/////IL MISTERO DEL NATALE – BASILEA, 23 DICEMBRE 1920

IL MISTERO DEL NATALE – BASILEA, 23 DICEMBRE 1920

Il mistero del Natale – Basilea

O.O. 202 – Il ponte fra la spiritualità cosmica e l’elemento fisico umano – Vol. II 21.12.1915


 

In tre feste annuali la cristianità rammemora quell’Essere

che per essa conferisce un senso alla vita terrena,

e dal quale irradia la massima forza di questa vita sulla terra.

 

Di queste tre feste,

• quella di Natale si appella specialmente al nostro sentire, volendolo interiorizzare al massimo.

• La festa di Pasqua si appella invece alla nostra comprensione umana;

• e la festa di Pentecoste, alla nostra volontà.

 

Effettivamente si coglie l’essenza del mistero natalizio solo approfondendo, quel sentire

che ci pone dinanzi l’intera nostra entità umana, con tutto il suo valore e la sua dignità.

 

Si rende giustizia a quello che dev’essere il nostro sentimento per la festa di Natale

solo se si è in grado di sentire nel giusto modo e con sufficiente intimità

ciò che l’uomo è nell’universo.

 

• Al mistero della Pasqua si rende giustizia solo quando si comprenda fino in fondo

quel miracolo meraviglioso che in essa è contenuto, il miracolo della risurrezione.

• E in quanto alla festa di Pentecoste, si vede nella giusta luce ciò ch’essa ha da essere,

sol quando vi si scorga la forza per evolvere la nostra volontà e per sollevarla oltre i soli istinti umani.

 

Il Cristo Gesù sta in rapporto coi principi universali del Padre:

e questo fatto ci viene messo dinanzi dalla festa di Natale.

Il Cristo Gesù sta in rapporto con ciò che ci siamo abituati a chiamare il principio del Figlio;

e questo fatto ci viene messo dinanzi dal mistero della Pasqua.

E con ciò che come Spirito pervade il mondo ed opera in esso,

il Cristo sta in rapporto nel modo che ci è fatto presente dal mistero della Pentecoste.

 

Scorgendo intorno a noi la natura esterna, vediamo, grazie alle forze di essa, anche l’uomo entrare nell’esistenza fisica. Sappiamo, da tutto quello che ci può dire la scienza dello spirito, che non consideriamo giustamente la natura, se la contempliamo soltanto nelle sue esteriorità fisico-sensibili.

Sappiamo che forze divine le si intessono intorno, prendiamo coscienza, nel vero senso della parola, della nostra-origine naturale, solo se teniamo conto di quelle forze divine.

Allora rivolgiamo lo sguardo ai principi del Padre che permeano la natura, sia secondo i criteri delle religioni antiche, sia anche secondo il cristianesimo giustamente inteso.

Scorgendo i fiori che crescono nei campi, e il balenar del lampo a cui tien dietro il rombo del tuono, o il sole che percorre la volta celeste, e lo scintillio delle stelle, ascoltando lo scroscio delle cascate e il fluire dei fiumi, — comunque ci si mostri, in queste manifestazioni della vita naturale, la misteriosa origine d’ogni divenire, — scorgeremo pure ciò che introduce noi stessi in questo mondo attraverso il mistero della nascita fisica.

 

Ma questo mistero della nascita fisica resta pur sempre, nei riguardi dell’essere umano, qualcosa d’inesplicabile, se non riusciamo a congiungerlo col ricordo, intimamente sentito, del mistero del Natale, dell’infanzia venuta nell’umanità attraverso il bambino Gesù. Che cosa ci dice questa infanzia?

 

Ci dice questa immensa cosa: che per essere pienamente umani, non basta essere nati,

essere cioè presenti nel mondo solo grazie a quelle forze della nascita fisica

che introducono nell’esistenza tutti gli esseri, l’uomo compreso.

 

Il sacro mistero del Natale, dinanzi all’infanzia del Cristo, ci rivela

che la nostra vera natura umana non può semplicemente «nascere»,

ma deve «rinascere», nelle profondità della nostra anima,

e che l’uomo, nel corso della sua vita, deve sperimentare qualcosa, entro la sua esistenza animica,

che faccia di lui un essere umano completo.

