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I 12 SENSI DELL’UOMO

I 12 sensi dell’uomo

O.O. 206 – Il divenire dell’uomo, l’anima e lo spirito del mondo – 22.07.1921


 

Oggi vorrei anzitutto ricollegarmi a un capitolo della nostra visione antroposofica che ho trattato tanto tempo fa, cioè quella teoria dei sensi tenuta in senso antroposofico. Dissi molto tempo fa e ripetevo di continuo che davvero la scienza esteriore dei nostri sensi considera soltanto quelli per i quali, nei più grossolani, ci sono degli organi, come il senso della vista, quello dell’udito e così via.

Questa maniera di osservazione non può soddisfare in senso più profondo, poiché l’area che ad esempio abbraccia la visione della nostra esperienza, della nostra intera esperienza, è altrettanto delimitata nell’ambito del totale del nostro vissuto come, diciamo, la percezione dell’Io altrui o quella del significato delle parole. Al giorno d’oggi in cui in certo senso vengono stravolte tutte le cose, è anche davvero diventato usuale dire: se ci troviamo di fronte l’Io di un altro vediamo innanzitutto la sua figura umana.

Sappiamo che noi stessi abbiamo questa figura umana, che in noi questa figura ospita un Io e così concludiamo che anche nella figura umana altrui, che guarda in modo simile a noi, sia contenuto un Io.

Non c’è la minima coscienza reale di quello che si trova in tutta l’immediatezza della percezione dell’Io altrui quando si trae una tale conclusione. È totalmente assurdo. Poiché esattamente nello stesso modo in cui stiamo direttamente di fronte al mondo esteriore e ne abbracciamo una certa area col nostro senso della vista, così penetra entro il nostro campo di esperienza, in modo diretto, l’Io dell’altro.

Se ci assegniamo un senso della vista, così dobbiamo attribuirci anche un senso dell’Io.

 

A riguardo va ribadito soprattutto che questo senso dell’Io è assolutamente qualcosa di diverso  dallo sviluppo della consapevolezza del proprio Io.

È tutto un altro processo questo divenire cosciente del proprio Io – che non è propriamente un percepire – e il processo che si svolge quando percepiamo un Io altrui come tale.

Allo stesso modo c’è un processo del tutto diverso quando ascoltiamo delle parole e vi percepiamo un significato rispetto a quando udiamo il mero suono o il semplice tono.

Anche se, a tutta prima, è più difficile rilevare la presenza di un organo umano per il senso della parola che non l’organo dell’udito per il senso del suono, così chi può analizzare veramente il nostro intero campo di esperienza deve accorgersi che dobbiamo circoscrivere, all’interno di questo, da un lato il senso del suono e del rumore, il senso del tono, e dall’altro il senso della parola.

 

• Ed è un’altra cosa ancora percepire i pensieri dell’altro all’interno delle parole, nell’ambito dell’organizzazione della parola e specialmente all’interno delle connessioni di parola.

• E di nuovo dobbiamo distinguere tra il percepire i pensieri dell’altro e il pensare effettivo.

 

Soltanto la maniera grossolana, appunto, in cui oggi vengono considerati i fenomeni dell’anima non arriva a fare l’analisi, in questo modo più sottile, tra il pensare che sviluppiamo come un’attività interiore della nostra vita animica e quell’attività diretta verso l’esterno, che si trova nel percepire i pensieri dell’altro. Certamente, se viene percepito il pensiero dell’altro, per comprendere questo pensiero, per metterlo in relazione con altri pensieri che abbiamo pure già coltivato, dobbiamo allora pensare. Ma questo pensare è qualcosa del tutto differente dal percepire il pensiero dell’altro.

 

Poi però, se articoliamo tutto ciò che c’è nella cerchia della nostra intera esperienza, analizziamo nei settori che sono davvero specificamente diversi l’uno dall’altro e che tuttavia di nuovo hanno una certa affinità interiore in modo che possiamo definirli sensi, allora giungiamo a quei dodici sensi dell’uomo che spesso ho indicato. Oggi è anzi uno dei capitoli più deboli della nostra scienza odierna quello che tratta i sensi dal punto di vista fisiologico o psicologico, perché, in fondo, si parla dei sensi in generale.

