/////IL PENSIERO DI PENTECOSTE COME BASE PER LA COMPRENSIONE DEL KARMA.

IL PENSIERO DI PENTECOSTE COME BASE PER LA COMPRENSIONE DEL KARMA.

Il pensiero di Pentecoste come base per la comprensione del karma.

O.O. 236 – Nessi karmici Vol. II – 30.05.1924


 

Sommario: Il pensiero di Pentecoste come base per la comprensione del karma. La percezione del soprasensibile nel cosmo. Azzurro del cielo, configurazione stellare, sé spirituale.

 

Quando studiamo il modo di agire del karma,

dobbiamo tener presente che l’io umano, che in sostanza costituisce la vera e intima entità dell’uomo,

ha in effetti tre strumenti mediante i quali si manifesta nel mondo: il corpo fisico, il corpo eterico e il corpo astrale.

L’uomo porta in sostanza in sé il corpo fisico, il corpo eterico e il corpo astrale.

Egli non è alcuno di tali corpi, perché nel vero senso egli è l’io.

L’io è anche quello che subisce il karma e che lo forma.

 

Si tratta ora di considerare il nesso dell’uomo, in quanto io, con tali tre strumenti: i corpi fisico, eterico e astrale, per trarne appunto le basi per l’essenza del karma. In merito al karma si potrà acquisire una giusta prospettiva per lo studio degli elementi fisici, eterici e astrali nell’uomo, tenendo presenti alcune cose.

Attorno all’uomo sulla Terra troviamo gli elementi fisici nel regno minerale, gli elementi eterici attivi nel regno vegetale, e quelli astrali attivi anche nel regno animale. Vorrei dire che nel cosmo attorno alla Terra abbiamo l’universo nel quale la Terra si estende in tutte le direzioni. Troviamo già una certa parentela fra quanto avviene sulla Terra e quanto avviene attorno ad essa nel cosmo. Per la scienza dello spirito si pone una domanda: è forse tale parentela così banale come se la immagina la concezione scientifico-materialistica del mondo?

 

La scienza di oggi studia ciò che vive o anche che non vive sulla Terra, ma comunque secondo caratteristiche fisiche. Studia poi le stelle, il Sole, la Luna e gli altri corpi celesti, e trova che in sostanza quei corpi celesti sarebbero uguali alla Terra, ed è in più molto fiera di aver fatto questa scoperta.

Con questa concezione si arriva però a una conoscenza nella quale non vi è posto per l’uomo stesso, una conoscenza che in realtà afferra soltanto la parte extra-umana. Nel momento invece in cui si afferra l’uomo davvero inserito nell’universo, si possono trovare i nessi fra le sue singole parti costitutive, i suoi strumenti, e cioè i corpi fisico, eterico e astrale, e le corrispondenti entità, i corrispondenti esseri nel cosmo.

 

Così per il corpo eterico umano troviamo dappertutto nel cosmo l’etere cosmico. Certo il corpo eterico umano ha una determinata forma umana, ha in sé determinate forme di movimento, e così via, che sono diverse da quelle dell’etere cosmico. Tuttavia l’etere cosmico è della stessa natura di ciò che si trova nel corpo eterico umano. Allo stesso modo possiamo parlare di un’affinità fra quel che si trova nel corpo astrale umano e un certo elemento astrale che fuori nel cosmo opera in tutte le cose e in tutti gli, esseri. Arriviamo così a qualcosa di molto importante, a qualcosa che nella sua essenza è in sostanza del tutto estraneo all’uomo di oggi.

 

Moviamo da un’immagine schematica. Immaginiamo l’uomo sulla Terra col suo corpo eterico (nella parte centrale del disegno seguente), e poi l’etere cosmico attorno alla Terra (giallo) che è della stessa natura dell’etere umano. Nell’uomo abbiamo poi anche il corpo astrale (i segni più scuri nella fascia gialla). Nella sfera cosmica vi è anche l’astralità, ma dove la si trova? dov’è? La si trova, ma occorre arrivare a ciò che nel cosmo rivela l’astralità, che la manifesta. Si deve dire che in qualche posto vi è l’astralità.

