IL CORPO DELL’IO

Il corpo dell’io

O.O. 12-16-17 – Sulla via dell’Iniziazione – (Sesta meditazione)


 

Il meditante cerca di rappresentarsi il «corpo dell’io» o «corpo del pensiero»

 

• Si sente con maggior forza di essere fuori del proprio corpo fisico,

quando si sperimenta entro il corpo astrale,

che non quando si sperimenta nel corpo elementare.

 

• Con quest’ultimo ci si sente fuori del campo in cui si trova il corpo sensibile, ma si sente al tempo stesso anche questo corpo.

• Nel corpo astrale invece si sente il corpo dei sensi come qualcosa di esterno.

 

• Nel passare al corpo elementare si prova come un ampliamento della propria natura;

• nel penetrare nel corpo astrale sembra invece di compiere un salto entro un’entità diversa.

 

• In questa entità si sente operare un mondo spirituale composto da entità, alle quali ci si sente in un modo o nell’altro legati, o anche affini, e si apprende a poco a poco in quale rapporto tali entità stiano fra di loro.

• Per la coscienza umana il mondo si allarga verso lo spirito.

 

L’uomo vede delle entità spirituali le quali, per esempio, fanno sì che i successivi periodi dell’evoluzione dell’umanità siano realmente determinati nei loro caratteri da entità. Si tratta qui degli spiriti del tempo, o forze primordiali.

 

• S’imparano a conoscere altri esseri la cui esistenza si esplica sul piano animico, in modo che i loro pensieri sono al tempo stesso forze operanti della natura.

• Si arriva a riconoscere che solo per la percezione sensoriale le forze della natura appaiono ordinate quali appunto i sensi credono di percepirle, e che invece ovunque operi una forza della natura in realtà si esplica il pensiero di un’entità, come nel movimento di una mano si esplica un’anima umana.

 

Non è che l’uomo, per effetto di qualche teoria, ponga col suo pensiero delle entità dietro ai processi della natura; chi sperimenta se stesso nel corpo astrale, viene a trovarsi con quelle entità in un rapporto altrettanto poco concettuale e altrettanto concreto, quanto quello che l’uomo ha con altri singoli uomini nel mondo sensibile.

 

Fra le entità nel cui campo si entra in questo modo si può distinguere una scala di diversi gradi,e si può parlare di un mondo di gerarchie superiori.

Le entità, i cui pensieri si manifestano alla percezione sensoriale come forze della natura, si possono chiamare spiriti della forma.

 

• L’esperienza entro questo mondo fa sì che si senta il proprio essere nel mondo dei sensi come qualcosa di esterno a sé, come di solito nell’esistenza sensibile si considera esterna a sé una pianta. Questo modo di trovarsi al di fuori di ciò che nella vita ordinaria si deve sentire come l’àmbito totale del proprio essere, riuscirà estremamente doloroso, fintanto che non vi si aggiungerà ancora un’altra esperienza.

• Se si compie un energico lavoro interiore, che conduca a un congruo rafforzamento della vita animica, non è necessario che proprio questo dolore si manifesti in grado particolarmente elevato. Una graduale penetrazione nell’altro modo di esperienza può infatti procedere di pari passo con il familiarizzarsi con la vita nel corpo astrale.

 

Questo nuovo modo di sperimentare consisterà nel poter sentire tutto ciò che prima era nella o della propria anima, come una specie di ricordo: ci si trova dunque, nei confronti del proprio io quale era in precedenza, come nel mondo dei sensi ci si trova nei confronti dei ricordi.

Soltanto questo tipo di esperienza conferisce la piena consapevolezza di vivere davvero col proprio essere in un mondo del tutto diverso da quello dei sensi.

Si possiede ormai la conoscenza che l’«io» abituale è qualcosa che si porta attaccato a noi ed è diverso da ciò che si è realmente.

 

A questo punto ci si può contrapporre a se stessi: si acquista un’idea di ciò che ora sta di fronte alla propria anima, e di cui prima essa diceva: questo sono io stessa.

Adesso non dice più: «questo sono io stessa», bensì: «questo è qualcosa che porto con me».

 

• Come nella vita ordinaria l’io si sente autonomo di fronte ai suoi ricordi,

• così l’io ora conquistato si sente autonomo di fronte all’io precedente.

• Sente di appartenere al mondo di entità puramente spirituali.

 

E tale esperienza (dico esperienza vera, e non una qualsiasi teoria) si presenta in modo da far riconoscere che cosa sia in realtà ciò che fino a quel momento si è considerato come entità del proprio io.

