/////IL FARAONE FIGLIO DI ISIDE E DI OSIRIDE

IL FARAONE FIGLIO DI ISIDE E DI OSIRIDE

Il faraone figlio di Iside e di Osiride.

O.O. 106 – Miti e misteri dell’Egitto – 14.09.1908


 

Sommario: Lo spirito nelle creazioni artistiche greche, schiavo della materia nel nostro tempo. La materia superata dal Cristo. Il Cristo fa superare anche la dipendenza dalle anime di gruppo. La via del Padre e degli dèi degli Egizi. Iside, anima di popolo egizia. Il faraone figlio di Iside e di Osiride. I giudici dei morti. Rinascita nel nostro tempo di ciò che allora sperimentarono le anime fra morte e rinascita.

 

Per assolvere il compito che ci eravamo proposti, dobbiamo ora studiare un po’ il carattere del nostro tempo, come abbiamo studiato quello dei quattro periodi postatlantici passati, sino all’apparire del cristianesimo. Abbiamo veduto come, dopo la catastrofe dell’Atlantide, si sia svolto l’antico periodo paleoindiano, poi quello paleopersiano e quello egizio-caldaico; caratterizzando il quarto periodo, il greco-latino, abbiamo veduto che in esso l’uomo lavorava sul piano fisico, raggiungendo allora un punto massimo della sua discesa, proprio grazie al suo lavoro nel mondo fisico.

 

La ragione per cui quel periodo, che da un lato ci rappresentiamo come il livello più basso dell’evoluzione, dall’altro è così attraente e simpatico per l’osservatore di oggi, è che esso divenne il punto di partenza per molti eventi importanti della civiltà attuale. In quel tempo avvenne infatti un’unione tra spirito e materia nell’arte greca. Abbiamo detto che il tempio greco era un monumento nel quale poteva abitare il dio; l’uomo poteva dirsi: ho portato la materia sino al punto in cui essa diventi per me come un calco dello spirito, e in cui io possa sentire ovunque qualcosa dello spirito. Così è di tutte le opere d’arte greche, ed è così di tutto ciò che si può narrare della vita dei Greci. Appunto quel mondo di creazioni artistiche, nelle quali era inserito lo spirito, rendeva la materia così fortemente attraente, che più tardi, nell’Europa centrale, Goethe cercò di rappresentare l’unione della sua individualità con il periodo greco nella tragedia d’Elena nel Faust.

 

Se dopo di allora la civiltà avesse continuato nella stessa direzione, quali ne sarebbero state le conseguenze? Un semplice abbozzo potrà chiarircelo.

Nella civiltà greco-latina l’uomo era disceso al massimo, ma in modo che in nessuna particella di materia aveva perduto lo spirito. In tutte le creazioni di quel tempo lo spirito era incorporato nella materia.

 

Osservando la figura di una divinità greca, vediamo ovunque come il genio creatore greco abbia impresso la spiritualità nella materia. Il Greco aveva sì conquistato la materia, ma senza perdere lo spirito; il progresso ulteriore normale della civiltà avrebbe condotto a cadere sotto il livello raggiunto, sì che lo spirito sarebbe diventato lo schiavo della materia.

Basta gettare uno sguardo imparziale su quanto ci attornia per riconoscere come ciò sia in realtà accaduto; l’espressione di tale caduta è il materialismo. È vero che in nessun’altro tempo più che nel nostro abbiamo conquistato la materia, ma soltanto per appagare bisogni materiali. Ci basta considerare con quali mezzi primitivi siano state costruite le gigantesche piramidi, e confrontarli con lo slancio e l’alto volo che lo spirito egizio era in grado di spiccare verso i misteri dell’esistenza cosmica.

 

Ci basta pensare con quale profondità spirituale gli Egizi vedevano nelle figure delle loro divinità le impronte, le immagini di quel che si era svolto in passato nel cosmo e sulla terra. Chi in Egitto era in grado di guardare nel mondo spirituale riviveva gli avvenimenti dell’epoca lemurica, diventati invisibili durante l’epoca atlantica.

Chi non diventava un iniziato, chi apparteneva al popolo, poteva partecipare a quei mondi spirituali con tutto il suo sentimento, con tutta la sua anima. Ma i mezzi di cui si disponeva per lavorare sul piano fisico erano primitivi, in confronto a quelli del nostro tempo. Basta leggere gli inni che i nostri contemporanei sciolgono in lode dei grandi progressi del nostro tempo. A ciò la scienza dello spirito non ha nulla da obiettare; continuiamo ad estendere sempre più la nostra conquista degli elementi. Ma guardiamo la cosa anche da un altro lato.