 

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L’astralità nel cosmo è del tutto invisibile, del tutto impercepibile, o è in qualche modo percepibile? Naturalmente anche l’etere in sé non è percepibile per i sensi fisici. Se così posso esprimermi, guardando un pezzetto di etere con i sensi fisici non si vede nulla, l’etere è trasparente, è come un nulla. Se però consideriamo tutta la fascia eterica, la ragione per la quale vediamo il cielo azzurro, che in sostanza anch’esso non c’è, è che si percepisce la fine dell’etere. Percepiamo cioè l’etere quale azzurro del cielo. La percezione dell’azzurro del cielo è in realtà la percezione dell’etere. Possiamo così dire: percependo l’azzurro del cielo (azzurro nel disegno) percepiamo l’etere che ci circonda.

Noi vediamo dunque attraverso l’etere. Esso lo consente, ma si rende anche percepibile nell’azzurro del cielo. L’esistenza dell’azzurro del cielo si manifesta giustamente per la percezione umana dicendo: l’etere è sì non percepibile, ma lo diventa a causa della grande maestà con la quale esso si pone nell’universo in quanto si manifesta nell’azzurro del cielo.

 

Nella scienza fisica si riflette materialisticamente sull’azzurro del cielo, ma per essa è difficile riflettere in modo adeguato sull’azzurro del cielo semplicemente per la ragione di doversi confrontare con l’asserzione che dove vi è l’azzurro del cielo non vi è nulla di fisico. Tuttavia sforza l’intelletto per spiegare come i raggi di luce si rompano in un determinato modo e vengano riflessi per suscitare l’azzurro del cielo. Proprio qui inizia invece il dominio dell’elemento soprasensibile, e nel cosmo avviene che il soprasensibile diventa percettibile, solo che occorre individuare il punto in cui lo diventa.

L’etere diventa dunque percettibile nell’azzurro del cielo. In qualche posto vi è anche l’elemento astrale del cosmo. L’etere guarda nel mondo sensibile attraverso l’azzurro del cielo, ma dove guarda l’elemento astrale del cosmo nel mondo dei sensi, della percezione?

 

In realtà ogni stella che vediamo brillare nel cielo è una porta d’ingresso per l’elemento astrale; dappertutto dove vediamo brillare stelle brilla verso di noi l’elemento astrale. Quando vediamo dunque il cielo stellato nella sua varietà, qui con le stelle raggruppate, là disseminate, distanziate, dobbiamo dirci che in quella meravigliosa configurazione luminosa si rende visibile il corpo astrale invisibile, soprasensibile del cosmo. Di conseguenza non si deve considerare privo di spirito nemmeno il mondo stellare.

 

Mi si scusi il confronto paradossale, ma corrisponde fino ai puntini delle i: guardare al mondo stellare e parlare di gas che bruciano è come dire, se qualcuno ci accarezza amorevolmente con le dita staccate fra loro, che nella carezza si avvertono dei nastrini che ci vengono posti sulle guance. Quanto poco ci vengono messi nastrini sulle guance con una carezza, altrettanto poco vi sono su nel cielo gli elementi di cui parla la fisica; vi è invece il corpo astrale dell’universo che esercita di continuo i suoi influssi, agisce sull’organizzazione eterica, così come una carezza sulla guancia.

L’astralità dell’universo è però organizzata per durare a lungo, e di conseguenza la durata di una stella, che è sempre un influsso sull’etere cosmico da parte del mondo astrale, è molto maggiore di una carezza. Noi non sopporteremmo tanto a lungo una carezza, ma avviene che nell’universo le stelle durano più a lungo perché nell’universo le misure sono enormi. Si deve dunque vedere nel cielo stellato un’espressione animica dell’astralità universale.

 

In pari tempo è così inserita nel cosmo una grandiosa, una vera vita animica. Pensiamo solo come sarebbe morto il cosmo, se guardando in esso si vedessero solo corpi gassosi che bruciano ed emettono luce! Pensiamo invece come tutto diventa vivente sapendo che le stelle sono l’espressione dell’amore col quale il cosmo astrale agisce sul cosmo eterico. Questa è una giusta espressione.

