/////FEDE, AMORE, SPERANZA – II

FEDE, AMORE, SPERANZA – II

Fede, amore, speranza – II

O.O. 130 – Fede, amore, speranza – 03.12.1911


 

Ieri abbiamo cercato di formarci una rappresentazione di come si inserisca significativamente nella vita dell’umanità quella che possiamo chiamare la rivelazione soprasensibile del nostro tempo. Abbiamo indicato che, nell’ultimo ciclo storico dell’umanità, essa si situa come la terza rivelazione, da porre sulla stessa linea sulla quale la precedono la rivelazione sul Sinai e la rivelazione che ebbe luogo nel tempo in cui si svolse il mistero del Golgota.

Non dobbiamo però considerare questo fatto caratteristico del nostro tempo in modo teorico o solamente scientifico, ma, come antroposofi, dobbiamo elevarci sempre di più al riconoscimento che l’umanità trascurerebbe un elemento essenziale per la sua evoluzione se volesse distanziarsi da questo messaggio presente e futuro.

Di certo la vita quotidiana farebbe ugualmente il suo corso se tale messaggio venisse preso come una semplice chimera, ed è anche certo che molti non noterebbero subito le conseguenze dannose che deriverebbero dal non aver tenuto conto di quanto qui entra in considerazione, ma gli antroposofi dovrebbero aver chiaro che le anime oggi viventi in corpi umani, indipendentemente da quanto esse accolgano ora, vanno incontro a un determinato futuro. Quel che ora avrò da dire in primo luogo, concerne tutte le anime, perché fa parte della svolta che si compie nel nostro tempo.

 

In fondo, le anime incarnate oggi hanno percorso solo da poco tempo lo stadio evolutivo

attraverso il quale l’uomo procede a una reale coscienza dell’io.

• Tuttavia tale coscienza si è preparata nel corso dell’evoluzione fin dall’antica epoca atlantica,

ma per gli uomini dei tempi antichi, fino al tempo in cui il mistero del Golgota fu segno della grande svolta,

la coscienza dell’io era sostituita usualmente da un tipo di coscienza

di cui l’uomo attuale non può quasi farsi un’idea.

 

L’uomo attuale distingue infatti solo uno stato di veglia che sta tra il risveglio e l’addormentarsi, e uno stato di sonno, nel quale la coscienza è del tutto spenta. Tra di essi l’uomo attuale conosce tutt’al più lo stato intermedio che indichiamo come stato di sogno, ma sa che va considerato come uno stato eccezionale.

Attraverso le immagini di sogno emergono invero alla coscienza certi processi derivanti dalle profondità della vita animica, ma si manifestano in modo molto poco chiaro nella solita vita di sogno, tanto che l’uomo non è quasi mai in condizione di interpretare correttamente quanto nella sua vita di sogno accenna a processi profondi e soprasensibili della sua vita animica.

 

Per arrivare a caratterizzare più facilmente lo stato di coscienza intermedio di cui ho parlato come ancora conosciuto da una più antica umanità, prenderemo un sogno comune che dette del filo da torcere a uno studioso moderno di scienza dei sogni: non riusciva a spiegarlo altrimenti che in maniera esteriore materialistica. Un sogno davvero particolare! Io l’ho trovato appunto nell’onirologia; come già feci presente in una risposta a domande, essa viene considerata una scienza alla stessa stregua della fisica e della chimica, anche se pochi la riconoscono o ne hanno una vaga idea. Vi si trova dunque registrato questo sogno che racconto perché è proprio caratteristico. Potrei anche menzionare altri sogni che non si trovano nei testi, ma preferisco esaminare proprio questo sogno, perché nei testi di oggi, che non sanno addentrarsi in tali cose, ha creato difficoltà. Ecco il caso.

 

Una coppia di genitori è profondamente affezionata a un figlio che cresce colmandoli di gioia. Un giorno il figlio si ammala, in poche ore il suo stato si aggrava al punto che il giorno dopo egli passa la porta della morte. Per l’esperienza dei genitori, il figlio vien loro tolto in modo repentino, da una vita che si presentava piena di speranze; profondo è naturalmente il cordoglio dei genitori, e nei tempi successivi alla morte del figlio si presentano nei sogni, sia del padre sia della madre, molti ricordi di lui. Dopo molto tempo, molti mesi, il padre e la madre hanno il medesimo sogno nella stessa notte: in esso compare il figliolo morto che afferma di essere stato seppellito mentre era ancora in vita, cioè in stato di morte apparente, e che basterebbe controllare per convincersene.

