I campi di visione della coscienza iniziatica

O.O. 104 – L’Apocalisse – 20.06.1908


 

Attraverso ogni iniziazione, invero, l’uomo arriva alla conoscenza di quello che può essere visto soltanto con sguardo spirituale, con occhio spirituale, e che diviene visibile solo alla percezione soprasensibile.

• Ora, fra le prime e più importanti cose che l’iniziando in senso cristiano deve conoscere,

vi è lo sviluppo dell’umanità nel nostro tempo, per poter comprendere in più alta misura i compiti dell’uomo.

• Poiché tutto quello che una superiore conoscenza,

un superiore perfezionamento dell’uomo deve dare è in rapporto col problema:

che cosa sono io e a che cosa sono destinato nel mio tempo?

• La risposta a questa domanda è di una grandissima importanza.

 

Ogni grado di iniziazione porta l’osservazione umana a un punto di vista sempre più elevato. Già nella prima conferenza abbiamo indicato come l’uomo si innalzi, per gradi successivi, dapprima a ciò che noi chiamiamo il mondo immaginativo, nel quale egli, in senso cristiano, impara a conoscere i sette suggelli; in seguito a ciò che noi chiamiamo la conoscenza ispirativa, nella quale egli sente le « trombe »; e finalmente a un grado ancora più alto, nel quale egli può intravvedere il vero significato e l’essenza stessa degli esseri spirituali, il gradino cioè delle cosiddette coppe dell’ira.

Ma ora noi dobbiamo, per così dire, fissare lo sguardo su di un determinato grado dell’iniziazione. Pensiamo l’uomo arrivato proprio fino a quel grado dell’iniziazione nel quale gli accade quello che è stato descritto alla fine dell’ultima conferenza.

Pensiamolo proprio al limite sul quale, tra le più sottili entità del nostro mondo fisico e quelle immediatamente superiori del mondo astrale, gli è permesso di stare come su di una vetta e di guardare giù: che cosa può egli vedere da questa prima vetta dell’iniziazione?

 

Testo alternativo generato dal computer: 10 epoca Polare 20 30 40 50 60 70 Iperborea Lemurica Atlantica (1) Postatlantica (2) 7 Sigilli 7 Trombe 10 20 30 40 50 60 70 (2) Tempo del grande diluvio atlantico. periodo di civiltà antico indiano antico persiano egizio-caldaico greco-latino attuale slavo americano Tempo della guerra di tutti contro tutti.

 

Qui egli vede, in ispirito, tutte le cose che sono accadute, secondo la loro intima natura, dopo che il diluvio atlantico distrusse l’antica Atlantide e l’uomo postatlantico venne ad esistenza. Qui egli vede come i cicli delle civiltà si seguono l’uno all’altro fino al momento nel quale anche la nostra epoca giungerà alla fine perché un’altra se ne sviluppi.

L’antica Atlantide è stata inabissata dall’acqua del diluvio atlantico. E, attraverso ciò che noi chiamiamo la guerra di tutti contro tutti, attraverso terribili e devastatori aggrovigliamenti morali, troverà fine la nostra epoca. E questa grande epoca che va dal diluvio atlantico fino alla guerra di tutti contro tutti, la suddividiamo, a sua volta, in sette principali epoche di civiltà susseguentisi, in sette periodi di civiltà, come si vede nello schema che precede.

 

A una estremità della nostra epoca poniamo il grande diluvio atlantico, all’estremità opposta la grande guerra universale, e suddividiamo questo intervallo in sette sottoperiodi, in sette periodi di civiltà. L’intera epoca che contiene questi sette periodi è, a sua volta, un settimo di una più lunga epoca; cosicché si devono immaginare sette epoche analoghe alla nostra che sta fra il diluvio e la guerra universale: due nell’avvenire, dopo la grande guerra, e quattro andando indietro prima del diluvio atlantico. La nostra epoca, la postatlantica, è perciò la quinta grande epoca.

Si deve salire ad una più alta vetta di iniziazione e allora si possono abbracciare con la vista queste sette volte sette epoche; esse si possono abbracciare con lo sguardo quando si è giunti al confine fra il mondo astrale e il mondo spirituale o devacianico. E così si sale grado a grado; vedremo quali sono i gradi ancora superiori.

