l’organismo eterico del capo ridiventa complicato e differenziato come lo è durante la veglia il rimanente organismo eterico. Durante il sonno si destano appunto le forze vitali, le forze plasmatrici dell’organismo eterico attive nella testa, e questa diventa un’organizzazione molto viva, anche se incosciente.

 

• Vediamo dunque che, per effetto dello stato di veglia, durante l’esistenza terrena

l’uomo porta continuamente una morte latente nell’organizzazione del proprio capo:

in questa organizzazione è sempre presente la tendenza a morire.

L’organismo astrale vuole di continuo trasformare in senso spirituale l’organizzazione della testa;

vuole farne un organo mosso dai pianeti, una riproduzione delle costellazioni:

è un continuo distruttore dell’organizzazione fisica del capo.

 

Se questo dato di fatto fosse conosciuto dalla scienza contemporanea, non si avrebbe alcuna possibilità di cadere nel materialismo. Che cosa affermano infatti coloro che vogliono interpretare materialisticamente l’intera organizzazione dell’uomo? Essi dicono: i processi organici si svolgono anche nella testa; essi hanno luogo come processi vitali organici nel cervello, non diversamente che nel fegato o nello stomaco; e lo svolgimento dei processi vitali nel cervello si manifesta come pensiero, come attività psichica in genere. Questo però è un’assurdità completa, se confrontata coi fatti.

• Noi non pensiamo, né abbiamo qualsiasi attività psichica cosciente per il fatto che si svolgono dei processi vitali costruttivi, ma per effetto dei processi distruttivi, catabolici, che di continuo hanno luogo nel nostro sistema nervoso: per il fatto che la morte vi è sempre presente. Avere una vita psichica desta nella coscienza ordinaria non significa svolgere dei processi organici, ma ucciderli.

• Perché possano dar luogo alla coscienza ordinaria, i processi organici debbono prima morire in se stessi, debbono far posto all’anima. Se lo si comprende veramente, bisogna dire: dai processi organici la vita psichica non può certamente scaturire, perché tali processi debbono prima trovarsi nella condizione di morire. Essi debbono ritirarsi prima dall’organizzazione della testa, perché l’anima vi possa essere attiva.

 

Questa è appunto la realtà della cooperazione fra l’organizzazione animica e quella fisica dell’uomo.

• Tale condizione reale mostra però anche che l’uomo, per il fatto stesso di essere nato,

porta già nella sua organizzazione del capo la predisposizione alla morte.

• Mediante la conoscenza soprasensibile impariamo a capire che il morire tende continuamente a realizzarsi in noi,

e che tale tendenza viene vinta continuamente solo grazie al sonno.

La morte unica nel senso fisico non è che una somma, un processo più forte in confronto ai piccoli processi di morte parziali che avvengono di continuo nello stato di veglia. Fintanto che possediamo l’organismo fisico quest’ultimo si difende contro la distruzione operata dall’organismo astrale. Questo vale per l’organizzazione del capo.

 

L’organizzazione astrale dell’uomo non ha però solamente questo effetto, nella vita di veglia;

solo una parte di essa ha questo effetto.

Un’altra sua parte vive nell’esistenza terrena in modo più affine a quello in cui essa è attiva nell’esistenza preterrena.

Questa parte dell’organismo astrale dell’uomo non è attiva nella testa, bensì nell’organizzazione ritmica umana,

cioè in tutti gli organi del corpo fisico nei quali si svolgono i processi della respirazione, della circolazione

e gli altri processi ritmici.

 

Questa parte del corpo astrale di cui sto parlando ora vive sì nell’organismo ritmico dell’uomo, ma non si congiunge con esso così strettamente come l’altra parte, che opera nell’organizzazione della testa. Questa parte dell’organismo astrale afferra l’organizzazione della testa con tanta forza, da inocularle di continuo la tendenza a morire, perché la spezza addirittura. La parte del corpo astrale invece che si unisce all’organismo ritmico dell’uomo, lo compenetra: vive nella respirazione, vive nella circolazione del sangue, ma siccome non le afferra tanto intensamente, si può dire che non le disturba neppure tanto profondamente. Esso non le afferra in modo da volerle distruggere.