 

Entrambi, padre e madre, si comunicarono quel che avevano sognato nella stessa notte. Seguendo il loro modo di vedere si rivolgono subito alle autorità per chiedere di far eseguire l’esumazione del figlio. Ma si sa come sono le autorità del giorno d’oggi: non è tanto facile convincerle, e la richiesta è respinta; ai due genitori non rimane che continuare ad affliggersi. Ma lo studioso di sogni che esaminò il caso e non sapeva spiegarlo altrimenti che materialisticamente, si trovò in grande difficoltà. Diceva: si capisce benissimo che i genitori abbiano continuato a pensare al loro figlio, nulla di strano dunque che ora l’uno ora l’altro sognino di lui. Ma il rompicapo era che entrambi avessero sognato lo stesso sogno in una stessa notte. Lo studioso finì per darsi una spiegazione singolare, e chiunque la legga si accorgerà di quanto sia contorta. Egli diceva infatti che non si poteva far altro se non supporre che solo uno dei due avesse fatto quel sogno, che si fosse poi svegliato, e l’altro, che non aveva sognato, si fosse convinto di aver sognato anche lui. Tale spiegazione sarà abbastanza illuminante per la coscienza corrente, ma non è certo profonda. Come ho già avuto occasione di dire espressamente, per chi è versato nella sfera delle esperienze oniriche, non è affatto raro che il medesimo sogno sia sognato nello stesso tempo da molte persone.

 

Proviamo ora a immedesimarci in questa esperienza di sogno dal punto di vista della scienza spirituale. Sappiamo già come alla scienza dello spirito risulti che l’uomo, quando ha passato la porta della morte, continua a vivere come individualità nel mondo spirituale; sappiamo inoltre che tutti gli esseri e le cose del mondo sono in relazione tra di loro, e infine che per così dire si forma una linea di collegamento con i defunti, per il fatto che gli uomini rimasti sul piano fisico indirizzano ai morti intensi pensieri d’amore.

 

Non è infatti vero che gli uomini rimasti sul piano fisico non possano avere alcun collegamento con i defunti che sono nel mondo soprasensibile: essi continuano ad averlo ogni qual volta indirizzano loro pensieri qualsiasi; anche nei momenti in cui non si inviano pensieri ai morti, ma lo si fa solo saltuariamente, il collegamento persiste; sta di fatto però che, allo stato attuale dell’organizzazione umana, chi vive sul piano fisico non può portare nella sua coscienza di veglia la consapevolezza dell’esistenza di tali linee di collegamento.

 

Se però non si sa qualcosa, non si può dedurre che quel qualcosa non esiste: sarebbe una conclusione assai superficiale; altrimenti coloro che siedono in questo locale e quindi non vedono Norimberga, potrebbero facilmente sostenere che Norimberga non esiste. Dobbiamo quindi aver ben chiaro che attraverso la sua attuale organizzazione l’uomo non sa nulla del suo collegamento con i morti, ma esso esiste tuttavia. Per altro quel che avviene nelle profondità dell’anima può talvolta esorcizzare un sapere abnorme che sale alla coscienza, appunto nei sogni.

 

Questo dobbiamo mettere su un piatto della bilancia quando ci accostiamo alle esperienze di sogno; per l’altro noi sappiamo che il passaggio attraverso la porta della morte non è poi un balzo da una condizione in un’altra completamente differente, come se lo sognano quelli che nulla sanno di queste cose: è invece un passaggio graduale. Quel che un’anima ha compiuto qui sulla Terra non scompare nell’attimo in cui l’uomo oltrepassa la porta della morte: quello che una persona ha amato sulla Terra, essa lo ama anche dopo la morte, con la differenza che, per i desideri alla cui soddisfazione occorre un corpo fisico, cessa dopo la morte la possibilità di accontentarli. Ma i desideri, le brame, le gioie e i dolori verso i quali un’anima si sentiva inclinata durante l’incarnazione in un corpo fisico, permangono in essa dopo il passaggio per la porta della morte. In tal modo è comprensibile che quel giovane, morto repentinamente e del tutto impreparato, mantenesse un forte sentimento per la vita, che volesse proprio essere ancora in Terra, e avesse quindi una brama ardente di essere ancora avvolto in un corpo fisico. Tale brama continuò ben a lungo nel periodo del kamaloca, poiché si trattava di una forza operante nella sua anima.

 

Facciamoci ora una viva rappresentazione dei due genitori che si addormentano con i pensieri rivolti al caro figlio morto. Anche se essi sono immersi nel sonno, permangono gli organi di collegamento, e il figlio, nell’attimo in cui inizia il processo di sogno per entrambi, padre e madre, ha uno stimolo particolarmente vivo allo sviluppo della propria anima: traducendolo in parole potremmo esprimerlo così: ah, se io fossi ancora in Terra, circondato dal mio corpo fisico! Nelle profondità animiche dei genitori si espresse il pensiero del morto, ma essi non possedevano una comprensione adeguata per i caratteri particolari degli eventi in quel sogno, così tradussero quello che incalzava nella vita delle loro anime in immagini che erano loro più vicine. Se avessero potuto percepire chiaramente ciò che il figlio riversava in realtà nelle loro anime, lo avrebbero sentito in modo da affermare: ora nostro figlio brama ardentemente di venir circondato da un corpo fisico; invece quando l’immagine compare nel sogno, essa si riveste di un linguaggio a loro accessibile, manifestandosi nell’immagine che il figlio sia stato sepolto ancora in vita, sovrapponendosi così a ciò che veramente accadeva.