Pensiamo ora all’enigma dei processi del brillare di alcune stelle in certi tempi spiegati solo da fatti fisici dei quali per altro in realtà nulla si capisce. Stelle prima inesistenti che brillano e poi di nuovo scompaiono. Nel cosmo esiste dunque una breve carezza. In periodi in cui esseri spirituali vogliono agire dal mondo astrale in quello eterico, si vedono simili stelle che prima brillano e poi di nuovo si oscurano.

 

Così ci sentiamo a nostro agio mediante il nostro corpo astrale nei modi più diversi, e così abbiamo nel cosmo la configurazione del cielo stellato mediante il corpo astrale. Di conseguenza non ci si meravigli che un’antica scienza chiaroveggente istintiva abbia denominato corpo astrale la terza parte costitutiva umana; essa è infatti della stessa natura di ciò che si manifesta nelle stelle, negli astri.

Solo l’io troviamo che non si manifesta nel mondo che ci circonda. Perché?

Perché sia così lo si può capire considerando che l’io umano, come esso è sulla Terra (e nel cosmo che in sostanza è un mondo a tre aspetti: fisico, eterico e astrale), come vi si manifesta, è sempre la ripetizione di precedenti vite terrene ed è sempre di nuovo inserito nella vita fra la morte e una nuova nascita.

Per l’io, quando lo si osserva, il mondo eterico che abbiamo attorno alla Terra non ha alcuna importanza; il corpo eterico viene infatti deposto ben presto dopo la morte.

Nella vita fra morte e rinascita per l’io ha importanza solo il mondo astrale che traspare attraverso le stelle. Nel mondo che traspare attraverso le stelle vivono le entità delle gerarchie superiori con le quali l’uomo forma il suo karma fra la morte e una nuova nascita.

 

Se però consideriamo l’io nel suo susseguirsi evolutivo nella vita fra nascita e morte e fra morte e rinascita, non possiamo assolutamente rimanere nello spazio. Due vite terrene che si susseguono non possono certo essere nello stesso spazio, neppure nell’universo che è ordinato sulla contemporaneità e la spazialità. Ivi usciamo dallo spazio ed entriamo nel tempo. Considerando l’io nelle vite terrene susseguentesi si esce dallo spazio e si giunge nel puro flusso del tempo.

 

Pensiamo però che nello spazio è naturalmente presente anche il tempo, ma non si ha proprio alcun mezzo di sperimentare il tempo come tale entro lo spazio. Non si ha alcun mezzo. Si deve sempre sperimentare il tempo attraverso lo spazio e i suoi processi. Volendo sperimentare il tempo si guarda per esempio l’orologio, magari anche il corso del Sole; l’orologio è infatti solo il riflesso terreno del corso del Sole. Ma che cosa vediamo? Vediamo le posizioni delle lancette o del Sole, cioè qualcosa di spaziale. Dato poi che le posizioni delle lancette o del Sole si modificano, che cioè qualcosa di spaziale si modifica di fronte a noi, abbiamo un’idea del tempo. Nello spazio non vi è in sostanza nulla del tempo. Vi sono soltanto alcune indicazioni spaziali: posizioni di lancette, posizioni del Sole. Sperimentiamo il tempo soltanto in esperienze animiche. Ivi lo sperimentiamo veramente, uscendo anche dallo spazio. Ivi il tempo è una realtà, mentre nella sfera della Terra non è una realtà.

 

Che cosa si deve di conseguenza sperimentare volendo entrare dalla spazialità nella quale si vive fra nascita e morte nell’assenza di spazio in cui si vive fra morte e rinascita? Ebbene, si deve morire! Se prendiamo col massimo rigore possibile, con la più profonda considerazione la circostanza che sulla Terra il tempo può essere sperimentato solo mediante lo spazio, mediante punti spaziali, mediante le diverse posizioni di oggetti spaziali, che sulla Terra il tempo non può essere sperimentato nella sua realtà, allora in sostanza non si troverà altra parola se non il « morire » per qualcosa che esiste: per entrare nella realtà del tempo occorre uscire dallo spazio, eliminare ogni elemento spaziale.