 

E l’uomo può sperimentarlo soltanto se viva in unione

con ciò ch’è penetrato nell’evoluzione terrestre attraverso l’infanzia della festa natalizia.

 

Guardando all’infanzia di Gesù dobbiamo dirci: solo pel fatto che questo Essere, nel corso dell’evoluzione umana, è venuto fra gli uomini, l’essere umano è diventato capace d’essere uomo nel pieno senso della parola; vale a dire di unire quel che riceve attraverso la nascita con l’amore pieno di devozione che sente per Colui ch’è disceso dalle altezze spirituali per congiungersi, attraverso il grande sacrificio, con l’esistenza umana.

 

Il contemplare la discesa del Cristo nell’evoluzione umana era una immensa esperienza per molti uomini dei primi secoli cristiani. In certo modo, li rendeva coscienti della doppia origine degli esseri umani: quella fisica e quella spirituale.

Gesù passa attraverso una nascita; e il Cristo, guardando a Gesù, nella notte di Natale, scorge un bambino nato dalla, terra. Ma Egli si dice: qui è nato un essere diverso dagli altri uomini; è nato un essere grazie al quale gli altri uomini possono ricevere ciò che la semplice nascita fisica non può dar loro.

Il nostro sentimento si approfondisce, se comprendiamo nel giusto modo e con vero amore

che dobbiamo nascere due volte:  • una volta per le forze della natura,   • e poi rinascere per le forze del Cristo Gesù.

 

Questa è la nostra comunione col Cristo Gesù che, per grazia sua,

ci conferisce la piena coscienza del nostro valore e del nostro carattere umano.

E se, dall’evoluzione dei secoli, vogliamo trarre un insegnamento, dobbiamo dirci, guardandoci intorno,

che ai tempi nostri non esiste più quell’intima profondità del sentire, rispetto al mistero del Natale,

che ancora regnava in Europa cinque o sei secoli or sono.

 

Pensiamo, ad esempio, come bello ci si presenta l’albero di Natale, e come dolcemente parla ai nostri cuori. Ma l’albero di Natale si è diffuso in Europa tutt’al più due secoli or sono. Ora, esso ci mostra il lato bello, simpatico di ciò che, d’altra parte, assai meno simpaticamente ci viene incontro nell’evoluzione moderna dell’umanità.

 

L’albero di Natale ci è simbolo dell’albero paradisiaco «del bene e del male»,

e il suo diffondersi ci mostra quanto gli uomini si siano venuti allontanando

da ciò che si offriva al loro sentire quando questo si rivolgeva al presepio,

al mistero della nascita del Cristo Gesù, a ciò ch’è accaduto all’inizio della nostra èra;

ci mostra che all’umanità moderna è venuta, in certo modo, a mancare questa rinascita dell’anima.

 

L’umanità moderna, guardando all’albero di Natale che rappresenta la croce,

vuol gettare gli sguardi indietro all’origine che ancora nulla sa del Cristo;

all’origine dell’umanità terrestre stessa, all’inizio naturale della storia umana, all’albero del Paradiso;

passando dal Natale (25 Dicembre) alla festa di Adamo ed Èva (24 Dicembre, secondo il calendario protestante).

 

È bella la consuetudine dell’albero di Natale (perché anche l’origine paradisiaca dell’umanità è bella),

ma è un distoglierci dal vero mistero di Natale del Cristo Gesù.

 

Il guardare all’albero di Natale ha conservato la profondità e l’intimità del sentire,

e consola tutti coloro che sono uomini di buona volontà, di quanto, assai meno simpaticamente,

ha distolto i tempi moderni dal mistero cristiano

per ricondurli alla nascita naturale del genere umano.

 

Il Cristo Gesù è venuto in un popolo che venerava Jahvé, Geova, quel Jahvé che è congiunto con tutto ciò che è l’esistenza naturale, che vive nel lampo e nel tuono, nelle nuvole, nelle stelle, nella fonte, nei fiumi, nel crescere delle piante, degli animali e degli uomini.

 

Jahvé è quel, Dio che, se ci uniamo a lui solo, non può mai dare all’uomo la sua piena umanità;

poiché, pur dando all’uomo la coscienza della sua nascita naturale,

sia pure con l’interferenza di forze che non sono prettamente naturali,

non può però dare all’uomo la coscienza della sua rinascita ch’egli deve conquistarsi

per mezzo di qualcosa che non può essergli dato attraverso forze naturali fisico-sensibili.

