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I SEI ESERCIZI COMPLEMENTARI DELLA MEDITAZIONE

I sei esercizi complementari della meditazione

O.O. 13 – La scienza occulta nelle sue linee generali – V (La conoscenza dei mondi superiori)


 

Per la disciplina spirituale è innanzi tutto necessario

che il pensiero dell’uomo sia conforme ai fatti, obiettivo.

 

Nel mondo fisico-sensibile la vita è incaricata di ammaestrare l’io umano all’obiettività. Se l’anima lasciasse errare qua e là i suoi pensieri a piacere, verrebbe ben presto corretta dalla vita, a meno di volersi mettere in conflitto con questa. L’anima deve conformare i suoi pensieri alla realtà dell’esistenza. Ma quando l’uomo distoglie l’attenzione dal mondo fisico-sensibile, gli viene a mancare il relativo correttivo, e se allora il suo pensare non è in grado di correggere se stesso, si abbandonerà alla confusione. Il pensiero del discepolo spirituale deve perciò esercitarsi in modo da prefiggersi la propria direzione e il proprio scopo. La saldezza interiore e la capacità di concentrarsi esclusivamente sopra un oggetto: ecco le qualità che il pensare deve tendere ad acquistare. Per questo gli esercizi della « meditazione » non si devono cercare in oggetti lontani o complicati, ma facili e familiari. Chi riesce a fissare il suo pensiero durante vari mesi, almeno per cinque minuti al giorno, sopra un oggetto di uso quotidiano (per esempio, una spilla, una matita, ecc.), e ad escludere durante quel tempo ogni altro pensiero che non si riferisca a quell’oggetto, avrà fatto molto per raggiungere il suo scopo (si può pensare tutti i giorni a un nuovo oggetto, oppure conservare il medesimo per vari giorni). Anche chi sente di essere un « pensatore » a seguito della sua istruzione scientifica, non deve disprezzare questo modo di rendersi « maturo » per l’educazione occulta; se infatti si fissa il pensiero per qualche tempo sopra un oggetto familiare, si può esser sicuri di pensare obiettivamente. Chi si chiede: « Di che cosa è costituita una matita? Come viene preparato il materiale che costituisce la matita? Come vengono connesse le diverse sue parti? Quando è stata inventata la matita? » e così di seguito, chi pensa a quel modo, armonizza le proprie idee molto più con la realtà, di chi riflette sopra la discendenza dell’uomo, o su ciò che è la vita. Gli esercizi semplici del pensiero ci preparano molto meglio a orientarci nelle evoluzioni di Saturno, del Sole e della Luna, che non le idee complicate ed erudite, perché in un primo tempo non si tratta affatto di pensare questa o quella cosa, ma di pensare obiettivamente per virtù di forza interiore. Se ci si è educati all’oggettività con un processo fisico-sensibile facile da osservare, il pensare si abitua a voler essere obiettivo, anche quando non si sente più dominato dal mondo fisico-sensibile e dalle sue leggi; si perde l’abitudine di lasciare errare i pensieri in modo non conforme alla realtà.

 

L’anima deve diventare padrona non soltanto nel mondo dei pensieri, ma anche nel campo della volontà. Nel mondo fisico sensibile è sempre la vita che si presenta come dominatrice, facendo sentire agli uomini questa o quella necessità, così che la volontà si sente stimolata a soddisfare tali richieste. Per la disciplina superiore l’uomo si deve abituare a ubbidire severamente ai propri ordini. A chi ci si abitua, accadrà sempre meno di desiderare cose inutili. La scontentezza e l’instabilità nella vita della volontà provengono dal desiderio di cose della cui realizzazione non ci formiamo un chiaro concetto. Quando l’io superiore nasce nell’anima, tale scontento può turbare tutta la vita affettiva. Un buon esercizio è quello di darsi per dei mesi un ordine a una determinata ora del giorno: « Oggi, a questa determinata ora, tu dovrai compiere quest’azione ». Si arriva così gradatamente a imporsi l’ora dell’azione e la maniera d’attuarla in modo che l’esecuzione riesca assolutamente possibile. Ci si eleva in tal modo al di sopra della cattiva abitudine di dire: « Desidero questo, o desidero quello », senza riflettere affatto alla possibilità di effettuare quel desiderio. Un grande fa dire a una veggente: « Amo chi aspira all’impossibile » (Goethe: Faust, II). E il medesimo Goethe dice: « Vivere nell’idea significa considerare l’impossibile come se fosse possibile » (Goethe: Massime in prosa). Tali detti non devono essere considerati come obiezioni a ciò che è stato qui esposto, perché alla richiesta di Goethe e della sua veggente (Manto) può dare soddisfazione soltanto chi prima si sia educato a desiderare ciò che è possibile, e così facendo si sia reso capace di trattare l’« impossibile », mediante una forte volontà, in modo da renderlo possibile.