 

Volgiamo ora lo sguardo al mondo cosmico che circonda quello terrestre: noi gli siamo simili col nostro corpo eterico e col nostro corpo astrale, e vediamo lo spirituale del mondo cosmico. Vi furono popoli, vi furono gruppi umani che guardarono soltanto allo spirituale del mondo spaziale-cosmico.

Essi persero la possibilità di formare pensieri in merito alle ripetute vite terrene, perché tali pensieri ebbero soltanto gli uomini e i gruppi umani che poterono pensare il tempo nella sua purezza, in assenza di spazio.

Se noi separiamo quello che abbiamo come mondo terrestre con quanto gli sta attorno come nostro cosmo, come nostro universo, e ne guardiamo la parte spirituale, abbiamo press’a poco ciò di cui possiamo dire che deve esistere affinché noi, uomini terrestri, possiamo entrare nella nostra esistenza, e deve esistere.

 

Vi è davvero molto nel pensiero che debba esistere tutto ciò che ora ho caratterizzato affinché gli esseri umani possano entrare nell’esistenza terrena. Vi è in realtà moltissimo, se pensiamo la parte spirituale di quanto ho caratterizzato. Se poi pensiamo l’elemento spirituale in quello che potrei chiamare isolamento in sé, nella sua purezza in sé, abbiamo press’a poco ciò che i popoli che limitavano la loro visione allo spazio chiamavano Dio.

Tali popoli, nelle loro dottrine di saggezza, sentivano che il cosmo è tutto compene-trato da un elemento divino, che da tale elemento divino poteva essere distinto quello che vi è sulla Terra attorno a noi nel mondo fìsico. Allora si poteva distinguere ciò che si manifesta come mondo eterico nell’elemento cosmico, divino, spirituale e che noi vediamo nell’azzurro del cielo; che infine si poteva distinguere nell’elemento divino quello astrale che ci appare nella configurazione del cielo stellato.

 

Poniamoci ora nella condizione in cui ci troviamo sulla Terra quali uomini inseriti nel cosmo e chiediamoci: noi abbiamo il corpo fisico, ma dove l’elemento fisico nell’universo? Qui ritorno a quel che ho già accennato.

La scienza fisica vorrebbe cercare nell’universo tutto quanto vi è anche sulla Terra, ma la vera e propria organizzazione fisica non è nell’universo. L’uomo comincia con l’organizzazione fisica, e poi ha quella eterica e quella astrale; l’universo inizia subito con l’organizzazione eterica.

Nell’universo non vi è nulla di fisico.

L’elemento fisico è solo sulla Terra, ed è pura fantasia parlare di elemento fisico nell’universo.

Nell’universo vi è il mondo eterico e poi l’astrale. Un terzo elemento che esso ha ancora ci si presenterà oggi davanti all’anima, ma i tre elementi che compaiono nel cosmo extraterrestre sono diversi da quelli del cosmo nel quale contiamo la nostra Terra.

 

Se ci poniamo con questo sentire sulla Terra, se sentiamo l’elemento fisico in cui viviamo direttamente sulla Terra, se sentiamo l’elemento eterico che vi è sulla Terra e nell’universo e che agisce insieme dalla Terra e dall’universo, se guardiamo all’elemento astrale che brilla dalle stelle sulla Terra, nel modo più intenso dal Sole, se guardiamo a tutto questo e ci poniamo dinanzi all’anima la maestà di questo pensiero cosmico, troviamo ben giustificato che nei tempi in cui, movendo da una chiaroveggenza istintiva, non si pensavano solo astrazioni, ma si poteva sentire la maestà dei pensieri, troviamo giustificato che si dicesse agli uomini: non si può di continuo pensare nella sua pienezza un simile pensiero maestoso; bisogna averlo afferrato e farlo agire sull’anima nella sua enorme gloria, farlo agire nell’interiorità dell’uomo, senza rovinarlo e corromperlo con la coscienza. Se riflettiamo mediante che cosa l’antica chiaroveggenza istintiva realizzò un simile sentire, ai nostri giorni, di tutto quanto era un tempo fluito per realizzare tale pensiero nell’umanità, non ci rimane altro che l’aver istituito la festa di Natale.