 

Naturalmente nell’ambito della sfera dei sensi il senso dell’udito ad esempio è, diciamo, estremamente diverso dal senso della vista o da quello del gusto. E, di nuovo, se si arriva a una chiara comprensione del senso dell’udito o di quello della vista, si deve pure distinguere un senso della parola, un senso del pensiero e un senso dell’Io.

La maggior parte dei concetti che oggi sono applicabili, quando parla la scienza dei sensi, sono propriamente presi dal senso del tatto. E la nostra filosofia, ormai, si è un po’ abituata a fondare quindi un’intera teoria della conoscenza che non consiste proprio in nient’altro che nella trasposizione di alcune percezioni che riguardano il senso del tatto all’intero campo della percettività.

 

Se, in realtà, analizziamo l’intera sfera, tutta la cerchia delle nostre esperienze esteriori che percepiamo in modo simile, diciamo, come le esperienze visive o come quelle del tatto o del calore, arriviamo a dodici sensi distinguibili l’uno dall’altro, che ho spesso enumerato, in passato, nel seguente modo:

• innanzitutto il senso dell’Io che, come ho già detto, è da distinguere dalla coscienza del proprio Io; con “senso dell’Io” non viene designato altro che la capacità di percepire l’Io dell’altro.

• Il secondo è il senso del pensiero,          • il terzo il senso della parola,            • il quarto quello dell’udito,

• il quinto quello del calore,                        • il sesto il senso della vista,                 • il settimo quello del gusto,

• l’ottavo quello dell’olfatto,                          • il nono il senso dell’equilibrio.

 

Chi è in grado davvero di analizzare in questo campo sa che c’è un’area molto limitata del percepire, allo stesso modo come la sfera della vista, un’area ristretta che ci trasmette semplicemente una sensazione del fatto che come esseri umani stiamo in un certo equilibrio. Se non avessimo un senso che ci trasmetta questo stare in equilibrio o questo librarsi e danzare nell’equilibrio, senza questo non potremmo affatto formare la nostra coscienza in modo completo.

 

• Poi, il prossimo senso è quello del movimento.

Tale senso è la percezione di questo: che siamo fermi o in movimento. Dobbiamo sperimentare in noi questa percezione esattamente come sperimentiamo la nostra percezione visiva.

• Come undicesimo abbiamo il senso della vita,                       • come dodicesimo quello del tatto.

 

 

 

 

Queste aree che qui vi ho annotato come aree dei sensi, le si può chiaramente differenziare una dall’altra e si può allo stesso tempo trovare in esse l’affinità per cui ci comportiamo da percipienti tramite tali sensi. Sono i nostri rapporti col mondo esterno, le nostre relazioni conoscitive col mondo esteriore che questi sensi ci procurano; tuttavia in maniera molto diversa per quel che concerne il mondo esterno.

Abbiamo dapprima quattro sensi che ci collegano senza ombra di dubbio col mondo esterno, se mi è lecito in questo caso usare la parola “senza dubbio”: sono

• il senso dell’Io,

• il senso del pensiero,

• il senso della parola

• e quello dell’udito.

 

Vi renderete senz’altro conto che con l’intero nostro vissuto siamo, in certo qual modo, nel mondo esterno, quando percepiamo l’Io di un altro ed anche quando percepiamo i pensieri o le parole di un altro.

Non potrebbe essere così evidente riguardo al senso dell’udito; ma questo deriva solo dal fatto che con una specie di visione astratta si è riversato su tutti i sensi una sfumatura comune del concetto che, appunto, questo dev’essere un concetto generico, un’idea generica di una vita dei sensi, e non si prende in considerazione proprio lo specifico dei singoli sensi. Ovviamente, non si può portare queste cose con i loro concetti, vorrei dire, nell’esperienza esteriore, ma a riguardo è ormai necessario che si abbia, appunto, la capacità di sentire le esperienze.

Il pensare abituale non si interessa affatto, ad esempio, di come l’udito, per il fatto che il suo mediatore è l’aria mossa, dunque un elemento fisico, in fondo ci porti direttamente fuori nel mondo esterno. E se semplicemente prendiamo in considerazione come il senso dell’udito sia molto all’esterno, propriamente di fronte a tutto il nostro vissuto organico interiore, arriveremo presto, in tal modo, a considerare questo senso diversamente rispetto, ad esempio, al senso della vista.

