//////« GESÙ DI NAZARET », E « IL CRISTO GESÙ »

« GESÙ DI NAZARET », E « IL CRISTO GESÙ »

« Gesù di Nazaret », e « il Cristo Gesù »

O.O. 103 – Il Vangelo di Giovanni – 31.05.1908


 

Se ora vogliamo progredire ulteriormente nella comprensione del cristianesimo e del suo fondatore,

dobbiamo occuparci ancora d’un altro mistero.

 

Dobbiamo tenere ben presente la necessità di distinguere

• fra colui che nell’esoterismo cristiano viene chiamato « Gesù di Nazaret »,

• e colui che viene chiamato « il Cristo Gesù », cioè il Cristo in Gesù di Nazaret.

Qual è il significato di questa distinzione?

 

Anzitutto nella personalità storica di Gesù di Nazaret dobbiamo riconoscere un uomo altamente evoluto, ch’era passato per molte incarnazioni e, rincarnatosi dopo un periodo di evoluzione superiore, era stato attirato verso una madre talmente pura, che l’autore del vangelo di Giovanni potè chiamarla la « vergine Sofia ».

Si tratta quindi d’un uomo elevatissimo, appunto Gesù di Nazaret, che già nelle precedenti sue incarnazioni era stato straordinariamente progredito, per raggiungere nell’incarnazione presente un altissimo livello spirituale.

 

Gli altri evangelisti non sono illuminati allo stesso grado dell’autore del vangelo di Giovanni. Ad essi si mostra, nel mondo reale, sensibile, la figura del loro maestro e Messia, di Gesù di Nazaret; invece sono loro preclusi, almeno nella misura in cui li penetra il vangelo di Giovarmi, i più segreti rapporti spirituali.

Ecco perché essi dovettero mettere in particolare evidenza che in Gesù di Nazaret si esplica quell’elemento che sempre si era trasmesso vivente in seno al giudaismo: quel dio Padre, che scendeva, per i Giudei, col sangue attraverso le generazioni. E infatti essi tengono a dimostrare attraverso la discendenza di Gesù che in lui scorre davvero il sangue delle antiche generazioni del suo popolo.

 

Ecco quindi che gli evangelisti riportano il registro delle generazioni,

e precisamente in modo a sua volta conforme al loro rispettivo grado di evoluzione.

A Matteo preme soprattutto di mostrare che in Gesù abbiamo dinanzi a noi un uomo

nel quale scorre davvero il sangue di Abramo.

Perciò egli ci fornisce il registro delle generazioni fino ad Abramo.

Egli osserva da un punto di vista più materiale di quello dell’evangelista Luca.

 

A quest’ultimo importa di mostrare non solo che in Gesù viveva lo stesso Dio che viveva già in Abramo, ma che la discendenza può venire tracciata più su, risalendo fino a Adamo, e che Adamo era figlio della divinità stessa: cioè che apparteneva a un’epoca nella quale gli uomini erano appena discesi dalla spiritualità nella corporeità.

Ad ambedue, Matteo e Luca, sta a cuore il mostrarci che la persona mortale di Gesù di Nazaret ha tutto il suo fondamento nell’elemento che i due evangelisti fanno risalire alla forza divina del Padre stesso.

 

Invece allo scrittore del vangelo di Giovanni, il quale mira allo spirituale, stava a cuore dell’altro. Non importava a lui richiamarsi alla sentenza: « Io e il padre Abramo siamo uno », ma voleva mostrare che in ogni momento esiste nell’uomo qualcosa di eterno che preesisteva al padre Abramo. In principio era il Logos, che si chiama « Io-sono »: esso esisteva nel principio, prima di tutte le cose e di tutti gli esseri esteriori.

 

Per coloro che si proponevano di descrivere soprattutto Gesù di Nazaret (e che del resto erano in grado di parlare solo di lui), era dunque importante di mostrare come il sangue scendesse sin dagli inizi per le generazioni. Premeva loro di mostrare che in Giuseppe, padre di Gesù, scorreva quel sangue che aveva percorso tutte le generazioni del popolo.

 

A questo punto (se potessimo parlare in modo del tutto esoterico) sarebbe naturalmente necessario trattare della cosiddetta « immacolata concezione »; ma è questo un tema che non può venir toccato, se non nella cerchia più ristretta.

Va peraltro notato che si tratta di uno dei più profondi misteri che esistono; e i malintesi che vi si ricollegano sono dovuti al fatto che la gente non ha nessun’idea di che cosa si tratti in verità.