 

In un lontanissimo passato gli uomini trituravano il grano della terra con semplici pietre; erano però in grado di alzare lo sguardo alle altezze sublimi della vita dello spirito. Di quelle altezze la maggioranza degli uomini odierni non ha la minima idea. Ignora del tutto quel che sperimentava un iniziato caldeo quando vedeva a suo modo le stelle, gli animali, le piante, i minerali in connessione con l’uomo, e ne riconosceva le forze risanatrici.

I savi sacerdoti egizi erano uomini nei confronti dei quali i medici di oggi neppure sono all’altezza. A tali altezze della vita spirituale gli uomini odierni non sono capaci di elevarsi. Solo la scienza dello spirito sarà in grado di formare un concetto di quel che vedevano gli antichi iniziati caldei ed egizi. Per esempio, le interpretazioni che si danno oggi delle iscrizioni che racchiudevano quei profondi misteri, non sono che una caricatura di fronte al loro antico e alto significato. Vediamo che in passato gli uomini disponevano di scarsi mezzi per il lavoro sul piano fisico, ma di forze immense nei riguardi del mondo spirituale.

Sempre più l’uomo affonda nella materia, sempre più usa forze spirituali per conquistare il piano fisico. Non si potrebbe dire che lo spirito umano diventa schiavo del piano fisico? In certo modo scende persino al di sotto del piano fisico.

 

Se oggi si applicano enormi forze spirituali per produrre navi a vapore, ferrovie, telefoni, a che scopo si usano? Quali immensi tesori dello spirito sono stati così sottratti alla vita per i mondi spirituali!

Lo scienziato dello spirito è però del tutto d’accordo che sia così; non vuol muovere critica al nostro tempo, poiché sa che la conquista del piano fisico era necessaria; pure è vero che lo spirito è sommerso nel mondo fisico.

Per lo spirito significa qualcosa di più, è un vantaggio che invece di triturare il grano tra due pietre, si telefoni in un porto lontano e si faccia arrivare con una nave a vapore dall’America il grano che ci occorre? Quale incommensurabile forza spirituale è stata applicata per stabilire le comunicazioni che esistono oggi con l’America e con altri paesi lontani!

 

Ora chiediamoci: se abbiamo stabilito collegamenti fra tutte le parti del mondo, impiegandovi somme enormi di lavoro spirituale, non è forse per appagare la vita materiale, i nostri bisogni corporei? Siccome poi tutto viene ripartito nel mondo, ci è rimasta ben poca forza spirituale per ascendere ai mondi superiori, oltre a quella impiegata per il mondo materiale. Lo spirito è divenuto schiavo della materia.

Se il Greco vide incorporato lo spirito nelle sue opere d’arte, oggi lo spirito è disceso a fondo, e ne abbiamo una testimonianza nei molti perfezionamenti tecnici e meccanici delle nostre industrie, che servono solo a necessità materiali. Ora chiediamoci: è davvero avvenuto che gli uomini sono discesi troppo in basso?

Sarebbe avvenuto, e le conquiste umane sul piano fisico sarebbero diventate sempre più immense e poderose, se non fosse intervenuto ciò di cui abbiamo prima parlato. Al punto più basso dell’evoluzione umana sopravvenne l’impulso del Cristo a darle lo slancio necessario per una nuova ascesa.

 

L’intervento dell’impulso cristico nell’evoluzione dell’umanità

costituisce l’altro lato della civiltà.

 

Esso mostra la via per superare la materia, porta la forza grazie a cui la morte può venir vinta, dando all’umanità la possibilità di sollevarsi di nuovo al di sopra del piano fisico. Occorreva tale possente impulso, un impulso tanto efficace da vincere la materia nel modo grandioso che ci è descritto nel vangelo di Giovanni, sia nel battesimo nel Giordano, sia nel mistero del Golgota.

Il Cristo Gesù, che era stato preannunciato dai profeti, diede all’evoluzione dell’umanità il più possente impulso. L’uomo dovette separarsi dai mondi spirituali, per poi riunirsi di nuovo ad essi grazie all’entità del Cristo. Non possiamo però comprenderlo appieno, se non penetriamo ancora più addentro nei nessi di tutta l’evoluzione umana.

Dobbiamo accennare al fatto che l’apparire del Cristo sulla terra è un avvenimento che poteva prodursi soltanto nel momento in cui l’uomo era caduto più in basso. Il periodo greco-latino occupa il posto centrale nei sette periodi postatlantici. Nessun altro momento sarebbe stato il giusto, all’infuori di quello in cui l’uomo era diventato persona; allora anche il Dio doveva diventare persona per dargli la possibilità di risalire.