Si presenta come un tessuto di rappresentazioni mnemoniche, prodotte dal corpo sensibile, da quello elementare e da quello astrale, come immagini riflesse da uno specchio.

Come l’uomo non si identifica con la propria immagine speculare, così l’anima che si sperimenta nel mondo spirituale non si considera identica a ciò che essa sperimenta di sé nel mondo dei sensi.

 

Naturalmente questo dell’immagine speculare non è che un semplice paragone: infatti l’immagine riflessa scompare, quando la persona modifica la propria posizione rispetto allo specchio.

 

Il tessuto dei ricordi, che rappresenta ciò che nel mondo sensibile si considera come il proprio essere, possiede un’autonomia maggiore dell’immagine riflessa dallo specchio.

A suo modo ha una propria entità; ciononostante, di fronte alla vera esistenza dell’anima è come un’immagine della propria entità.

 

Il vero essere dell’anima sente che, per manifestare se stesso, ha bisogno di quella immagine.

Sa di essere qualcosa di diverso, ma che non sarebbe mai riuscito ad apprendere veramente qualcosa su di sé, se non si fosse prima compreso, come immagine di se stesso, in quel mondo sensibile che dopo la sua ascensione al mondo spirituale gli è divenuto un mondo esterno.

 

Il tessuto di rappresentazioni mnemoniche che ormai viene considerato come il proprio io antecedente, si può chiamare il «corpo dell’io», o anche «corpo di pensiero». In questo connesso, il termine «corpo» deve venire preso in un senso più lato di quello che si è soliti chiamare un «corpo». Qui «corpo» significa appunto tutto ciò che si sperimenta di sé, con cui però non ci si identifica, ma lo si porta con sé.

 

Solamente quando la coscienza chiaroveggente è giunta a sperimentare come una somma di rappresentazioni mnemoniche ciò che fino allora aveva indicato come se stessa, potrà acquistare una vera esperienza di quel che si nasconde dietro il fenomeno della morte. Infatti ora essa è pervenuta all’essenza di un mondo veramente reale, nel quale sente se stessa come un essere capace di conservare, come in una memoria, ciò che viene sperimentato nell’esistenza sensibile.

 

Per proseguire la propria esistenza, quel che si sperimenta nel mondo sensibile ha bisogno di un’entità che lo possa conservare, come l’io ordinario conserva i ricordi nell’esistenza dei sensi.

La conoscenza soprasensibile rivela che l’uomo ha un’esistenza entro il mondo delle entità spirituali e che è lui stesso a conservare dentro di sé la propria esistenza materiale come un ricordo.

 

Alla domanda su che cosa possa divenire dopo la morte ciò che io sono adesso,

l’indagine chiaroveggente fornisce la seguente risposta:

tu sarai quel che di te stesso conservi, grazie al tuo esistere come essere spirituale fra altri esseri spirituali.

 

Si riconosce la natura di quegli esseri spirituali, ed entro ad essa la propria: tale conoscenza è esperienza diretta, grazie alla quale si sa che gli esseri spirituali, e con loro anche l’anima propria, hanno un’esistenza per la quale l’esistenza sensibile è una manifestazione transitoria.

Abbiamo veduto che per la coscienza ordinaria (nel senso della prima meditazione) il corpo appartiene a un mondo la cui vera partecipazione al corpo stesso si manifesta nella dissoluzione di questo dopo la morte; analogamente l’osservazione chiaroveggente mostra che l’entità dell’io umano appartiene a un mondo al quale essa è vincolata da legami del tutto diversi da quelli che vincolano il corpo alle leggi di natura.

I vincoli che legano l’entità dell’io agli esseri spirituali del mondo soprasensibile non risentono, nella loro intima essenza, dei fatti di nascita e morte.

 

Nella vita materiale del corpo tali legami si manifestano solo in un modo particolare.

Ciò che appare in questa vita è l’espressione di rapporti che sono di natura soprasensibile.

Poiché l’uomo come tale è un essere soprasensibile, e tale anche appare all’osservazione soprasensibile, il rapporto fra un’anima umana e l’altra sul piano soprasensibile non viene pregiudicato dalla morte.

E l’angosciosa domanda che in forma primitiva si presenta all’anima sul piano della coscienza ordinaria, se dopo la morte si rivedranno coloro che sono stati uniti a noi nella vita materiale, deve trovare una risposta decisamente affermativa, da parte dell’indagine vera, autorizzata in questo campo ad emettere un giudizio fondato sull’esperienza.

 

By | 2018-06-14T13:47:33+02:00 Giugno 14th, 2018|CORPO|Commenti disabilitati su IL CORPO DELL’IO