 

Ora dobbiamo pensare che si può arrivare anzitutto ad una vetta dalla quale, per noi, come da un monte un’estesa pianura, diventano visibili i sette periodi di civiltà dell’epoca postatlantica. Noi li conosciamo già tutti, questi sette periodi di civiltà. Noi sappiamo che, quando il diluvio atlantico ebbe sommerso l’antica Atlantide, fiorì per prima la civiltà paleoindiana e che, in seguito, essa venne sostituita dalla civiltà paleopersiana. Noi sappiamo che seguì a questa la civiltà assiro-babilonese-caldeo-egizio-ebraica, quindi il quarto periodo di civiltà, il greco-latino, e finalmente il quinto, che è quello in cui noi viviamo.

 

Nel sesto periodo che seguirà il nostro, sotto un certo rapporto,

dovrà venire a frutto quello che noi dobbiamo edificare come civiltà spirituale.

• Il settimo periodo civiltà si svolgerà prima della guerra di tutti contro tutti.

Qui vediamo sopraggiungere questa spaventosa rovina della civiltà

e vediamo scampare alla generale distruzione, dovuta all’egoismo,

quel piccolo gruppo di uomini che avrà appreso ad accogliere in sé il principio spirituale.

 

Dunque, come si è detto, noi viviamo nel quinto periodo. Il succedersi di questi periodi di civiltà appare, dalla vetta dell’iniziazione, come città, paesi e boschi appaiono dalla vetta di una montagna. Noi ne riconosciamo l’importanza.

Rappresentano ciò che, come civiltà umana, si diffonde sul nostro piano fisico. Per questo, anche, noi parliamo di periodi di civiltà piuttosto che di razze. Tutto quello che, in qualche modo si collega col concetto di razza è ancora un residuo dell’epoca che ha preceduto la nostra, cioè dell’epoca atlantica.

 

Noi viviamo nell’epoca dei periodi di civiltà.

Nell’epoca atlantica si formarono una dopo l’altra sette grandi razze.

 

Naturalmente i frutti di questo formarsi di razze continuano fin dentro la nostra epoca; per questo si parla anche oggi ancora di razze. Ma le attuali separazioni di razze sono già delle sfumature rispetto alle rigide separazioni che vi erano nell’epoca atlantica.

Oggi il concetto di civiltà ha già sostituito il concetto di razza.

Per questo noi parliamo dell’antica civiltà indiana della quale la civiltà che ci viene trasmessa nei Veda è soltanto un’eco. La primordiale sacra civiltà indiana è il primo albore della civiltà postatlantica; essa segue immediatamente all’epoca atlantica.

 

Immaginiamoci di nuovo come viveva l’uomo in quel tempo che sta più di otto o novemila anni dietro di noi. Questi son i numeri valevoli se noi parliamo della reale durata di questi periodi. La civiltà di cui oggi parliamo si trovò immediatamente sotto l’influsso del diluvio atlantico o, secondo il nome dato dalla moderna scienza, della grande epoca glaciale. L’Atlantide era stata gradualmente sommersa; un lembo dopo l’altro era stato inghiottito dalle onde. E sulla terra viveva allora una razza di uomini di cui una parte aveva elaborato il più alto grado di evoluzione raggiungibile in quei tempi.

Questo era il popolo paleo-indiano, una progenie di uomini che abitava allora la lontana Asia e viveva più nel ricordo di antichi tempi passati che nel presente. In questo consisteva la grandezza e l’importanza di quella civiltà di cui i testi scritti, come i Veda e la Bhagavad-Gita, riecheggiano soltanto il fatto che gli uomini vivevano nel ricordo di quello che essi stessi avevano sperimentato al tempo dell’Atlantide. Richiamiamoci alla prima di queste nostre conferenze. Fu detto in essa che gli uomini di quel tempo erano in gran numero atti a sviluppare una certa chiaroveggenza crepuscolare. Gli uomini non erano rinchiusi in questo mondo fisico sensibile, essi vivevano in mezzo a esseri divino-spirituali, essi vedevano questi esseri divino-spirituali attorno a loro.

 

Il passaggio dall’epoca atlantica alla postatlantica consistette nel fatto

che lo sguardo umano fu separato dal mondo spirituale astrale-eterico, e fu limitato a questo mondo fisico.

