I SETTE RISCI, SCOLARI DEL MANU

I sette risci, scolari del Manu.

O.O. 106 – Miti e misteri dell’Egitto – 05.09.1908


 

Chi erano questi sette grandi maestri dell’antica India?

Per intenderlo dobbiamo guardare ancora una volta al macrocosmo. Dobbiamo renderci conto che quanto percepiamo con i sensi fisici è una conseguenza dello spirito. Se pensiamo spiritualizzato tutto il mondo che abbiamo intorno a noi, possiamo paragonarlo a una nebbia primordiale eterica. Essa andò via via addensandosi, discese allo stato di materia, e da qui vennero condensandosi e poi separandosi i diversi corpi celesti: il sole, la luna, la terra.

 

Ma perché gli altri pianeti si separarono? Saturno, Giove, Marte, Venere, Mercurio si formarono infatti mentre via via avvenivano le scissioni che abbiamo già detto. Perché avvenne tutto ciò?

Lo comprenderemo se sappiamo che nel grande universo avviene qualcosa di analogo a quel che si svolge nella nostra triviale vita ordinaria. Non solo gli scolari di ginnasio sono talvolta costretti a ripetere la classe; anche nel grande cosmo vi sono esseri che non possono seguire la classe e che rimangono indietro. Chiarito questo, ne risulta che un gruppo di esseri elevati non potè adattarsi al ritmo d’evoluzione della terra; quindi ne estrasse le sostanze più fini e con esse si formò per propria dimora il sole. Erano gli esseri più elevati legati con la nostra evoluzione. Anch’essi erano passati per un’evoluzione.

 

Vi furono dunque allora esseri che erano in procinto di diventare spiriti solari, ed altri che erano rimasti indietro, che non poterono tener dietro allo sviluppo dei primi e che erano più avanzati dell’uomo. Essi non furono in grado di seguire l’evoluzione degli esseri solari perché non erano maturi per quella evoluzione. Non poterono seguire il sole perché esso li avrebbe inceneriti. D’altro canto erano troppo nobili per la terra; perciò ne estrassero per sé sostanze speciali, corrispondenti alla loro natura, che per finezza stavano in mezzo tra il sole e la terra, e con queste sostanze si formarono la propria dimora, tra il sole e la terra. Così avvenne la formazione di Venere e Mercurio. Abbiamo dunque qui due gruppi di esseri che non erano elevati quanto quelli solari, ma che erano più avanzati degli uomini: divennero spiriti di Venere e spiriti di Mercurio, e diedero occasione al formarsi di questi due pianeti. Per altre ragioni si erano formati già prima Marte, Giove e Saturno, che a loro volta erano divenuti dimore per altri determinati esseri.

 

Vediamo così che spiriti sono la causa per la formazione di pianeti. Non dobbiamo però credere che queste entità, che popolano i diversi corpi celesti del sistema solare, non siano in connessione con gli abitanti della terra. Dobbiamo comprendere che i limiti fisici non sono limiti veri, e che anche oltre tali limiti per gli esseri degli altri corpi celesti vi sono molte possibilità di esercitare influssi magici sulla terra. Così si esercitano fin dentro di essa gli influssi degli spiriti di Sole, Marte, Giove, Saturno, Venere, Mercurio, e così via. Quelli di questi ultimi due pianeti sono più vicini al nostro, e aiutarono gli uomini dopo l’uscita del sole dalla terra a prepararla quale essa è oggi per noi.

 

Qui vorrei far notare che nella denominazione dei pianeti avvenne uno scambio che può dar luogo a malintesi: in occultismo si è sempre chiamato “Mercurio” quello che oggi l’astronomia chiama “Venere” e, viceversa, si è sempre chiamato “Venere” quel che l’astronomia d’oggi chiama “Mercurio”. Gli astronomi non sanno che alla base di tale scambio vi sono segreti esoterici che non si volevano rivelare; per celarli si ricorse appunto all’inversione.