La gente crede che quel mistero escluda una paternità.

 

Non è questo: vi si nasconde qualcosa di molto più profondo e misterioso e che è proprio conciliabile con quanto i due evangelisti vogliono mostrarci: che cioè Giuseppe era il padre.

Se infatti essi volessero negarlo, sarebbe perfettamente assurdo lo sforzo che fanno, di mostrarci come l’antico Dio delle generazioni viva ancora in Gesù di Nazaret.

Soprattutto Luca si propone chiaramente di mostrarlo ed è perciò ch’egli fa risalire la serie delle generazioni fino a Adamo e poi fino a Dio.

 

Che senso avrebbe, se egli ci mostrasse tutto l’albero genealogico, per poi farci osservare che Giuseppe, però, non c’entrava in alcun modo? Sarebbe ben strano se da un lato si cercasse di mettere in luce l’importanza di Giuseppe e della sua ascendenza, per poi dall’altro negare qualsiasi importanza alla sua persona.

Sennonché il grande evento di Palestina non ci presenta solo la personalità elevatissima di Gesù di Nazaret, passata per molte incarnazioni e talmente evoluta da aver bisogno d’una madre tanto eccezionale; un altro mistero ancora s’intreccia con quelli.

 

Quando Gesù di Nazaret ebbe compiuto trent’anni, aveva raggiunto, anche per le esperienze da lui compiute in quella stessa sua incarnazione, un grado di sviluppo tale da consentirgli di compiere un processo che in casi eccezionali è possibile compiere.

Sappiamo che l’uomo consta del corpo fisico, del corpo eterico, del corpo astrale e dell’io; questa è la quadruplice struttura dell’uomo quale vive in mezzo a noi.

 

Chi si trovi a un certo punto dell’evoluzione individuale,

è in grado di estrarre il proprio io dalla compagine dei tre corpi, lasciando questi ultimi perfettamente intatti.

Quell’io va nel mondo spirituale, mentre i tre corpi rimangono indietro.

Questo processo si è avverato talora, nel corso dell’evoluzione.

 

In un momento di estasi particolarmente intensa (che del resto può durare anche un tempo abbastanza lungo), l’io d’una data persona esce fuori, nel mondo spirituale; e i tre corpi, per il fatto di essersi evoluti altamente ad opera di quell’io, sono strumenti validi per un’entità ancora più alta che ne prende possesso.

 

Ora, nel trentesimo anno della vita di Gesù di Nazaret,

prende possesso del corpo fisico lui, dell’eterico e dell’astrale, quella entità che abbiamo chiamato il Cristo.

Questa entità, il Cristo, non poteva incarnarsi in qualsiasi corpo di fanciullo,

ma solo in un corpo che fosse stato preparato a ciò da un io altamente evoluto.

Infatti l’entità del Cristo non era mai stata prima incarnata in un corpo fisico.

Dal trentesimo anno in poi si tratta dunque del Cristo in Gesù di Nazaret.

 

Ma cosa si era compiuto, in verità? In verità, quella compagine corporea di Gesù di Nazaret, abbandonata dall’io, era talmente matura, talmente perfetta, che potè penetrarvi il Logos solare l’essenza dei sei Elohim, che abbiamo descritto come l’essenza spirituale del Sole. Esso potè incarnarsi per tre anni in quella corporeità, potè farsi carne.

 

Il Logos solare (che per mezzo dell’illuminazione può risplendere nell’uomo),

il Logos stesso, lo Spirito Santo, vi penetrò;

vi penetrò l’io cosmico e da quel momento dal corpo di Gesù di Nazaret

parlò per tre anni il Logos solare, cioè il Cristo.

 

A questo evento si accenna nel vangelo di Giovanni (e anche negli altri vangeli)

con l’immagine della discesa della colomba, dello Spirito Santo, su Gesù di Nazaret.

 

Nel cristianesimo esoterico questo fatto si esprime dicendo che

in quel momento l’io di Gesù abbandona il suo corpo

e che da allora parla in lui lo spirito del Cristo, per insegnare e operare.

• Questo è il primo grande evento, espresso nel senso del vangelo di Giovanni:

abbiamo dunque il Cristo nel corpo fisico, eterico e astrale di Gesù di Nazaret.

• Egli opera nel modo e nel senso che abbiamo descritto, fino al mistero del Golgota.

 

 

By | 2018-08-06T14:21:26+02:00 Agosto 4th, 2018|IL GESU' DI NAZARETH|Commenti disabilitati su « GESÙ DI NAZARET », E « IL CRISTO GESÙ »