 

Nel senso della vista, semplicemente dalla considerazione dell’organo – l’occhio -, si potrà presto desumere come quanto qui viene organizzato, però in elevata misura, sia un processo interiore, una dinamica per lo meno relativamente interiore. Chiudiamo gli occhi quando dormiamo, non gli orecchi. In tali questioni, che sono fatti apparentemente semplici e banali, si esprime, però, un elemento di profonda importanza per tutta la vita dell’uomo. E se nel sonno siamo costretti a chiudere la nostra interiorità, perché non dobbiamo percepire attraverso la vista, così non siamo appunto costretti a chiudere i nostri orecchi poiché questi vivono in un modo del tutto diverso entro il mondo esterno che non gli occhi. L’occhio è una componente molto più importante del nostro intimo.

 

La percezione visiva è molto più rivolta all’interno rispetto alla percezione uditiva.

Non la sensazione di ciò che si ascolta, che è qualcos’altro.

Quest’ultima, che è alla base dell’elemento musicale, è qualcosa di diverso dal vero processo uditivo.

Questi sensi che essenzialmente, vorrei dire, fanno da intermediari tra l’esterno e l’interno, sono spiccatamente esteriori.

 

Quelli che, per così dire, sono in bilico tra esterno ed interno, che sono vissuto tanto interiore quanto esteriore, sono i quattro seguenti:

• il senso del calore,

• il senso della vista,

• il senso del gusto

• e il senso dell’olfatto.

 

Cerchiamo soltanto, una buona volta, di renderci conto della somma intera delle esperienze che è conferita da uno di questi sensi e vedremo come qui vi sia, in tutti questi sensi, da un lato una partecipazione al mondo esterno, ma allo stesso tempo un vivere nella propria interiorità. Quando assaggiamo dell’aceto dobbiamo tener conto del nostro senso del gusto: abbiamo di certo, da un lato, un’esperienza interiore con l’aceto e, dall’altro, un vissuto che è indirizzato all’esterno, che si può paragonare allo sperimentare un Io esterno a noi, ad esempio, o le parole. Ma sarebbe molto brutto se nello stesso senso si mescolasse un’esperienza soggettiva, interiore, diciamo, all’ascolto delle parole. Riflettiamo un po’, se beviamo dell’aceto facciamo una smorfia; questo ci fa capire molto chiaramente che qui assieme all’esperienza esteriore ne abbiamo una interiore, esperienza esteriore ed interiore si intrecciano.

 

Se avvenisse la stessa cosa per le parole, quando ad esempio vi tenessi un discorso e voi doveste partecipare interiormente allo stesso modo come nell’assaggio dell’aceto o nel bere il vino della Mosella o qualcosa di simile, allora non vi rendereste mai conto in modo obiettivo delle parole che l’altro vi dice. Nella stessa misura in cui abbiamo una sgradita esperienza interiore con l’aceto e una piacevole col vino della Mosella, nello stesso modo abbiamo un’esperienza esteriore. Questa esperienza esteriore non possiamo ottenerla se percepiamo, diciamo, le parole dell’altro. Si può dire che qui si vede il subentrare dell’elemento morale nel momento in cui si scorgono le cose nella giusta luce.

Poiché vi sono certamente delle persone che, soprattutto per quel che concerne il senso dell’Io, ma anche il senso del pensiero, si comportano in modo tale da poter dire che gli uomini sono inseriti così vigorosamente nei loro sensi intermedi, nei sensi del calore, della vista, del gusto e dell’olfatto, da valutare in tal modo anche gli altri uomini o i loro pensieri. Quindi, però, non ascoltano affatto i pensieri o le parole dell’altro, bensì li percepiscono come quando, ad esempio, viene percepito appunto, diciamo, del vino della Mosella o dell’aceto o qualche altra bevanda o un cibo.

Qui vediamo come qualcosa di morale scaturisca semplicemente da un modo di considerare solitamente del tutto amorale.

Prendiamo, per esempio, un uomo in cui il senso dell’udito, ma specialmente il senso della parola, il senso del pensiero e il senso dell’Io siano scarsamente sviluppati. Un tale uomo vive in certo qual modo, diciamo, senza testa, vale a dire utilizza i suoi sensi della testa anche come i sensi più inclini all’elemento animale.

