Il cristianesimo si evolve dagli antichi misteri

O.O. 187 – Come ritrovare il Cristo – 27.12.1918


 

Sommario: Il cristianesimo si evolve dagli antichi misteri. I gradi dell’iniziazione egizio-caldaica. L’’iniziazione antica va dalla conoscenza dell’uomo a quella del cosmo in quattro gradini. La porta dell’uomo, dell’autoconoscenza e della morte. Il Cristoforo. La nuova iniziazione va dalla conoscenza del cosmo a quella dell’uomo attraverso la porta delle forme, della vita e della coscienza

 

Nella conferenza precedente cercammo di mettere in luce gli impulsi dai quali si sviluppò il cristianesimo; parlando in senso figurato, si mostrò che il nucleo centrale del cristianesimo, il suo vero io si è per così dire incorporato in tre diversi elementi: nell’anima dell’antico ebraismo, nello spirito greco e nel corpo romano. Nell’intento di applicare l’idea cristiana all’epoca presente, ci proponiamo ora di portare un po’ oltre le considerazioni svolte nelle conferenze precedenti, cercando di acquistare qualche nuova conoscenza sul nucleo centrale del cristianesimo.

 

Per poter studiare l’evoluzione del cristianesimo occorre proprio mostrare come esso si sia sviluppato dai misteri antichi, cosa che ho fatto nel mio libro II cristianesimo come fatto mistico. Non è facile parlare oggi dei misteri antichi: per una certa necessità storica, nell’evoluzione dell’umanità è sopravvenuta un’epoca (che comprende anche il nostro tempo attuale), in cui il mondo dei misteri si è ritirato, e non svolge più il ruolo importante che ebbe quando da esso (oltre che da altre fonti) nacque il cristianesimo. Questa regressione dei misteri ha una sua valida giustificazione che analizzeremo con gli argomenti che verranno svolti in questa e nelle prossime conferenze; vedremo anche in che modo i misteri possano venire rinnovati in modo conforme ai tempi moderni.

 

In tempi antichi (e si tratta qui anzitutto del periodo greco e di quello egizio-caldaico) gli uomini erano attirati dai misteri perché la loro concezione li costringeva alla convinzione che il mondo circostante non fosse il mondo reale: occorreva ricercare vie e mezzi perché l’uomo potesse penetrare nel mondo della realtà vera.

Gli uomini di quei tempi antichi, o per lo meno quelli che si ponevano qualche problema di conoscenza, sentivano profondamente un certo fatto. Essi sapevano che, in qualsiasi modo si cerchi di penetrare con mezzi esteriori nell’essenza del mondo, non si riesce però ad acquistarne la conoscenza.

 

Per valutare tutta l’importanza di tale conoscenza per quei tempi antichi occorre tener presente che allora la grande maggioranza degli uomini possedeva ancora la piena percezione di certi fatti spirituali elementari. Non era come oggi, che la grande maggioranza degli uomini percepisce solo le impressioni trasmesse dai sensi; allora la gente percepiva ancora, per così dire attraverso i fenomeni naturali, una certa sostanzialità spirituale. Percepivano anche certi effetti che andavano al di là di ciò che noi oggi chiamiamo processi naturali. Sebbene quegli uomini parlassero delle manifestazioni di spiriti elementari nella natura, in quei tempi essi erano profondamente persuasi che nessuna percezione del mondo esterno (per quanto chiaroveggente) potesse svelare la vera essenza del mondo: questa doveva essere ricercata per vie particolari. Nell’ambito della concezione greca del mondo, quelle vie particolari furono riassunte efficacemente nel bel motto: « Conosci te stesso! ».

 

Ecco che cosa si può scoprire, se si indaga il vero significato del motto « Conosci te stesso! ». Si può scoprire che la forza di quelle parole nasce dalla conoscenza del fatto che, per quanto si possa conoscere il mondo esterno, non si riesce a scoprirne l’essenza, e neppure l’essenza dell’uomo.

 

Per esprimerci in modo semplice, si potrebbe dire: quegli uomini erano persuasi

che la conoscenza della natura non può chiarire l’essenza dell’uomo.

D’altra parte essi erano certi che la natura umana è in rapporto con l’intera natura dell’universo,

e che pertanto a chi riesca a penetrare nell’essenza della natura umana

si rivela anche qualcosa di essenziale sull’universo.