 

Non dobbiamo quindi cercare in tali immagini di sogno la copia di realtà che siano in effetti nei mondi soprasensibili, ma dobbiamo riconoscere in quello che vien sognato una specie di velatura, dipendente dalle capacità di comprensione delle persone sognanti, del vero evento obiettivo. Questa è la singolarità dell’attuale mondo di sogno: se non siamo in grado di penetrare più a fondo nella realtà dei fatti, non possiamo riconoscere direttamente le immagini emergenti quali copie di quanto sta dietro all’immagine di sogno, ma dobbiamo convenire che, se pure dietro all’immagine di sogno si celi sempre qualcosa che prende vita entro la nostra anima, dobbiamo considerare un’immagine onirica come una maya ancor maggiore di quella di cui è fatto il mondo esterno intorno a noi, di fronte al quale ci troviamo nello stato di veglia.

 

Che il sogno sia così è risultato agli uomini solo nel tempo attuale, dopo il compimento degli eventi di Palestina, da quando cioè la coscienza dell’io ha acquisito la forma che ha da quel tempo. Prima di allora le immagini che comparivano nell’uomo nel terzo stato di coscienza che egli aveva oltre a quelli della veglia e del sonno, erano più aderenti a quanto avveniva in effetti nei mondi spirituali; anche con i morti gli uomini convivevano nello spirito assai di più di quanto lo possano attualmente.

 

Non è necessario retrocedere più di tanto nei secoli precedenti l’èra cristiana per trovare ancora molte persone che potevano affermare che i morti non erano morti, poiché vivono nel mondo soprasensibile, che si può percepire quello che essi sentono, quello che essi sono veramente. Quanto valeva per i morti valeva pure per gli altri esseri presenti nel mondo soprasensibile, per esempio quelli che riconosciamo nei regni delle gerarchie.

Vi erano dunque allora per gli uomini stati di transizione tra la veglia e il sonno, e nel sogno ne è rimasto un ultimo residuo, ormai degenerato. Vi furono perciò tempi in cui gli uomini sentivano che stava loro sfuggendo qualcosa che prima avevano. Ecco perché nel periodo di transizione in cui si trovava l’umanità al tempo degli eventi di Palestina, si ebbe motivo di esclamare: mutate mente, perché stanno per giungere tempi del tutto diversi per l’umanità!

 

Tra l’altro avveniva che prima gli uomini potevano penetrare con lo sguardo nei mondi spirituali e sapevano per esperienza diretta come stavano le cose rispetto ai morti e alle entità soprasensibili; tutto ciò andò perduto, ma restò un vivo ricordo storico a mostrare quale era stata nei tempi antichi la vita insieme ai morti.

Sorgeva dappertutto una forma di venerazione e di culto per gli antenati, che riposava sul pensiero che i morti erano una realtà verace; così, quando negli antichi tempi il culto degli antenati era diffuso più o meno dappertutto, gli uomini dell’epoca di transizione ebbero un’esperienza che li portava ad affermare, anche se non lo esprimevano in chiare parole: prima le nostre anime potevano raggiungere il mondo spirituale, prima potevamo convivere con i morti e con le entità superiori, ma adesso essi sono dei trapassati in tutt’altro senso, scompaiono dalla nostra coscienza e non abbiamo più con loro un rapporto vivente.

 

Ora giungiamo a un fatto del quale dobbiamo dire che la nostra ragione può molto difficilmente formarsene una comprensione; ma può farla propria l’intelligenza di un’anima ben disposta.

Era quello che attribuiva un immenso contenuto, un’infinita sacralità e una profonda qualità al culto dei primi cristiani; essi sentivano nel modo più vivo come fosse andato perduto per loro il rapporto psichico diretto con i morti, ma sostituivano quanto si era perduto con sentimenti sacri che facevano scorrere attraverso le loro anime durante le funzioni del servizio divino, quando celebravano i loro sacrifici sulle tombe dei morti, quando leggevano le loro messe: in breve, quando esercitavano le loro azioni religiose.

 

In tale periodo di transizione avvenne soprattutto che, quando si sentiva spegnersi la coscienza per i morti, gli altari presero la forma di un sarcofago, che quindi nel sentimento di pietà per le spoglie mortali si celebrò in questa forma (e non come presso gli antichi egizi) il culto o servizio spirituale. Come abbiamo detto, è un fatto che la ragione non potrà comprendere del tutto, ma basta solo guardare la forma di un altare, suscitando in sé un sentimento vivo per la transizione del modo di concepire nel corso del tempo, come l’abbiamo descritto, e si potrà acquisire una comprensione per questa trasformazione del modo di vedere da parte dell’anima umana e per tutte le sue conseguenze.