 

L’animale non può percepire obiettivamente in questo modo, come può percepire oggettivamente-soggettivamente tramite il senso del calore, della vista, del gusto e dell’olfatto. L’animale fiuta: possiamo rappresentarci che l’animale possa rendersi concreto obiettivamente in quantità molto piccola quello che gli viene incontro, diciamo, ad esempio, nel senso del gusto. È un’esperienza soggettiva in alto grado.

Naturalmente tutti gli uomini hanno anche il senso dell’udito, il senso della parola, il senso del pensiero, il senso dell’Io; ma quelli che con la loro intera organizzazione si mettono più dentro nei sensi del calore e della vista, ma soprattutto nel senso del gusto o addirittura in quello dell’olfatto, trasformano tutto secondo il loro gusto soggettivo o secondo il loro soggettivo annusare l’ambiente. Non è vero? – tali cose si possono davvero percepire ogni giorno, nella vita.

 

Se vogliamo avere un esempio, dobbiamo solo tener conto di come vi siano persone che non possono proprio percepire nulla in modo obiettivo, ma percepiscono tutto così come, in genere, si percepisce solo attraverso i sensi del gusto e dell’olfatto. Possiamo percepire questo nel più recente opuscolo del pastore Kully. Costui non è affatto in grado di comprendere le parole o i pensieri dell’altro, prende tutto così come si beve del vino o si assaggia dell’aceto o si mangia un qualunque cibo. A questo punto tutto diventa vissuto soggettivo. Nello stesso senso diventa immorale, spostando i sensi superiori a livello del carattere di quelli inferiori.

 

Senz’altro vi è la possibilità di portare la morale in rapporto a tutta la concezione del mondo, mentre nel tempo presente l’elemento distruttivo che mina tutta la nostra civiltà consiste nel non saper costruire alcun ponte fra ciò che si chiama legge di natura e quello che si chiama elemento morale.

Quando giungiamo ai prossimi quattro sensi, ai sensi

• dell’equilibrio,

• del movimento,

• della vita

• e del tatto,

arriviamo ai sensi spiccatamente interiori.

 

Qui abbiamo innanzitutto a che fare con sensi decisamente interni.

Poiché ciò che il senso dell’equilibrio ci trasmette è il nostro proprio equilibrio, ciò che il senso del movimento ci trasmette è la condizione del movimento in cui siamo. Il nostro stato vitale è questo percepire generale come funzionano i nostri organi, se essi giovino o se nuocciano alla nostra vita e via di seguito.

Con il senso del tatto ci si potrebbe ingannare; tuttavia, quando tocchiamo qualunque cosa, ciò che abbiamo come esperienza è un’esperienza interiore. Non sentiamo in certo qual modo il gesso, ma sentiamo la pelle spinta indietro, se mi posso esprimere grossolanamente; il processo, naturalmente, è da caratterizzare in modo molto più sottile. È la reazione della nostra propria interiorità a un processo esteriore quello che qui risulta nell’esperienza; non c’è in nessun’altra esperienza sensoriale allo stesso modo come in quella del tatto.

Ora, però, quest’ultimo gruppo di sensi viene modificato da qualcos’altro. A questo punto dobbiamo ricordarci di qualcosa che ho detto qui qualche settimana fa.

 

Prendiamo l’uomo riguardo a ciò che viene percepito attraverso questi ultimi quattro sensi; benché percepiamo le cose – il nostro proprio movimento, il nostro proprio equilibrio -, nonostante ciò che percepiamo, percepiamo in modo decisamente soggettivo verso l’interno, tuttavia sono dei processi del tutto obiettivi.

Questo è l’elemento interessante della faccenda. Percepiamo queste cose verso l’interno, ma ciò che vi percepiamo sono cose molto oggettive, poiché in fondo è fisicamente indifferente che si muova, diciamo, un pezzo di legno o un uomo, che sia in equilibrio un pezzo di legno o un uomo.

Per il mondo fisico esterno l’uomo che si muove è da considerare nel suo movimento esattamente allo stesso modo come un pezzo di legno; altrettanto in riferimento all’equilibrio. E se prendiamo il senso della vita, ciò tuttavia non riguarda dapprima il mondo esterno – però solo apparentemente -, ma le cose stanno così: quanto trasmette il nostro senso della vita sono processi del tutto obiettivi.