 

Così vediamo come l’umanità moderna sia stata sviata dal Cristo Gesù,

pel quale non esistono differenze di classe, di nazioni, di razza, pel quale esiste un’umanità unica;

vediamo come sia stata sviata, nei suoi pensieri e sentimenti,

verso ciò che era stato già superato dal nascere del Cristo Gesù;

verso quello cioè, che sta alla base della nascita naturale

connessa con la differenziazione dell’umanità in classi, popoli, razze.

 

E se, quando il Cristo Gesù venne sulla terra, il popolo ebraico venerava un Jahvé, i popoli moderni sono ritornati a molti Jahvé; poiché ciò che i popoli venerano in base agli odierni principi nazionalistici, in modo da separarsi e combattersi tra loro, anche se non vien più chiamato con l’antico nome, sono tanti Jahvé. Così che oggi vediamo i popoli lottare tra loro in battaglie sanguinose e li udiamo ciascuno, in date condizioni, richiamarsi al Cristo; ma in realtà non è il Cristo a cui fanno appello; è soltanto un Jahvé (non il Jahvé unico, ma un Jahvé), al quale i popoli hanno fatto ritorno, dimenticando il progresso ch’era avvenuto quando dal principio javetico erano avanzati al principio del Cristo.

 

L’albero di Natale ci riporta simpaticamente all’origine dell’umanità; antipaticamente ci riporta al principio javetico. Sta il fatto che, per una menzogna interiore del sentimento, i popoli denominano «Cristo» quello ch’è soltanto un Jahvé, abusando, in sostanza, orribilmente del nome del Cristo.

Non riusciremo certo a conseguire il giusto approfondimento del sentire che ci è necessario oggi per intendere giustamente il mistero di Natale, se non riconosciamo chiaramente la via da seguire. Abbiamo bisogno di una nuova comprensione di quanto ci è stato tramandato, anche nei riguardi della nascita del Cristo Gesù.

 

Due sono le categorie di uomini (che naturalmente rappresentano in sé l’umanità unica e sola)

ai quali, nella festa di Natale, il Cristo Gesù viene annunziato:

• ai poveri pastori incolti dei campi, che nulla hanno assimilato

all’infuori dell’ingenuo raziocinio e sentimento umano,

• e ai saggi venuti dall’Oriente, vale a dire dal paese della sapienza.

Il Cristo Gesù viene annunziato a questi attraverso una suprema ascesa nella loro capienza, fino a leggere nelle stelle.

 

Ora, nel raffronto tra l’annuncio dato, da una parte, ai semplici pastori, e dall’altra, ai tre Magi, ai sommi sapienti del mondo, è riposto un senso profondissimo.

Come si annunzia il Cristo Gesù agli ingenui poveri pastori nei campi? Essi vedono, con gli occhi dell’anima, l’angelo luminoso. Vien fatto appello alla loro chiaroveggenza, alla loro chiaroudienza. Sentono risonare le profonde parole che in avvenire devono dare per loro un senso a tutta la vita terrena: «Si rivela nelle altezze il Dio, e la pace scenderà sulla terra tra gli uomini che sono capaci di una buona volontà».

 

Dalle profondità dell’anima sale quella facoltà per cui, nella notte di Natale, i poveri pastori ingenui, senza alcuna sapienza, sentono e sperimentano ciò che si manifesta al mondo. È questa stessa rivelazione data ai Magi d’Oriente, grazie al perfezionamento della saggezza che era stato possibile raggiungere sino al mistero del Golgota, e alla più minuziosa osservazione del cammino degli astri.

 

• Gli uni la leggono nel cuore umano; i poveri pastori ingenui penetrano nel punto più profondo del cuore umano, e allora diventano chiaroveggenti e dal cuore si rivela loro la venuta del Salvatore dell’umanità.

• Gli altri levano lo sguardo a tutto il vasto firmamento; essi conoscono i segreti delle immensità degli spazi e dell’evoluzione dei tempi; hanno conquistato una sapienza che fa loro sentire e decifrare quei segreti, ed ecco, anche a loro si rivela il mistero del Natale.