Il primo periodo di civiltà si distinse per il fatto che gli uomini avevano una profonda nostalgia

di quello che i loro predecessori avevano visto nell’antica Atlantide, prima che la porta si fosse chiusa.

I nostri progenitori hanno veduto la saggezza primordiale con i loro occhi spirituali, anche se in modo crepuscolare.

Essi abitavano fra spiriti, si aggiravano fra dèi e spiriti.

 

Così sentirono quegli uomini dell’antichissima sacra civiltà indiana; essi aspiravano con tutte le loro fibre a guardare indietro, a vedere quello che i loro progenitori avevano visto, e di cui parlava la loro saggezza primordiale. E così il paesaggio che era appena sorto agli sguardi fisici degli uomini, le rocce terrestri che soltanto allora erano diventate visibili mentre prima erano state vedute ancora spiritualmente, tutto quanto era esteriore insomma, apparve ad essi di minor valore che quello di cui essi potevano avere il ricordo.

Maya, grande illusione, venne chiamato tutto ciò che gli occhi fisici potevano vedere: la grande illusione alla quale si voleva sfuggire. Gli uomini migliori di questo primo periodo, per mezzo di quel metodo di iniziazione del quale esiste qualche residuo nello « yoga », dovevano venir elevati al livello dei loro progenitori.

Da ciò derivò una disposizione religiosa fondamentale che possiamo ridare con queste parole: « Quello che ci attornia nell’esteriore apparenza sensibile è vuoto inganno privo di valore; il vero, il reale è in alto, nel mondo spirituale che noi abbiamo lasciato ». Quelli che poterono elevarsi nelle regioni in cui precedentemente si viveva furono le guide spirituali del popolo. Questo fu il primo periodo dell’epoca postatlantica.

 

E tutti i periodi dell’epoca postatlantica sono caratterizzati da questo:

l’uomo imparò sempre più a comprendere la realtà sensibile esteriore

e a riconoscere che quanto qui era dato agli uomini per i sensi esteriori

non andava considerato come pura apparenza, ma era un dono degli esseri spirituali;

e che non inutilmente gli dei avevano dato agli uomini i sensi;

e che si doveva gradatamente riconoscere quello che qui sulla terra poneva le basi di una civiltà del mondo materiale.

 

Quello che l’antico indiano ancora stimava essere maya, e da cui sfuggiva, da cui si ritraeva rifugiandosi nel passato, gli appartenenti al secondo periodo lo considerarono come loro « campo di lavoro », come qualcosa che essi avevano da elaborare. E si ebbe allora il periodo paleo-persiano che si svolse circa cinquemila anni fa; quel periodo di civiltà in cui la campagna intorno agli uomini appariva bensì ad essi in principio come nemica, ma non più, come una volta, quale illusione da sfuggire; piuttosto come campo di lavoro cui si doveva dare l’impronta del proprio spirito.

Questa Terra, in quanto costruita di materia, è governata dal male, da una forza avversaria del bene, dal dio Arimane. Esso la signoreggia, ma il dio buono Ormazd o Ormuzd * aiuta gli uomini che si mettono al suo servizio. Se essi assecondane la sua volontà, trasmutano questo mondo in terreno coltivabile dal mondo spirituale superiore, imprimendo nel mondo della realtà sensibile ciò che riconoscono essi stessi nello spirito.

 

⦁ Per il secondo periodo di civiltà, il mondo reale fisico, percepibile ai sensi, fu un campo da lavorare.

⦁ Per gli indiani il mondo dei sensi era ancora inganno, maya; per i persiani esso era, è vero, dominato da dèmoni cattivi, ma era però un mondo dal quale l’uomo doveva espellere le entità spirituali malvagie per inserirvi le buone, al servizio del dio di luce Ormazd.

⦁ E nel terzo periodo l’uomo giunse ancora più vicino alla realtà esteriore sensibile; essa non fu più per lui soltanto una forza avversa che egli doveva superare. L’indiano guardava in alto alle stelle e concludeva: ah, tutto quello che è qui, quello che posso vedere con i miei occhi esteriori, è proprio soltanto maya, inganno! I sacerdoti caldei osservavano il cammino, le posizioni delle stelle e dicevano: « Poiché io vedo le posizioni delle stelle e seguo il loro cammino, questo diventa per me una scrittura nella quale riconosco la volontà degli esseri spirituali divini. Io riconosco quello che gli dei vogliono in ciò che essi stessi hanno creato».