 

Rappresentiamoci un processo in una storta di laboratorio: esso procede secondo certe leggi e può essere obiettivamente descritto. Ciò che percepisce il senso della vita è un processo simile che è situato all’interno. È del tutto in ordine, questo processo, come processo obiettivo: e allora il senso della vita ci invia questo; oppure non è in ordine, e ci trasmette pure questo.

• Anche se il processo è rinchiuso nella nostra pelle, il senso della vita ce lo trasmette. Un processo obiettivo, in fin dei conti, non è proprio nulla che dapprima ha una particolare relazione con il contenuto della nostra vita animica. E altrettanto col senso del tatto; è sempre un cambiamento nell’intera struttura organica quando tastiamo effettivamente. La nostra reazione è un mutamento organico nel nostro interno. Dunque, proprio in ciò che abbiam dato con questi quattro sensi, abbiamo effettivamente portato un elemento obiettivo, un elemento tale che ci pone così, quali esseri umani, dentro il mondo, come in fondo siamo quali esseri obiettivi che possono anche essere visti esternamente nel mondo sensibile.

 

Così possiamo dire che sono sensi decisamente interiori, ma quel che con essi percepiamo, in quanto a noi, è esattamente come ciò che percepiamo all’esterno nel mondo. In fondo, se mettiamo in movimento un pezzo di legno o se è l’essere umano in movimento all’esterno, non conta per l’andamento fisico degli eventi. Il senso del movimento c’è solo affinché ciò che accade nel mondo esterno arrivi anche alla nostra coscienza soggettiva e venga percepito.

 

Vediamo quindi che sono giustamente soggettivi proprio i sensi spiccatamente esterni.

Questi devono trasportare in modo netto dentro la nostra umanità quanto viene percepito per loro tramite.

Vorrei dire, il gruppo centrale dei sensi rappresenta un oscillare tra mondo esteriore e mondo interiore; e un netto partecipare di qualcosa che siamo mentre apparteniamo al mondo e non a noi, ci è inviato tramite l’ultimo gruppo di sensi.

Si potrebbe estendere molto questa considerazione. Troveremmo molte cose che sono caratteristiche per l’uno o per l’altro senso. Si deve solo familiarizzare, appunto, con il pensiero che lo studio dei sensi non va trattato in modo da descrivere i sensi solo secondo gli organi di senso più grossolani, bensì secondo l’analisi del campo di esperienza.

Non è infatti assolutamente corretto che, ad esempio, per il senso della parola non vi sia un organo distaccato; solo che oggi dalla fisiologia materialistica ordinaria non è indagato allo stesso modo nella sua delimitazione come, diciamo, l’organo dell’udito. Oppure il senso del pensiero: anche quello c’è, ma non è indagato nello stesso modo come, diciamo, il senso della vista o qualcosa di simile.

 

Se abbiamo una visione complessiva dell’uomo, dovrà colpirci fortemente come effettivamente quella vita che nel senso usuale della parola chiamiamo vita dell’anima sia collegata, diciamo, ai sensi superiori. Non possiamo quasi andare oltre, come dal senso dell’Io fino al senso della vista, se vogliamo abbracciare il contenuto di ciò che nell’ordinario senso della parola si chiama vita animica.

Immaginiamoci tutto ciò che abbiamo attraverso il senso dell’Io, il senso del pensiero, il senso della parola, il senso del suono, il senso del calore, il senso della vista: abbiamo pressappoco la dimensione di ciò che chiamiamo vita animica.

Da questi sensi nettamente esteriori, appunto, spunta ancora qualcosa delle loro caratteristiche nel senso del calore, da cui nella vita dell’anima dipendiamo molto di più di quello che solitamente pensiamo.

 

Il senso della vista ha sì un significato enormemente ampio per l’intera vita interiore, ma scendiamo già nella sfera animale con il senso del gusto, con quello dell’olfatto, e penetriamo completamente nella nostra corporeità con il senso dell’equilibrio, il senso del movimento, quello della vita e così via.

Li percepiamo, in certo qual modo, del tutto già verso l’interno come ciò che non appartiene più alla nostra vita animica.

Se volessimo disegnare schematicamente il nostro essere umano, dovremmo disegnarlo così.

