/////IL PICCOLO E IL GRANDE GUARDIANO DELLA SOGLIA

IL PICCOLO E IL GRANDE GUARDIANO DELLA SOGLIA

Il piccolo e il grande Guardiano della soglia

O.O. 119 – Macrocosmo e microcosmo – 23.03.1910


 

Sommario: Via del mistico: osservazione del corpo fisico e di quello eterico dall’interno. Il piccolo e il grande Guardiano della soglia

 

Nelle prime conferenze di questo ciclo abbiamo visto, e abbiamo potuto desumere a riguardo già alcune cose anche dalle due conferenze pubbliche, che l’uomo, per quel che concerne la sua entità interiore, per quel che riguarda dunque ciò che abbiamo spiegato, nel suo proprio Io e nel suo corpo astrale vive, nello stato di sonno, in un mondo spirituale e poi, al risveglio, ritorna in ciò che è rimasto nel letto durante il sonno, nel suo corpo fisico e nel suo corpo eterico o vitale. Chi osserva la vita vedrà presto che in questo passaggio dallo stato di sonno a quello di veglia entra proprio un completo cambiamento dell’esperienza.

 

• Ciò che sperimentiamo nello stato di veglia non ci fa acquisire affatto una concezione o una conoscenza dei due arti della natura umana in cui ci immergiamo al risveglio. Noi ci immergiamo nel nostro corpo eterico o vitale e nel nostro corpo fisico, ma durante lo stato di veglia non impariamo assolutamente a conoscerli guardandoli dall’interno.

Ciò che l’uomo ne sa nella vita abituale, come suo corpo eterico o vitale e suo corpo fisico, sembra osservato dall’interno. È proprio questo l’essenziale nelle esperienze dello stato di veglia, che noi osserviamo la nostra propria entità così come sta nel mondo fisico, dall’esterno e non dall’interno.

 

Noi osserviamo il nostro proprio corpo fisico con gli stessi occhi dell’esterno, con cui guardiamo il mondo fisico rimanente. Durante lo stato di veglia non consideriamo mai il nostro proprio essere dall’interno, ma sempre soltanto dall’esterno. Impariamo quindi a conoscere noi stessi come uomini, in fondo, solo dall’esterno, attraverso la visione come di un essere del mondo sensibile.

• Se prendiamo esattamente in considerazione quello stato che si può caratterizzare come stato di transizione dal sonno alla veglia, dobbiamo chiedere come sarebbe se ci osservassimo veramente dall’interno, nell’immergerci nel corpo eterico o vitale e nel corpo fisico. Dovremmo allora vedere qualcosa di molto diverso. Ciò che vedremmo sarebbero le intime esperienze che cerca il mistico, di cui noi abbiamo già un po’ accennato.

 

Il mistico cerca di distogliere l’attenzione dal mondo esteriore,

di far tacere tutto ciò che penetra attraverso i suoi occhi e di scendere realmente nel proprio essere interiore.

Ma se prescindiamo innanzitutto da queste esperienze del mistico possiamo dire:

siamo protetti nella vita dal pericolo di discendere in questa nostra interiorità,

perché, nello stesso momento in cui ci svegliamo, il mondo esteriore distoglie il nostro sguardo.

 

Così, dunque, il risveglio può essere descritto in modo da dire:

invece di guardarci dall’interno, al momento del risveglio,

il nostro sguardo viene distratto sul mondo esteriore,

sul tappeto dei sensi intorno a noi, e il nostro proprio corpo fisico

appartiene davvero a questo tappeto sensoriale esteriore, quando lo osserviamo nella veglia.

 

Nello stato di veglia ci sfugge dunque la possibilità di osservare noi stessi dall’interno. È come se fossimo portati da una corrente: se dormiamo siamo da questa parte, da svegli siamo dall’altra. Se al di qua della corrente potessimo percepire qualcosa, noteremmo, come vedremo più tardi, il nostro corpo astrale e il nostro Io. Ma ci viene impedito di percepire questa nostra interiorità durante il sonno, poiché quando ci addormentiamo svanisce la possibilità della percezione, si spegne la coscienza.

 

Così è tracciato effettivamente un rigido confine tra il nostro mondo interno e il nostro mondo esterno.

Noi lo varchiamo con l’addormentarci e il destarci,

ma non lo possiamo oltrepassare senza che non ci venga realmente sottratto qualcosa.

Quando lo varchiamo, addormentandoci, termina la coscienza e non possiamo più osservare il mondo spirituale.

 

Al risveglio, la nostra coscienza viene subito distolta dal mondo esteriore,

e non possiamo più osservare l’elemento spirituale che sta alla base di noi stessi,

poiché essa è presa appunto dalle esperienze esteriori.

• Ciò che varchiamo, a questo punto,

ciò che ci oscura lo spirituale nel momento in cui ci svegliamo,

ciò che ci fa riconoscere questo spirituale solo come attraverso una cortina

non è nient’altro che qualcosa che si inserisce tra la nostra anima senziente

e il nostro corpo eterico o vitale e il nostro corpo fisico.

 

Quello che gli ultimi due arti nascondono, quello che essi coprono al risveglio, lo chiamiamo corpo senziente.

Questa è la ragione del fatto che vediamo il tappeto sensoriale esteriore.