 

Per tale ragione, dall’unione dell’organismo astrale dell’uomo con la sua organizzazione ritmica

non ha però neppure origine una vita di pensieri.

• Ciò che si esplica come vita dell’anima viene riflesso dall’organismo fisico della testa

il quale tende continuamente a morire: questa condizione produce il pensare pienamente cosciente.

• Invece ciò che si svolge sempre nel mescolarsi e nel confluire dell’elemento astrale e dell’organizzazione ritmica,

non si riflette allo stesso modo, sì da dar luogo a una coscienza chiara:

si esplica in una qualità più indeterminata della vita dell’anima, cioè nella vita del sentimento.

 

E il sentire; esso ha origine per il fatto che nello stato di veglia l’organismo astrale compenetra il respiro, la circolazione sanguigna, senza però tendere a spaccarli, a distruggerli: l’astrale non si immerge in tali funzioni tanto profondamente, ma intrattiene con l’organizzazione ritmica un rapporto di azione scambievole dal quale scaturisce appunto nell’uomo la vita del sentimento.

 

Vive così nel sistema organico ritmico qualcosa di ciò che l’uomo ha sperimentato nell’esistenza preterrena,

senza però giungere chiaramente a coscienza.

Da ciò nasce però una ben determinata conseguenza.

Per effetto della menzionata interazione fra l’organizzazione astrale e quella fisica ritmica,

giù nell’inconscio si svolge di continuo qualcosa che emerge solo debolmente nell’ordinaria coscienza diurna.

 

Proviamo a osservarlo nei particolari. L’uomo svolge le sue attività, compie le sue azioni nell’esistenza fisica.

Ora, le azioni che egli compie non vivono in lui come meri fenomeni naturali:

egli è costretto da un certo impulso che emerge dall’inconscio a giudicare le sue attività come morali o immorali,

come pregevoli o come spregevoli, come sagge o come stolte.

L’apprezzamento morale si immischia nella vita dei pensieri, per se stessa amorale (non immorale).

 

• Che cosa è quel che emerge confusamente dalle profondità dell’esperienza animica, e ci dice:

questa attività è buona, quest’altra è cattiva, questa azione è saggia, quest’altra è stolta?

Si tratta di un’attività animica rimasta quale era nell’esistenza preterrena; essa compenetra la parte ritmica dell’uomo, la respirazione e la circolazione sanguigna, ma non può farsi strada pienamente nella vita del pensiero: la colora soltanto; così anche nella vita dei pensieri abbiamo dei riflessi di tale esperienza interiore, riflessi che hanno un valore per la nostra attività nel mondo fisico.

 

Nella nostra attività noi non portiamo ad esecuzione solo dei giudizi di pensiero coscienti.

No, perché nel sistema ritmico dell’uomo

vive e pulsa un elemento spirituale astrale che dice «sì» o «no» alle nostre azioni,

in modo simile a come già avveniva nell’esistenza preterrena,

• cioè ben chiaramente in se stesso,      • ma in modo indistinto per la coscienza ordinaria.

 

• Là dentro c’è un giudice del valore della nostra anima, un giudice che vive altrettanto realmente,

• quanto realmente vive nell’organizzazione del nostro capo la nostra anima, in quanto anima pensante.