 

Se nella notte di Natale pensiamo a come sulla Terra col nostro corpo fisico, col nostro corpo eterico e col nostro corpo astrale siamo imparentati con il cosmo che nei suoi tre aspetti ci appare nel suo elemento eterico nel blu del cielo, tanto maestoso ma anche tanto magico nella notte, e nell’elemento astrale del cosmo nelle stelle che brillano, allora nella sacralità di quanto ci circonda rispetto a ciò che vi è nell’elemento terreno sentiamo come noi siamo inseriti nello spazio col nostro vero e proprio io. Possiamo allora guardare al mistero del Natale, al Bambino che è nato, al rappresentante dell’umanità sulla Terra che, in quanto si presenta nella sua infanzia, nasce appunto nella spazialità. Se dunque consideriamo nella sua pienezza e nella sua maestà il pensiero del Natale, riguardo anche al Bambino nato nella notte santa, ci diciamo: ex deo nascimur. Siamo nati dall’elemento divino che inonda e compenetra lo spazio.

 

Se poi sentiamo tutto questo e ce ne compenetriamo, possiamo ricordare la verità che ci viene trasmessa dall’antroposofia in merito al significato della Terra. Il Bambino al quale guardiamo è proprio l’involucro esteriore di ciò che appunto nasce nello spazio. Ma da che cosa nasce per presentarsi nello spazio? Secondo le nostre considerazioni di oggi può essere solo dal tempo. Egli nasce dal tempo.

Seguendo poi la vita del Bambino, il suo spiritualizzarsi con l’Entità del Cristo, arriviamo a dire: l’Entità del Cristo viene dal Sole. Guardiamo dunque al Sole e ci diciamo: guardando al Sole dobbiamo scorgere nella luce del Sole il tempo celato per Io spazio.

Nell’interno del Sole vi è il tempo. Il Cristo è disceso nello spazio sulla Terra movendo dal tempo tessente nel Sole. Che cosa abbiamo dunque nel Cristo sulla Terra? Abbiamo ciò che si unisce con la Terra al di fuori dello spazio, che proviene da fuori dello spazio.

 

Pensiamo ora come l’immagine dell’universo si modifichi per noi rispetto alla solita, se prendiamo sul serio quel che ora abbiamo presentato alla nostra anima. Nel cosmo abbiamo il Sole con tutto quanto ci appare nell’universo, nel cosmo, collegato con il Sole: ciò che è racchiuso nel blu del cielo, il mondo delle stelle. E vi troviamo anche la Terra con la sua umanità. Mentre però dalla Terra guardiamo al Sole, vediamo contemporaneamente il fluire del tempo.

Ne consegue qualcosa di molto significativo. Ne deriva che guardiamo giustamente al Sole soltanto se, osservandolo anche in spirito, dimentichiamo lo spazio e teniamo presente soltanto il tempo. Il Sole irradia allora non soltanto la luce, ma anche lo spazio stesso. Se dunque guardiamo nel Sole, vediamo movendo dallo spazio.

 

Il Sole è appunto quella stella caratteristica, perché attraverso di esso si guarda movendo dallo spazio. Il Cristo è però venuto agli uomini dal di fuori dello spazio. Quando il cristianesimo venne fondato sulla Terra dal Cristo, l’uomo era stato troppo a lungo solo nella condizione dell’ex deo nascimur; era imparentato con quella condizione. Aveva del tutto perduto il tempo. Era diventato un essere del tutto spaziale.

Noi abbiamo tanta difficoltà a comprendere con la nostra odierna coscienza di uomini civili le antiche tradizioni, gli antichi documenti, perché in sostanza essi tengono conto dappertutto dello spazio e non del tempo, o quest’ultimo lo considerano solo un’appendice dello spazio.