 

Abbiamo veduto che il cittadino romano fu il primo a prendere coscienza della propria personalità. Prima l’uomo viveva ancora nelle altezze del mondo spirituale; ora era disceso fino al piano fisico, e il Dio stesso doveva ricondurlo verso l’alto.

Dobbiamo ancora approfondire il terzo, il quinto periodo e quello centrale. Non dobbiamo studiare la mitologia egizia in maniera scolastica, ma metterne in rilievo i punti caratteristici, meglio atti a farci penetrare a fondo la vita del sentimento degli antichi Egizi, per chiederci poi come questa riemerga nel nostro tempo.

 

Abbiamo visto come tutte le grandiose immagini della Sfinge, di Iside e di Osiride nei miti e nei misteri egizi, fossero reminiscenze di condizioni antiche dell’umanità. Era come un riverbero nelle anime degli avvenimenti passati della terra. L’uomo vedeva il suo remotissimo passato, le sue origini.

L’iniziato era in grado di sperimentare di nuovo l’esistenza spirituale dei suoi progenitori, dei suoi padri. In origine l’uomo si era sviluppato da una condizione di anima di gruppo, e abbiamo visto come le anime di gruppo siano state conservate nelle quattro forme degli animali apocalittici. Il suo corpo venne evolvendosi dalla condizione di anima di gruppo e a poco a poco affinandosi, finché non fu arrivato allo sviluppo dell’individualità.

 

Possiamo seguire tale sviluppo anche storicamente. Leggiamo la Germania di Tacito: vi descrive le condizioni che regnavano nelle regioni germaniche nel primo secolo dopo Cristo, e mostra come la coscienza del singolo fosse ancora immersa in una coscienza comune, come regnasse ancora lo spirito della stirpe, sì che ad esempio il Cherusco si sentiva come un membro della sua stirpe. Questo sentimento era tanto forte che un singolo individuo poteva vendicare l’offesa fatta a un altro individuo dello stesso gruppo, secondo l’uso della vendetta di sangue. Troviamo cioè ancora una specie di anima di gruppo; l’appartenenza a un’anima di gruppo si conservò molto avanti nell’epoca postatlantica; è però solo un’eco, essa terminò in genere negli ultimi tempi dell’epoca atlantica. Il caso citato concerne soltanto i ritardatari. In realtà gli uomini nulla più sapevano dell’anima di gruppo. Nella epoca atlantica bene la si conosceva, e non si diceva “io” parlando di sé. In una cosa sola il senso di appartenenza a un’anima di gruppo si trasmise alle generazioni posteriori.

 

Per quanto strano possa sembrare, in tempi più antichi la memoria aveva tutt’altra forza e importanza. Che cosa è oggi la memoria? che cosa ci ricordiamo degli avvenimenti della nostra prima infanzia? Poco assai, e più in là non arriviamo; nulla rammentiamo di ciò che sta prima della nostra nascita. Non era così nell’antica epoca atlantica; anche al principio dell’epoca post-atlantica ci si ricordava di ciò che avevano sperimentato il padre, il nonno, il bisnonno. Parlare d’un io esistente tra la nascita e la morte non avrebbe avuto senso.

La memoria risaliva indietro per secoli; l’io si estendeva fino a dove un sangue comune fluiva dagli antenati ai discendenti. Solo che l’io di gruppo non si deve pensare esteso spazialmente sui contemporanei, ma esteso lungo le generazioni. Perciò l’uomo odierno non riuscirà mai a capire l’eco che vive nelle storie degli antichi patriarchi, e che Noè, Adamo e altri siano diventati tanto vecchi. Essi abbracciavano nel proprio io i loro antenati per molte generazioni passate.

 

Di questo l’uomo di oggi non può più farsi un’idea. A quei tempi non avrebbe avuto senso dare un nome a un singolo individuo tra la nascita e la morte. La memoria si prolungava attraverso i secoli per tutta la serie degli antenati, e fin dove giungeva la memoria attraverso i secoli, si continuava lo stesso nome.

Adamo è per così dire l’io che fluiva col sangue attraverso le generazioni. Solo conoscendo questi fatti reali si sa come sono queste cose. L’uomo si sentiva protetto in seno alla serie delle generazioni; questo intende la Bibbia là dove dice: «io e il padre Abramo siamo uno». Quando il seguace dell’Antico Testamento diceva quelle parole, sentiva realmente la sua appartenenza alla serie delle generazioni. Tale coscienza perdurò ancora tra i primi uomini postatlantici, ancora tra gli Egizi. Si sentiva la comunione del sangue, e ciò aveva conseguenze tutte particolari anche per la vita spirituale.