 

Nel passato dell’evoluzione dell’umanità chi voleva pervenire al modo antico a una conoscenza superiore cercava perciò di acquistare coscienza del proprio sistema ritmico, della respirazione o anche della circolazione sanguigna. Che cosa scaturiva per quegli uomini, da un metodo antico di penetrare nel mondo spirituale, da un metodo che oggi non è più possibile elaborare? Ne scaturiva che da quanto il cosmo imprimeva nella vita del loro respiro, essi giudicavano come buono o come cattivo, come saggio o come stolto il proprio valore umano. Nell’antico yogi indiano il giudizio sull’uomo morale-naturale ascendeva tramite il respiro dal sistema ritmico fin su nel cervello. In certi momenti, durante la sua conoscenza yoga, egli faceva del suo cervello un organo del respiro e sperimentava il giudizio portato dal cosmo sulla sua attività.

 

• Questo giudizio del cosmo sulla nostra attività è presente in piena realtà nell’organizzazione astrale umana.

E quando con la morte il corpo fisico viene deposto, viene eliminato l’ostacolo che impedisce all’uomo

di avere coscienza di ciò che vive nella sua respirazione e nella sua circolazione sanguigna.

L’organismo fisico è qualcosa di opaco che nasconde

ciò che si svolge nell’organismo astrale, nel modo che ho ora descritto.

• Perciò nell’entità umana continuano a vivere oltre la morte

le esperienze astrali fatte nella respirazione e nella circolazione fra la nascita e la morte.

Vedremo ora in che modo questo avvenga, descrivendo le esperienze dell’anima umana,

una volta che è veramente passata per la morte.

 

• Quando l’organismo fisico dell’uomo si decompone dopo la morte, staccandosi dall’entità umana,

quest’ultima rimane a tutta prima nell’organismo eterico, nell’organismo astrale e nell’entità del suo io.

Poiché l’organismo fisico non costituisce più un ostacolo alla esplicazione dell’anima umana verso il cosmo,

in quanto non l’attira più nella sua sfera, per l’anima si schiude subito la possibilità di avere una coscienza cosmica.

 

L’anima, subito dopo la morte, ha con sé l’organismo eterico, senza che questo sia legato a un organismo fisico.

Senonché l’organismo eterico, in quanto da un lato rappresenta il corso della vita umana,

è anche lo strumento di un continuo afflusso di forze cosmiche, delle forze della vita cosmica.

Passando gradualmente attraverso la morte e legata al corpo eterico,

l’anima umana sperimenta insieme ad esso l’etere cosmico.

 

• Quanto si svolge nell’etere cosmico, adesso fluisce nell’organismo eterico,

poiché solamente l’organismo fisico ne aveva prima impedito l’afflusso.

L’organismo eterico non è altrettanto separato, nella sua attività, dagli eventi cosmici esterni, quanto lo è quello fisico.

• Ciò che avviene là fuori, nell’etere cosmico universale,

affluisce nell’organismo eterico umano, provocandovi certi effetti,

e quanto avviene nell’organismo eterico umano si ripercuote nel mondo appunto mediante la sua organizzazione.

 

Subito dopo la morte l’uomo non viene a vivere solo nel proprio organismo eterico,

ma siccome questo si è liberato dalla organizzazione fisica,

egli vive anche in ciò che di continuo fluisce da fuori a dentro e da dentro a fuori:

viene a vivere nell’elemento eterico cosmico.

 

Poiché però l’anima umana è un’unità,

nell’elemento eterico cosmico viene coinvolto anche l’astrale dell’uomo e l’entità del suo io.

• Nell’anima umana si illumina sempre più una coscienza eterica cosmica.

Di fronte a tale possente, immensa coscienza cosmica il corpo eterico proprio dell’uomo costituisce però

solo un’entità molto piccola, nella quale piccolissima entità eterica vive tuttavia l’etere cosmico.

 

Per questo accade che le proprie esperienze eteriche umane, che erano sempre state tenute insieme dall’organizzazione fisica, non hanno più importanza ora, nel grande oceano eterico universale, per la coscienza eterica. Ciò significa soltanto che l’organismo umano eterico si dissolve assai presto dopo la morte.

 

• Con la coscienza cosmica che ha conseguito,

l’uomo conserva ora la sua organizzazione astrale e l’entità del suo io.