 

Nei riguardi del mondo dei sentimenti l’anima del discepolo deve acquistare una certa calma; è necessario per questo che sappia padroneggiare l’espressione del piacere e del dispiacere, della gioia e del dolore. Contro l’acquisto appunto di questa facoltà possono essere sollevate molte obiezioni. Si potrebbe temere di diventare insensibili e indifferenti al mondo che ci attornia, « non rallegrandosi della gioia e non addolorandosi del dolore ». Ma non si tratta di questo. Una cosa piacevole deve rallegrare l’anima, e una cosa triste deve riuscirle penosa. L’anima deve soltanto arrivare a dominare l’espressione della gioia e del dolore, del piacere e del dispiacere. Se si tende a questo, ci si accorgerà ben presto che invece di diventare indifferenti, si diventerà anzi più ricettivi di quanto prima non si fosse per tutta la gioia e il dolore che ci attorniano. Per riuscire ad acquisire quelle qualità, occorre però sorvegliarsi per lungo tempo, e imparare a prendere compieta- mente parte alla gioia e al dolore, senza abbandonarvisi al punto da dare involontaria espressione ai propri sentimenti. Non bisogna reprimere il legittimo dolore, ma il pianto involontario; non l’orrore di un’azione malvagia, ma il cieco sfogo della collera; non il giusto premunirsi di fronte ad un pericolo, ma l’inutile « timore » e così via. — Soltanto per mezzo di tale esercizio il discepolo consegue l’intima calma necessaria per evitare che, dopo la nascita dell’io superiore, o meglio dopo l’inizio della sua attività, l’anima, come una specie di doppio, svolga vita malsana accanto all’io superiore. In questo campo appunto non bisogna abbandonarsi a nessuna illusione su se stessi. Alcuni si possono già credere provvisti nella vita di un determinato equilibrio, e ritengono perciò superflui quegli esercizi; sono invece quelle persone che ne hanno maggiormente bisogno. Esse possono veramente rimanere del tutto calme di fronte agli eventi della vita ordinaria; ma quando ascendono nel mondo superiore ritorna con maggior forza a manifestarsi la mancanza di equilibrio che era stata soltanto repressa. Occorre assolutamente convincersi che per la disciplina spirituale non si tratta di ciò che ci sembra già di possedere, ma piuttosto importa esercitare regolarmente le qualità che ci occorrono. Per quanto queste parole possano sembrare contradditorie, nondimeno sono giuste. La vita può averci insegnato molte cose, ma per l’educazione spirituale occorrono le qualità che da noi stessi ci siamo acquistate. Se la vita vi ha reso irascibile, dovete spogliarvi di questa irascibilità; ma se la vita vi ha insegnato l’imperturbabilità dovete scuotervi, per mezzo dell’autoeducazione, in modo che l’espressione dell’anima corrisponda all’impressione ricevuta. Chi non è capace di ridere di niente, domina altrettanto poco la propria vita quanto colui che si abbandona continuamente al riso senza dominarsi.