Vediamo così come si sia lentamente e gradualmente prodotta la condizione in cui si trova oggi l’anima umana; dalle indicazioni di ieri possiamo derivare che tale condizione verrà a poco a poco sostituita da un’altra, e che oggi siamo di fronte alla constatazione che già si risvegliano nell’uomo le facoltà per la nuova condizione.

 

Quello che ieri ho portato a titolo di esempio, e cioè che l’uomo vedrà come in un’immagine di sogno una realtà che configurerà il pareggio karmico per un’azione, farà risorgere le facoltà per l’anima di tornare a elevarsi nei mondi soprasensibili.

 

In confronto all’intera evoluzione della Terra fu uno stato intermedio relativamente breve

quello in cui l’anima umana è stata esclusa dal mondo soprasensibile;

esso doveva esistere affinché l’uomo potesse conquistare in tale breve tratto di tempo

le forze più vigorose per la sua libertà.

 

Ora c’è però qualcosa che si collega con l’intero progresso dell’evoluzione dell’umanità di cui ho parlato, qualcosa che si collega col fatto che l’uomo ha potuto pervenire al suo sentimento dell’io chiuso in se stesso, e solo in tale maniera alla sua giusta coscienza dell’io. Tale coscienza si rafforzerà sempre di più nell’interiorità umana e diventerà sempre più importante via via che l’uomo si avvierà al futuro.

 

In altre parole:

la forza e la compattezza dell’individualità umana aumenteranno sempre più,

gli uomini saranno sempre più impegnati nella necessità di avere in se stessi

un fermo punto d’appoggio per il loro essere.

 

Così vediamo che la particolare coscienza dell’io che l’uomo ha oggi non risale a tante incarnazioni, come generalmente si crede: basterebbe risalirne alcune per non trovare il sentimento dell’io quale è caratteristico per l’uomo d’oggi, e poiché il sentimento dell’io è in stretto rapporto con la memoria, non deve stupirci se oggi per molti non è ancora iniziata la capacità di ricordare le proprie precedenti incarnazioni.

 

L’uomo non ricorda nemmeno quello che gli è successo nei suoi primi anni di vita,

perché in essi il suo sentimento dell’io non si era ancora formato,

e si spiega perciò che l’uomo non può ricordare oggi le sue precedenti incarnazioni,

poiché in esse appunto non si era ancora formato il suo sentimento dell’io.

 

• Ma oggi siamo nel periodo di trapasso in cui si è formato il sentimento dell’io

ed in cui si formano le forze che susciteranno nelle prossime incarnazioni

la necessità di ricordare le incarnazioni precedenti.

• Si avvicina il tempo in cui gli uomini non potranno far a meno di dire:

vediamo in modo singolare in epoche nelle quali fummo già sulla Terra in altre forme di vita,

guardiamo a ritroso dovendo ammettere di essere già stati sulla Terra.

• Tra le facoltà che sorgeranno sempre di più ci sarà anche quella per la quale

gli uomini affermeranno che non possono far a meno dal guardare a ritroso

alle proprie incarnazioni precedenti.

 

Pensiamo dunque:

nelle prossime incarnazioni delle anime umane presentemente incarnate,

si presenterà la forza interiore di guardare a ritroso e di riconoscersi in tale visione retrospettiva.

• Ma per chi non avrà conosciuto i pensieri sulle vite terrene ripetute

il ricordo retrospettivo diverrà un terribile tormento.

 

Il non conoscere i segreti delle vite terrene ripetute

diventerà tormentoso per gli uomini nei quali vorrebbero emergere le forze

che parlerebbero loro di tempi precedenti, ma che non potranno emergere

perché essi avevano trascurato di rendersi consapevoli delle grandi verità

sui misteri delle vite terrene ripetute.

 

Non aver praticato queste verità misteriosofiche, annunciate oggi dalla scienza dello spirito, non significa solo aver trascurato delle teorie, ma anche trasformare in tormento la vita delle incarnazioni successive. Questo avviene proprio nell’epoca di transizione nella quale ci troviamo.

Si può desumere la necessaria, lenta preparazione a ciò dal nostro secondo mistero drammatico: La prova dell’anima nel quale sono descritte le incarnazioni precedenti dei personaggi del dramma, risalenti a pochi secoli prima. Tutto questo si sta già preparando. Ma ora succede che, grazie alla saggia direzione del mondo, in certo modo si dia all’uomo la possibilità di conoscere le verità dei misteri.