 

 

Dovremmo dire: racchiudiamo il settore superiore, e lì dentro, in questo settore, vi sta la nostra reale vita interiore (giallo). Questa non potrebbe assolutamente esserci se non avessimo proprio questi sensi esteriori. Che cosa saremmo come uomini che non avessero nessun altro Io accanto a sé? Che cosa saremmo in quanto uomini che non percepissero mai parole, pensieri e via dicendo? Immaginiamoci soltanto questo.

Invece ciò che si trova poi dal senso del gusto in giù, percepisce verso l’interno, trasmette innanzitutto processi verso l’interno (rosso). Ma questi diventano via via sempre meno chiari.

Di certo, l’uomo deve avere una percezione del tutto chiara del proprio equilibrio, altrimenti perderebbe conoscenza e cadrebbe a terra. Cader a terra privo di sensi, per il senso dell’equilibrio non significa altro che diventare cieco per gli occhi.

Ora, però, diventa poco chiaro quello che questi sensi trasmettono. Il senso del gusto si sviluppa, vorrei dire, in certo qual modo, ancora alla superficie; è presente una chiara coscienza di questo senso.

 

Ma sebbene tutto il nostro corpo, perlomeno ad eccezione dell’organismo delle membra – ma anche questo in effetti – sebbene tutto il nostro corpo senta il sapore, davvero ben poche persone, quanto meno, sono in grado di sentire il gusto dei diversi cibi ancora nello stomaco, poiché in tal senso oggi, ma sì, come devo dire, la civiltà o la cultura, o posso anche dire il buongusto, non è così ampiamente sviluppato.

Pochissimi possono ancora assaporare i vari alimenti nello stomaco. Li gustano appena negli altri organi, ma una volta nello stomaco, alla maggior parte degli uomini non importa affatto come questi siano, sebbene il senso del gusto si protragga subconsciamente in modo molto più chiaro attraverso l’intero apparato digerente.

Tutto l’essere umano, in fondo, gusta quello che assume, ma lo ottunde molto presto non appena il cibo mangiato viene trasmesso al corpo. L’intera persona sviluppa attraverso il suo organismo il senso dell’olfatto, il passivo atteggiamento verso i corpi che emanano odore. Tale senso si concentra di nuovo, vorrei dire, solo sull’elemento più superficiale, mentre tutto l’uomo è effettivamente preso da un fiore che profuma o da qualsiasi altra sostanza odorosa e così via.

 

Proprio quando si sa questo, come i sensi del gusto e dell’odorato compenetrino l’intera persona, si conosce anche che cosa è contenuto in questa esperienza dell’odorare, dell’assaporare, come questa prosegua all’interno dell’uomo, e ci si allontana del tutto da ogni specie di concezione materialistica se si sa che cosa significa sentire, ad esempio, il gusto. E quando ci si rende conto che questo processo del gustare si svolge attraverso tutto l’organismo, non si è più in grado di descrivere soltanto chimicamente l’ulteriore processo digestivo, così come viene descritto dalla scienza materialistica odierna.

Però, dall’altro lato, non si può negare che vi è un’enorme differenza tra ciò che qui ho contrassegnato in giallo e ciò che ho marcato schematicamente col rosso: una grande differenza tra il contenuto che abbiamo, nella nostra vita animica, attraverso il senso dell’Io, il senso della parola e così via, e le esperienze che abbiamo con i sensi del gusto, dell’olfatto, del movimento, della vita, e via dicendo. È un’enorme, radicale differenza.

E precisamente capiremo meglio questa differenza se ci rendiamo conto di come accogliamo quel che sperimentiamo in noi stessi quando sentiamo le parole di un altro uomo o quando ascoltiamo un suono; ciò che allora sperimentiamo in noi, in un primo momento non ha affatto alcun significato, quindi nessun significato di per sé, per il processo esterno. Che gliene importa alla campana che voi la sentiate! Nella misura in cui ascoltiamo, vi è appunto solo una relazione tra la nostra esperienza interiore e il processo che avviene nella campana.