 

Per educare il pensiero e il sentimento vi è un altro mezzo, e cioè l’acquisto della facoltà che si può chiamare positività. In una bella leggenda vien raccontato che il Cristo Gesù, mentre camminava con alcune persone, trovò sulla strada la carogna di un cane. Gli altri distolsero lo sguardo da quella brutta vista, e il Cristo invece parlò con ammirazione dei bei denti dell’animale. Possiamo esercitarci a sviluppare nell’anima nostra un atteggiamento, rispetto al mondo, conforme a quello indicato dalla leggenda. L’errore, il male, il brutto non devono mai impedire all’anima di riconoscere il vero, il buono e il bello ovunque si trovi. Non bisogna confondere questa positività con la mancanza di critica, con la volontà di chiudere gli occhi al male, al falso e al mediocre. Chi ammira i « bei denti » di una carogna vede anche il corpo in decomposizione; ma questo non gli impedisce di vedere i bei denti. Non è possibile ritenere che il male sia bene o che l’errore sia verità, ma il male non deve impedirci di vedere il bene, né l’errore di scoprire la verità.

 

Il pensare, unito alla volontà, acquista una certa maturità purché l’uomo non permetta alle esperienze antiche di togliergli la ricettività per accogliere spregiudicatamente quelle nuove. Per il discepolo dello spirito non deve esistere il pensiero: « Questo non l’ho mai sentito, questo non lo credo »; ma deve anzi dedicarsi per un determinato tempo a imparare qualcosa di nuovo da ogni cosa e da ogni essere. Ogni soffio d’aria, ogni foglia d’albero, ogni balbettio infantile ci può insegnare qualcosa, purché si osservi da un punto di vista nuovo. Certamente è facile esagerare a tale riguardo, e a una certa età non bisogna trascurare di tener conto delle esperienze attraversate. Ciò che si sperimenta attualmente deve essere giudicato alla stregua delle esperienze raccolte nel passato; queste devono pesare sopra un piatto della bilancia, mentre sull’altro il discepolo deve porre la sua tendenza a raccogliere sempre nuove esperienze, convinto soprattutto della possibilità che le esperienze nuove possano essere in contraddizione con le antiche.

 

Abbiamo così enumerato cinque qualità dell’anima che il discepolo dell’occultismo deve acquistare a mezzo di una regolare disciplina: la padronanza del pensiero, il dominio sugli impulsi volitivi, l’imperturbabilità di fronte al piacere e al dispiacere, la positività nel giudicare del mondo, la spregiudicatezza nella concezione della vita. Il discepolo, dopo essersi dedicato per qualche tempo di seguito all’esercizio di queste qualità, dovrà anche armonizzarle nella propria anima; occorrerà perciò che egli le eserciti simultaneamente, per gruppi di due, di tre e così via, fino a conseguire l’armonia desiderata.

 