 

Per ora relativamente pochi si ritrovano nella scienza dello spirito, il numero degli antroposofi è dappertutto davvero esiguo rispetto a quello di tutti gli altri uomini, poiché la gente non si interessa ancora in misura estesa all’antroposofia, ma la legge della reincarnazione è tale per il nostro tempo che in effetti presto tornerà a incarnarsi anche chi se ne va per il mondo ottusamente, senza apprendere dall’esperienza che si devono investigare gli enigmi dell’esistenza, in vista di una nuova vita che fa presto a venire. Avviene così che, reincarnandosi presto, troveranno abbondanti occasioni di conoscere le verità scientifico-spirituali. È proprio così.

Se quindi vediamo attorno a noi gente che ci è cara, ma che rifiuta l’antroposofia, che si dichiara perfino sua nemica giurata, non dobbiamo disperarci troppo. È pur vero, e l’antroposofo dovrebbe riconoscerlo, che non tener conto della scienza spirituale o dell’antroposofia significa per le future incarnazioni l’inizio di una vita di tormento, è vero e non va preso alla leggera, ma d’altra parte, chi ha cari amici o conoscenti che non ne vogliono sapere di antroposofia, può dirsi: se sono ora un buon antroposofo, con le forze che mi rimarranno quando avrò oltrepassato la porta della morte, poiché ci sono anche le linee di collegamento viventi tra vivi e morti di cui abbiamo parlato, troverò bene l’occasione di portare soccorso a quelle anime umane; dato che ora l’intervallo tra morte e nuova nascita è più corto, esse avranno la possibilità di conoscere le verità misteriosofiche che gli uomini devono accogliere per evitare che le loro prossime incarnazioni si trasformino in tormenti. Non tutto è dunque perduto.

 

Dobbiamo così riconoscere la potenza reale dell’antroposofia, ma d’altra parte non considerare i fatti in maniera troppo pessimistica e scoraggiante. Sarebbe invece sbagliato l’ottimismo di chi affermasse che, stando così le cose, si può aspettare fino alla prossima incarnazione per accogliere le verità scientifico-spirituali; se tutti ragionassero così, un po’ alla volta tutti passerebbero a vivere nelle successive incarnazioni e ci sarebbero troppe poche occasioni affinché gli uomini potessero realmente venir soccorsi. Se già ora chi vuol venire all’antroposofia può essere istruito da pochi sulle sue verità, per le innumerevoli schiere di quelli che in un tempo relativamente breve si avvicineranno all’antroposofìa, saranno necessarie innumerevoli persone per istruirle, sia qui sul piano fisico, sia su un piano superiore per coloro che non sono incarnati.

Questo è uno dei fatti che dobbiamo osservare, derivante dal carattere generale del gran mutamento che ha luogo adesso. L’altro è invece quello che l’io ha fatto di tutto per basarsi sempre di più su se stesso, per divenire sempre più indipendente.

 

Il costruire su se stesso da parte dell’io è di nuovo qualcosa che avverrà per tutte le anime,

ma che riuscirà di rovina per quelle che non si familiarizzano con i precetti spirituali,

perché esse proveranno il sentimento dell’accrescimento dell’individualità

come una sensazione di isolamento.

• Coloro invece che si impratichiscono dei grandi segreti dei mondi spirituali,

vi troveranno la possibilità di stringere sempre più legami tra anima e anima.

• Gli antichi legami si scioglieranno e se ne dovranno annodare dei nuovi.

Ciò avverrà gradualmente nei prossimi tempi.

 

Noi viviamo adesso nel quinto periodo postatlantico: ad esso seguirà il sesto, e poi il settimo, finché avverrà una catastrofe, analoga a quella avvenuta tra l’epoca atlantica e la postatlantica. Tale futura catastrofe fu già caratterizzata a suo tempo, nella sua somiglianza e nella sua divergenza da quella atlantica, proprio qui a Norimberga, in occasione del ciclo sull’Apocalisse. Possiamo delineare il carattere speciale del nostro periodo se, guardandoci attorno, osserviamo che nel nostro tempo è soprattutto attivo nell’uomo quello che possiamo chiamare l’intellettualismo, cioè la concezione intellettuale del mondo.

Noi viviamo in effetti nell’epoca dell’intellettualismo, della concezione intellettualistica del mondo, prodotta da una circostanza del tutto speciale; impareremo a capirla ricordandoci del periodo che precedette il nostro attuale quinto periodo postatlantico, cioè quello che siamo usi chiamare il periodo greco-latino, quel notevole periodo di civiltà nel quale gli uomini non erano, si può dire, tanto separati come lo sono ora dalla natura e dal sapere del mondo quale esso si presenta esteriormente. Nello stesso tempo è anche il periodo nel quale, per così dire, l’io irruppe nell’uomo; in questo periodo dovette perciò verificarsi anche l’avvento del Cristo, perché allora l’io si presentò in maniera particolare.

 

Qual è invece la nostra esperienza nel nostro periodo?