 

Quando si muore, si vive per un certo tempo nel kamaloka e, in seguito, per un tempo relativamente lungo, nel devachan. Questo è già una conseguenza dell’impulso cristico. Non era così nei tempi precristiani; allora ci si sentiva legati agli antenati fino all’inizio della stirpe.

Oggi nel kamaloka ci si deve disabituare alle brame e ai desideri ai quali ci si è abituati nel mondo fisico. Da questo dipende la durata di quella condizione. Ora ci si sente ancora attaccati alla vita trascorsa tra la nascita e la morte, ma nei tempi antichi si era legati a molto di più. Si era tanto connessi col piano fisico da sentirsi persino come una parte di tutta la serie delle generazioni fisiche.

Nel kamaloka non ci si doveva soltanto liberare dall’attaccamento alla vita fisica individuale, ma si doveva realmente ripercorrere tutto quel che si riconnetteva alle generazioni fino al capostipite. Lo si viveva a ritroso; come conseguenza si sentiva la profonda verità che sta a base del detto: sentirsi al sicuro nel seno di Abramo.

Si sentiva che dopo la morte si doveva risalire per tutta la serie dei progenitori, e si chiamava la via che così si doveva percorrere la “via verso i padri”. Solo dopo averla ripercorsa, si poteva ascendere ai mondi spirituali e percorrere la “via verso gli dèi”. L’anima di allora doveva dunque percorrere fa via ai padri e là via agli dèi.

 

Naturalmente le civiltà non si susseguirono a tratti così recisi. L’essenza della civiltà indiana è rimasta, ma si è trasformata. È rimasta accanto alle civiltà successive; nella sua continuazione, al tempo in cui fiorì la civiltà egizia, sorse pure qualcosa di simile. Oggi si scambia con troppa facilità quel che fu prima con quel che fu dopo, e perciò ho tanto sottolineato che accennavo soltanto ai tempi più remoti. Tra l’altro anche gli Indiani accolsero la concezione della via ai padri e della via agli dèi.

Quanto più l’uomo si iniziava, quanto più si liberava dai vincoli che lo legavano alla patria e gli avi, tanto più lunga diventava la via agli dèi e tanto più breve la via ai padri.

Chi era attaccato ai padri con tutte le sue fibre percorreva una lunga via ai padri e una breve via agli dèi.

Nella terminologia orientale la via ai padri era chiamata pìtrìyana, e la via agli dèi devayana. Se oggi usiamo la parola devachan ci deve essere chiaro che è un’espressione che usiamo per brevità; ma essa è una storpiatura della parola “Devayana”, “via agli dèi”.

Un antico vedantista riderebbe di noi, se udisse le descrizioni che diamo del devachan.

 

Non è facile orientarsi nel pensiero e nella concezione orientale, e talvolta dobbiamo addirittura proteggere le verità orientali contro coloro che pretendono di insegnarle. Molti che oggi studiano le cosiddette dottrine orientali non si accorgono di quanto esse siano confuse. La scienza dello spirito di oggi non aspira affatto ad essere una dottrina indiana orientale. In certi ambienti si ama molto ciò che viene da molto lontano, ad esempio dall’America, ma la verità è a casa sua dappertutto. Esplorare le antichità tocca agli eruditi, ma la scienza dello spirito è vita; la sua verità può venir indagata in ogni momento e ovunque. Dobbiamo tenerlo presente.

Per gli antichi Egizi, quel che ora abbiamo detto non era solo teoria ma anche pratica. Pratico era anche ciò che veniva insegnato nei grandi misteri dell’Egitto. Le cose erano diverse e dovremo ancora approfondirle. I misteri egizi perseguivano fini tutti speciali.

 

Oggi l’uomo facilmente sorride sentendo dire che in una data epoca il faraone era una specie di iniziato, sentendo raccontare quale rapporto l’Egizio avesse col suo faraone e con le istituzioni dello Stato. Per i dotti europei del nostro tempo è ben ridicolo che il faraone stesso si denominasse da sé “Figlio di Oro”, oppure semplicemente “Oro”. Oggi ci sembra strano che un uomo possa venir adorato come un dio; nulla di più assurdo si può pensare. Ma oggi non si sa chi fosse veramente un faraone e quale missione avesse; non si sa che cosa fosse davvero l’iniziazione di un faraone.