 

Mentre dall’osservazione del mondo (così ritenevano) non è possibile ricavare la conoscenza della sua intima essenza,

è invece possibile acquistarla fondandosi sulla conoscenza della natura dell’uomo che è una parte di quel mondo.

Quindi: conosci te stesso, per conoscere il mondo!

Questo è l’impulso che sta a fondamento della civiltà greca, e anche della iniziazione egizio-caldaica.

 

Ogni tipo di iniziazione procede per una serie di gradini, come ci si è abituati a chiamarli.

Ora il primo gradino dell’iniziazione egizio-caldaica veniva definito dicendo

che l’iniziando doveva passare per « la porta dell’uomo ».

Il passaggio per la porta dell’uomo era dunque il primo gradino.

 

Vale a dire che l’uomo stesso doveva diventare la porta dell’iniziazione.

Bisognava acquistare, alla soglia della conoscenza del mondo, la conoscenza dell’uomo,

perché tale conoscenza schiudeva la via all’altra, a quella dell’universo.

Perciò il « Conosci te stesso! »

equivale all’ingresso nell’essenza del mondo attraverso la porta dell’uomo.

 

Oggi però non ho intenzione di entrare nei particolari dei diversi gradini dell’iniziazione, ma vorrei piuttosto mettere in evidenza ciò che è essenziale per la comprensione del cristianesimo. Quello che sto per dire non va dunque considerato come una trattazione esauriente dei gradi dell’iniziazione, bensì come un richiamo a certe caratteristiche particolari dell’iniziazione egizio-caldaica, caratteristiche che ebbero una funzione di preparazione dell’essenza del cristianesimo.

Ciò che l’iniziando doveva imparare a conoscere alla « porta dell’uomo » era dunque la natura stessa dell’essere umano: una cosa che, per quanta pena si fosse data, non avrebbe potuto trovare nel mondo esterno.

 

Nei misteri si sapeva perfettamente

che nella natura umana era sopravvissuto qualcosa dei segreti dell’esistenza:

qualcosa che poteva essere scoperto con mezzi umani, ma non con l’osservazione del mondo esterno.

Di questo si era sicuri: volgendo lo sguardo al mondo esterno,

vi si ritrova certo il mondo della natura terrestre che circonda l’uomo.

Questa però non è altro che una specie di velo, di involucro, purché l’uomo la riconosca come tale.

Perfino ciò che le scienze sanno dirci oggi sulla natura esteriore, quale ci si manifesta,

non è in grado di rivelarci la sua essenza.

 

In quei tempi antichi (assai più intensamente di quanto lo si faccia oggi),

l’uomo poteva sollevare lo sguardo dalla natura terrestre circostante al mondo degli astri.

In esso scorgeva molte cose che egli sapeva essere connesse con l’uomo,

non meno delle piante o degli animali e dei minerali terrestri: un sapere questo che ai nostri giorni è andato perduto.

• Si sapeva che l’uomo, oltre che dai regni della natura terrestre, è nato anche dall’universo extraterrestre.

 

Certo però la conoscenza delle connessioni dell’uomo con l’universo extraterrestre

poteva nascere solo se si passava per la « porta dell’uomo ».

L’uomo portava in sé i residui di una connessione

dalla quale si era sciolto nel passaggio dall’evoluzione lunare a quella terrestre:

i residui della sua connessione col cosmo extraterrestre.

 

Egli veniva dunque guidato alla « porta dell’uomo »:

qui egli doveva imparare a conoscere l’uomo stesso, a conoscere entro se stesso quello che altrimenti

doveva limitarsi a guardare fuori di sé senza comprenderlo, soprattutto nel mondo stellare.

 

L’uomo imparava a conoscere di non essere soltanto inserito in un corpo terrestre, composto dai regni della natura, ma anche che nel suo essere complessivo era fluito qualcosa di proveniente dall’intero mondo stellare extraterrestre. Grazie alla conoscenza di se stesso, egli imparava a conoscere per così dire la natura del cielo stellato. Apprendeva di essere disceso per gradi, si potrebbe dire di cielo in cielo, prima di essere giunto sulla Terra e di esservisi incarnato in un corpo terrestre. Alla soglia della « porta dell’uomo » egli doveva risalire quei gradini per i quali era disceso: di solito se ne menzionavano otto. Durante la sua iniziazione egli doveva in certo modo ripercorrere quei gradini attraverso i quali era disceso, fino a poter nascere in un corpo fisico.

