/////GIOVANNI NELL’APOCALISSE PONE DI FRONTE ALL’UMANITÀ L’APPARIZIONE DEL CRISTO (IMMAGINATIVO) E SPIEGA LA PAROLA (ISPIRATIVO)

GIOVANNI NELL’APOCALISSE PONE DI FRONTE ALL’UMANITÀ L’APPARIZIONE DEL CRISTO (IMMAGINATIVO) E SPIEGA LA PAROLA (ISPIRATIVO)

Giovanni nell’Apocalisse pone di fronte all’umanità l’apparizione del Cristo (immaginativo) e spiega la Parola (ispirativo)

O.O. 346 – Apocalisse ed agire sacerdotale – 07.09.24


 

Ma che vuole il redattore dell’Apocalisse?

Egli vuole ciò che anche gli altri vogliono, coloro che giustamente parlano del Cristo in modo tale,

da parlare direttamente, attraverso la propria conoscenza.

 

Giovanni vuole porre di fronte all’umanità il Cristo.

Pone l’attenzione al fatto che, Cristo, è presente.

Egli comincia l’Apocalisse con la presenza del Cristo.

Prendendo le prime parole dell’Apocalisse

e traducendole secondo il senso nella nostra lingua,

significano nient’altro che questo:

• Guarda l’apparizione di Gesù Cristo! Guarda, te la voglio indicare,

ti voglio indicare l’apparizione di Gesù Cristo che Dio ha dato.

 

Così, in primo luogo, dal redattore dell’Apocalisse, a suo modo, in modo apocalittico, viene indicato

che il Cristo vuole apparire di fronte all’umanità.

Ma pone l’attenzione sul fatto che

• vuole riferire non soltanto dell’apparizione, dell’immaginazione di Gesù Cristo che presuppone una visione,

• bensì vuole porre l’attenzione sul fatto che la potenza cosmica divina, che ha posto questa apparizione nel mondo,

porta ad espressione anche in parole ciò che l’ha resa visibile.

 

Queste parole, che sono di Dio stesso, sono l’interpretazione dell’apparizione di Cristo

e Dio le ha mandate, tramite un angelo al suo servo Giovanni.

Così deve venire inteso l’inizio dell’Apocalisse.

 

Si parla propriamente di due questioni:

• la questione dell’immaginativo, di un’immagine di Gesù Cristo

• e di ciò che è la missione di Gesù Cristo.

 

E ciò di cui si parla nella seconda frase,

è che l’apparizione del Cristo e l’interpretazione di questa apparizione (il Cristo in immagine ed il Cristo in parole)

verrà testimoniata e fortificata da Giovanni.

Il redattore dell’Apocalisse vuole porre di fronte agli uomini il Cristo in immagine ed il Cristo in parole.

 

Accenniamo con ciò anche a qualcosa che al tempo era del tutto ovvio per gli uomini, ma che oggi è andato del tutto perduto. Parliamo, oggi nella nostra povera psicologia, di percezione sensoria e di rappresentazione. Con ciò, la questione viene depauperata al massimo grado, la gente fa sorgere la percezione sensoria dai sensi e si fa produrre agli uomini la rappresentazione nell’interiorità. Tutto è soggettivo, non vi è nulla di cosmico. La gente crea, da un mondo ricco un mondo “kantiano”, e si perde completamente il fatto che l’uomo si trova all’interno del cosmo.

 

Ciò che è collassato alla pochezza della rappresentazione è l’elemento intuitivo della parola:

la seconda cosa che Giovanni rafforza, di cui dà testimonianza, di cui fa partecipe.

Quello che, riferendoci al sovrasensibile, chiamiamo percezione,

lo scrittore dell’Apocalisse lo presenta come apparizione del Cristo.

 

Così dobbiamo dire:

Rivelazione di Gesù Cristo, che gli fu data da Dio,

affinché mostrasse ai suoi servitori le cose che devono accadere fra breve.

 

Accennerò alla parola più tardi.

E che egli comunicò, con l’invio del suo angelo, al suo Servo Giovanni,

il quale attesta la parola di Dio e la testimonianza di Gesù Cristo  secondo quanto vide.

 

Ciò che Giovanni ha ricevuto in lettera e ciò che ha visto, lo vuole dare all’uomo.

È necessario che noi ci interessiamo di nuovo concretamente in questo modo agli scritti del Cristianesimo.

 

Ed è vostro compito, in quanto sacerdoti, che tali volete essere, per impulso più profondo e più onesto dei vostri cuori, pretendere che si introduca della concretezza nella Scrittura. Perché accade che l’uomo, quando legge i Vangeli, con ciò che è oggi la sua lingua, si accosti in fin dei conti in maniera disonesta all’opera, quando dice che la capisce. Ciò che vi ho detto sta così all’inizio dell’Apocalisse.

“Rivelazione di Gesù Cristo” – così sta in una traduzione -, “che gli fu data da Dio affinché mostrasse ai suoi servi le cose che debbono accadere fra breve e che egli comunicò con l’invio del suo angelo al suo servo Giovanni.”

Così è scritto e ciò viene detto in tutto il mondo alla gente, come contenuto dell’Apocalisse. Ma nessuno può, in realtà, rappresentarselo. Ed è così per la maggior parte dei Vangeli. Perché con il contenuto, che non dà più nulla di ciò che stava originariamente, si cerca di chiarire alla gente che questo stesso contenuto, sia qualcosa attraverso cui, a poco a poco, è sorta la rappresentazione che non si debba penetrare più profondamente nei Vangeli. Ma come si dovrebbe fare tutto ciò?