 

Dunque tutti gli spiriti degli altri pianeti agiscono sulla terra, e da tutti i pianeti si irradiano influssi sull’uomo. Anzitutto tali influssi dovettero venir trasmessi agli uomini, e a questo fine i sette risci furono iniziati dal grande Manu in modo che ogni singolo di loro comprendesse nei suoi influssi i misteri di uno dei pianeti; siccome si contavano sette pianeti, i sette risci formarono una settemplice comunità capace di trasmettere ai discepoli l’insegnamento dei misteri del nostro sistema solare. In molte Scritture antiche se ne trovano accenni; ad esempio, si legge: «Vi sono misteri che vanno ricercati al di là dei sette, e sono quelli che teneva in serbo il santo Manu stesso, concernenti il tempo che precede la scissione dei pianeti».

 

Le forze conservate dai pianeti erano celate nei misteri dei sette santi risci, e il coro di sette risci agiva insieme, in perfetta armonia col Manu, nella meravigliosa sapienza che da loro veniva trasmessa ai discepoli. Volendo caratterizzarla dovremo dire: “La sapienza primordiale conteneva all’incirca ciò che impariamo a conoscere oggi come evoluzione dell’umanità attraverso gli stati planetari di Saturno, Sole Luna Terra, Giove, Venere, Vulcano. I misteri dell’evoluzione erano occultamente inseriti nei sette membri del consesso, ognuno dei quali significava un gradino nel progresso dell’umanità”.

 

Ciò vedeva il discepolo, e non soltanto lo vedeva, ma anche lo udiva quando si elevava al mondo devachanico, poiché esso è un mondo di suoni. Ivi egli udiva l’armonia delle sfere dei sette pianeti. Nel mondo astrale ne vedeva l’immagine; nel mondo deva-cianico ne udiva il suono; e nel mondo superiore agli altri, ne sperimentava la parola. Quando dunque il discepolo indiano si elevava al devachan superiore, attraverso la musica e la parola delle sfere percepiva come lo spirito primordiale Brahma si articolasse attraverso l’evoluzione nella settemplice catena planetaria, e lo udiva dalla parola Vha. Questa era l’indicazione del suono archetipico della creazione che il discepolo udiva, e in essa tutta l’evoluzione del mondo.

 

La Parola scissa in sette arti, la Parola archetipica della creazione, agiva nell’anima del discepolo, ed egli la descriveva ai non iniziati, all’incirca come noi descriviamo oggi la nostra evoluzione cosmica. Ciò che percepiva è elementarmente contenuto nel mio libro Teosofia. Ritroviamo una tale descrizione poi soltanto nell’antichissima sacra religione degli Indiani, in quelli che si chiamava i Veda, o Verbo, o Parola.

 

Questo è il vero senso dei Veda, e ciò che fu scritto più tardi è solo un ultimo ricordo della primordiale sacra dottrina della Parola. La Parola stessa fu poi tramandata di bocca in bocca poiché, con la stesura scritta, la tradizione primordiale viene lesa. Solo dai Veda si può ancora sentir trapelare qualche eco di ciò che allora fluì in quella civiltà. Quando il discepolo lo sperimentava nel suo ricordo, poteva dire: ciò che sperimento nella mia anima come Brahma, ciò che alberga in essa come Parola primordiale, esisteva già sull’antico Saturno; durante l’antico Saturno già risuonava il primo soffio della Parola vedica.

 

Poi l’evoluzione era continuata attraverso il Sole e la Luna fino alla Terra; la Parola si era condensata sempre più, aveva assunto forme sempre più dense, e l’immagine umana nel seme primordiale della terra era già una condensazione dello stato in cui la Parola primordiale era esistita su Saturno. Che cosa era dunque avvenuto?

 

La parola divina, l’uomo primordiale, si era avvolto in sempre nuovi involucri, e tutto dipese da quali involucri la Parola assunse entro l’evoluzione terrestre. Il discepolo sapeva che nulla si ripete tal quale nell’universo, e che ogni pianeta ha la sua missione. Vedeva sul Sole configurarsi la vita, e a ciò che sull’antica Luna era stato istillato come sapienza nei sostrati di tutte le cose, seguì sulla Terra, quale suo compito, sua missione, lo sviluppo dell’amore.