 

Una conoscenza di questo genere non può venire acquisita (e parlo sempre della conoscenza dei misteri precristiani) senza che ne venga coinvolto l’intero essere dell’uomo. L’uomo moderno non ama farsi un’idea della preparazione che in quei tempi antichi l’iniziando doveva fare, perché oggi quei fatti lo irritano, e sto scegliendo le parole per rendere quei fatti nel modo più preciso.

 

Oggi si vorrebbe, se possibile, passare anche per l’iniziazione, come se si trattasse di un fatto qualunque,

di un’esperienza qualsiasi da aggiungere alle altre.

Come si suol dire oggi, ci si vorrebbe « informare » sul modo di raggiungere certe conoscenze,

e soprattutto non si è affatto disposti a passare

per tutto ciò che doveva sperimentare nell’antichità chi aspirava all’iniziazione.

 

Non si gradisce affatto l’idea di venire afferrati in tutta la propria essenza umana

dalla preparazione all’iniziazione, di diventare un altro uomo.

Quegli aspiranti antichi dovevano invece proprio decidersi a diventare uomini diversi.

 

Le varie descrizioni che si trovano degli antichi misteri ne danno un’idea quanto mai confusa: per lo più esse suscitano l’impressione che le iniziazioni antiche fossero esperienze superficiali e fugaci, un po’ come le cosiddette iniziazioni della moderna massoneria. Le cose però non stanno così. Anche là dove oggi si riproducono le iniziazioni antiche, si tratta solo di imitazioni di esperienze che in tempi antichi erano reali, di imitazioni tutte esteriori che l’uomo moderno può fare senza alcun disturbo, proprio come gli piace.

 

La preparazione essenziale per l’uomo antico era invece quella di dover passare nel modo più intenso

per lo stato di estrema paura che sempre colpisce l’uomo,

quando viene condotto in piena coscienza di fronte a qualcosa di totalmente ignoto.

L’essenziale nelle iniziazioni antiche era proprio che si doveva sperimentare nel modo più intenso

il fatto di trovarsi di fronte a qualcosa che in nessun modo si sarebbe potuto incontrare nella vita ordinaria.

Questa esperienza non può essere fatta con alcuna delle forze animiche di cui ci si serve anche oggi nella vita esteriore.

 

Con le forze psichiche che l’uomo d’oggi predilige si può mangiare e bere, ci si può muovere nell’ambito sociale al modo oggi in uso, si può fare del commercio e della burocrazia: si può perfino diventare professore e occuparsi di scienze, ma con quelle forze non è possibile conoscere veramente nulla di reale.

 

L’atteggiamento animico con cui si voleva conoscere in quegli antichi tempi (e parlo sempre di quei tempi) era del tutto diverso, non poteva avere nulla in comune con le forze psichiche utili per la vita esteriore. Si doveva attingere a tutt’altre regioni dell’uomo, sempre presenti in lui, ma che egli ha una paura tremenda di maneggiare.

 

Con piena intenzionalità nell’iniziando veniva messa in azione quella regione

che anche in quei tempi l’uomo comune, profano, evitava con cura

e sulla quale oggi si ama farsi illusioni, lasciandola in un limbo confuso.

 

Per tale ragione si parla esteriormente di una serie di stati di terrore che venivano suscitati negli iniziandi, ma la cosa andrebbe intesa in senso molto più interiore, perché quelle condizioni venivano create per portare l’anima alla conoscenza desiderata, e ciò poteva avvenire solo nella regione della quale l’uomo nella vita ordinaria ha paura.

 

Solo attraverso quel reale stato d’animo, sopportato con coraggio, nel quale si provava soltanto la paura dell’ignoto (unico modo per conseguire la conoscenza), il discepolo poteva essere condotto poi all’altra esperienza di cui ho parlato poco fa: quella della discesa dell’uomo attraverso le regioni dei cieli (o del mondo spirituale), seguita dalla risalita per otto gradini.

 

Queste tappe vengono oggi imitate, non possono che essere riprodotte esteriormente, secondo le usanze del nostro tempo. Ma nell’antichità l’uomo faceva in realtà quelle esperienze.

Qui ci interessa soprattutto il risultato della presenza dell’iniziando alla « porta dell’uomo ».