 

Leggendo i Vangeli in una qualunque lingua moderna, se si è onesti, non se ne capisce nulla di più. Perché ciò che si trova nella lingua moderna, non esprime niente di più. Si deve rifarsi di nuovo a ciò che era originariamente, come noi abbiamo fatto sulle prime due frasi, e come noi faremo in seguito.

Si dice anche che, per alcune parti del Vangelo, ci si dovrebbe rifare al greco.

Ora io ho un rispetto responsabile per la conoscenza del greco dei nostri contemporanei che si danno onestamente molta pena nel comprenderlo. Ma la verità è che oggi nessun uomo capisce giustamente il greco, perché non abbiamo più in noi ciò che il greco aveva in sé quando parlava o ascoltava. Ascoltando o parlando con qualcuno, in fin dei conti, siamo come dei sacchi di farina. Rimaniamo interiormente tanto calmi quanto la farina rimane calma nel sacco, quando è ben confezionata.

Nel greco non era così. Nel greco la sua coscienza vibrava quando ascoltava, egli diveniva interiormente vivente, e parlava con vitalità. Le parole che esprimeva e che ascoltava, erano per lui ancora corpi viventi, per lui erano ancora viventi. Per non parlare poi dei popoli orientali. Certamente oggi sono in decadenza, ma non sono come l’uomo europeo, che non può più percepire interiormente in maniera vivente, quando parla o ascolta. Ascoltate un orientale, come per esempio potete fare con Rabindrath Tagore, ascoltate come questi uomini anche se nelle loro opere poco importanti rappresentano la vita ed il tessere interiore che vive nella lingua.

 

Oggi può accadere di pensare di avere il possesso di una lingua, prendendo un vocabolario in cui da una parte sta la parola inglese e dall’altra la parola tedesca. In una calma perfetta, rimpiazzano le parole tedesche con quelle inglesi che stanno lì. Gli uomini non hanno alcun presentimento che qui si apre un abisso, che si giunge in un mondo del tutto diverso e che, realmente, quello che vive nella lingua deve venire trattato come una cosa divina.

Tutto ciò deve di nuovo pervenire a coscienza nell’uomo. Conseguentemente, egli porrà interiormente la richiesta a ritornare a ciò che scaturisce da antiche comunicazioni, come l’Apocalisse, che di fronte alla nostra anima pone, come per magia, l’apparizione di Gesù Cristo. Come si porrà di fronte a noi come una potente apparizione se la guardiamo come se, improvvisamente, l’intero elemento nuvoloso si concentrasse e ci donasse dello splendore meraviglioso e assumesse figura umana e figura angelica. E si porrà come se passato, presente e futuro ondeggiasse fuori dalla sostanza nuvolosa e manifestasse il contenuto sostanzioso del mondo che si racchiude all’uomo. In questo modo, si pone qui, l’apparizione di Gesù Cristo.

 

La visione è presente in modo tale da ammutolirci di fronte ad essa, in modo tale da divenire una con il mondo e di smettere di essere presenti per la nostra coscienza. Di fronte alla visione ci poniamo in maniera tale che esista essa soltanto e noi diveniamo delle nullità, di fronte ad essa. Così dietro la visione percepiamo il Dio che si manifesta, il Dio Padre che ha dato la visione: Egli, dietro la visione, tiene la parola che ispira. La parola che è l’interpretazione dell’apparizione, è il suo segreto. Ma è venuto il tempo in cui il segreto di Dio venga dato ad un angelo che, come ambasciata scritta, lo porti agli uomini, nella via in cui l’ispirazione di Dio giunge all’uomo.

 

Appena l’uomo è ammutolito, è disperso, risorto nella visione, inizia ad essere, non solo in sé stesso, bensì accoglie interiormente la lettera divina, che ora deve soltanto dissuggellare e che è chiusa con sette sigilli e che accoglie come la lettera a lui mandata da Dio con i sette sigilli. Allora comincia ad essere egli stesso ciò che sta nella lettera. Con ciò egli riesce a vedere come essere dell’Io, ciò che sta nella lettera. Allora, si pone di fronte alla visione con idee divine, con concetti divini, con rappresentazioni divine.

Se vi rappresentate il sacerdote Giovanni, con la visione di Gesù Cristo di fronte a sé, che scompare così altruisticamente, se lo vedete ricevere dagli angeli la lettera di Dio sigillata sette volte e se lo vedete prendere la decisione di dissuggellare la lettera di Dio e di comunicarne il contenuto all’umanità, allora avrete il quadro, l’immaginazione che sta al punto di svolta dell’Apocalisse. Perché, in ciò che accogliamo, dobbiamo interpretare la parola che sta lì, nel modo in cui si trova, come l’ho descritta nell’immaginazione. Questo vuole dire il redattore dell’Apocalisse.

 

Perciò dice: beato è colui che legge ed ascolta le parole del macrocosmo

e che accoglie e conserva in sé, ciò che è scritto nel libro – se l’uomo lo capisce – perché il tempo è giunto.

 

È giunto. Non è un mero arbitrio, si trova nel karma della comunità per il rinnovamento religioso

che noi ora parliamo dell’Apocalisse, in questo contesto.

 

 

By | 2018-08-13T15:57:24+02:00 Agosto 8th, 2018|APOCALISSE|Commenti disabilitati su GIOVANNI NELL’APOCALISSE PONE DI FRONTE ALL’UMANITÀ L’APPARIZIONE DEL CRISTO (IMMAGINATIVO) E SPIEGA LA PAROLA (ISPIRATIVO)