Gli esercizi descritti sono indicati come metodi della disciplina spirituale perché, se vengono eseguiti coscienziosamente, producono non soltanto i risultati diretti sopra descritti, ma indirettamente creano anche molto altro di utile per il cammino verso i mondi spirituali. Chi pratica a sufficienza questi esercizi, durante gli stessi si accorgerà di molte mancanze ed errori nella sua vita animica, ma troverà i mezzi necessari proprio a lui per dare forza e sicurezza al suo intelletto, al suo carattere e ai suoi sentimenti; avrà certamente bisogno di molti altri esercizi, a seconda delle sue capacità, del suo temperamento e del suo carattere; questi però si presenteranno, se i primi vengono praticati esaurientemente. Si potrà anzi osservare che gli esercizi citati dànno indirettamente a poco a poco anche dei risultati a tutta prima non previsti. Se per fare un esempio, qualcuno ha poca fiducia in sé, egli potrà osservare dopo qualche tempo che per mezzo degli esercizi cresce in lui questa qualità; così pure succede per altre qualità dell’anima. Nel mio libro L’iniziazione si trovano particolari più precisi per esercizi speciali. È importante che il discepolo si adoperi sempre a intensificare le qualità anzidette. Egli deve dominare i pensieri e i sentimenti a tal segno che l’anima acquisti il potere di procurarsi dei momenti di completa calma interiore; in essi l’uomo allontana dal proprio spirito e dal proprio cuore tutto ciò che la vita esteriore giornaliera gli reca di piacere e di dispiacere, di soddisfazioni e dì preoccupazioni, di compiti e di necessità. Durante questo periodo deve penetrare nell’anima soltanto ciò che essa vuole ammettere nella sua concentrazione. È facile sorga un’obiezione al riguardo. Si potrebbe credere che il fatto di ritrarsi dalla vita ogni giorno per qualche tempo col cuore e lo spirito renda l’uomo estraneo alla vita e ai suoi doveri. Ma non è assolutamente così. Chi si abbandona nel modo descritto a dei periodi di calma e di serenità interiore, sentirà a mezzo di essi crescere in sé forze così potenti, da adempiere anche ai doveri della vita esteriore non peggio, ma certamente molto meglio di quello che prima non facesse. — È di grande importanza che durante tali periodi l’uomo si liberi completamente dai pensieri delle sue vicende personali, e si elevi a ciò che riguarda non soltanto lui stesso, ma l’umanità in generale. Se egli è capace di riempire la sua anima degli insegnamenti che concernono il mondo spirituale superiore, e di interessarsi a quello come si interessa a una cura o vicenda sua personale, la sua anima potrà allora raccogliere utilissimi frutti. — Chi si sforza in tal modo di portare l’ordine nella sua vita dell’anima, arriverà anche alla possibilità di un’auto-osservazione che gli permetterà di considerare le proprie vicende con la medesima serenità con cui considera quelle di un estraneo. Poter considerare le proprie esperienze, le proprie gioie e i propri dolori come fossero quelli di un’altra persona, è una buona preparazione per l’educazione spirituale. A questo riguardo si arriva a poco a poco al livello necessario se giornalmente, dopo compiuto il proprio lavoro, si fanno scorrere davanti al proprio spirito le immagini delle esperienze vissute nella giornata; in mezzo a queste, l’uomo deve vedere se stesso, deve osservarsi come dall’esterno nella propria vita giornaliera. Per conseguire una certa pratica in tale auto-osservazione, è utile dapprima rappresentarsi soltanto singole frazioni della vita della propria giornata. Gradatamente poi si acquista maggiore abilità per tale retrospezione, in modo che dopo averla esercitata per qualche tempo si riuscirà a compierla completamente e con rapidità. Questa osservazione a ritroso degli eventi vissuti ha una speciale importanza per la disciplina spirituale, per il fatto che essa rende l’anima indipendente dalla abitudine di seguire col pensare soltanto lo svolgimento sensibile degli eventi. Nel pensare a ritroso si pensa correttamente, ma non si è sostenuti dal decorso sensibile. E questo è necessario per penetrare nel mondo soprasensibile; d’altra parte, conduce a un sano rafforzamento del pensiero.

 

Perciò è anche utile il pensare a ritroso, oltre gli eventi della propria giornata, anche altre cose, per esempio lo svolgimento di un dramma, o un racconto, o una successione di suoni musicali. Sempre più « l’ideale » del discepolo dello spirito sarà quello di avere un atteggiamento di fronte agli eventi della vita che gli permetta di accoglierli con sicurezza e calma interiore, e di non giudicarli in ordine alla disposizione della propria anima, ma in ordine al loro intimo significato e al loro intimo valore. Se si prefigge questo ideale, egli si crea in tal modo una base sicura per l’anima e si potrà dedicare alla concentrazione già descritta su pensieri simbolici e altri pensieri e sentimenti.

 

Le condizioni qui descritte sono necessarie, perché l’esperienza soprasensibile è edificata sul terreno che serve di base alla vita abituale dell’anima, prima della sua penetrazione nel mondo soprasensibile. Ogni sperimentare soprasensibile dipende in duplice modo dal punto di partenza dell’anima prima di quella penetrazione. Chi trascura di formarsi fin dall’inizio una forza sana di giudizio, che serva di base alla sua educazione occulta, svilupperà facoltà soprasensibili che percepiranno il mondo spirituale in modo impreciso e non giusto.