 

Non più era maya per essi il mondo fisico sensibile, ma, come la scrittura degli uomini è espressione della loro volontà, così per loro quello che sta nelle stelle in cielo, quello che vive nelle forze della natura era una scrittura divina. Ed essi cominciarono con amore a decifrare la natura. Così sorse quella meravigliosa scienza stellare che gli uomini di oggi possono a mala pena conoscere. Quello che oggi si conosce come astrologia è il risultato di una comprensione errata dei fatti. Profonda conoscenza della scrittura stellare era ciò che si rivelava all’antico sacerdote caldeo come astrologia, come parte occulta di ciò che i suoi occhi vedevano. E questo egli trattava come la manifestazione di qualcosa di interiormente pervaso di spirito.

 

E che cosa diventa la terra per l’egiziano? Basta accennare soltanto alla scoperta della geometria, nella quale l’uomo imparò a spartire la terra secondo le leggi dello spazio, secondo regole geometriche. Qui vennero scrutate le leggi della maya. Nella civiltà paleopersiana si era lavorata la terra; ora si imparò a suddividerla secondo le leggi dello spazio. Si cominciò a ricercare le leggi e si andò anche oltre.

Ci si diceva: non inutilmente gli dèi ci hanno lasciato una scrittura nelle stelle, non per niente gli dèi ci hanno manifestato la loro volontà nelle leggi della natura. Se l’uomo, attraverso il suo lavoro, vuole ottenere il bene, egli deve, nelle direttive che prende qui sulla terra, creare un’immagine di quello che egli può scrutare nelle stelle. Oh se voi poteste vedere indietro nel passato le stanze di lavoro degli iniziati egizi! Era un lavoro ben diverso da quello odierno nel campo scientifico. Là gli uomini di scienza erano gli iniziati.

Essi scrutavano il corso delle stelle, riconoscevano la regolarità nella posizione e nel cammino degli astri, e si comportavano qui sulla terra secondo l’influenza delle loro posizioni. E dicevano: quando questa o quest’altra costellazione si trova nel cielo, allora deve avvenire questa oppure quest’altra cosa nella vita dello stato, e quando sopraggiunge un’altra costellazione deve accadere qualcos’altro ancora.

 

Un secolo dopo sarebbero apparse certe costellazioni, essi dicevano, e allora bisognava prevedere qualche cosa di corrispondente ad esse. Ed era previsto per dei millenni quello che si doveva fare. Così nacquero quelli che vengono chiamati libri sibillini. Quello che vi è dentro non è pregiudizio; dopo accuratissime osservazioni gli iniziati vi hanno trascritto quello che per millenni doveva accadere, e i loro successori sapevano che bisognava tenerne conto.

Ed essi non facevano nulla che non fosse stato previsto per millenni in quei libri secondo il corso delle stelle. Supponiamo per esempio che si trattasse di promulgare una qualsiasi legge. Non si sarebbe certo votato come da noi; allora si prendeva invece consiglio dai sacri libri nei quali era notato che cosa doveva accadere qui sulla terra perché essa fosse uno specchio di quello che è scritto nelle stelle. E si eseguiva quello che stava scritto nei libri. Il sacerdote egizio sapeva, mentre scriveva quei libri, che i suoi successori avrebbero eseguito quanto vi era dentro di essi; poiché sarebbero stati convinti della necessità di conformarsi a tali leggi.

 

Il quarto periodo di civiltà si è sviluppato da questo terzo. Di questa attiva arte profetica degli Egizi furono conservati soltanto sparsi residui. Uno di questi resti si può ancora vedere. Cioè, quando si esercitava attivamente quest’arte profetica nell’antico Egitto, il periodo susseguente veniva diviso in sette parti, e si diceva: la prima parte deve contenere questo, la seconda quest’altro, la terza quello, e così via. Così seguivano i successori quello che doveva avvenire.

