Esperienze dell’uomo, mistico, quando discende coscientemente nel proprio interno passando davanti al piccolo Guardiano della soglia

O.O. 119 – Macrocosmo e microcosmo – 24.03.1910


 

Ieri abbiamo concluso accennando ai due limiti in cui l’uomo si trova confinato con la sua coscienza normale; quindi oggi inizieremo, in certo modo, a indicare le regioni che risiedono al di là di questi limiti e che l’uomo trova quando, grazie al già accennato sviluppo della sua anima – e che più avanti, in queste conferenze, vedremo condurci ancor più lontano –, varca l’una o l’altra delle porte riuscendo a superare quelli che si chiamano il piccolo e il grande Guardiano della soglia.

Oggi vogliamo innanzitutto un po’ tentare di raccapezzarci su come siano le esperienze dell’uomo, quando egli, passando davanti al piccolo Guardiano della soglia, discende coscientemente nel proprio interno.

 

Sappiamo che questa discesa, nella vita ordinaria, si ripete ogni giorno quando ci si desta, e abbiamo già sufficientemente sottolineato come in questo momento del risveglio sorga l’impossibilità di guardare realmente ciò in cui ci si inserisce e si vive come nel proprio intimo.

Se vogliamo capire in che cosa ci immergiamo e viviamo qui dentro, è necessario tener presente, in modo un po’ dettagliato, quanto è già stato brevemente accennato nelle conferenze pubbliche, ma che ora andremo ad esaminare ancor più accuratamente. È qualcosa che è in relazione con tutta l’evoluzione umana.

Sappiamo che l’essere umano nel corso della sua vita si sviluppa da un gradino all’altro. Già nella vita che si svolge tra la nascita e la morte, egli attraversa un’evoluzione che lo porta dalle condizioni iniziali della vita, in cui possiede capacità e forze minime, ad uno sviluppo sempre maggiore di facoltà, talenti e forze. Come avviene propriamente questa evoluzione nella vita ordinaria? Essa si svolge in modo tale che, come abbiamo già evidenziato, l’addormentarsi e il destarsi vi esplicano un ruolo essenziale.

 

Se consideriamo ciò che l’uomo nella sua gioventù

attraversa di giorno in giorno come esperienze di apprendimento

e se ci rappresentiamo come queste si trasformino in facoltà, in capacità,

allora dobbiamo rivolgere lo sguardo sullo stato di sonno,

che solo rende possibile la loro trasformazione nell’anima umana in facoltà e in forze.

 

Noi ogni sera, quando ci addormentiamo, ci portiamo realmente dietro, dalla vita diurna, qualcosa nella nostra anima; e quanto ci portiamo con noi, ciò che scaturisce come frutti delle nostre esperienze, noi lo ritessiamo durante il sonno; lo rielaboriamo e lo rimaneggiamo così da coagularsi in nostre capacità e forze.

Un esempio esplicativo ci deriva quando guardiamo a quanto abbiam dovuto impegnarci nella nostra gioventù, giorno per giorno, diciamo, per imparare a scrivere. Qui abbiamo fatto sfilare davanti alla nostra anima esperienze di vario genere. Ma tutte quelle esperienze non ci stanno affatto dinanzi all’anima, quando noi oggi ci mettiamo a scrivere ed esercitiamo l’arte della scrittura per esprimere i nostri pensieri.

Quanto vi abbiamo sperimentato in fatto di tentativi di formare questa o quella lettera si è, per così dire, condensato insieme alla capacità di scrivere. E ciò che ci ha trasformato in questa capacità tutte quelle esperienze che si svolgevano di giorno in giorno, sta in fondo alla nostra anima, ma può operare in modo giusto solo se, in certo qual modo, non siamo presenti.

Ne possiamo già desumere che nella nostra interiorità vi sia qualcosa di superiore rispetto a tutta la nostra vita cosciente. Poiché se volessimo trasformare le nostre esperienze solo con le nostre proprie forze, ne verrebbero fuori delle belle.