Oggi in un popolo si vede soltanto un gruppo di uomini che si possono contare; per la mente odierna, il popolo è un’astrazione priva di sostanza, la realtà è solo la somma di uomini che abitano in una certa regione. Tale non è un popolo per chi sta sul terreno dell’occultismo.

Come un dito è una parte di tutto il corpo, così le singole persone di un popolo fanno parte di un’anima di popolo, sono come immerse in essa; solo che l’anima di popolo non è una realtà fisica, è reale soltanto come figura eterica. E però un’assoluta realtà, e iniziato può intrattenersi con essa. È persino molto più reale per lui che non i singoli individui che compongono il popolo, molto più reale della singola persona. Per l’occultista hanno valore anche le esperienze spirituali; quindi per lui l’anima di popolo è una cosa senz’altro reale. Consideriamo ora in modo schematico la connessione dell’anima di popolo con gli individui.

 

Se pensiamo i singoli individui come piccoli cerchi, essi sono separati l’uno dall’altro solo per l’osservazione fisica esteriore. Chi li guarda spiritualmente vede invece le singole individualità immerse come in una nebbia eterica, e questa è l’incarnazione dell’anima di popolo. L’uomo singolo pensa, agisce, sente e vuole qualcosa, e irradia i suoi sentimenti e i suoi pensieri nella comune anima di popolo. Essa ne riceve una certa colorazione, e così viene compenetrata dai pensieri e dai sentimenti dei singoli individui. Se prescindiamo dal corpo fisico umano e ne osserviamo soltanto il corpo eterico e il corpo astrale, e poi il corpo astrale di tutto un popolo, vediamo che quest’ultimo riceve il suo colorito e le sue intonazioni dai singoli individui.

Questo sapeva l’antico iniziato egizio, ma sapeva anche di più. Quando osservava la sostanza del popolo si chiedeva: che cosa vive in effetti nell’anima di popolo? che cosa vedeva in essa? Vedeva la reincarnazione di Iside. Vedeva come un tempo Iside avesse peregrinato in mezzo agli uomini e agito nell’anima di popolo. L’Egizio vedeva manifestarsi in lei le stesse influenze che provenivano dalla luna e che agivano nell’anima di popolo. Vedeva Osiride agire nei raggi spirituali individuali e riconosceva in essi l’influsso di Osiride, mentre vedeva Iside nell’anima, di popolo.

Osiride dunque non era visibile sul piano fisico, era morto per il piano fisico. Solo quando il singolo moriva, Osiride riappariva ai suoi occhi. Perciò nel Libro dei morti leggiamo come l’Egizio sentisse che nella morte si ricongiungeva con Osiride e diventava egli stesso un Osiride. Osiride ed Iside agivano insieme nello Stato e nel singolo individuo come sua parte.

 

Ora ritorniamo al faraone, e pensiamo che per lui tutto ciò era una realtà. Prima dell’iniziazione egli riceveva un’istruzione affinché non solo comprendesse tutto ciò con l’intelletto, ma per lui fosse una realtà. Egli doveva esser portato al punto di dirsi: se voglio reggere il popolo, devo sacrificare una parte della mia spiritualità, una parte del mio corpo astrale e del mio corpo eterico. In me devono agire i principi di Osiride e di Iside. Nulla devo volere per me personalmente: quando parlo, deve parlare Osiride; quando faccio qualcosa, Osiride deve farla; quando muovo la mano, Osiride ed Iside devono agire. Io devo rappresentare il figlio di Osiride e di Iside: Oro.

 

L’iniziazione non è erudizione, ma il sapersi sacrificare come si sacrificava il faraone, fa parte dell’iniziazione. Quel che di se stesso così egli immolava in tal modo, poteva infatti venir riempito da parti dell’anima di popolo. La parte di se stesso che il faraone sacrificava era quella che gli dava potenza.

La giusta potenza non deriva dall’elevare la propria personalità come tale, ma dall’accogliere in sé ciò che trascende i limiti della personalità, cioè una più alta potenza spirituale.

Il faraone aveva accolto in sé una tale potenza, e questa veniva rappresentata esteriormente dal serpente Ureo.

Abbiamo così gettato lo sguardo sopra un altro mistero, su qualcosa di molto più alto di ciò che le solite spiegazioni odierne dicono dei faraoni.