 

I suoi organi spirituali di percezione si svilupperanno in modo non giusto. E come un occhio difettoso o malato non può veder bene nel mondo sensibile, così non si potrà percepire correttamente con organi spirituali che non siano formati sulla base di una sana capacità di giudizio. — Se al punto di partenza l’atteggiamento dell’anima del discepolo è immorale, egli si eleva nei mondi superiori con una visione spirituale ottusa, annebbiata, e si trova di fronte a quei mondi come un uomo che in stato di stordimento osservi il mondo sensibile. Mentre però questi certamente non arriverebbe a nessuna osservazione importante, invece l’osservatore spirituale, anche quando si trova in uno stato di confusione, è tuttavia più desto di qualsiasi uomo nella coscienza normale, e trarrà perciò dalle sue osservazioni dei risultati errati nei riguardi del mondo spirituale.

 

La saldezza interiore del gradino immaginativo della conoscenza viene raggiunta quando, in appoggio alle concentrazioni (meditazioni) animiche sopra descritte, il discepolo coltiva l’abitudine di ciò che si può chiamare il « pensiero libero dai sensi ». Quando ci si forma un’idea basata su quanto è stato osservato nel mondo fisico-sensibile, questa idea non è libera dalla influenza dei sensi. Ma non è detto che l’uomo possa formarsi soltanto idee di quel genere. Il pensiero umano non diventa vuoto e insignificante quando non è riempito dalle osservazioni dei sensi. Per il discepolo spirituale la via più sicura e più vicina per conseguire tale pensiero libero dai sensi potrebbe essere quella di assimilare gli insegnamenti della scienza dello spirito riguardo ai fatti del mondo superiore, e formare di essi il contenuto del proprio pensiero. Questi fatti non possono essere osservati per mezzo dei sensi fisici; nondimeno il discepolo si accorgerà che li può comprendere, purché eserciti sufficiente pazienza e perseveranza. Il mondo spirituale non può essere da noi investigato e osservato senza un’adeguata preparazione, ma anche senza la disciplina superiore possiamo arrivare a comprendere tutto ciò che ci viene riferito da chi è in grado di indagare quel mondo. Se qualcuno ritenesse di non poter accettare con convinzione ciò che viene riferito dagli investigatori, perché direttamente non è in grado di verificare quelle notizie, la sua obiezione sarebbe ingiustificata, essendo assolutamente possibile, per mezzo della semplice riflessione, acquistare l’assoluta convinzione della verità di quelle comunicazioni.

 