 

E a noi si mostra come dalla stessa fonte fluisca ciò che vive nell’interiorità dell’uomo e ciò che vive nelle immensità degli spazi. Ma tutto ciò, nel modo in cui si era svolto sino al momento del mistero del Golgota, stava per venir meno.

Gli ultimi residui della chiaroveggenza che si era conseguita attraverso una religiosità interiore, era ancora esistente nei pastori che il destino aveva radunati nel luogo dove il Cristo stava per nascere.

E l’antichissima sacra sapienza, fiorita nell’epoca postatlantica anzitutto presso i paleoindiani, poi specialmente fra i Persiani, poi, a loro volta, fra i Caldei, e di cui non sussistevano ormai che gli ultimi residui tra coloro fra i quali dobbiamo cercare i tre Magi d’Oriente; quell’antichissima sacra sapienza che percorreva il mondo spazialmente e temporalmente, rivelò a sua volta ai suoi rappresentanti il mistero del Natale.

 

E l’una e l’altra rivelazione ci sono venute meno nella nostra quinta epoca postatlantica.

Per l’umanità in genere non è più attivamente vivente

• né quello che condusse alla chiaroveggenza i poveri pastori,

• né quello che condusse i Magi venuti dall’Oriente a conoscere i segreti degli, spazi e dei tempi.

 

Noi eravamo chiamati a trovare l’uomo, l’uomo poggiante su se stesso.

Dovevamo, come umanità, passare attraverso la solitudine, abbandonati dal Divino, per trovare la libertà.

 

Ormai, però, dobbiamo ritrovare la via che ci ricongiunga con ciò ch’era divenuto, da un lato, la suprema saggezza presso i Magi d’Oriente, e ciò che, dall’altro, aveva annunciato ai pastori dei campi l’approfondita chiaroveggenza del cuore.

 

Tutte le forze progrediscono nel loro sviluppo; e non comprendiamo l’evoluzione dell’umanità, se non seguiamo questi svolgimenti. Che cosa è diventata oggi l’astrologia, l’astronomia che, nel loro genere, furono note ai saggi d’Oriente attraverso allo sviluppo del loro intelletto ancora chiaroveggente? Oggi si sono trasformate nella nostra astratta matematica e geometria. Quelle figure astratte che nelle scuole riceviamo come matematica e geometria, sono l’ultimo resto di quell’antica sapienza risplendente di una luce vivente nella luce cosmica, la quale, nei tre Magi venuti d’Oriente, condusse sino al Cristo.

 

La visione esterna è diventata pensiero interiore spaziale e temporale.

E mentre i Magi erano in grado di risolvere i segreti spaziali calcolando che in quella notte sarebbe nato il Redentore, i nostri astronomi, loro successori, non calcolano ormai più che le future eclissi del sole, o della luna, o cose simili.

E mentre i poveri pastori dei campi, dalle profondità dei loro cuori, si elevarono alla visione di ciò che certamente era con loro connesso, alla visione del mistero del Natale, e dell’annuncio celeste, all’uomo d’oggi non è rimasto più nulla, se non la visione della natura esteriore sensibile.

E questa visione della natura esteriore sensibile è il retaggio della visione ingenua dei pastori, come i nostri calcoli delle eclissi solari e lunari sono il retaggio della sapienza dei Magi d’Oriente.

 

I pastori dei campi erano armati di un approfondito sentimento del cuore che conferiva loro la chiaroveggenza atta a palesar loro il mistero di Natale. I nostri contemporanei sono armati di telescopi e microscopi. Ma nessun telescopio o microscopio conduce a comprendere ciò che può risolvere il più profondo enimma dell’uomo, come avevano fatto i pastori nei campi. Nessuna previsione basata sui calcoli matematici delle eclissi conduce a comprendere la necessaria evoluzione dell’uomo come la comprese la saggezza stellare dei Magi d’Oriente.

 

Come tutto ciò che nell’umanità è differenziato confluisce nel sentimento unitario che si desta in noi quando pensiamo che ciò che i pastori nei campi sperimentarono senza alcuna sapienza, solo per la religiosità dei loro cuori; è lo stesso di ciò che commosse la suprema sapienza dei Magi venuti dall’Oriente! È meraviglioso come nella tradizione cristiana i due fatti sono posti l’uno accanto all’altro!

 

• In sostanza, ambedue le vie per le quali è stata dischiusa all’umanità la comprensione della nascita del Cristo

sono andate smarrite nell’epoca moderna.