 

• Nell’organizzazione astrale d’altra parte è presente

l’effetto postumo di ciò che essa ha sperimentato nell’esistenza terrena entro il corpo fisico.

 

Ho già descritto come una parte dell’organizzazione astrale conservi in certo modo il carattere cosmico, in quanto non si congiunge strettamente con le funzioni ritmiche della respirazione e della circolazione.

Adesso, dopo che gli organi fisici del ritmo respiratorio e circolatorio sono stati deposti, continua però a vivere ciò che durante l’esistenza terrena fisica era venuto formandosi come effetto interiore dei processi fisici della respirazione e della circolazione: cioè un’interiorità umana dotata di valutazione qualitativa morale. Questo vive dunque dopo la morte, compenetrato da coscienza cosmica.

 

Quel che durante l’esistenza terrena si rifletteva nel respiro fisico e nella circolazione fisica del sangue,

dopo la morte si esplica in un ritmo cosmico.

C’è di nuovo un ritmo, ma è un ritmo nel quale l’uomo sente operare

la valutazione qualitativa morale che si è portata con sé dalla vita terrena.

Egli sente il proprio contenuto astrale come qualità morali,

divenute buone o cattive, sagge o stolte durante la vita fisica sulla Terra.

E’ in certo modo una pulsazione sul piano interiore animico.

 

• In questo pulsare interiore irrompe continuamente da fuori

il divenire cosmico non ancora compenetrato dall’elemento morale: un quid di puramente cosmico

in cui si scorge una realtà amorale (non immorale), qual’è quella che si riflette qui sulla Terra negli eventi della natura.

In essi non distinguiamo del bene o del male, ma tutto si svolge secondo un corso naturale neutro.

 

Tutto ciò che così si svolge in natura è un riflesso del divenire cosmico, e questo divenire cosmico pulsa ritmicamente entro l’effetto postumo di quella valutazione morale-ritmica di cui si è detto. Così dopo la morte l’uomo si sente in un ritmo cosmico: si potrebbe dire che egli inspiri in certo senso il cosmo in quanto egli è moralmente innocente, mentre espira nel cosmo i giudizi morali accumulati in lui durante la vita.

 

Al ritmo fisico si è sostituito un ritmo cosmico nel quale l’anima sperimenta come nel cosmo

(che per la natura esteriore è predisposto in modo neutro, amorale) si formi una parte morale:

questa viene portata fuori nel cosmo dalle esperienze umane, attraverso la porta della morte di ogni singolo uomo.

 

La valutazione morale delle proprie azioni,

che l’anima umana porta fuori nel cosmo attraverso la porta della morte,

si inserisce organicamente nell’elemento amorale del cosmo.

• Le conseguenze morali della vita umana, portate oltre la morte, si immergono ora nel grembo del cosmo;

e l’uomo assiste al formarsi nel grembo del cosmo amorale di una parte morale destinata a un mondo futuro,

grazie alla sua coscienza non più ostacolata da nulla.

 

• Nel suo riflesso naturale, il nostro mondo è moralmente neutro.

• Dal nostro mondo nascerà però un mondo futuro che nel suo aspetto naturale non sarà moralmente neutro;

in esso tutto il morale sarà naturale, e tutto il naturale sarà morale.

Con le sue azioni l’uomo porta nel cosmo il germe di quel mondo avvenire.

 

Facendo questa esperienza, all’anima umana si presenta il grande problema: sono io degno, grazie alle qualità morali che mi sono appropriato, di partecipare nella vita ulteriore a quel cosmo futuro che non avrà più soltanto un aspetto naturale, ma un aspetto naturale e morale insieme?

 

I sentimenti che vengono sperimentati dall’anima umana dopo la morte, nel ritmo cosmico che ho descritto

(sebbene col termine «sentimenti» non si possa propriamente rendere l’esperienza soprasensibile)

rappresentano la conferma dell’impronta morale sul mondo fisico.