 

Vi sono in noi forze superiori rispetto a quelle che usiamo con la nostra vita cosciente.

Queste forze superiori entrano in attività durante la vita di sonno, quando noi siamo in uno stato incosciente.

• In questa vita di sonno, delle esperienze vengono trasformate in capacità e l’anima viene resa sempre più matura.

 

• Così un essere più profondo lavora in noi per favorire la nostra evoluzione e accoglie, quando ci addormentiamo, le esperienze del giorno e le rielabora così che esse siano per noi disponibili come capacità in un periodo successivo della vita.

 

A partire dal sonno, però, noi ricaviamo assai più

di quello che abbiamo inizialmente portato entro lo stesso solo con le nostre esperienze coscienti.

• Durante il giorno, dal mattino fino alla sera, consumiamo delle forze,

partecipando a eventi che accadono intorno a noi.

• La sera avvertiamo queste forze consumate per via della fatica.

E ciò che durante il giorno logoriamo in fatto di forze,

di notte viene di nuovo ricaricato nella vita di sonno. Lo avvertiamo al mattino.

 

Altre forze ci affluiscono dalla vita di sonno

in sostituzione di quelle che abbiamo consumato durante il lavoro diurno.

Quindi affluiscono in noi, a partire dalla nostra vita di sonno,

tutta una somma di forze di cui abbiam bisogno per la nostra vita giornaliera.

 

Così ci sviluppiamo di gradino in gradino, ma sappiamo pure che questa evoluzione ha un limite ben determinato. Al mattino, ad ogni risveglio, ritroviamo gli stessi corpi fisico ed eterico o vitale e sappiamo che, in fondo, siamo anche poco in grado di trasformarli con le nostre proprie forze, con le nostre proprie acquisizioni, e di plasmarli a forme superiori.

 

Chi conosce un po’ la vita sa di certo che vi è fino a un certo grado la possibilità di trasformarsi anche fin dentro il proprio corpo fisico. Se osserviamo un uomo che ha passato dieci anni dedicandosi ad acquisire esperienze conoscitive più profonde, quelle esperienze di conoscenza che non rimangono teorie esteriori, bensì afferrano tutta la vita dell’anima e rendono l’uomo, per così dire, qualcosa di diverso, allora, se dopo dieci anni paragoniamo il suo aspetto con quello precedente, possiamo formarci una rappresentazione di come le conoscenze conseguite abbiano lavorato in lui nei tratti del suo volto e come questi siano diventati diversi.

Qui vediamo come ciò che si sviluppa nell’anima configuri plasticamente anche la corporeità esteriore. Ma scorgiamo pure come ciò sia propriamente limitato, e dev’essere così, poiché noi ogni mattina ritroviamo essenzialmente i nostri corpi fisico ed eterico nella stessa forma e con le stesse predisposizioni che abbiamo ricevuto alla nascita. Possiamo modificare poco di quelle attitudini.

 

Mentre possiamo, in modo proporzionale, sviluppare molto

riguardo alla nostra anima, alla forza intellettuale, a quella spirituale,

ed anche riguardo alla forza di volontà della nostra interiorità,

possiamo invece influire ben poco sulla trasformazione dei nostri involucri esteriori,

dei nostri corpi fisico ed eterico nella vita tra la nascita e la morte.

Tuttavia, durante tutta la vita tra la nascita e la morte,

devono essere attive delle forze interiori, e tali forze vanno continuamente alimentate perché la vita continui.

 

Al momento della morte vediamo ciò che avviene del corpo fisico dell’uomo, quando non vi lavora di continuo il corpo eterico o vitale. Le vere forze fisiche, quelle fisiche e chimiche del corpo fisico, si fanno valere dopo la morte. Allora operano la decomposizione e il dissolversi del corpo fisico. Che quanto in genere insorge al momento della morte col corpo fisico non possa aver luogo tra la nascita e la morte, è dovuto al corpo eterico o vitale con le sue forze interiori.