Questa era la caratteristica principale del terzo periodo di civiltà. Il quarto ne mostrò soltanto qualche debole eco. Si può ancora riconoscere, per esempio, questo debole echeggiare in quello che ci vien raccontato sugli inizi dell’antica civiltà romana: Enea, figlio di Anchise di Troia, una città tipica della terza epoca, viaggia a lungo e arriva infine ad Albalonga. In questo nome è accennata una sede di antichissima sacra civiltà sacerdotale: Albalonga, o la lunga Alba, centro di una civiltà sacerdotale da cui doveva sorgere la civiltà di Roma.

 

Nella tunica da messa dei preti cattolici abbiamo ancora conservato un ricordo di quella lunga veste bianca. Un periodo di civiltà articolato in sette parti era previsto ancora nell’antica saggezza sacerdotale. Oh, questo susseguirsi nel tempo dei sette re di Roma era ben previsto! E gli scrittori di storia del secolo XIX si sono giocati di nuovo un brutto scherzo riguardo a questa settemplice epoca dei re. Essi sono arrivati a vedere che nel senso materiale profano non si raggiunge nulla con i re di Roma; ma non poterono arrivare a quello che ci covava sotto, cioè che lì è indicata una civiltà profeticamente articolata dai libri sibillini sul santo numero del sette.

Qui non è il caso di dilungarsi sui singoli re. Ma si potrebbe vedere per ciascun singolo re, Romolo, Numa Pompilio, Tulio Ostilio, e così via, come essi corrispondano con precisione alle epoche di civiltà che si susseguono secondo quei sette principi che ci si palesano in così svariati campi.

Ecco che, gradatamente, nel terzo periodo si era arrivati a render la maya adatta a lasciarsi penetrare dallo spirito umano. E questo fu portato a compimento nel quarto periodo di civiltà.

 

Guardate la civiltà greco-latina nella quale con mirabili opere d’arte l’uomo creò nel mondo materiale esteriore un’immagine compiuta di se stesso, dove nel dramma egli fa emergere il proprio destino umano (Eschilo). Guardate per contro come nella civiltà egizia si scrutava ancora la volontà degli dei. Questa conquista della materia, quale la vediamo nell’epoca greca, indica un gradino ulteriore sul quale l’uomo si affeziona ancor più all’esistenza nella materia; e nell’epoca romana l’uomo è disceso compiutamente sul piano fisico.

Chi capisce questo, sa anche che in ciò dobbiamo scorgere il pieno manifestarsi del principio della personalità. Di conseguenza comparve a Roma, per la prima volta, quello che noi intendiamo per concetto del diritto, nel quale noi abbiamo davanti l’uomo- cittadino. Soltanto una scienza confusionaria può far risalire la giurisprudenza a diverse epoche precedenti.

Ciò che prima si intendeva come diritto era tutt’altra cosa. Molto più giustamente l’Antico Testamento presenta le antiche leggi nei Dieci Comandamenti. Quello che Dio ordinava racchiudeva in sé il concetto di diritto. È un’assurdità del nostro tempo voler ricondurre il concetto di diritto fino a Hammurabi o giù di lì. Per la prima volta, in Roma, acquista validità il diritto propriamente detto, il vero e proprio concetto dell’uomo come cittadino.

 

In Grecia l’abitante di una città era considerato come parte costitutiva della città-stato.

L’Ateniese, lo Spartano, contava molto più come originario di una data città che come singolo uomo;

egli sentiva se stesso come elemento della sua città-stato.

• Di Roma invece, per la prima volta, il singolo uomo divenne cittadino, per la prima volta potè diventarlo.

 

Sarebbe possibile provare questo in ogni particolare. Quello che oggi noi chiamiamo un testamento non acquistò la sua importanza prima dell’antica epoca romana. Il testamento nel suo attuale significato comparve, per la prima volta, allora, perché là, per la prima volta, il singolo uomo potè essere così determinante nella sua egoistica volontà di voler imporre questa sua volontà ai suoi posteri. Prima vi erano altri impulsi al posto della volontà personale a tenere insieme il tutto. Così si potrebbe indicare, con molti esempi, come l’uomo scese sul piano fisico.

 

Noi viviamo ora nel quinto periodo,

in quello spazio di tempo nel quale la civiltà è scesa ancora più in basso dell’uomo.