 

Tali esperienze conferiscono per un certo tempo la propria peculiare sfumatura alla vita dell’anima umana dopo la morte; io le ho descritte a suo tempo nel mio libro Teosofia, da un punto di vista diverso, riassumendole nel nome «mondo animico» o «mondo delle anime».

 

Se però dopo la morte l’uomo dovesse permanere sempre in tali esperienze,

egli non potrebbe preparare nel giusto modo la parte spirituale del suo futuro organismo fisico.

 

• Ho descritto nelle conferenze precedenti questa parte spirituale del futuro organismo fisico che l’uomo dovrà portare in una successiva vita terrena: quella parte spirituale non potrebbe venire elaborata in modo sano e adeguato, se la vita dell’anima rimanesse gravata dalle imperfezioni morali provenienti dalla vita terrena precedente.

Perciò dopo la morte l’anima umana deve penetrare per un certo tempo in un mondo nel quale essa viva solo nel cosmo purificato, in cui siano smorzate le esperienze del ritmo di cui ho parlato or ora: in quel ritmo infatti interferiscono tutte le valutazioni morali delle azioni dell’anima umana. Da ciò potrebbe formarsi soltanto una parte spirituale decadente del futuro organismo fisico.

Un organismo fisico sano può formarsi solo se l’anima può entrare in un mondo in cui essa non sia più toccata dagli effetti dell’esperienza animica della vita terrena precedente, ma dove agiscono invece gli impulsi spirituali extraumani del cosmo, come ho spiegato.

 

Anche queste esperienze che debbono essere fatte dall’anima umana nel puro cosmo spirituale sono state da me descritte, da un punto di vista diverso dall’attuale, nel libro Teosofia: le ho definite come il «mondo degli spiriti».      L’uomo deve penetrare in questo mondo degli spiriti, perché solo così acquista la capacità di cooperare alla configurazione totale dell’organismo spirituale che però in futuro si metamorfosa nell’organismo fisico.

• Per un certo tempo l’uomo deve essere liberato dalle imperfezioni derivanti da un’esistenza precedente,

altrimenti egli dovrebbe comparire nella vita terrena successiva con un organismo fisico malformato.

 

In questo modo si giunge grazie a una percezione interiore a poter descrivere ciò che l’uomo sperimenta dopo la morte nel cosmo spirituale, mediante le forze della sua anima. Naturalmente egli porta nel cosmo spirituale, insieme al corpo astrale, anche ciò che sta nella entità dell’io. Quest’ultima deve però venire preparata in un altro modo ancora, e di questo potrò parlare domani. Oggi intanto devo ancora descrivere il rapporto esistente fra la configurazione che l’essere umano assume dopo la morte e l’evoluzione cristiana, il mistero del Golgota.

 

Una vera cosmologia può venire sviluppata solamente comprendendovi anche ciò che l’ispirazione è in grado di conoscere sulla introduzione di un germe cosmico morale, qual’è quello di cui ho parlato.

 

Resterebbe incompleta qualunque cosmologia che ignorasse

come il cosmo attuale (che ha un aspetto neutro, amorale nella natura) sia destinato a divenire un giorno,

per effetto della vita degli uomini,

un cosmo in cui il naturale sarà al tempo stesso morale, e il morale sarà naturale.

Anche per questa ragione dunque

• una vera cosmologia potrà derivare solo dall’arricchimento della conoscenza ordinaria grazie all’ispirazione,

• come una vera filosofia potrà possedere un contenuto vivente solo accogliendo i risultati dell’immaginazione,

come ho esposto nella conferenza precedente.

• Senonché anche il cristianesimo ha bisogno di una cosmologia siffatta.