 

Una volta raggiunta la comprensione del significato della sua presenza alla « porta dell’uomo »,

egli cessava di considerarsi (mi si scusi l’espressione!) come l’animale bipede

che riassume in sé sulla Terra gli altri regni della natura.

Cominciava invece a considerarsi cittadino dell’universo intero, dei cieli visibili e anche di quelli invisibili.

Cominciava a sentire la propria unità con tutto il cosmo, a sentirsi veramente come un microcosmo:

non solo come una piccola Terra, ma come un piccolo mondo.

 

Sentiva la propria connessione con pianeti e stelle fisse, sentiva cioè di provenire dall’universo.

Si potrebbe dire che egli sentiva che il suo essere non terminava alla punta delle dita o delle orecchie,

ma si estendeva oltre questa sua corporeità terrestre,

attraverso spazi infiniti, e al di là di quegli spazi ai mondi spirituali. Questo era il risultato.

 

Non si cerchi di tradurre questo risultato in un concetto troppo astratto, perché non se ne avrebbe gran che. Non è gran cosa l’affermare che l’uomo è un microcosmo, un piccolo universo, e attenersi solo a questo concetto astratto: in fondo, è solo un’illusione.

 

Negli antichi misteri l’essenziale era l’esperienza diretta.

Alla « porta dell’uomo » l’iniziando sperimentava realmente

di avere un’affinità con Mercurio, con Marte, col Sole, con Giove, con la Luna.

Sperimentava davvero che i geroglifici cosmici che il Sole percorre (in modo apparente, diciamo noi oggi ovviamente),

cioè le costellazioni dello zodiaco, hanno qualcosa a che fare con l’esistenza dell’uomo.

Solo in questo sapere concreto, fondato sull’esperienza, consisteva l’essenziale del processo cui mi riferisco.

 

Non è la stessa cosa, se oggi si traducono quei fatti in concetti astratti. Se oggi si traducono le antiche esperienze in concetti (questa stella produce il tale effetto, quell’altra il tal altro) si tratta appunto di concetti astratti. In quei tempi antichi si trattava invece di esperienze dirette, della reale risalita attraverso i diversi gradini per i quali l’uomo discende prima della nascita.

Solo a quel punto, quando l’iniziando aveva appreso per esperienza diretta di essere un microcosmo, lo si considerava maturo per salire a un successivo secondo gradino: quello che a quel tempo era propriamente il gradino dell’autoconoscenza. Qui l’uomo poteva fare l’esperienza di quello che egli stesso è.

Ciò che poc’anzi ho caratterizzato come l’essenziale (che è poi anche l’essenza del mondo) l’uomo antico poteva dunque trovarlo solo entro l’uomo stesso: per potersi introdurre nell’universo, occorreva passare per la « porta dell’uomo ».

 

Entro questo secondo grado,

tutto ciò che nel primo si era sperimentato come conoscenza si metteva per così dire in movimento.

È difficile dare oggi un’idea di questo mettersi in movimento di certe esperienze.

 

Al secondo gradino non solo si imparava in che modo siamo inseriti nel macrocosmo,

ma si diventava partecipi dell’intero moto dell’universo.

In certo senso si percorreva lo zodiaco insieme al Sole,

e per effetto di ciò si imparava a conoscere l’intera via che percorre ogni impressione esteriore esercitata sull’uomo.

 

Quando ci si trova di fronte al mondo esterno con la comune capacità di conoscenza, si conosce infatti soltanto l’inizio di un processo molto esteso. Noi vediamo un colore, ce ne facciamo una rappresentazione, forse la conserviamo nella memoria, ma più avanti di così non andiamo.

Questi sono tre gradini: se li si considerasse come qualcosa di compiuto, sarebbe come voler limitare a tre ore l’osservazione del corso del giorno, che ne ha dodici illuminate dal Sole.

 

Infatti ogni impressione che l’uomo accoglie da fuori,

e che al massimo egli segue fino alla rappresentazione ricordata,

compie in lui un processo ulteriore attraverso altri nove gradini.

L’uomo diventa per se stesso un che di mobile,

viene per così dire percorso interiormente da una ruota vivente e in movimento,

simile in qualche modo a come il Sole percorre il suo giro apparente nel cielo.

 

Così l’uomo imparava a conoscere se stesso, ma imparava a conoscere anche i segreti del macrocosmo.