Non è semplicemente il presentarsi dell’io:

noi sperimentiamo che uno degli involucri umani

in qualche modo si rispecchia, si riflette sulla propria anima:

l’involucro che ieri abbiamo chiamato “involucro di fede”

nel nostro quinto periodo si rispecchia, si riflette sull’anima umana.

 

Nel nostro periodo abbiamo quindi la peculiarità

che nelle anime umane vi è qualcosa come se nell’anima

si rispecchiasse il carattere di fede del corpo astrale.

Nel sesto periodo postatlantico si rispecchierà nell’interiorità dell’uomo

il carattere d’amore del corpo eterico

e nel settimo periodo, prima della grande catastrofe, il carattere di speranza del corpo fisico.

 

Per chi ha già ascoltato in un posto o nell’altro conferenze come queste, faccio osservare che ho già descritto da un altro punto di vista questi processi graduali, sia a Monaco sia a Stoccarda, ma che si tratta sempre dello stesso argomento; solo che quello che oggi deve venir descritto in relazione con le tre grandi forze degli uomini: fede, amore e speranza, venne là presentato con riguardo agli elementi della vita dell’anima umana. Ma è senz’altro lo stesso, e lo faccio intenzionalmente affinché gli antroposofi si abituino a non attenersi alle parole, ma ad accostarsi ai fatti. Quando avremo visto che le cose possono venir caratterizzate dai lati più diversi, non giureremo più sulle parole, ma cercheremo di accostarci alle cose stesse e a prenderle in modo da sapere che le parole che le caratterizzano dai lati più diversi non significano altro che approssimazioni alle cose stesse.

Non vi è maniera peggiore di avvicinarsi alle cose di quella di giurare sulle parole dette; vi si riuscirà invece armonizzando quello che è stato detto in tempi successivi, così come riusciremo a conoscere un albero non se lo osserveremo solo da un lato, ma dai lati più diversi.

 

Dunque è essenzialmente la forza di fede del corpo astrale che risplende nell’anima,

quella che conferisce carattere al nostro tempo.

 

È strano, potrebbero osservare alcuni, ecco che tu ci dici che quella della fede è la forza essenziale del nostro tempo, ma noi potremmo ammetterlo tutt’al più per chi è rimasto ligio ad antiche credenze, mentre ormai sono in tanti a disprezzare l’antica fede, perché dicono che l’hanno superata e la considerano uno stadio infantile dell’evoluzione umana.

Creda pure chi si autodefinisce monista di non essere credente; lo è invece più di altri che si dichiarano credenti, perché tutto quanto è stato messo in luce nelle diverse professioni del monismo è la più cieca fede, solo che la gente non se ne avvede e crede trattarsi di un sapere.

 

Non si giunge davvero a una caratterizzazione di quel che si fa, se non si insiste a parlare di fede.

Se prescindiamo dalla fede di chi crede di non credere,

troviamo che effettivamente nella nostra epoca

quasi tutto quel che più importa riposa proprio sul riflesso

che il corpo astrale proietta nell’anima conferendole fervore di fede.

 

Basta rammentarsi delle vite dei grandi contemporanei, per esempio di Richard Wagner la cui vita d’artista è un continuo salire a un certo fervore di fede, e di come questo sia proprio il lato più affascinante della sua personalità. Ovunque ci guardiamo attorno nel nostro tempo, se ne possono comprendere sia i lati luminosi sia quelli in ombra, inquadrandoli nel riflesso della fede nell’io umano o nell’anima umana con l’io.

 

Il nostro tempo verrà poi sostituito da quello entro il quale risplenderà il bisogno d’amore.

Nel sesto periodo di civiltà postatlantico si realizzerà in un senso del tutto diverso

quello che si può anche chiamare amore cristiano.

 

Ci avviciniamo lentamente, ogni giorno di più, al sesto periodo, e appunto facendo conoscere col movimento antroposofico i segreti dell’universo e l’essenza delle diverse individualità del piano fisico e del piano superiore, cerchiamo di accendere nell’uomo l’amore per ogni esistenza. Non tanto perché si parla di questo amore, quanto perché si sente ciò che può accenderlo nell’anima, con l’antroposofia si prepara il sesto periodo.

Ma le forze dell’amore vengono specialmente messe in evidenza nella pienezza dell’anima umana, perché così si prepara lo strumento col quale l’umanità giungerà un po’ per volta a una vera comprensione del mistero del Golgota. È pur vero che esso è avvenuto e che ha dato origine al Vangelo; ieri l’abbiamo paragonato al linguaggio infantile, ma finora non è stata compresa la profonda dottrina della missione dell’amore terreno, e come essa sia collegata col mistero del Golgota.

 

Questa dottrina potrà essere compresa del tutto solo nel sesto periodo postatlantico, quando gli uomini saranno più progrediti, fino a trovare la base e un reale punto d’appoggio completamente in se stessi, tanto da compiere per impulso interiore, cioè per amore, quel che va fatto, quando sarà del tutto superato l’essere sottoposti alla legge, quando sarà realizzata la condizione nella quale: “il dovere consiste nell’amare quel che si comanda a se stessi”, come dice Goethe.