Noi siamo tornati indietro dal presepio all’albero di Natale, all’albero del Paradiso,

siamo tornati indietro dal Cristo che appartiene all’umanità intera, alle Divinità nazionali,

che non sono il Cristo, che sono tanti Jahvé.

Poiché com’è vero che nell’intimo essere dell’uomo si rivela ciò ch’è comune a tutti gli uomini,

così è vero che ciò ch’è comune a tutti gli uomini si rivela pure attraverso ai segreti degli spazi e dei tempi.

 

Nelle profondità dell’anima umana esiste qualcosa che parla unicamente dell’essere umano,

eliminandone ogni differenziazione, e in quelle profondità si trova il Cristo.

Esiste una sapienza che trascende ogni altra cosa

che possa essere trovata nei riguardi di singole parti dell’esistenza, cosmica,

e che comprende il mondo nella sua unità anche riguardo allo spazio e al tempo.

Ma questa è al tempo stesso quella sapienza stellare che conduce al Cristo.

 

A noi occorre in nuova forma ciò che ha fatto trovare la via al Cristo Gesù,

da un lato ai pastori dei campi, e dall’altro, ai Magi d’Oriente.

 

In altre parole: ci occorre approfondire la visione della natura esteriore

con ciò che il cuore umano può sviluppare contemplandola spiritualmente;

vale a dire contemplando con la religiosità del cuore ciò che nei tempi moderni

 ci siamo abituati a guardare solo attraverso a microscopi e telescopi e apparati Rontgen ecc.

 

Allora non ci parleranno più solamente le piante indifferenti, i fiumi, torrenti scroscianti, il lampo, il tuono ecc. ma, da tutto quello che dicono i fiori nei prati, i lampi e i tuoni dalle nuvole, le stelle scintillanti, il sole risplendente, fluiranno, come risultato della nostra contemplazione della natura, nei nostri occhi, orecchi e cuori, quelle parole che ancora annunziano il medesimo messaggio: «Si rivela il Dio nelle altezze dei cieli, e la pace deve scendere sulla terra tra gli uomini che sono capaci di una buona volontà ».

 

Deve venire il tempo in cui la contemplazione della natura esca fuori

dall’indagine arida, disumana dei laboratori e delle cliniche, e venga irradiata da una vita

che ci trasmetta, dal linguaggio delle piante, degli animali, delle stelle, delle fonti e delle nubi,

tutto ciò che non possiamo più ricevere nel modo in cui fu dato ai pastori di Betlemme.

 

Perché tutta la natura annunzia quello che disse l’angelo annunziatore: «Il Dio si rivela nelle altezze celesti,

e la pace può scendere sulla terra tra gli uomini che vogliono albergare in sé la buona volontà».

 

Così ci abbisogna ciò che i Magi conseguirono attraverso la contemplazione degli astri,

e che noi dobbiamo conseguire risvegliando la nostra interiorità.

 

• Come dobbiamo porgere l’orecchio alla natura esteriore, e in certo modo risentire da lì il canto dell’angelo,

• così dobbiamo metterci in grado di trarre dalla nostra interiorità, attraverso all’immaginazione, l’ispirazione

e l’intuizione, un’astronomia e, in genere, una soluzione degli enimmi del mondo.

 

Dobbiamo acquistare una scienza occulta, una scienza dello spirito ricavata dalla nostra intima interiorità,

che ci spieghi quale sia la nostra natura essenziale.

E la vera natura essenziale dell’uomo deve parlare a noi del divenire del mondo

attraverso i segreti di Saturno, Sole, Luna, Terra; Giove, Venere e Vulcano.

Dobbiamo sentire, nella nostra intima interiorità, sorgere un intero universo.

 

Dal mistero del Golgota in poi si è capovolto

ciò che può conferire all’uomo la visione dei più profondi misteri dell’universo.