 

Nei tempi che precedettero il mistero del Golgota vi furono iniziati che adottavano metodi differenti da quelli che deve seguire l’iniziazione dei giorni nostri. Quegli iniziati antichi conoscevano ciò che avviene nei mondi spirituali che l’uomo percorre dopo la morte; essi potevano certo dire ai loro discepoli: dopo la morte, voi penetrate nel mondo delle anime nel quale dovrete conoscere un’eco delle vostre qualità morali e di altre qualità affini a quelle. Non potrete però penetrare nel mondo degli spiriti con le medesime forze animiche che operano nel mondo delle anime; infatti, anche se vi penetraste, l’eco della valutazione morale presente nell’organismo astrale, e di cui avreste coscienza, ottunderebbe e spegnerebbe la coscienza del vostro io, che altrimenti acquistereste nel mondo degli spiriti, dopo la morte.

 

Come ho già detto, qui nel mondo fisico la coscienza dell’io si è sviluppata sulla base dell’organismo fisico.

Ma proprio ai fini della elaborazione del germe spirituale dell’uomo,

anche nei tempi antichi dell’evoluzione dell’umanità

dovette esservi una coscienza dell’io durante il soggiorno nel mondo degli spiriti.

 

Gli antichi iniziati dicevano ai discepoli che volevano ascoltarli: voi non potreste conseguire la coscienza dell’io con le vostre forze; l’uomo può acquistarla solo se a un certo punto, dopo avere attraversato il mondo delle anime, egli trova al suo fianco l’altissima entità spirituale che ha il suo riflesso fisico nel Sole fisico: essa lo accompagna dal mondo delle anime nel mondo degli spiriti e in questo d’ora in avanti è la sua guida.

• Dicevano ancora: come qui nel mondo fisico l’uomo grazie al Sole fisico trova le migliori forze fisiche di cui ha bisogno, così egli deve venir per così dire condotto per mano, nel passaggio dal mondo delle anime a quello degli spiriti, per potervi ricevere le sue forze migliori dagli impulsi provenienti dall’entità solare che qui nel mondo fisico si manifesta nel Sole fisico. In tal modo gli antichi iniziati presentavano l’ente spirituale del Sole come l’eccelso accompagnatore dell’anima umana attraverso il mondo degli spiriti.

 

Al tempo del mistero del Golgota, e nei tre o quattro secoli seguenti, gli iniziati dicevano poi a chi voleva ascoltarli e seguirli: per la qualità che ha assunto l’organismo fisico dell’uomo, egli si trova adesso talmente impigliato con la sua natura interiore nella percezione dell’eco della valutazione morale, dopo essere passato per il mondo delle anime, che se dovesse contare solo sulle sue forze la sua coscienza vi si oscurerebbe, ed egli non potrebbe conseguire per niente l’influsso dell’altissimo essere solare. Per questa ragione l’essere solare stesso è disceso sulla Terra, ha assunto natura umana nel corpo di Gesù di Nazaret ed ha compiuto l’azione del mistero del Golgota.

 

• Oltre alle esperienze che l’uomo può fare qui in Terra grazie alle percezioni dei sensi e all’esplicazione della coscienza dell’io, egli può accogliere nel suo sentimento la contemplazione dell’entità-Cristo: nel suo sentire, quale può esplicarlo qui fra nascita e morte, e quale è naturalmente legato all’organismo astrale.

 

• Se si accoglie il Cristo nel proprio sentire, ciò agisce sulla parte astrale dell’uomo

(che sopravvive dopo la morte, nel modo che si è detto), portandovi gli effetti

del rapporto stabilito fra l’esistenza terrena e il Cristo, fra il divenire terreno e il mistero del Golgota.

Tali effetti provocano il rafforzamento della coscienza dopo la morte,

nel passaggio fra il mondo delle anime e quello degli spiriti;

la coscienza che altrimenti rimarrebbe confusa e oscura, diventa capace di contemplare nel mondo spirituale

ciò che permette all’anima umana, fra la morte e una nuova nascita,

di preparare la parte spirituale del suo prossimo organismo fisico.