 

Non possiamo dire lo stesso quando prendiamo in considerazione il processo obiettivo nel gustare o nell’odorare o persino, diciamo, nel tastare. Qui non vi è affatto un processo del mondo. Quello che avviene a questo punto nel nostro organismo non possiamo separarlo da quanto si svolge nella nostra anima. In questo caso non possiamo dire, come per la campana: alla campana che suona che gliene frega se noi la ascoltiamo! Allora non possiamo dire: che cosa importa a quel che avviene sulla lingua quando beviamo dell’aceto di ciò che sperimentiamo! Non possiamo dire così; lì regna un intimo nesso.

A questo punto ciò che è un fatto oggettivo è un’unica cosa col processo soggettivo.

Gli errori che in questo campo vengono fatti dalla fisiologia moderna sfiorano addirittura l’incredibile, per il motivo che un processo, come ad esempio il gustare, viene posto di fronte all’anima in modo simile, diciamo, al vedere o all’udire.

E vi sono trattati filosofici che parlano molto semplicemente, in generale, di qualità sensoriali e del loro rapporto con l’anima. Locke, Kant stesso, parlano genericamente di un rapporto del mondo sensibile esteriore con la soggettività umana, mentre c’è qualcosa del tutto diverso per tutto ciò che è riportato in alto dal senso della vista, e in ciò che è riportato in basso dal senso del gusto.

 

È impossibile abbracciare questi due campi con un’unica teoria. E allora si è fatto questo, si è sollevato questa immensa confusione nella teoria della conoscenza che ha quasi rovinato addirittura i concetti moderni da Hume o Locke o ancor prima fino alla moderna fisiologia. Poiché non si può arrivare alla natura e all’essenza dei processi e con ciò nemmeno all’essere dell’uomo, se si segue in tal modo le cose secondo concetti precostituiti e non con un’osservazione spregiudicata.

Dunque dobbiamo renderci conto che, ponendoci davanti l’essere umano,

• da un lato abbiamo chiaramente una vita rivolta verso l’interno che l’uomo vive per se stesso, mentre verso il mondo esterno sta semplicemente a percepire.

• Dall’altro lato, però, egli percepisce pure, ma con ciò che percepisce si cala nel mondo.

Se posso esprimermi un po’ radicalmente, alla fine le cose stanno di nuovo così che si deve dire: quello che avviene sulla mia lingua mentre sento un gusto è del tutto come un processo oggettivo in me; mentre si svolge in me, è un processo del mondo.

Mentre non posso dire che quello che risorge in me come immagine attraverso la vista sia innanzitutto un processo del mondo.

Se ne potrebbe fare a meno, e l’intero mondo sarebbe così com’è.

 

• Questa differenza tra l’uomo superiore e l’uomo inferiore va assolutamente tenuta ferma, altrimenti non si potrà affatto giungere a certe indicazioni.

Abbiamo verità matematiche, verità geometriche. Una considerazione superficiale dell’uomo pensa: ebbene, l’uomo tira fuori dalla sua testa o da qualche parte – non è vero, le rappresentazioni che in tal caso ci si fanno non sono così precise – la matematica. Ma le cose non stanno proprio così. Questa matematica proviene da tutt’altri settori. E se consideriamo l’essere umano, abbiamo fornito le aree da cui proviene l’elemento matematico: il senso dell’equilibrio, il senso del movimento. Il pensare matematico scaturisce da tali profondità cui non accediamo più, non scendiamo più con la nostra vita animica abituale.

Sotto la nostra vita interiore ordinaria vive quello che ci trasporta su quanto sviluppiamo in prodotti matematici.

E così vediamo che l’elemento matematico è propriamente radicato in ciò che in noi, allo stesso tempo, è cosmico.

 

• Siamo veramente soggettivi solo con quello che qui (vedi schema) si trova dal senso della vista in su;

• con ciò che vi è qua sotto [siamo radicati nel mondo, siamo dentro il mondo] siamo come un pezzo di legno, altrettanto come tutto il restante mondo esterno.

Perciò non possiamo mai dire che, ad esempio, la geometria possa avere qualcosa di soggettivo, poiché scaturisce in noi da ciò in cui noi stessi siamo oggettivi. È esattamente lo stesso spazio che misuriamo quando camminiamo e che i nostri movimenti ci trasmettono, esattamente lo stesso spazio che poi, quando lo abbiamo portato fuori da noi in immagine, applichiamo a quanto abbiamo osservato. È fuori discussione che lo spazio possa essere qualcosa di soggettivo, poiché non scaturisce da quella sfera da cui proviene l’elemento soggettivo.