 

Se l’Egizio nutriva tali sentimenti, che cosa doveva importargli di più? Che l’anima di popolo divenisse quanto più forte possibile, quanto più ricca di energie buone, e che essa non venisse diminuita. Sui legami del sangue tra gli uomini, gli iniziati egizi non potevano contare. Ma le ricchezze spirituali accumulate dai padri dovevano diventare patrimonio della singola anima. Questo ci viene indicato nel giudizio dei morti, quando l’uomo veniva a trovarsi dinanzi ai giudici che pesavano tutte le azioni dei singoli individui.

Chi sono i 42 giudici dei morti? Sono gli antenati.

 

Si aveva la credenza che la vita del singolo fosse connessa con quella di antenati, e nel mondo di là egli doveva rendere loro conto se aveva o no accolto davvero in sé quanto essi gli avevano offerto spiritualmente.

L’insegnamento dei misteri egizi mirava dunque a diventare qualcosa di pratico per la vita, che doveva però anche servire per il periodo dopo la morte, cioè tra la morte e una nuova nascita. Nel periodo egizio l’uomo si era già impigliato nel mondo fisico, ma doveva anche innalzare lo sguardo ai suoi antenati dimoranti nell’altro mondo, coltivando nel mondo fisico quanto da essi gli era stato tramandato. Da un tale interesse egli veniva vincolato al mondo fisico, in quanto doveva collaborare all’opera iniziata dai padri.

Ora dobbiamo pensare che le anime di oggi sono reincarnazioni delle antiche anime egizie. Che cosa significa dunque per le anime di oggi ciò che era avvenuto allora, e che esse avevano sperimentato nella loro incarnazione egizia?

 

Tutto quanto l’anima sperimentò allora tra la morte e una nuova nascita, si è intessuto in essa, esiste in essa e ricompare nel nostro quinto periodo (che porta in sé i frutti del terzo) nelle idee, nelle tendenze del nostro tempo, aventi la loro causa nell’antico mondo egizio.

Quelli che allora, quali germi, furono immessi nelle anime, ricompaiono nelle idee d’oggi. Perciò è facile riconoscere che quel che gli uomini conquistano oggi sul piano fisico, non è se non una materializzazione dell’interesse che gli Egizi rivolgevano al piano fisico; solo che oggi gli uomini sono ancora più sprofondati nella materia.

Nella mummificazione abbiamo già veduto una delle cause della concezione materialistica del mondo che si manifesta sul piano fisico.

 

Pensiamo a un’anima di allora; pensiamola quale discepolo di un antico iniziato egizio. Un tale discepolo innalzava il suo sguardo spirituale al cosmo e ne aveva una visione reale. Visione reale erano per lui Osiride ed Iside che si muovevano sulla luna. Per lui tutto era compenetrato di esseri divino-spirituali, e l’anima sua ne era alimentata. Poi egli rinasce nel quarto e nel quinto periodo. Nel quinto egli riesperimenta tutto ciò, gli riaffluisce come ricordo.

Che cosa ne avviene ora? Il mondo stellare, al quale il discepolo aveva innalzato gli sguardi, riaffiora come ricordo nell’anima di un uomo del quinto periodo. Egli ricorda quel che allora ebbe a vedere e a sentire, ma non può riconoscerlo, poiché ha preso un colorito materiale. Ora non vede più la parte spirituale delle cose, ma ne comprende le condizioni materiali meccaniche, e ricrea il pensiero in forma materialistica come ricordo. Dove prima aveva veduto esseri spirituali, Osiride e Iside, ora vede solo forze astratte senza il loro nesso spirituale. Le relazioni spirituali gli ricompaiono in forma di pensiero; tutto rinasce, ma in un aspetto materiale.

 

Applichiamo tutto ciò a un’anima determinata che allora ebbe la visione delle grandi connessioni cosmiche, e pensiamo che le risorga quel che essa vide spiritualmente nell’antico Egitto; pensiamo che ciò le risorga nel quinto periodo, e avremo l’anima di Copernico.

Il sistema cosmico copernicano è così sorto come una visione mnemonica delle esperienze spirituali dell’antico Egitto. Lo stesso è del sistema cosmico di Keplero.

In questi grandi le immense leggi cosmiche sperimentate nel periodo egizio rinascono nel ricordo.

 

Pensiamo a che cosa potrà dirci un’anima in cui affiori una lontana reminiscenza di quel che essa sperimentò in forma spirituale nell’antico Egitto. Che cosa può dirci uno spirito del genere? Dirà che gli sembra di guardare indietro all’antico Egitto e lo esprimerà forse con le parole: «Ormai, un anno e mezzo dopo che mi si è rivelata la prima aurora delle più meravigliose visioni, dopo qualche mese appena da quando esse mi si sono illuminate della luce del giorno, e dopo pochi giorni soltanto, da che esse mi rifulgono nella piena gloria solare, nulla mi trattiene più! Voglio esaltarmi del più sacro ardore, voglio schernire gli uomini con la semplice confessione d’aver rapiti i vasi d’oro degli Egizi per costruire con essi un tempio al mio Dio, lontano assai dai confini d’Egitto».