Questo nel periodo tra la nascita e la morte è un fedele lottatore contro il disfacimento del corpo fisico. In ogni momento il nostro corpo fisico sarebbe pronto a disgregarsi, se non gli fossero alimentate nuove forze a partire dal corpo eterico o vitale. Ma anche questo corpo eterico riceve quanto gli è necessario da forze interiori ancor più profonde, da ciò che chiamiamo corpo astrale, il portatore di piacere e dispiacere, gioia e dolore e così via, in modo che sempre il corpo interiore corrispondente dirige l’attività e lavora al correlativo corpo esteriore.

 

Quindi, quello che è a noi visibile esteriormente viene mantenuto di continuo dalle forze interiori. Se l’essere umano, al risveglio, potesse immergersi coscientemente nella sua corporeità vedrebbe proprio come il corpo astrale lavori al corpo eterico o vitale e come il corpo eterico lavori al corpo fisico; ma ciò gli si sottrae per il fatto che, durante questo discendere entro i suoi corpi, il suo sguardo viene distolto dalle cose e dagli avvenimenti esteriori.

L’uomo, però, attraverso lo sviluppo graduale della sua anima e la possibilità di sperimentare coscientemente il momento del risveglio, quindi l’entrata nella sua corporeità, acquisisce, in certo modo, conoscenza di ciò che opera e vive lì, nella sua interiorità, di quanto lì crea e plasma. Noi parteciperemo all’interiore meccanismo della nostra propria umanità, se saremo capaci di immergerci – e questa parola sia intesa nel senso migliore – misticamente nella nostra propria interiorità. In tal caso, che cosa dobbiamo raggiungere – in che modo lo raggiungiamo ne parleremo – se vogliamo discendere in modo cosciente nella nostra propria interiorità?

Poiché dobbiamo proprio far in modo che al risveglio le impressioni esterne non disturbino.

 

Dobbiamo prepararci così da esser in grado di risvegliarci senza che le impressioni visive, le impressioni uditive e via dicendo, si accostino subito alla nostra anima. Dobbiamo metterci nella possibilità, a partire da un altro stato di coscienza com’è dato nel sonno, di familiarizzarci con l’esistenza cosmica, così da fermare tutte le impressioni esteriori. Se vi riusciamo, arriviamo dinanzi al piccolo Guardiano della soglia.

Per come si presenta, ne parleremo subito dopo.

 

Supponiamo, per il momento, di essergli passati davanti, di aver varcato la soglia che porta nel nostro proprio interno. Qui veniamo a conoscere, come veri e propri mistici, qualcosa di cui prima, però, non potevamo farci alcuna idea. Le descrizioni esteriori che, nella maggior parte dei manuali di teosofia, vengono date del corpo astrale, del corpo eterico o vitale e del corpo fisico, quando questi vengono visti dall’interno, non sono molto di più che descrizioni del tutto approssimative che possono sì indicare quello di cui si tratta, ma una vera conoscenza di quello in cui ci immergiamo al risveglio è possibile solo se, con pazienza per molto tempo, ci si avvicina dai più diversi lati alle grandi verità dell’esistenza. E così oggi vogliamo tentare di penetrare da un lato ben preciso in questi misteri.

 

Quando l’uomo, dunque, non ha bisogno innanzitutto di vedere ciò che può agire su di lui dall’esterno, allora impara a conoscere in maniera, diciamo, sentimentale ciò che abitualmente si chiama anima e che è ancora qualcosa di molto diverso da ciò che ordinariamente ci rappresentiamo. Egli conosce che quest’anima umana, pur essendo in realtà piccola, è però paragonabile a qualcosa di grande, e che le singole facoltà che essa possiede e all’interno delle quali si può sviluppare, sono modeste rispetto alle facoltà di quel grande elemento a cui l’anima può sentirsi affine.