E se qualcuno non riesce con la riflessione a formarsi tale convinzione, ciò non proviene affatto dall’impossibilità di « credere » a qualcosa che non si vede, ma unicamente dal fatto che la sua riflessione difetta tuttora di imparzialità, di larghezza e di profondità. Per chiarire questo punto bisogna riflettere che il pensare umano, quando si stimola interiormente con energia, arriva ad abbracciare un campo molto più vasto di quello che di solito gli viene assegnato. I pensieri contengono infatti una essenza interiore che è in rapporto con il mondo soprasensibile. L’anima di solito non è cosciente di questo rapporto perché è abituata a educare il suo pensiero soltanto in relazione al mondo dei sensi, e giudica perciò incomprensibili le comunicazioni tratte dal mondo soprasensibile; ma queste sono comprensibili, non soltanto per il pensiero educato alla disciplina occulta, ma anche per ogni pensiero che sia cosciente di tutta la propria forza e desideroso di servirsene. Assimilando continuamente in tal modo gli insegnamenti dell’indagine occulta, ci si abitua ad un pensare che non attinge alle percezioni dei sensi; si impara a riconoscere che nell’intimità dell’anima un pensiero vien contessuto dall’altro, un pensiero si associa all’altro, anche quando il loro nesso non è determinato dalla forza dell’osservazione sensoria. L’essenziale è il fatto di accorgersi che il mondo del pensiero ha una vita interiore, e che mentre veramente si pensa ci si trova già nel campo di un vivente mondo soprasensibile. Ci si dice: « Vi è in me qualcosa che forma un organismo di pensiero, ma io sono tutt’uno con quel ” qualcosa” ». Abbandonandosi al pensiero libero dai sensi si diventa coscienti di un’essenza che fluisce nella nostra vita interiore, così come le proprietà delle cose sensibili fluiscono in noi attraverso i nostri organi fisici, quando osserviamo con i sensi. L’osservatore del mondo fisico dice: « Là fuori, nello spazio, vi è una rosa; essa non mi è estranea, perché mi si rivela per mezzo del suo colore e del suo profumo ». Orbene, quando agisce nell’uomo il pensiero libero dai sensi, basta che egli sia abbastanza spregiudicato per poter dire ugualmente a se stesso: « Qualcosa di essenziale si rivela a me, ricollega in me un pensiero all’altro e costituisce in tal modo un organismo di pensiero ». Vi è però una differenza nei sentimenti di fronte a ciò che l’osservatore del mondo sensibile esteriore ha nell’occhio, e ciò che di essenziale si annunzia nel pensare libero dai sensi. Il primo osservatore si sente esterno alla rosa, mentre chi si abbandona al pensare libero dai sensi ne sente l’essenza che gli si rivela come dentro di sé, si sente tutt’uno con essa. Chi più o meno coscientemente dà valore di essenza soltanto a ciò che gli sta di fronte quale oggetto esterno, non potrà certamente avere il senso che una cosa di per sé esistente possa rivelarsi a lui anche per il fatto che egli si senta tutt’uno con essa. Per discernere la verità a questo riguardo, occorre poter avere la seguente esperienza interiore. Bisogna imparare a distinguere fra le associazioni di idee volontariamente create, e quelle sperimentate in noi quando la nostra volontà è messa a tacere. Nell’ultimo caso si può dire: « Io rimango completamente tranquillo in me stesso, non provoco nessuna concatenazione di idee, mi abbandono a ciò che ” pensa in me ’’ ». Allora si può dire con ragione: « Agisce in me un alcunché di essenziale »; come pure si ha diritto di dire: « Ricevo una impressione dalla rosa, quando vedo un determinato rosso, o percepisco un determinato profumo ». Non vi è nessuna contraddizione nel fatto di avere attinto il contenuto dei propri pensieri dagli insegnamenti dell’indagatore spirituale. I pensieri già esistono quando ci abbandoniamo ad essi, ma non si potrebbero pensare se non si creassero ogni volta a nuovo nell’anima. Si tratta appunto di questo: che l’indagatore dello spirito desti nei suoi uditori o lettori dei pensieri che essi devono attingere anzitutto in se stessi; chi invece descrive delle realtà sensibili indica qualcosa che può essere osservato dall’uditore o dal lettore nel mondo sensibile.

 

(La via che conduce al pensiero libero dai sensi, per mezzo delle comunicazioni della scienza dello spirito, è completamente sicura. Ve ne è un’altra anche più sicura, e specialmente più esatta, sebbene sia per molti uomini più difficile. Essa è descritta nei miei libri Linee fondamentali di una teoria della conoscenza della concezione goethiana del mondo e La filosofia della libertà. Questi libri espongono i risultati a cui il pensiero umano può arrivare, quando invece di abbandonarsi alle impressioni del mondo esterno fisico-sensibile, esso si concentra soltanto in se stesso. Soltanto il pensiero puro, come entità di per sé vivente, e non il pensiero rivolto solo ai ricordi di oggetti sensibili, esplica allora la sua attività nell’uomo. Nei libri sopra citati non vi è niente delle comunicazioni della scienza dello spirito; nondimeno in essi viene mostrato che il pensiero puro, concentrato in se stesso, può arrivare a spiegazioni del mondo, della vita e dell’uomo. Quei due libri rappresentano un gradino intermedio molto importante fra la conoscenza del mondo sensibile e quella del mondo spirituale, e offrono ciò che il pensiero può conseguire quando si eleva al di sopra dell’osservazione sensibile, sebbene ancora eviti l’accesso all’indagine spirituale. Chi fa agire questi libri su tutta la sua anima è già nel mondo spirituale; soltanto che questo gli si palesa come mondo del pensiero. Chi si sente capace di attraversare questo gradino intermedio, segue una via sicura, e può acquistarsi in tal modo un sentimento, riguardo al mondo superiore, che gli arrecherà i più bei frutti per l’intiero avvenire).