 

Venne allora il Cristo e portò agli uomini di nuovo l’elemento temporale. Collegando il cuore umano, l’anima umana, lo spirito umano con il Cristo, essi riacquistano di nuovo la corrente del tempo da eternità a eternità. Quando moriamo, quando cioè usciamo dallo spazio, noi uomini non possiamo fare altro che aggrapparci a ciò che ci ridà il tempo, dato che al tempo del mistero del Golgota l’umanità era diventata tanto spaziale da smarrire il tempo. Il Cristo ha riportato il tempo agli uomini.

Se uscendo dallo spazio gli uomini non vogliono morire anche con la loro anima, essi devono morire nel Cristo. Siamo però sempre uomini dello spazio, e quindi possiamo dire: ex deo nascimur. Possiamo così guardare al Bambino che esce dal tempo ed entra nello spazio per unire il Cristo con gli uomini.

 

Dopo il mistero del Golgota non possiamo però pensare al limite della vita terrena, pensare al morire, se non vogliamo pagare la perdita del tempo con la perdita del Cristo, se non vogliamo rimanere banditi nello spazio e aggirarci nello spazio come fantasmi. Dobbiamo invece morire nel Cristo. Dobbiamo compenetrarci con il mistero del Golgota. Dobbiamo aggiungere al ex deo nascimur il in Christo morimur. Dobbiamo aggiungere al pensiero del Natale quello della Pasqua.

 

L’ex deo nascimur presenta dunque alla nostra anima il pensiero del Natale;

in Christo morimur il pensiero della Pasqua.

 

Possiamo dire che sulla Terra l’uomo ha il suo elemento fisico, il suo elemento eterico e il suo elemento astrale. L’elemento eterico è anche fuori nel cosmo; quello astrale è anche fuori nel cosmo (rosso nel disegno seguente); quello fisico è soltanto sulla Terra, nel cosmo non vi è alcun elemento fisico.

Dobbiamo dunque dire che sulla Terra vi sono i tre elementi: fisico, eterico e astrale, ma che nel cosmo non vi è l’elemento fisico, bensì gli altri due: l’eterico e l’astrale.

Però anche il cosmo ha tre elementi. Quel che non ha sotto, lo aggiunge di sopra.

Nel cosmo l’elemento eterico è quello inferiore, mentre sulla Terra l’inferiore è quello fisico.

 

 

Sulla Terra l’elemento astrale è il più alto, mentre nel cosmo l’elemento più alto è quello che oggi l’uomo ha in sé solo come rudimento, ciò di cui in avvenire sarà intessuto il suo sé spirituale. Possiamo dire che nel cosmo il terzo elemento è il sé spirituale.

Ora le stelle ci appaiono come l’estrinsecazione di qualcosa. Lo paragono con un accarezzare; il sé spirituale, che vi è dietro, è l’essere che accarezza. Solo che l’essere accarezzante non è un’unità, ma tutto il mondo delle gerarchie.

 

Se guardo un uomo nella sua figura, vedo i suoi occhi che mi brillano incontro, odo la sua voce, e ho così la sua estrinsecazione.

Se invece guardo nelle lontananze universali, se guardo le stelle, esse sono l’estrinsecazione delle gerarchie, estrinsecazioni vitali, che stimolano sensazioni, delle gerarchie. Se guardo nell’infinito dell’azzurro firmamento, vedo la manifestazione del loro corpo eterico che però è l’elemento più basso di tutto il mondo gerarchico.

Se dunque guardiamo nel cosmo e nelle sue lontananze, presagiamo qualcosa che va al di sopra dell’elemento terreno, così come la Terra con le sue sostanze e forze fisiche va al di sotto dell’elemento cosmico.

 

La Terra ha nel fisico un elemento al di sotto del cosmo,

e il cosmo ha nel sé spirituale un elemento al di sopra della Terra.

 

                                          Terra                                                                   Cosmo

                                             fisico – « sottocosmico »

                                             eterico                                                                      eterico

                                             astrale                                                                       astrale

                                                                                                                                 sopraterreno – sé spirituale

La scienza fisica parla di un movimento del Sole, e può farlo. Infatti nell’immagine spaziale che ci circonda quale cosmo, in base a determinati fenomeni si può vedere che il Sole è in movimento, ma è soltanto l’immagine nello spazio del movimento del Sole.