 

• Gli iniziati che furono contemporanei del mistero del Golgota o che vissero nei primi secoli successivi, dicevano inoltre ai loro discepoli: l’uomo si è evoluto in modo da non riuscire più a portare seco le forze necessarie, dopo la morte, a guidarlo dal mondo delle anime a quello degli spiriti. Il Cristo però è disceso sulla Terra, ha compiuto l’azione del Golgota, per il cui effetto nell’anima umana le forze di quest’ultima possono venir potenziate. E dopo la morte, nel passaggio dal mondo delle anime al mondo degli spiriti, l’uomo può sperimentare tanto intensamente il cosmo da riuscire, grazie agli impulsi cosmici, a cooperare alla configurazione dell’organismo fisico della sua prossima incarnazione terrena. Grazie all’azione del Cristo, l’anima umana viene purificata, nel passaggio dal mondo delle anime al mondo degli spiriti.

Così parlavano gli iniziati contemporanei del mistero del Golgota, come già avevano parlato gli iniziati più antichi: grazie alla guida dell’eccelso essere solare, l’anima umana si purifica, nel passaggio dal mondo delle anime al mondo degli spiriti.

 

Da ciò possiamo vedere come il mistero della morte

stia in rapporto con l’evoluzione cristiana dell’umanità terrestre.

 

Dopo il quarto secolo, tuttavia, andò offuscandosi la conoscenza iniziatica che avrebbe potuto parlare agli uomini nel modo ora da me ricordato. Adesso però è giunto il tempo in cui una nuova scienza iniziatica può svelare nuovamente il rapporto fra gli uomini e il Cristo Gesù. E questa nuova scienza dell’iniziazione deve a sua volta parlare così:

 

• chi accoglie col sentimento durante la vita terrena il segreto del mistero del Golgota,

rafforza l’intimo nucleo della sua anima;

sì che questo diviene capace, nel passare dal mondo delle anime a quello degli spiriti,

di formare un organismo fisico diverso da come si formerebbe,

se non intervenisse l’impulso di un cristianesimo rinnovato.

 

Senza questo impulso si formerebbero nel futuro dell’organizzazione terrestre degli organismi predisposti alla malattia. Mediante il cristianesimo rinnovato noi ci immergiamo nell’impulso grazie al quale, per tutto il resto dell’esistenza terrestre, potranno formarsi organismi fisici sani e forti.

Ecco come la via che l’uomo percorre attraverso la morte è profondamente collegata con l’entità del Cristo.

 

In una cosmologia vera il Cristo è presente come una forza universale, come una forza cosmica:

la sua forza può essere veduta nel trapasso dell’uomo, dopo la morte, dal mondo delle anime al mondo degli spiriti.

 

Nella prossima conferenza mostrerò ancora in che modo passi per la morte un’altra parte del contenuto dell’anima umana, quella che per la coscienza ordinaria si manifesta nella volontà: mostrerò in che modo essa possa diventare, fra la morte e una nuova nascita, il germe di certe forze che giungeranno ad espressione solo nella successiva vita terrena. Mostrerò cioè come il destino umano, che nel passato fu chiamato il karma, si esplica dall’una all’altra vita terrena.

Così lo studio della volontà umana si aggiungerà allo studio del mondo umano del pensiero e del mondo del sentimento, di cui ho parlato oggi. Dalle considerazioni che seguiranno, risulterà anche il modo in cui l’uomo deve stabilire il suo significativo rapporto con l’entità-Cristo, col mistero del Golgota, con l’intera evoluzione cristiana. E come oggi abbiamo inserito il Cristo nella evoluzione cosmologica, nella vera conoscenza cosmologica, così ci rimane ancora, per la conferenza di domani, da definire la posizione del Cristo in una rinnovata conoscenza della religione.

 

 

By | 2019-07-27T02:04:17+02:00 Luglio 25th, 2019|LA MORTE|Commenti disabilitati su DOPO LA MORTE L’UOMO SI SENTE IN UN RITMO COSMICO