• Se al primo gradino egli apprendeva come era inserito nel mondo,

• al secondo imparava il modo in cui si moveva nel mondo.

 

Se queste non diventavano conoscenze vitali, non si poteva raggiungere quello che negli antichi tempi doveva realmente sperimentare chiunque dovesse essere iniziato al terzo grado. Noi oggi viviamo in un’epoca nella quale vien fatto di negare ovviamente qualsiasi struttura ternaria (nel senso dei misteri), anzi si tende a cancellare del tutto dalla coscienza umana ogni struttura ternaria. Infatti, che lo ammetta o no, oggi l’uomo è convinto che tutto il mondo sia racchiuso nello spazio e nel tempo.

 

Lo si può constatare anche presso certi pensatori seri. Basta ad esempio pensare come nel secolo diciannovesimo, quando il materialismo teorico raggiunse il suo apice, si concepisse il pensiero della immortalità dell’uomo. Certe persone molto intelligenti, alla metà del secolo scorso e nella sua seconda metà fecero ripetutamente questa affermazione: se davvero al momento della morte l’anima abbandonasse l’uomo, nell’universo non ci sarebbe alla fine più posto, perché esso sarebbe del tutto riempito di anime. Questo venne espresso da persone davvero intelligenti, perché erano profondamente convinte che dopo la morte l’anima umana dovesse essere sistemata in qualche modo che si potesse caratterizzare mediante concetti spaziali.

 

Un altro esempio: c’era una volta (e forse c’è ancora) una Società Teosofica nella quale si insegnavano molte cose sugli elementi costitutivi superiori della natura umana. Non voglio dire che le guide illuminate di quella Società cadessero nell’errore ricordato, ma una gran parte dei loro seguaci aveva un’idea molto spaziale del corpo astrale umano: lo concepivano come una nube molto tenue, ma pur sempre spaziale. Quei seguaci speculavano poi molto, chiedendosi dove mai si trovasse quella nuvola spaziale, quando si separa dall’uomo addormentato. Era ben difficile spiegar loro che quei concetti spaziali sono del tutto inadeguati per lo spirituale.

 

All’uomo di oggi riesce straordinariamente difficile rendersi conto

che a partire da un certo punto del cammino della conoscenza

non solo si perviene ad altre parti dello spazio e ad altri tempi, ma si esce addirittura dal tempo e dallo spazio.

Il vero soprasensibile ha inizio là dove non soltanto si abbandonano le impressioni dei sensi e i processi temporali,

ma si abbandonano lo spazio e il tempo stessi,

e si penetra in condizioni di esistenza del tutto diverse da quelle che comprendono tempo e spazio.

 

Forse chi mi sta ascoltando si chiede in questo momento con qualche perplessità: ma come faccio a uscire dallo spazio e dal tempo col mio pensare? Eppure era proprio essenzialmente questa la vera conquista del passaggio attraverso i due primi gradi.

 

Se nell’epoca del materialismo si avesse ancora avuto una chiara coscienza di questi tre gradini, non si sarebbe diffusa una teoria tanto grottesca quanto quella dello spiritismo, e non alludo qui all’aspetto sperimentale, bensì alla teoria inventata per spiegarlo. Chi va in cerca di spiriti, tentando di portarli nello spazio sotto forma di corpi tenuissimi, non si rende affatto conto che, procedendo in tal modo, agisce già in modo non spirituale: va cioè in cerca di un mondo che non contiene spiriti, ma qualcosa di diverso dagli spiriti. Se lo spiritismo avesse una pallida idea che, per trovare spiriti, occorre uscire dal tempo e dallo spazio, non svilupperebbe l’idea grottesca che si debbano prendere delle disposizioni spaziali, grazie alle quali gli spiriti si manifestano così come si svolgono nel tempo i fenomeni spaziali.

 

Ho dunque menzionato ciò che doveva venire acquisito attraverso i primi due gradi, e fino al terzo: la possibilità cioè di uscire dal tempo e dallo spazio. A ciò si veniva in effetti preparati dal reale passaggio per la cosiddetta « porta dell’uomo » e poi dal secondo gradino.

 

Il terzo grado veniva denominato in un modo che oggi potremmo esprimere così:

l’iniziando passava per « la porta della morte ».

 

Egli cioè sapeva ora di trovarsi realmente fuori dallo spazio

nel quale si svolge la vita corporea dell’uomo tra la nascita e la morte,

e anche fuori dal tempo entro il quale la vita trascorre.