Quando però si parla del vero Sole, non ha semplicemente senso dire che il Sole si muove nello spazio, perché lo spazio è emesso, irradiato dal Sole. Il Sole non soltanto irradia la luce, ma crea anche lo spazio.

Il movimento del Sole stesso è spaziale soltanto entro lo spazio; al di fuori dello spazio è soltanto temporale. Quello che appare del Sole, e cioè che si muove in direzione della costellazione di Ercole, è soltanto un’immagine di un’evoluzione temporale dell’essere solare.

 

Il Cristo disse ai suoi discepoli più vicini: guardate alla vita della Terra: essa è imparentata con la vita del cosmo; il Padre vivifica la Terra e il cosmo che la circonda, vivifica tutto l’universo; il Dio-Padre è il Dio dello spazio. Devo però annunziarvi che io provengo dal Sole, dal tempo che accoglie l’uomo solo quando egli muore; sono giunto a voi movendo dal tempo. Se mi accogliete, disse il Cristo, voi accogliete il tempo e non soggiacete allo spazio.

 

Voi dovete però trovare anche il passaggio

• dalla triade di fisico, eterico, astrale            • all’altra triade di eterico, astrale e sé spirituale.

 

Il sé spirituale si trova altrettanto poco nella sfera terrena,

quanto poco l’elemento fisico-terreno si trova nel cosmo.

Ve ne porto però il messaggio, perché io vengo dal Sole.

 

Il Sole ha un triplice aspetto. Se si vive entro il Sole e dal Sole si guarda alla Terra (rosso nel disegno), si vede l’elemento fisico, l’elemento eterico e quello astrale, oppure si guarda a ciò che vi è nel Sole stesso e allora si vede di continuo il sé spirituale. Si vede l’elemento fisico guardando o ricordando la Terra. Guardando invece altrove, si vede dall’altra parte il sé spirituale. Ci si muove con moto pendolare fra l’elemento fisico e il sé spirituale. Nel mezzo rimangono stabili solo l’elemento eterico e quello astrale. Guardando però nell’universo scompare del tutto l’elemento terreno e si ha invece l’elemento eterico, quello astrale e il sé spirituale. Sarà questa la prospettiva che avremo quando attraverseremo la sfera solare fra la morte e la nuova nascita.

 

Immaginiamo ora che l’uomo si incapsuli del tutto nell’essere della Terra con il suo atteggiamento animico: egli potrà sentire l’elemento divino, perché da questo è nato: ex deo nascimur.

Immaginiamo ancora che egli non si incapsuli soltanto entro il mondo spaziale, ma che accolga il Cristo che è venuto nel mondo spaziale movendo da quello temporale, portando il tempo stesso nello spazio della Terra. Così egli supera la morte nella morte: ex deo nascimur, in Christo morimur.

 

Il Cristo porta inoltre il messaggio: quando lo spazio è superato e si impara a conoscere il Sole quale creatore dello spazio, quando ci si sente nel Sole grazie al Cristo, ci si sente trasposti nel Sole vivente, scompare allora l’elemento fisico-terreno e vi è l’elemento eterico e quello astrale. L’elemento eterico si ravviva, ora non più come azzurro del cielo, ma come rosato splendore del cosmo. Da quel colore rosato non risplendono verso il basso le stelle, ma le stelle stesse ci toccano con i loro effetti di amore.

 

Se dunque l’uomo si immedesima davvero in tutto questo, egli può sentirsi ritto sulla Terra avendo abbandonato l’elemento fisico, ma in presenza di quello eterico che lo illumina e lo compenetra in un colore lilla-rossiccio; le stelle non sono più punti luminosi, ma raggi d’amore, simili ad amorevoli carezze umane.

Sentendo in sé l’elemento divino, il divino fuoco universale come l’essere dell’uomo che da lui fiammeggia, sentendosi nell’universo eterico, sperimentando le manifestazioni spirituali nel cosmico irraggiare astrale, allora nell’uomo nasce l’interiore esperienza dello spirito che irraggia, verso la quale l’uomo è chiamato nell’universo.