E si impara a riconoscere, quando ci si immerge nel corpo fisico e in quello eterico, che si è davvero usciti da una realtà, col risveglio, e che, dall’addormentarsi fino al destarsi, si era in un mondo diverso, in un mondo in cui vi è essenzialità simile alla nostra stessa anima, ma con tutto molto più grande, molto più possente in fatto di qualità e capacità rispetto ad essa. Così quest’anima umana si sente assai piccola al momento del risveglio, quando è passata davanti al piccolo Guardiano della soglia.

Lì essa può dirsi: «Sì, io sono veramente piccola, poiché ora, in questo momento del risveglio, non avrei nulla in me di quello che potrei dare a me stessa, se non fossi uscita e non fossi stata riversata nel grande e possente mondo che ha facoltà analoghe alle mie, solo intensificate all’infinito, e se queste non avessero fatto affluire in me quello di cui ho bisogno; oh, agirei in modo alquanto sgomento, se dovessi a questo punto affrontare la mia propria interiorità!».

 

Ora l’anima si rende conto che ha bisogno di quanto è affluito in lei durante tutta la notte;

essa si accorge che si è riversato in lei ciò che ha analogia con le sue tre forze fondamentali.

E quali sono queste tre forze?

 

• La prima è quella che si chiama volontà;

tutto quello che è volitivo è una forza animica fondamentale che ci spinge a volere questo o quello nella vita.

• La seconda forza animica basilare è il sentimento,

quella forza che riesce a far sì che la nostra anima sia attratta da una cosa e respinta da un’altra,

senta gioia per l’una e dolore per l’altra.

• E la terza forza è il pensare, la possibilità di giungere a delle rappresentazioni sopra le cose.

 

Queste sono le tre forze fondamentali dell’anima umana. E sappiamo anche che tali forze sono l’effettivo valore, quello che possiamo perfezionare nella vita fra la nascita e la morte.

 

• Se sviluppiamo sempre più la nostra volontà e la rendiamo sempre più forte,

allora diventiamo uomini in grado di intervenire con efficacia nella vita.

• Se educhiamo sempre più i nostri sentimenti,

diventiamo uomini in grado di soppesare con sempre più sicurezza ciò che nel mondo è giusto o sbagliato,

sentendo con piacere quanto è corretto e giusto, ma con dolore ciò che è erroneo e ingiusto.

• E se perfezioniamo il nostro pensare,

diventiamo sempre più capaci di sviluppare ciò che chiamiamo una saggia comprensione del mondo,

per cui ci adattiamo con saggezza ai fenomeni del mondo.

 

Per tutta la vita tra la nascita e la morte lavoriamo a queste tre forze animiche fondamentali.

Se però noi, al mattino, ci svegliamo in quella condizione che è stata descritta, dove siamo passati davanti al Guardiano della soglia, allora notiamo che tutto ciò che nella nostra vita possiamo elaborare in noi in fatto di volontà, di sentimento e di pensare, è una piccolezza in confronto alla forza dei pensieri, alla forza del sentire e a quella del volere che sono dispiegate nel mondo spirituale, da cui veniamo fuori al mattino, al momento del risveglio; e ci accorgiamo di aver bisogno di quanto abbiamo assorbito nella notte, poiché non arriveremmo lontani, se sviluppassimo soltanto ciò che di pensieri, di sentimenti e di volontà possiamo svolgere attraverso la vita diurna.

 

Quindi, come un dono dal mondo spirituale, dalle forze superiori del pensare universale, del sentire universale e del volere universale, ci deve affluire, per tutta la notte, quello che discende con noi nella nostra propria interiorità. Se ci siamo innanzitutto resi conto di aver assorbito, nella nostra anima, volere cosmico, sentire cosmico e pensare cosmico, riconosciamo che queste tre forze fondamentali non sono quanto abbiamo acquisito dalla vita per noi stessi riguardo a pensare, sentire e volere, ma qualcosa che ci fluisce dall’addormentarci fino al risveglio senza il nostro intervento.