 

C’è un’antica maniera di rappresentare la sfera celeste ch’era già propria ai Magi della Persia. Essi alzavano gli sguardi al cielo e nello zodiaco scorgevano fisicamente quella costellazione che si chiama la Vergine, e dentro di essa vedevano ciò che fisicamente si può scorgere soltanto nella costellazione dei Gemelli. Quella sapienza vivente nell’uomo in modo ch’egli può percepire l’accordo tra la costellazione della Vergine e quella dei Gemelli situata ad angolo retto (in quadrante) con la prima, si è conservata. Era una visione astrologica in uso specialmente nell’epoca persiana; e la si rappresentava ponendo, al posto della costellazione della Vergine, la giovane donna con la spiga, ma anche col bambino, ch’era però il rappresentante dei Gemelli.

 

Giunse poi un’altra epoca, quella dell’evoluzione egizio, caldaica. Allora, in modo analogo a quello che abbiamo ora descritto per la Vergine, si guardava alla costellazione del Leone; ma al Leone era ora connessa la costellazione del Toro; ne nacque infatti la religione di Mitra, nella quale si venerava il Toro.

Poi venne il periodo greco-latino, quando si contemplò la costellazione dell’Ariete in posizione «quadrante» con quella del Cancro. E qui avvenne il capovolgimento; tutto prese una via diversa.

 

Fino all’epoca greco-latina, fino al mistero del Golgota, l’astronomia si poteva conseguire come scienza esteriore.

 

La conoscenza umana era così fatta

• che si guardava fuori negli spazi ed ivi si trovavano i segreti degli astri, degli spazi e dei tempi;

• d’altra parte, ci si sprofondava nell’intima interiorità dell’uomo,

e rendendo il cuore più religioso, si raggiungeva la visione dei segreti dell’anima.

 

Nell’epoca greco-latina, le condizioni si rovesciarono.

Ciò che prima si poteva sperimentare interiormente,

deve sempre più venir sperimentato contemplando la natura esterna.

 

• In verità, dobbiamo diventare pii e religiosi, di fronte alle manifestazioni della natura,

come lo furono con il loro cuore i pastori.

• Come a questi si aprì l’occhio spirituale dalle profondità del cuore,

noi dobbiamo conquistarcelo attraverso la contemplazione della natura.

 

• D’altro canto, dobbiamo anche percorrere la via del gambero (cancro), dobbiamo arrivare a un’astronomia interiore, sicché possa, dal nostro intimo, risvegliarsi in noi (grazie a forze veggenti interiori) l’evoluzione del mondo attraverso Saturno, Sole, Luna, Terra, Giove, Venere e Vulcano: un’astronomia dall’interno, come prima dall’esterno, una religiosità nella contemplazione della natura, come prima la religiosità al modo dei pastori dei campi.

 

Se siamo capaci di approfondire ciò che ci si presenta oggi così poco spiritualmente nello studio della natura, se, d’altra parte, siamo capaci di vivificare ciò che ci appare oggi così astratto nelle immagini puramente matematico-geometriche, se a mezzo di esperienze interiori riusciamo a ridare alla matematica quell’alone di gloria che possedeva l’antica astronomia; se riusciamo a portare lo studio della natura a quella profondità del cuore e a quella religiosità ch’era stata propria ai pastori dei campi; se possiamo sperimentare attraverso alla nostra anima ciò che i Magi sperimentarono di fronte alle stelle, allora ritroveremo la via verso il mistero del Natale, verso un sentimento approfondito dell’avvento del Cristo, e una comprensione piena d’amore per Lui.

Allora potremo, con giusti pensieri e sentimenti, porre accanto all’albero originario del Paradiso, il presepio che ci dice, non solo come l’uomo sia entrato nel mondo attraverso a forze naturali, ma come possa diventare cosciente, attraverso la rinascita, della sua esistenza umana completa.

 

• Chi parla oggi del mistero natalizio, deve porre un’esigenza che dirige i nostri sguardi verso l’avvenire;

deve chiedere agli uomini che diventino uomini nel vero senso della parola.

 

Noi viviamo in tempi molto molto seri e dobbiamo renderci conto che non abbiamo ancora conquistato ciò che interiorizzava tanto la sapienza dei Magi, né ciò che riversava nel mondo esterno tutta la religiosità dei pastori.

 

Davanti alle porte dell’esistenza umana sta, con terribili esigenze, la questione sociale.

Essa ha portato cose terribili negli ultimi anni; e diventa sempre più minacciosa,

tanto che solo le anime che dormono possono ancora accorgersene.

 

 

L’Europa si accinge a diventare un ammasso di macerie della civiltà.