 

Sapeva di muoversi fuori da tempo e spazio, in quella che potremmo chiamare durata.

Imparava a conoscere ciò che, pur inserendosi nel mondo sensibile (come ho già ricordato),

non vi può venire compreso mediante quanto è presente in questo mondo,

poiché contiene in sé già qualcosa di spirituale.

 

L’iniziando imparava anche a occuparsi della morte e di tutto quanto la concerne.

Questo era in sostanza il contenuto del terzo gradino.

 

Comunque si considerino i riti dei misteri, diversi nei vari popoli, e comunque essi si presentino, in tutti ci si occupava della morte.

Sempre si dovevano prendere come punto di partenza per il terzo grado certe esperienze della morte fatte già entro la vita corporea: di quella morte che di solito porta l’uomo fuori del proprio corpo, e mi si scusi se uso questa espressione paradossale, ma al momento non ne ho di migliori.

Una tale esperienza era congiunta poi con la possibilità di considerare l’uomo, quale si presenta fra la nascita e la morte, come qualcosa di estraneo all’entità che si conseguiva ora, al terzo gradino.

A quel punto si era in grado di dare un senso all’idea di trovarsi fuori del proprio corpo, ma « fuori » aveva allora un significato non più spaziale, bensì sovraspaziale.

Si era dunque capaci di connettere con questa esperienza un concetto veramente sperimentabile.

 

A quel punto le persone coinvolte abbandonavano la fede nella religione comune del loro popolo; e anzitutto lì, alla « porta della morte», veniva superata la concezione che gli uomini si trovano sulla Terra, gli dèi invece, o Dio, in qualche luogo al di fuori degli uomini. Qui l’uomo sapeva di essere uno col suo dio, non si distingueva più da esso, si sentiva del tutto congiunto col dio. Quel terzo gradino portava all’uomo essenzialmente l’immortalità sperimentata in modo diretto. Era l’immortalità sperimentata, in quanto l’uomo era ora in grado di abbandonare quello che in lui è mortale, era capace di separarsi da ciò che in lui è mortale.

 

Questo risultato non deve però farci dimenticare l’intera via per pervenirvi. Tutto il cammino consisteva nell’imparare a conoscere se stesso. Ora l’uomo non era più dentro se stesso, ma nel mondo esterno: aveva portato con sé nel mondo esterno quanto aveva imparato grazie alla penetrazione in se stesso.

 

L’essenziale dell’iniziazione precristiana era che l’uomo penetrava in se stesso

al fine di trovarvi un quid che potesse poi portare con sé nel mondo esterno:

solo in questo (grazie al fatto di essersi egli separato da se stesso)

quel quid gli si sarebbe illuminato nel giusto modo, sì da sentirsi congiunto con l’essenza del mondo stesso.

Penetrava in se stesso per poterne uscire.

 

• Penetrava in se stesso perché solo lì poteva trovare qualcosa dell’essenza del mondo;

fuori non avrebbe potuto trovarlo, ma poteva invece sperimentarlo realmente.

• Passava per la « porta dell’uomo » e per la porta della conoscenza di sé, e per la « porta della morte »

per poter penetrare nel mondo che certo era fuori di lui.

• Anche il comune mondo naturale si trova fuori di noi,

ma l’uomo sapeva di poter trovare quello che andava cercando, solo se fosse penetrato in se stesso.

 

Dopo avere superato il difficilissimo terzo gradino, si era senz’altro maturi per il quarto.

Solo per aver praticato per un certo tempo la vita sul terzo gradino, si diventava maturi per il quarto,

in un modo che sarebbe molto difficile attribuire all’uomo odierno.

 

Per ragioni semplicemente legate al carattere della nostra epoca,

in realtà l’uomo d’oggi non raggiunge una maturità entro il terzo grado.

Egli non riesce a uscire dalle rappresentazioni di spazio e tempo,

se non mediante certe forze che però vanno ricercate per vie diverse da quelle seguite nei tempi antichi;

ne riparlerò nei prossimi giorni.

 

• L’uomo veniva sollevato alla coscienza del quarto gradino

mediante ciò che aveva portato nel mondo esterno, traendolo dal suo profondo.

• A questo punto egli diventava quello che più tardi fu chiamato un « Cristoforo », un portatore del Cristo.