 

Mentre con la nostra anima che si è completamente impregnata di quelle qualità ci immergiamo nella nostra propria corporeità, notiamo che queste forze basilari si trasformano e assumono un altro aspetto. Ci accorgiamo cioè che quanto conosciamo, in una debole rappresentazione, come volontà della nostra anima, ma portiamo con noi da una misura infinitamente assai più grande di volontà cosmica, nell’affluire si trasforma in qualcosa che ci rende capaci di essere degli esseri dotati di movimento che, a partire dalla loro interiorità, hanno la capacità di muovere gli arti nel piccolo come nel grande. Si riversano in noi la possibilità e la capacità che vediamo emergere esteriormente quando guardiamo un uomo che esegua il lavoro del giorno con i suoi movimenti.

Ciò che vi fluisce in noi, quanto noi attingiamo dalla volontà cosmica diviene visibile esteriormente nel movimento dei nostri arti, in tutta la nostra mobilità. Ciò che è volontà cosmica si manifesta in noi come forza, come interiore forza che ci pervade.

 

Noi ora vediamo come, in effetti, la forza che ci compenetra, che generalmente avvertiamo soltanto animicamente,

ci affluisca a partire dalla volontà cosmica.

Diviene per noi una verità che scorra volontà attraverso l’universo,

che la volontà del cosmo ci pervada e che solo grazie a questa siamo uomini in movimento,

uomini che possono muovere i loro arti, uomini che hanno attività autonoma;

e che essa ci affluisca al mattino dopo averla assorbita nella nostra anima nello stato di sonno.

 

Noi, durante il giorno, consumiamo questa volontà cosmica che si riversa in noi al mattino.

Nella vita normale di tutti i giorni non sentiamo questo riversarsi.

• Ma quando siamo passati davanti al Guardiano della soglia,

sentiamo operare continuamente in noi stessi tutto il volere del macrocosmo,

poiché ci sentiamo cresciuti con la volontà universale in modo unitario.

È un sentimento infinitamente importante che, a quel punto, proviamo.

In quel momento ci sentiamo come collegati, come inseriti nell’intera volontà dell’universo.

 

Ciò che, invece, nella vita animica abituale conosciamo come la forza del sentire

è stato da noi attinto, per così dire, da un serbatoio infinito di sentire cosmico; esso affluisce in noi.

E si trasforma in modo tale che per chi è sviluppato fino ad un certo grado

diviene interiormente visibile come se, con tale sentimento universale,

lo attraversasse qualcosa che, volendolo paragonare con qualcosa nella vita, si può soltanto paragonare alla luce.

 

Come se venissimo interiormente pervasi di luce; è così quando si guarda su quanto si riversa in noi come effetto del sentimento universale ricevuto nel sonno. Questo sentimento cosmico affluente diventa luce in noi, luce interiore; esternamente non è visibile, ma l’uomo divenuto chiaroveggente, quando è passato davanti al piccolo Guardiano della soglia, vede che, effettivamente, la luce di cui ha bisogno per la sua vita interiore non è altro che un risultato di quello che ha assorbito di notte come sentimento universale.

Quindi vediamo già come l’uomo, quando è dedito alla sua propria interiorità, provi qualcosa del tutto nuovo riguardo alla sua anima. Egli sperimenta quanto gli affluisce dal macrocosmo e ciò che ne diviene nella sua interiorità. E si ha veramente ed essenzialmente davanti a sé quello che è il corpo astrale, quando si sentono fluire in sé le forze e le capacità del sentire delle entità del cosmo esteriore.

 

Ciò che costituisce la forza del pensare si presenta poi in modo da operare in noi quale coordinatore,

quale regolatore tra quanto ci affluisce come forza del movimento e ciò che ci si riversa come luce interiore.

• Fra queste due forze deve venir creato una sorta di equilibrio così che non sorge mai un rapporto scorretto

tra quanto emerge come sentimento interiore e ciò che risulta come impulso dell’attività.