 

Non è come una reminiscenza reale corrispondente alla verità? Esse sono di Keplero; egli dice anche: «Le antiche memorie battono al mio cuore». Tali sono i meravigliosi legami che uniscono le cose nell’evoluzione dell’umanità; quando intuiamo tali legami, molta luce e molta comprensione si accendono su certe frasi, altrimenti misteriose. Allora la vita diviene grande e magnifica, allora gli uomini si sentono partecipi di un gran tutto, quanto più comprendono che il singolo non è che una forma individualizzata della spiritualità da cui il mondo è compenetrato.

 

Ho già fatto osservare altre volte che anche il darwinismo, sorto nel nostro tempo, è una grossolanità materialistica delle immagini che gli Egizi si facevano degli dèi in forma animale. Così potei anche mostrare che, se si comprende giustamente Paracelso nel suo giusto significato, si può riconoscere nella sua medicina una rinascita di quel che si era insegnato negli antichi templi egizi.

 

Osserviamo un momento uno spirito come Paracelso; abbiamo da lui uno strano detto. Appena lo approfondiamo, vediamo quale alto spirito vivesse in lui. Egli disse di aver molto appreso un po’ dappertutto, ma meno che altrove nelle accademie; e di aver preso le sue conoscenze nei suoi viaggi, soprattutto dal popolo e dalle antiche tradizioni.

Qui non ci è possibile accennare con esempi alle profonde verità che ancora esistono nel popolo e che non vengono più comprese, ma che Paracelso era ancora in grado di valutare. Egli narrava di aver trovato un libro con profonde verità mediche, e lo nomina: la Bibbia! Non intende solo l’Antico Testamento, ma soprattutto il Nuovo. Basta saper leggere la Bibbia e vi si trova quel che Paracelso vi aveva scoperto. Ma da dove viene la sua medicina?

La sua medicina è una lontana reminiscenza degli antichi metodi medici dell’antico Egitto. Poiché egli aveva accolto i misteri del cristianesimo, l’impulso all’ascesa, le sue opere sono compenetrate di saggezza spirituale, sono cristianizzate. Questa è la via che conduce all’avvenire; è quel che dovrebbero fare tutti coloro che vogliono evitare nei tempi moderni la caduta nella materia. Vi è qui la possibilità di non sottovalutare i grandi progressi materiali, ma di compenetrarli con impulsi spirituali.

 

Chi oggi studia ciò che la scienza materiale può offrire, e vi si approfondisce senza esserne sopraffatto, fa un buon lavoro anche come scienziato dello spirito. Molto si può imparare dagli scienziati materialisti. Quel che così apprendiamo possiamo compenetrarlo del puro spirito che può offrire la scienza dello spirito.

Quando compenetriamo ogni cosa di spirito, operiamo nel senso di un cristianesimo bene inteso. Perciò è un calunniare la scienza dello spirito il dire, come fanno taluni, che essa è una concezione fantastica del mondo. Essa può sostenersi ferma e sicura sul terreno di ogni realtà.

Fermarsi a una rappresentazione schematica dei mondi superiori, sarebbe una rappresentazione troppo elementare della scienza dello spirito.

 

Quello che importa per lo studioso di tale scienza non è sapere a memoria i suoi concetti,

ma far sì che i suoi insegnamenti e le sue concezioni sui mondi superiori

divengano feconde nell’uomo e penetrino nella pratica della vita.

 

Non importa che si predichi di un generale amore fraterno. È meglio parlarne il meno possibile. Con frasi del genere è come se si dicesse alla stufa: «Stufa cara, il tuo compito è riscaldare la stanza. Esegui il tuo compito». Così è per le dottrine date con frasi del genere. Importanti sono i mezzi. La stufa rimane fredda se ci si limita a dire che deve essere calda. Lo diventa, se le si dà combustibile. Anche l’uomo rimane freddo, solo con gli ammonimenti.

 

Ma quale è il combustibile per l’uomo moderno?

• I singoli fatti della dottrina spirituale sono combustibile per l’uomo.

Non la si deve prender comoda e limitarsi alla “generale fratellanza”.