• Noi viviamo nel tempo in cui l’uomo è schiavo delle condizioni esteriori, del suo ambiente.

 

In Grecia veniva usato lo spirito per spiritualizzare la materia, e la materia spiritualizzata ci viene incontro in una figura di Apollo, in una figura di Zeus, nei drammi di Sofocle e così via. Qui l’uomo era disceso sul piano fisico, ma non era ancora disceso sotto il piano umano. Anche in Roma era ancora così.

La profonda discesa al di sotto della sfera dell’umano è avvenuta soltanto oggi.

Nel nostro tempo lo spirito è diventato lo schiavo della materia.

Molto, infinito spirito è stato impiegato nel nostro tempo per compenetrare il piano esteriore nelle sue forze naturali, per fare, per così dire, di questo piano fisico esteriore il domicilio più comodo possibile per l’uomo.

 

Confrontiamo infatti i tempi antichi coi nostri. Nei tempi antichi l’uomo vedeva la grande scrittura stellare degli dei; ma con quali mezzi primitivi furono raggiunti i progressi di civiltà di quei tempi, le piramidi, le sfingi! E come si nutriva l’uomo! E quanto egli si è elevato fino ad oggi in tutti i mezzi di civiltà esteriore! Quale forza spirituale ci è voluta per progettare e costruire la macchina a vapore, per ideare la ferrovia, il telegrafo, il telefono! Immense forze di vita spirituale dovettero esser impiegate per escogitare e costruire questi mezzi di civiltà del tutto materiali. E per che cosa vengono usati?

In fondo non c’è una gran differenza, per la vita spirituale, se in una civiltà primitiva un uomo macinava il grano fra due pietre, per la qual cosa naturalmente occorreva una piccolissima forza spirituale o se, come oggi avviene, si può telegrafare in America per ricevere grandi quantità di granaglie e ricavarne farina con mulini meravigliosamente escogitati! Soltanto per lo stomaco è messa in moto tutta questa organizzazione.

 

Rendiamoci chiaro quale incommensurabile quantità di forze spirituali venga immessa nella civiltà soltanto materiale. Ancora molto poco dei mezzi di civiltà esteriore è messo a disposizione della cultura spirituale. Il telegrafo, per dir così, è molto raramente adoperato per faccende antroposofiche. Se si facesse un paragone, statisticamente, tra quello che viene consumato per la vita materiale e quello che è a disposizione della vita spirituale, si capirebbe che lo spirito si è sommerso sotto il livello umano ed è diventato uno schiavo della vita materiale.

Così abbiamo, nel senso più deciso, un cammino di civiltà discendente fino nella nostra epoca, quinta epoca di civiltà. E saremmo discesi sempre più e più profondamente. Di conseguenza l’umanità doveva essere protetta da una completa caduta nella materia con un nuovo impulso. Prima d’ora l’essere umano non era ancor mai sceso così profondamente nella materia. Un forte impulso, il più forte degli impulsi terreni dovette venire. Questo fu l’avvento del Cristo Gesù che diede una spinta verso una nuova vita spirituale.

 

Noi dobbiamo a quel potente impulso che venne col Cristo Gesù se nella vita spirituale abbiamo delle forze che tendono a risalire durante la discesa. Sempre vi furono impulsi spirituali durante questa discesa nella materia. Così, prima lentamente, poi sempre più, si sviluppò la vita cristiana, che è ancora oggi ai suoi inizi, ma che nel futuro salirà a una gloria prodigiosa, perché l’umanità soltanto nel futuro comprenderà i Vangeli. Quando questi saranno del tutto compresi, si potrà vedere quale incommensurabile quantità di vita spirituale è contenuta nei Vangeli.

 

Quanto più il Vangelo si diffonderà nel suo vero aspetto,

tanto più l’umanità avrà di nuovo la possibilità, nonostante tutta la civiltà materiale,

di svolgere una vita spirituale, di risalire di nuovo nei mondi spirituali.