 

Quando nella nostra anima si destano le forze per le quali non possiamo far altrimenti che compiere per amore quel che dobbiamo fare, allora scopriamo in noi qualcosa di simile a ciò che dovrà trovare la maggior diffusione nel sesto periodo di civiltà. Ma insieme verranno anche scoperte per le nature umane delle forze del tutto speciali del corpo eterico.

 

Se vogliamo comprendere quanto allora si verificherà sempre più, lo dobbiamo considerare da due lati: uno è che si avvererà qualcosa che oggi ancora non esiste, qualcosa che potrebbe tutt’al più essere sognato dagli spiriti eletti, ed è una precisa relazione tra moralità o etica, e assennatezza o intellettualità.

 

Oggi qualcuno può essere relativamente un gran briccone e nello stesso tempo essere abbastanza assennato e intelligente: egli applicherà magari il suo senno e la sua intelligenza per commettere quante più bricconerie possibili, perché oggi non è ancora una necessità che in un’anima una certa quantità di senno sia sempre unita a una pari quantità di moralità.

 

Tra tutte le cose che sono state descritte come imminenti in futuro,

ci sarà anche che vi si realizzerà un tenore di vita

in cui queste due condizioni non potranno più rimanere separate nell’anima umana,

non vi potranno esistere in quantità diverse:

una persona che in una sua incarnazione precedente ha segnato nel suo conto

un fattore che potrebbe far di lei una persona specialmente assennata,

se in quello stesso conto essa non risulta anche morale,

al momento in cui si incarna di nuovo il suo senno sarà come paralizzato.

 

Cioè nella stessa misura in cui si poteva essere più assennati che morali

nelle future incarnazioni, si diventerà sciocchi al momento in cui si nasce nella successiva:

per legge universale stupidità e immoralità dovranno procedere sempre più di pari passo.

L’immoralità avrà cioè un’azione cancellante e paralizzante del senno.

 

In altre parole ci avviciniamo al tempo in cui

la moralità e quello che è stato testé caratterizzato per il sesto periodo postatlantico,

come il risplendere delle forze d’amore del corpo eterico nell’anima provvista di io,

assurgeranno al significato di armonizzatori fra le forze del senno e della moralità.

 

• Questo è uno dei lati che dobbiamo considerare;

• l’altro è che solo attraverso tale armonia tra moralità e senno

si potrà comprendere il mistero del Golgota in tutta la sua profondità.

• Ciò avverrà dopo che il maestro che già preparò gli uomini

al venturo mistero del Golgota prima che il Cristo Gesù venisse in Terra,

si sarà evoluto sempre più, attraverso le sue successive incarnazioni,

a grande maestro dei maggiori avvenimenti terreni.

 

L’individualità che chiamiamo il successore del Gautama Buddha nella dignità di bodhisattva, fu incarnata nella personalità che visse circa cento anni prima dell’inizio della nostra èra e che si chiamava Jeshu ben Pandira.

Egli aveva una quantità di discepoli, tra di essi uno che già allora scrisse, in certo modo profeticamente, il vangelo di Matteo, tanto che questo ebbe solo bisogno di venir rinnovato dopo che il mistero del Golgota aveva avuto luogo.

L’individualità di Jeshu ben Pandira tornò sempre a reincarnarsi, sempre ricomparve, e continuerà a farlo finché non salirà dalla dignità di bodhisattva a quella di buddha. Ciò si verificherà intorno all’anno cinquemila della nostra èra, e allora vi sarà un numero sufficiente di uomini dotati delle facoltà di cui abbiamo parlato; allora, nel corso di un’incarnazione straordinaria percorsa dall’individualità che fu una volta Jeshu ben Pandira, questo grande maestro dell’umanità, questo bodhisattva, sarà giunto al punto di poter agire come interprete del mistero del Golgota in maniera del tutto differente da come è possibile oggi.

 

Oggi infatti il chiaroveggente è in grado di procurarsi nei mondi soprasensibili

rappresentazioni di quanto avverrà cinquemila anni dopo l’inizio della nostra èra,

ma l’organizzazione fisica umana attuale non può creare oggi alcun corpo

capace di compiere quello che quel grande maestro potrà fare fra circa tremila anni.

 

Nessun linguaggio umano di oggi potrebbe comunicare e insegnare agli uomini

nel modo magico nel quale lo farà quel maestro:

le sue parole si instilleranno come un balsamo direttamente nei cuori e nelle anime degli uomini,

e ogni sua parola non sarà solo teoria,

ma in modo smisuratamente più grande di quanto oggi ci possiamo immaginare,

la sua dottrina avrà una forza magica morale

per convincere intimamente e profondamente i cuori e le anime

dell’importanza della primigenia fratellanza tra intellettualità e moralità.