All’uomo va dato combustibile. La fratellanza viene poi da sé.

• Come le piante tendono le loro gemme al sole,

così noi dobbiamo guardare al sole della vita spirituale.

 

Importa invece che le cose nelle quali abbiamo guardato non le accogliamo soltanto come dottrine teoriche,

ma che diventino forza nelle nostre anime.

Per ognuno, in qualsiasi posizione nella vita pratica, esse possono dare impulsi per quel che ha da fare.

 

Coloro che oggi guardano con un certo scherno alla scienza dello spirito si sentono superiori ai suoi “fantastici” insegnamenti e non trovano prove, dicendo che bisogna invece attenersi ai fatti. Potrebbe facilmente accadere, se lo scienziato dello spirito non fosse saldo, ma reso timido dalla vita nella scienza dello spirito, potrebbe facilmente accadere che egli fosse fuorviato nella sua sicurezza ed energia, se vedesse che proprio coloro che la dovrebbero capire, proprio loro non la capissero.

Il nostro tempo guarda con disprezzo a come gli Egizi denominavano i loro dèi. La si chiama “irreale astrazione”. L’uomo moderno è però molto più superstizioso, e dipende da tutt’altri dèi che per lui sono un’autorità. Poiché però non piega le ginocchia davanti a loro, non avverte la sua superstizione.

 

Quando capita di essere insieme, dobbiamo pensare che quando ci separiamo non dobbiamo aver accolto una somma di verità, ma aver assorbito un’impressione generale, un sentimento che giustamente assume la forma che la scienza dello spirito chiama impulso volitivo; vogliamo portare con noi nella vita la scienza dello spirito e da nulla ci faremo fuorviare nella nostra sicurezza.

Poniamoci un’immagine di fronte all’anima. Si sente spesso dire: guarda un po’ i cercatori dello spirito! Si riuniscono nelle loro logge e trattano le cose più fantasiose. Chi è all’altezza del nostro tempo non vuole farsi impegolare in cose del genere. I seguaci della scienza dello spirito sembrano oggi, a volte, una classe disprezzata di persone piuttosto ignoranti. Dobbiamo perciò scoraggiarci? Certo che no!

 

Poniamoci davanti all’anima un’immagine e risvegliamo i sentimenti che vi si connettono. Ricordiamo qualcosa di simile del passato, ricordiamo come nell’antica Roma accadde qualcosa di simile. Sappiamo come il primo cristianesimo si diffuse proprio a Roma fra gente del tutto disprezzata. Con giusta meraviglia vediamo ancora oggi ad esempio il Colosseo che la Roma imperiale fece costruire. Possiamo anche vedere la gente che allora si stimava all’altezza dei tempi sedere nel circo a guardare i cristiani venir bruciati nell’arena, vedere spargere l’incenso affinché non si diffondesse l’odore dei cadaveri bruciati.

 

Dirigiamo ora lo sguardo alla schiera dei disprezzati. Vivevano nelle catacombe, in corridoi sotterranei. Ivi doveva nascondersi il cristianesimo che si diffondeva, e lì sotto i primi cristiani costruirono gli altari sulle tombe dei loro morti. Là sotto ebbero i loro magnifici segni, i loro santuari. Veniamo afferrati da una strana atmosfera camminando oggi nelle catacombe della Roma sotterranea e disprezzata. I cristiani sapevano che cosa li attendeva. Era disprezzato il primo germe dell’impulso del Cristo, chiuso sulla terra nelle catacombe sotterranee. Ma che cosa è rimasto della Roma imperiale? È scomparsa dalla terra. Quel che però viveva nelle catacombe si è elevato.

 

Coloro che oggi vogliono essere i portatori di una concezione spirituale del mondo abbiano la sicurezza dei primi cristiani. I seguaci della scienza dello spirito vivano disprezzati dai dotti del presente, sappiano però di lavorare per qualcosa che fiorirà e prospererà in avvenire. Imparino a sopportare tutte le avversità del presente.

 

Noi lavoriamo per l’avvenire.

Lo si può fare con modestia e con sicurezza,

senza sentirsi superiori, ma forti contro le incomprensioni del nostro tempo.

 

Con questi sentimenti cerchiamo di rendere durevole quel che ci è passato davanti all’anima;

diventi in noi forza, e con essa continuiamo ad agire fraternamente fra di noi nel giusto senso.

 

 

By | 2018-10-17T12:08:40+02:00 Ottobre 17th, 2018|INIZIATI|Commenti disabilitati su IL FARAONE FIGLIO DI ISIDE E DI OSIRIDE