 

Se non fosse creato il giusto rapporto tra luce interiore e impulso all’attività,

la corporeità umana non sarebbe mantenuta in modo corretto a partire dall’interno.

• Se l’una o l’altra fosse presente in sovrabbondanza, l’uomo soccomberebbe.

• Soltanto nel giusto equilibrio l’uomo può sviluppare le sue proprie forze,

in modo che esse siano utili in modo corretto alla sua esistenza esteriore.

 

Vediamo dunque queste tre forze lavorare all’essere umano nello stato di sonno e continuare ad operare in noi

tanto da spronare il nostro uomo esteriore dal mattino fino alla sera,

così che egli possa portare a compimento quanto deve.

 

Se prendiamo in considerazione questo fatto, possiamo dirci che la nostra anima, in effetti, è ben piccola

in confronto a quanto c’è nel grande mondo, in cui eravamo riversati durante lo stato di sonno, tuttavia vi è affine.

• Come nella nostra anima si sviluppano, a poco a poco, a un livello sempre superiore pensare, sentire e volere,

• così è riversato fuori nel mondo invisibile, soprasensibile, ciò che è sentire cosmico, pensare cosmico e volere cosmico.

• E si fa ancora un’altra esperienza che scaturisce quale esperienza diretta.

 

• Sebbene quest’anima oggi sia piccola rispetto alla grande anima universale, tuttavia è avviata a divenire come quella. La sua capacità di pensare, la sua attitudine a volere e la sua facoltà di sentire sono oggi ancora piccole, ma sono sulla via di diventare come quel grande sentire universale, pensare universale e volere universale. Questa è un’esperienza che si vive.

• L’altra è che si sa con precisione che quanto vi appare come un macrocosmo molto possente, come sentire, pensare e volere universali, è stato una volta come la nostra anima; da simili stati piccoli iniziali si è dovuto evolvere a quella immensa grandezza.

Quando si hanno questi due sentimenti, qualcosa si depone come un frutto sull’anima del mistico, che consiste nel dirsi:

• «Come sarebbe andato, se quegli esseri che hanno creato ciò che oggi è dispiegato nell’universo e ci danno quanto abbiamo bisogno per la nostra vita, non avessero fatto nulla per la loro evoluzione? In una sconfinata lontananza del passato erano altrettanto deboli come noi in quanto a forze del sentire, del pensare e del volere. Un tempo erano deboli come la nostra anima, e oggi essi sono talmente forti da non essere più destinati a ricevere, ma da avere soltanto il compito di dare.

Che ne sarebbe stato di noi, se essi non si fossero ulteriormente evoluti?

Da noi stessi non avrebbe potuto saltar fuori nulla! Noi non potremmo esserci!».

 

Questo è il vivace sentimento che si posa sulla nostra anima, un sentimento di gratitudine infinita. Se sappiamo apprezzare il valore della nostra esistenza, ci pervade un sentimento di infinita riconoscenza. Tale sentimento è una realtà per ogni vero e autentico mistico, non è per niente qualcosa che si può anche solo paragonare a quanto l’essere umano ha nella vita ordinaria come senso di gratitudine. È un sentimento che sorge nella nostra interiorità, come inebriante e pervaso di beatitudine, e che ci deve essere, poiché appartiene alle più importanti esperienze del mistico.

 

Quello che oggi il mondo esteriore chiama mistica, abitualmente non sono nient’altro che parole. Il vero e autentico mistico conosce questo sentimento di gratitudine con cui egli guarda al grande mondo e si dice: «Che cosa saresti tu, se quegli esseri che ti precedevano non avessero fatto di tutto per innalzarsi a quell’altezza che rende loro possibile di donarti, ogni notte, quanto hai bisogno e di farlo affluire nella tua corporeità?». Chi non ha mai sentito nel più profondo del cuore questo sentimento di riconoscenza verso il macrocosmo, non è un vero mistico.