 

Ora, quello che così di periodo in periodo si sviluppa nella civiltà postatlantica, lo scrittore dell’Apocalisse se lo rappresenta come se si manifestasse in piccole comunità. E così queste piccole comunità, che sono distribuite nello spazio fisico della Terra, diventano per lui le rappresentanti di questi periodi di civiltà. Quando egli parla della comunità o della chiesa di Efeso, egli vuol dire: io penso che viva a Efeso una certa comunità che, sotto un certo aspetto, ha accolto pienamente il cristianesimo; ma poiché tutto si sviluppa gradatamente, così di ogni periodo di civiltà rimane sempre indietro qualche cosa.

In Efeso c’è, è vero, una scuola di iniziazione, ma l’insegnamento cristiano vi è colorito in modo tale che vi si può ancora riconoscere dappertutto l’antica civiltà indiana. Egli vuole dunque mostrarci la prima civiltà dell’epoca postatlantica. La prima civiltà dell’epoca postatlantica è quindi rappresentata dalla comunità di Efeso; e quello che deve essere annunciato, deve essere annunziato in una lettera alla comunità di Efeso.

 

Noi dobbiamo rappresentarci questo circa così: il carattere di quel lontano periodo di civiltà indiana naturalmente perdurò e si inserì in varie correnti di civiltà. Nella comunità di Efeso abbiamo ancora qualche cosa di questo carattere. Da questa comunità il cristianesimo venne preso così che esso è ancora determinato dal carattere tipico dell’antica civiltà indiana.

Abbiamo quindi, in ognuna di queste lettere, un rappresentante di una delle sette civiltà postatlantiche. In ogni lettera vien detto: voi siete fatti così e così! Questa e quest’altra parte del vostro modo di essere corrisponde a quello che è veramente nel senso del cristianesimo; il resto bisogna trasformarlo. Lo scrittore dell’Apocalisse dice così a ogni periodo di civiltà quello che può esser conservato e quello che non va più bene e deve esser trasformato.

 

Adesso cerchiamo se possiamo trovare veramente, nelle sette lettere che si succedono l’una all’altra, qualche cosa del carattere dei sette periodi di civiltà che l’uno all’altro si susseguono. Cerchiamo di capire come dovrebbero essere compilate queste lettere per corrispondere a quello che abbiamo appena detto. Lo scrittore dell’Apocalisse si figura quanto segue: in Efeso c’è una comunità, una chiesa; essa ha accolto il cristianesimo, ma essa lo manifesta con una colorazione ancora da prima epoca di civiltà, estranea alla vita esteriore, non riempita di amore per quello che è il compito essenziale dell’uomo postatlantico. Che questa comunità abbia abbandonato la dedizione alla grossolana vita dei sensi, che essa si sia rivolta alla vita spirituale, (così dice quello che indirizza le lettere alle comunità) questo gli piace.

 

Noi riconosciamo quello che lo scrittore dell’Apocalisse intendeva nel fatto che Efeso era il luogo dove venivano curati i misteri della casta Diana; poiché il distornarsi dalla materia, l’allontanarsi dalla vita dei sensi e la dedizione allo spirito qui straordinariamente fiorivano. Ma, continua, « io ho contro di te ; che tu hai trascurato il primo amore », l’amore che la prima civiltà postatlantica deve avere e che si manifesta col considerare la terra come un campo nel quale deve venir piantato il divino seme.

 

Come caratterizza se stesso colui che detta questa lettera? Egli si caratterizza come predecessore del Cristo Gesù e in pari tempo come guida della prima epoca di civiltà. Il Cristo Gesù stesso parla attraverso questa guida o maestro della prima epoca di civiltà, di quell’epoca nella quale l’iniziato guardava in su, nei mondi di là. Egli dice di se stesso che tiene nella sua destra le sette stelle e i sette candelieri d’oro.

 

Le sette stelle non sono altro che i simboli delle sette più alte entità spirituali

che sono le guide dei grandi periodi di civiltà.

E quanto ai sette candelieri, è espresso particolarmente che sono entità spirituali

che non si possono vedere nel mondo fisico.

Allo stesso modo con chiare parole vi viene accennato anche nell’iniziazione yoga,

ma viene anche accennato al fatto che l’uomo non agisce mai nel senso dell’evoluzione

se egli odia l’attività esteriore, se egli si allontana dall’amore per le attività esteriori.

 

La comunità di Efeso ha trascurato l’amore per il lavoro esteriore. E