Un tale modo di considerare, come l’ho svolto ora, è semplicemente molto lontano da tutto il kantismo, poiché quest’ultimo non conosce la radicale differenza tra questi due campi nella vita umana: non sa che lo spazio non può essere nulla di soggettivo, poiché nell’uomo scaturisce da un settore che di per sé è oggettivo, nei cui confronti ci comportiamo obiettivamente. Ne siamo connessi solo in modo diverso rispetto al mondo esterno, ma esso è mondo esterno, veramente mondo esteriore, e diventa soprattutto ogni notte mondo esteriore, mentre dormendo ci ritiriamo con la nostra soggettività, con l’Io e il corpo astrale.

 

È necessario che si riconosca: non serve a nulla raccogliere quanti più fatti esteriori possibili che portano a una scienza sbiadita, che poi la cultura deve continuare a stimolare quando vi sono concetti molto confusi nell’ambito del rappresentare e della comprensione del mondo, quando sulle questioni più importanti non esiste alcun chiaro concetto. Ed è questo che abbiamo ora davanti quale compito tassativo se vogliamo contrastare le forze di declino e mirare alle forze di ascesa: riconoscere come sia soprattutto necessario chiarire, non arrivare a concetti nebulosi, ma chiari. Ci si deve rendere perfettamente conto che partire da concetti, prender le mosse da definizioni non significa proprio nulla, bensì ha importanza osservare senza pregiudizi gli ambiti dei fatti.

 

Nessun uomo ha il diritto, ad esempio, a delimitare l’area della vista come qualcosa che egli poi caratterizza come un campo sensoriale, se non separa allo stesso tempo come un’altra area, diciamo, quella della percezione delle parole. Proviamo solo, una buona volta, a suddividerci l’area dell’intera esperienza come io ho già fatto ripetutamente, e vedremo che non possiamo dirci: abbiamo degli occhi, quindi abbiamo un senso della vista e consideriamo il senso della vista.

Ma dovremo dire: certamente, che la vista abbia un così particolare organo fisico-sensibile è dovuto a qualcosa; ma questo non autorizza a limitare il campo dei sensi alle aree in cui sono presenti organi chiaramente percettibili. Con questo ce ne vuole ancora prima di giungere a una qualche visione superiore, ma arriviamo solo a quello che si svolge nella vita umana ordinaria.

 

Giungiamo alla questione importante che dobbiamo davvero distinguere

• tra ciò che nell’uomo è soggettivo,

• e ciò che in esso è vita interiore dell’anima e in cui egli propriamente dorme.

 

L’uomo è un essere cosmico, ad esempio, per quel che riguarda tutto ciò che i suoi sensi trasmettono; qui è un essere cosmico.

Nella nostra vita animica abituale non sappiamo nulla di ciò che avviene quando muoviamo il braccio, perlomeno non senza una visione superiore.

Questo è uno sviluppo della volontà.

È un processo che si trova altrettanto fuori di noi come qualsiasi altro processo esteriore; tuttavia è connesso a noi intimamente.

Ma si trova fuori della nostra vita animica.

In compenso, non può esserci alcuna rappresentazione senza essere allo stesso tempo presenti con la nostra coscienza.

Perciò, quando suddividiamo questi tre settori, riceviamo ancora dell’altro.

 

In tutto ciò che i nostri sensi dell’Io, del pensiero, della parola e dell’udito ci trasmettono, mentre queste mediazioni diventano vita animica, otteniamo proprio, in senso più eminente, tutto quello che è affine alla rappresentazione.

Allo stesso modo, appunto, tutto ciò che concerne il senso del calore, il senso della vista, il senso del gusto e quello dell’olfatto è affine al sentimento.

In alcuni, come il senso della vista, la cosa non è molto vistosa.

Nei sensi del gusto, dell’odorato e del calore la si nota, ma nel senso della vista, chi se ne occupa più precisamente la troverà.

Invece tutto quello che è in relazione col senso dell’equilibrio, col senso del movimento, col senso della vita e anche con il senso del tatto, benché qui sia più difficile notarlo, poiché il senso del tatto si ritira nell’interno, tutto questo è affine alla volontà.

 

Nella vita umana tutto è imparentato l’un l’altro e tutto continua a trasformarsi.

 

 

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