 

Il fine della concentrazione (meditazione) sulle rappresentazioni e i sentimenti simbolici sopra caratterizzati è precisamente la formazione degli organi della percezione superiore nel corpo astrale dell’uomo. Essi vengono anzitutto creati dalla sostanza del corpo astrale. Questi nuovi organi di percezione rivelano un nuovo mondo nel quale l’uomo impara a conoscere se stesso come un nuovo io; essi si differenziano da quelli del mondo fisico-sensibile già per il fatto che sono organi attivi. Mentre gli occhi e gli orecchi sono passivi e subiscono la luce e il suono, si può invece dire che gli organi animico-spirituali di percezione sono in continua attività mentre percepiscono, e che in certo qual modo afferrano con piena coscienza gli oggetti e i fatti che si palesano loro. Da questo nasce il senso che la conoscenza spirituale-animica è un’unione con i fatti che essa percepisce, è « un vivere in essi ». I singoli organi spirituali-animici che si formano si possono denominare « fiori di loto », data la forma che assumono immaginativamente per la coscienza soprasensibile (ben inteso, bisogna rendersi chiaramente conto che tale denominazione corrisponde altrettanto poco a dei fiori, quanto il termine « albero » quando è applicato ai bronchi). Certi speciali modi di concentrazione interiore esercitano un’azione sul corpo astrale in modo da determinare la formazione di questo o di quell’organo spirituale-animico, di questo o di quel « fiore di loto ». Dopo tutto ciò che è stato esposto in questa opera, dovrebbe essere superfluo il mettere in evidenza che questi « organi di percezione » non sono qualcosa che assomigli all’oggetto sensibile da cui traggono il nome. Questi « organi » sono veramente soprasensibili e consistono in una determinata forma di attività dell’anima; essi sussistono solo in quanto l’anima esercita tale attività e per il tempo in cui la esercita. La loro presenza nell’uomo è altrettanto poco legata alla presenza di qualcosa che cade sotto i sensi, quanto non esiste del « fumo » intorno ad un uomo che pensa. Sono inevitabili i malintesi per chi vuole a tutti i costi immaginarsi in modo sensibile ciò che è soprasensibile.

 

Sebbene questa osservazione debba considerarsi superflua, pure ritengo di doverla esprimere perché accade sempre di nuovo d’incontrare delle persone che ammettono l’esistenza del soprasensibile, ma che non accolgono nei loro concetti se non contenuti sensibili; d’altra parte, ci sono sempre avversari della conoscenza soprasensibile i quali affermano che l’indagatore dei mondi spirituali parli dei « fiori di loto » come di tenui formazioni percepibili ai sensi. Ogni giusta meditazione che tende allo sviluppo della conoscenza immaginativa produce un effetto sopra l’uno o l’altro organo (nel libro L’iniziazione sono indicati alcuni metodi di meditazione e degli esercizi che agiscono sopra i diversi organi). Una giusta disciplina regola i singoli esercizi per il discepolo facendoli seguire l’uno all’altro in modo che gli organi si possano formare singolarmente o consecutivamente. Per riuscire in questo intento, occorre che il discepolo sia fornito di molta pazienza e perseveranza; non gli basterà solo quel tanto di pazienza che si acquista nelle condizioni ordinarie della vita. Occorre molto, anzi moltissimo tempo, prima che gli organi siano capaci di servire al discepolo per percepire nei mondi superiori; in quel momento si produce nel discepolo ciò che si chiama l’illuminazione, mentre la preparazione o purificazione è invece costituita dagli esercizi per la formazione degli organi (il termine di « purificazione » vien impiegato perché, a mezzo dei relativi esercizi, il discepolo purifica un determinato campo della sua vita interiore da tutto ciò che deriva soltanto dalla osservazione del mondo sensibile). Succede talvolta che, anche prima dell’effettiva illuminazione, l’uomo riceva ripetutamente degli sprazzi di luce dal mondo superiore; deve raccoglierli con riconoscenza, poiché questi già lo rendono testimonio del mondo spirituale. Egli non deve però esitare se durante il suo periodo di preparazione, per quanto lungo questo gli possa sembrare, questi sprazzi non si verificassero. Del resto, chi si impazienta perché « ancora non vede nulla », non ha acquistato il giusto atteggiamento verso il mondo superiore; lo si ha soltanto se si considerano gli esercizi fatti durante il discepolato quasi come fine a se stessi. Questi esercizi sono realmente una elaborazione della sostanza spirituale- animica, cioè del corpo astrale dell’uomo; si può « sentire », anche quando « non si vede niente », che si sta elaborando sostanza spirituale-animica. Quando però si ha l’idea preconcetta di ciò che effettivamente si vuol « vedere », non si sperimenta quel sentimento. In tal caso non si darà valore a ciò che invece è di straordinaria importanza. Bisognerebbe osservare con minuta cura tutto ciò che si sperimenta durante gli esercizi e che è radicalmente diverso dalle esperienze del mondo sensibile. Il discepolo noterà allora che il corpo astrale sul quale egli lavora non è una sostanza neutra, ma che vive in esso un mondo del tutto diverso che non si conosce per mezzo della vita dei sensi. Entità superiori agiscono sul corpo astrale, così come il mondo esteriore fisico-sensibile agisce sul corpo fisico. E ci si trova di fronte alla vita superiore nel proprio corpo astrale, purché ci si voglia aprire ad essa. Il ripetersi sempre di nuovo: « Io non vedo niente » è la conseguenza dell’essersi immaginato l’aspetto di ciò che si deve percepire, e siccome poi non si vede quello che si era immaginato, ci si dice: « Non vedo nulla ».