 

Il grande maestro che, quando l’umanità sarà maturata a tanto, potrà insegnare l’essenza più profonda del mistero del Golgota, compirà quello che le profezie orientali sempre dissero: il vero successore del Buddha sarà il grande maestro della bontà, insegnerà la bontà a tutti gli uomini.

Per questo la tradizione orientale lo chiama il Maitreya Buddha; egli avrà il compito di spiegare proprio il mistero del Golgota, trovando a questo scopo le idee e le parole più appropriate e profonde che, mediante il linguaggio speciale che egli userà e del quale oggi nessuna favella umana può suscitare un’idea, infonderanno magicamente e direttamente nell’anima umana la natura del mistero del Golgota.

Così ci avviciniamo anche per questa via a quella che possiamo chiamare la futura epoca morale dell’uomo; in una certa relazione la potremmo proprio definire come l’età dell’oro che si avvicina.

 

Noi che parliamo oggi in campo antroposofìco e con piena consapevolezza di quello che deve accadere,

indichiamo che il Cristo si rivelerà un po’ per volta a forze sempre più elevate dell’uomo,

indichiamo che i maestri che insegnarono in passato solo a singoli popoli o a singoli uomini

saranno gli interpreti e i commentatori del grande evento del Cristo per tutti coloro che vorranno ascoltarlo.

 

Possiamo indicare che, in quanto sta spuntando l’epoca dell’amore,

sono date le condizioni per l’epoca della moralità.

• Seguirà poi l’ultimo grande periodo durante il quale

sarà proiettata nell’anima e nell’io umani quella che si chiama la speranza.

• Ma allora gli uomini, rinforzati dall’energia che proviene dal mistero del Golgota e dall’età morale,

accoglieranno le forze della speranza,

l’elemento più importante loro occorrente per riuscire a oltrepassare la catastrofe

e, al di là di essa, iniziare una nuova vita,

in maniera analoga a come l’epoca postatlantica ha dato inizio a una nuova vita.

 

 

Quando, nell’ultimo periodo postatlantico, la civiltà esteriore, quella puramente combinatoria, avrà raggiunto il suo culmine e gli uomini ne avranno sperimentato l’inadeguatezza, quando si troveranno di fronte a tale civiltà in una condizione che, se non avranno sviluppato lo spirito in se stessi, le staranno di fronte veramente desolati, allora, proveniente dalla spiritualità, s’innesterà in loro la speranza che troverà il suo compimento nella successiva epoca dell’evoluzione umana.

Se nelle anime umane non potesse penetrare l’apporto della spiritualità, come appunto vuol fare il movimento antroposofico, la civiltà potrebbe forse continuare per un po’, ma gli uomini giungerebbero alla fine al punto di dire: è tutto qui quel che abbiamo ottenuto?

 

Abbiamo mezzi di comunicazione senza fili che portano i nostri pensieri tutt’attorno al globo terrestre, mezzi che i nostri antenati non si sarebbero mai sognati di avere, ma che vantaggio ce ne viene? Spediamo da un punto all’altro i pensieri più comuni e squallidi; abbiamo dovuto applicare al massimo la forza dell’intelligenza affinché, con gli strumenti più perfetti possibili, potessimo portare i nostri alimenti da un lontano luogo della Terra a un altro, abbiamo dovuto sforzare la nostra intelligenza per riuscire a fare velocissimamente il giro della Terra, ma non abbiamo nella nostra testa nulla che valga la pena di essere trasferito da un luogo all’altro, perché i pensieri che portiamo sono desolati, e sono divenuti invero ancor più desolati da quando li trasferiamo con i nostri veicoli moderni, in confronto a quelli che trasportavamo con gli antichi veicoli che si muovevano come lumache.

In breve, la sola civiltà esteriore diffonderebbe desolazione e squallore sul globo terrestre.

 

Ma nell’ultimo periodo di civiltà, tra le rovine della civiltà stessa,

l’anima che avrà accolto la vita spirituale si sarà arricchita;

che essa non abbia accolto invano la vita spirituale

sarà garantito dalla forte energia di speranza che vivrà in essa,

affinché dopo la grande catastrofe venga una nuova età

nella quale si manifesterà anche nella vita corrente, in una nuova stirpe umana,

quel che è stato preparato spiritualmente nell’interno delle anime.

 

Così, partendo dal nostro periodo della fede, attraverso l’èra dell’amore e quella della speranza,

se ci compenetriamo di scienza dello spirito andiamo incontro in modo cosciente a un futuro

diretto con intensità sempre crescente verso le più alte, le più vere, le più belle mete dell’umanità.

 

 

By | 2018-10-20T16:58:37+02:00 Ottobre 20th, 2018|AMORE|Commenti disabilitati su FEDE, AMORE, SPERANZA – II