E non si risolleverà da tali condizioni caotiche se gli uomini non troveranno la possibilità di sviluppare nuovamente, nella convivenza sociale, sentimenti e mentalità veramente umani, in modo da diventar religiosi come i pastori nei campi quando, attraverso alle loro forze interiori, l’angelo annunziò loro la rivelazione degli Dei in alto e la pace sulla terra.

 

Solo con quelle forze si domina anche la vita sociale, e solo quando ciò che si percepisce nelle vastità degli spazi e nella successione dei tempi, penetri nel cuore, e l’uomo veda il vero essere dello Spirito universale così unitariamente come i Cinesi e gli Americani vedono il sole, unico, al pari degli Europei che stanno nel mezzo.

 

Non sarebbe forse ridicolo se i Cinesi pretendessero di avere un sole tutto per sé, e i Russi un altro tutto per sé, e così, i Francesi, e gli Inglesi, e gli uomini della Media Europa?

Come c’è un unico sole per tutti, così l’essere solare che dà vita agli uomini è uno.

 

• Se guardiamo fuori, negli spazi universali,

vi troviamo il richiamo all’unificazione di tutta l’umanità.

• Se guardiamo dentro, nelle profondità più intime e segrete dell’uomo,

vi scorgiamo il richiamo all’unificazione dell’umanità intera.

 

Ciò che appare al di fuori, anche ciò che vi è di più spirituale, non parla di una differenziazione dell’umanità, non parla di discordanze.

 

Ai pastori dei campi, la voce che si fece udire attraverso il loro cuore annunciò che dai vasti fenomeni dell’universo si manifestava la Divinità, e che, accogliendo la Divinità nella propria anima, la pace poteva scendere tra gli uomini di buona volontà: ciò deve annunciarsi all’umanità moderna da tutta la cerchia dell’esistenza naturale.

Ai Magi d’Oriente gli astri coi loro segreti rivelarono che quaggiù sulla terra era nato il Cristo Gesù: ciò deve rivelarsi all’umanità moderna attraverso a ciò che può manifestarsi nelle sue profondità interiori.

 

• E di nuovo giunge a noi la voce:

« Ravvedetevi, cambiate il vostro animo! Contemplate in modo nuovo il corso del mondo!».

 

Allora troveremo la via al mistero che potè rivelarsi tanto ai pastori quanto ai sapienti re Magi, e che si rivelerà alla nostra interiorità nella nostra contemplazione esteriore del mondo. Se approfondiremo abbastanza la contemplazione interiore e quella esteriore del mondo; se troveremo l’interiore sapienza dei Magi che ci guidi come la sapienza esteriore guidò i Magi d’Oriente, se troveremo la sapienza esteriore, che ci conduca religiosamente, come guidò religiosamente i pastori dei campi, allora torneremo a guardare coi giusti sentimenti ciò ch’è insito nel mistero del Natale: il fatto che per tutti, senza le differenze che di solito esistono tra gli uomini, uscito in certo modo dal seno dell’umanità, e inserito nella solitudine, è nato, sulla terra Colui che fu poi il Cristo.

 

Dobbiamo ritrovare il segreto del Natale di Gesù, e lo ritroveremo se coltiveremo in noi tutto ciò di cui oggi abbiamo parlato. Dobbiamo trovare in noi stessi la luce natalizia come i pastori, dei campi trovarono la luce dell’angelo, e, come i Magi d’Oriente, dobbiamo trovare la stella attraverso la forza della vera, scienza dello spirito. Allora ci si aprirà la via al contenuto del mistero del Natale, che è l’unica via possibile e che dobbiamo riconoscere: essa ci ricorda la rinascita dell’essere umano.

 

In un Vangelo non riconosciuto dalla Chiesa è narrato che subito dopo la sua nascita Gesù parlò a sua Madre; ci accostiamo oggi nel giusto modo al Bambino giacente nel presepio se ascoltiamo quelle parole ch’Egli vuoi dirci: «Risvegliate in voi la luce del Natale, ed essa vi apparirà in un senso giusto anche nel mondo esteriore nell’unione coi vostri simili».

 

By | 2018-12-19T20:02:53+01:00 Dicembre 19th, 2018|FESTIVITA'|Commenti disabilitati su IL MISTERO DEL NATALE – BASILEA, 23 DICEMBRE 1920