 

Chi però pratica la disciplina con un giusto atteggiamento, amerà sempre più quegli esercizi per ciò che gli arrecano. Egli sa pure che per mezzo di tali esercizi agisce in un mondo spirituale-animico e aspetta con pazienza e rassegnazione il risultato dei suoi sforzi. Questo atteggiamento può affacciarsi alla coscienza del discepolo con le seguenti parole: « Io voglio fare tutti gli esercizi che sono adatti a me, e so che al tempo giusto mi verrà dato ciò che per me è importante; non chiedo questo con impazienza, mi preparo però sempre ad accoglierlo ».

 

Di contro non si può neppure obiettare: « Il discepolo dello spirito deve dunque procedere a tastoni nel buio forse per lunghissimo tempo, perché non può sapere di essere sulla via giusta con il suo esercitarsi, se prima non ottiene un risultato ». Ma non è vero che dal solo risultato si arrivi a conoscere la bontà della disciplina. Quando il discepolo ha un atteggiamento giusto di fronte agli esercizi, la soddisfazione recatagli dagli esercizi stessi gli dimostra, prima di qualsiasi risultato, che sta sulla buona via. L’esercizio giusto della disciplina spirituale arreca una soddisfazione che non è semplice soddisfazione, ma conoscenza; la conoscenza cioè che ci permette di dire: « Sto facendo qualcosa che vedo mi fa progredire nella linea giusta ». Il discepolo può procurarsi questa conoscenza in qualsiasi momento, purché osservi con cura le proprie esperienze. Se non impiega una simile attenzione, egli passerà davanti ad esse come un viandante assorto nei propri pensieri, il quale non vede gli alberi che fiancheggiano la strada, sebbene li vedrebbe certamente se dirigesse verso quelli lo sguardo con attenzione, — Non è affatto desiderabile affrettare la comparsa di risultati diversi da quelli che devono accompagnare naturalmente il corso degli esercizi, perché potrebbe darsi facilmente che quei risultati prematuri non fossero che ima minima parte di ciò che effettivamente dovrebbe presentarsi. Nello sviluppo spirituale un successo parziale è spesso causa di un lungo ritardo nel risultato completo. Il muoversi fra forme della vita spirituale che corrispondono a risultati parziali, rende insensibili agli influssi delle forze che conducono a gradini superiori di sviluppo; il successo conseguito per il fatto di avere finalmente « guardato » nel mondo spirituale, non è allora che apparente, perché questo modo di guardarvi non conduce alla verità, ma soltanto a immagini illusorie.

 

 

By | 2018-10-18T08:54:12+02:00 Ottobre 18th, 2018|ESERCIZI|Commenti disabilitati su I SEI ESERCIZI COMPLEMENTARI DELLA MEDITAZIONE