 

Sull’antica Luna l’amore ancora non esisteva. Così sul pianeta precedente quella ch’era stata, in una forma molto più spirituale, ma anche molto più fredda, l’immagine primordiale dell’uomo, si rivestì di un caldo involucro astrale. Ciò che doveva divenire uomo era stato avvolto sulla luna in un involucro astrale, ed è esso che sulla terra rende l’interiore vita umana capace di sviluppare l’amore dalla sua forma più bassa fino alla più elevata.

 

All’iniziando indiano la forma umana, l’immagine dell’uomo, diveniva percettibile con chiarezza nel devachan superiore. In quello inferiore si avvolgeva poi con un involucro astrale che aveva in sé le forze per sviluppare l’amore. L’amore, Eros, era chiamato kama. Così kama acquista un senso per l’evoluzione della terra.

La Parola divina, Brahman, si rivestì di kama, e attraverso kama risuonava al discepolo la Parola primordiale. Kama era la veste dell’amore, Vha la veste della parola primordiale, una parola che sta alla base della parola latina vox. Così nel suo intimo essere il discepolo sentiva che la parola di Dio si era avvolta in una veste astrale d’amore, e si diceva: l’uomo oggi consiste di quattro parti costitutive: corpo fisico, corpo eterico, corpo astrale e io, e come suo arto più alto l’io.

 

Questo discese nell’involucro d’amore e si formò kama-manas, l’intimo essere dell’uomo. Noi sappiamo che da questo intimo essere si svilupperanno tre parti superiori che trasformeranno quelle inferiori, persino il corpo fisico: come dall’involucro astrale nasce il manas, come a kama, a un livello superiore, corrisponde budhi, così il corpo fisico, quando sarà totalmente spiritualizzato, sarà atma. Tutto ciò era già contenuto in germe nel Vha, e un verso dei Veda ricorda ancora come il discepolo esprimesse il mistero dell’essere interiore più intimo.

Sappiamo che il corpo fisico fu generato su Saturno, il corpo eterico sul Sole, il corpo astrale sulla Luna, e l’io sulla Terra. Il vero germe archetipico dell’uomo, la Parola primordiale Vha, aveva già in sé anche le tre parti successive.

 

L’uomo è ancora in attesa delle tre parti superiori; soltanto quando le avrà,

sarà un’immagine fedele della Parola creatrice, della Parola primordiale.

 

Il discepolo era indirizzato a riconoscere che solo all’iniziato poteva rivelarsi la vera natura di corpo fisico, corpo eterico e corpo astrale. Oggi l’uomo è se stesso soltanto quando pronuncia «io sono», intendendo quel che è proprio cosa sua; solo qui egli è interamente uomo. Le altre parti sono pure manifeste, ma in esse è ancora inconscio. Nella quarta invece, il Vha è diventato manifesto. «Nella quarta parla l’uomo»! Questo era il detto dei Veda. Quando risuona la parola io, risuona la quarta parte del Vha.

 

Il verso dei Veda diceva:

«Quattro frazioni del Vha sono manifeste; tre sono oggi ancora celate, nella quarta parla l’uomo».

 

Abbiamo qui una mirabile descrizione di ciò che così spesso abbiamo esposto, e che stava dinanzi allo sguardo spirituale del discepolo. Questi veniva ricondotto allo stadio in cui nulla si era ancora scisso, in cui ancora esisteva la terra primordiale e parlava pienamente il Vha. Lo esprime un altro verso dei Veda: «Prima io non sapevo che cosa fosse l’io sono; solo quando venne sopra di me la primogenita della terra, lo spirito ne fu luminosamente pervaso, ed io ebbi parte nel sacro Vha, nella saggezza». In ciò è resa una visione che l’iniziato aveva. È così appena accennato a qualcuna delle esperienze degli antichi discepoli dei risci, alle mirabili dottrine che fluivano nella civiltà indiana e che vennero tramandate a quelle successive, trasformate secondo le esigenze della vita d’altri popoli. Ma tutti avevano compresa la parola originaria, il Vha.

 

 

By | 2020-02-08T00:57:21+01:00 Luglio 4th, 2018|MANU|Commenti disabilitati su I SETTE RISCI, SCOLARI DEL MANU