 

E a questo sentimento se ne allaccia un altro, un sentimento che è da caratterizzare con le seguenti parole:

• «Se oggi siamo all’inizio, come una volta lo furono quegli esseri, non dobbiamo, a questo punto, lavorare a noi stessi per raggiungere la nostra meta nell’esistenza universale?

 

Non dobbiamo fare di tutto per uscire dal nostro piccolo pensare, sentire e volere, affinché un giorno avremo non solo bisogno di prendere, ma anche possibilità di dare, e per poter far riversare ed effondere qualcosa in modo simile a come si riversa qualcosa in noi, quando nello stato di sonno siamo abbandonati al macrocosmo?».

Questo sentimento si risolve in un gigantesco impegno per lo sviluppo della nostra anima. Noi ci diciamo poi da veri ed autentici mistici:

• «Tu trascuri il tuo dovere se non fai di tutto per evolvere le forze della tua anima, che ancora oggi sono presenti in minima misura, fino a quell’altezza che esse possono raggiungere e di cui hai un esempio quando guardi in alto verso il macrocosmo da cui tu suggi le tue forze. Se non ti evolvi, ti irriti e opponi resistenza alla tua propria evoluzione; contribuirai a far sì che un giorno degli esseri non si potranno evolvere allo stesso modo come tu ora lo puoi fare. Allora contribuirai alla loro distruzione, invece che al progresso, al rinnovamento e alla creazione del mondo».

 

Questo è l’altro sentimento che sorge per il mistico, e noi vediamo che si modifica, in modo singolare, quanto in genere si sperimenta nell’anima, la somma di brame, istinti, passioni e così via. Quel che noi conosciamo di solito come senso di gratitudine diventa un immenso sentimento di riconoscenza nei confronti del macrocosmo e ciò che nella vita sentiamo come dovere cresce a enorme impegno verso la propria evoluzione cosciente.

Questi sono i due sentimenti e impulsi che pervadono la nostra anima quando passiamo davanti al Guardiano della soglia. E tali sentimenti costituiscono ciò che ci rende possibile di riconoscere veramente nella sua essenza il corpo astrale dell’essere umano.

 

Quando questi sentimenti vivono in un uomo così come sono stati descritti, ed egli si dedica loro sempre di più, dandosi al sentimento di gratitudine nei confronti del macrocosmo e ai sentimenti del dovere nei confronti del divenire del mondo, quando egli ne lascia pervadere e pulsare completamente la sua anima, allora gli si apre l’occhio veggente; via via ha davanti il proprio corpo astrale, il più intimo involucro di cui è circondato e che non vede nella coscienza ordinaria, ma che può percepire se ha la pazienza di lasciare agire tali sentimenti abbastanza a lungo sulla sua anima.

Allora ci sta davanti la vera figura della nostra vita astrale, quel corpo che è generato a partire dal macrocosmo. Tuttavia, se vogliamo vedere questo corpo astrale e sentire, in forza sufficiente, come una verità che lo spirito sta a fondamento di tutto il sensibile, dobbiamo passare proprio davanti al Guardiano della soglia.

 

Dobbiamo anche considerare il rovescio di ciò che appunto è stato descritto come lato positivo. Abbiamo visto che tutto quello che è volontà cosmica ci pervade di forza volta all’attività, tutto quello che è sentire cosmico ci inonda di luce e tutto quello che è pensare cosmico ci affluisce come forza coordinatrice. Sono gli elementi di cui abbiam bisogno, senza i quali non possiamo vivere e, se non ci fossero forniti, non potremmo esistere come uomini.

Paragoniamo ora ciò che lavora in noi con quanto è proprio già nostro. A questo punto, ci si presenta molto chiaramente ciò che fino ad ora l’anima ha elaborato in quanto a forze del pensare, forze del sentire e forze del volere. Soprattutto, ci si manifesta quanto abbiamo omesso di acquisire riguardo alla forza della volont