Quando quelli a cui il Cristo aveva trasmesso il messaggio si furono abbastanza a lungo compenetrati di questo pensiero, ne sentirono l’effetto nelle lingue di fuoco della Pentecoste. Sentirono il morire a seguito del decadere e dello stillare dell’elemento fisico terrestre. Sentirono però anche che non era la morte, ma che la spiritualità universale del sé si apriva per l’elemento fisico della Terra: per spiritum sanctum reviviscimus.

 

Possiamo così guardare alla divisione in tre di una metà dell’anno:

pensiero di Nataleex deo nascimur-,

pensiero di Pasquain Christo morimur;

pensiero di Pentecosteper spiritum sanctum reviviscimus.

 

Rimane l’altra metà dell’anno. Se la si comprende alla stessa maniera, per l’uomo si apre anche di nuovo l’altra metà della sua vita. Se si comprende la relazione tra il fisico e l’animico dell’uomo, e poi anche per il soprafisico che racchiude in sé la libertà di cui l’uomo è partecipe sulla Terra, nei nessi fra Natale, Pasqua e Pentecoste si comprende l’uomo libero sulla Terra. Afferrandolo in questi tre pensieri, del Natale, della Pasqua e della Pentecoste, facendosene stimolare per comprendere il rimanente dell’anno, si presenta l’altra metà della vita umana che ho indicata dicendo: se si guarda al destino umano traspaiono le gerarchie, il lavoro, il tessere delle gerarchie. Per questa ragione è tanto grandioso guardare in un destino umano, perché si vede come dietro vi sono tutte le gerarchie.

 

In sostanza è il linguaggio delle stelle che ci risuona incontro dai pensieri del Natale, della Pasqua e della Pentecoste:

• dal pensiero di Natale, in quanto la Terra è un astro nell’universo,

• dal pensiero di Pasqua, in quanto la stella più rilucente, il Sole, ci invia i suoi doni, la sua grazia,

• dal pensiero della Pentecoste, in quanto riluce nell’anima

ciò che è nascosto al di là delle stelle, per risplendere poi dall’anima nelle lingue di fuoco.

 

Riflettendo e meditando a ciò che in tal modo venne fatto dal Padre, il portatore del pensiero di Natale, che poi inviò il Figlio affinché si realizzasse il pensiero di Pasqua e che annunciò lo spirito, affinché nel pensiero di Pentecoste si completasse in una triade la vita umana sulla Terra, meditando tutto ciò si arriva ad avere un sentimento di base per tutto quanto ho detto per la comprensione del karma.

Cerchiamo dunque di far agire giustamente i pensieri del Natale, della Pasqua e di Pentecoste, come io li ho svolti oggi, sul sentimento e sulla sensibilità umani! Cerchiamo di farlo e approfondiamo queste sensazioni.

 

Quando dopo il viaggio che devo intraprendere proprio per Pentecoste per tenere il corso sull’agricoltura ci ritroveremo ancora insieme, portiamo con noi tale sensazione che deve continuare a vivere come caldo e fiammeggiante pensiero di Pentecoste; potremo così parlare di nuovo del karma.

La nostra comprensione sarà così fecondata dal pensiero della Pentecoste. Come al tempo dello stabilirsi della festa di Pentecoste, in occasione della prima festa di Pentecoste ognuno degli apostoli venne illuminato, così in realtà il pensiero della Pentecoste dovrebbe diventare vivente di nuovo anche per la comprensione antroposofica.

 

Qualcosa dovrebbe rilucere anche dalle nostre anime, e per questo, quale sensazione della Pentecoste per l’ulteriore continuazione dei pensieri sul karma, che sono per l’altra metà dell’anno, ho presentato ciò che avevo da dire in merito ai nessi fra Natale, Pasqua e Pentecoste.

 

 

By | 2018-08-28T12:32:16+02:00 Agosto 28th, 2018|NESSI KARMICI|Commenti disabilitati su IL PENSIERO DI PENTECOSTE COME BASE PER LA COMPRENSIONE DEL KARMA.