Nel momento in cui ci destiamo, il corpo senziente è occupato con questo tappeto esteriore,

e noi non possiamo guardare dentro noi stessi.

• Così questo corpo senziente si pone come un confine

tra ciò che sta spiritualmente alla base del mondo esteriore dei sensi e la nostra vita interna.

 

Vedremo, nel corso delle conferenze, che è necessario per la vita umana,

poiché l’uomo, nel corso normale della sua vita, non potrebbe innanzitutto sopportare la vista

di ciò che vedrebbe se attraversasse coscientemente quella corrente,

non vi resisterebbe, dovendosi egli dapprima preparare.

 

E lo sviluppo mistico non consiste nel penetrare con violenza

nel mondo interiore del nostro corpo eterico o vitale e del nostro corpo fisico,

ma nel prepararsi, nel rendersi prima maturi di vedere quanto è possibile poi vedere,

quando si attraversa coscientemente quella corrente.

 

• Che cosa succederebbe all’uomo che volesse immergersi senza preparazione nel proprio interno, e quindi al risveglio non volesse vedere un mondo esteriore, ma volesse penetrare nel proprio mondo interiore, in ciò che sta spiritualmente alla base del nostro corpo eterico o vitale e del nostro corpo fisico? Un tale uomo, nella sua anima, proverebbe con forza straordinaria un sentimento, che nella vita, di solito, si conosce solo in forma molto attenuata.

Questo sentimento, che nella vita abituale si conosce soltanto in modo debole, coglierebbe l’uomo se egli, al risveglio, potesse scendere nel proprio interno con piena attenzione. Potremo anzitutto ricavarne un concetto attraverso una specie di paragone – e, di nuovo, non deve essere dimostrato nulla, ma si devono solo acquisire dei concetti.

Esiste nell’essere umano quello che si chiama senso di vergogna. Consiste nel fatto che, vergognandosi nella sua anima di un qualsivoglia aspetto, egli vuole distogliere l’attenzione sul resto dalla cosa o dall’attributo in questione di cui si vergogna. Questo senso di vergogna per qualcosa che è nell’uomo e che egli non vuole portare a manifestazione, è un debole accenno di quel sentimento che crescerebbe fino a una forza immane, se egli al risveglio potesse coscientemente guardar dentro nel proprio interno.

 

Tale sentimento s’impadronirebbe dell’anima umana con tale violenza,

che l’uomo lo sentirebbe riversato su tutto ciò che gli si fa incontro.

Egli avrebbe un’esperienza paragonabile alla sensazione come se prendesse fuoco.

Questo senso di vergogna agirebbe su di lui come un ardere.

E la ragione di questo?

• Perché l’uomo in quel momento sentirebbe quanto il suo corpo fisico e quello eterico o vitale

siano realmente completi rispetto a quanto egli è quale essere animico.

 

E di questo ci si può già fare un concetto anche con la logica abituale. Chi penetra in modo meramente esteriore, tramite la scienza fisica, la meravigliosa struttura, diremo, del cuore o del cervello umano in tutti i particolari, chi penetra anche soltanto una componente del sistema osseo dell’uomo con la sua mirabile organizzazione interna, potrà già sentire quanto questo corpo umano sia disposto in modo infinitamente saggio e perfetto.

Basta prendere un singolo osso dello scheletro umano, per esempio il femore, e osservare come in modo immensamente saggio e perfetto le trabecole di osso spugnoso si ramifichino in un reticolo fine in modo tale che con il minimo dispendio di materia viene generata la massima resistenza e capacità di sostegno per portare la parte superiore dell’uomo, oppure considerare la meravigliosa anatomia del cuore e del cervello umani, per avere un’idea di ciò che si sperimenterebbe se si guardasse dall’interno attraverso il tutto, di come esso sia scaturito a partire da una saggezza originaria.

 

Se a questo si confronta ciò che è l’uomo in quanto essere animico, ciò che egli è riguardo ai suoi piaceri, alle sue passioni e brame, si vede come egli miri proprio a rovinare il meraviglioso edificio del corpo fisico. Egli svolge tutta la sua vita in direzione delle brame, degli istinti e delle passioni, andando sostanzialmente a rovinare la mirabile struttura del cuore e del cervello fisico.

• Ciò che si può osservare nella vita ordinaria, come l’essere umano rovini il proprio cuore e il proprio cervello abbandonandosi al piacere di questo o quel genere voluttuario, sono, per così dire, solo gli inizi di un’attività distruttiva di questa meravigliosa costruzione del corpo umano.

 

Tutto ciò starebbe in modo vivente davanti all’anima umana, se essa scendesse coscientemente nel suo corpo eterico o vitale e nel suo corpo fisico. E sarebbe qualcosa di straordinariamente sconvolgente, qualcosa di annientante per l’uomo, se egli potesse confrontare l’imperfezione della sua anima con la mirabile edificazione corporea, se potesse vedere quello che c’è nel proprio interno e paragonarlo a quanto la saggia direzione dell’universo ha fatto dei suoi corpi fisico ed eterico, in cui si immerge ogni mattina al risveglio.

Perciò viene protetto dal discendere in maniera cosciente nel proprio intimo (corporeo, NdT), ne viene distolto da ciò che si distende quale tappeto sensoriale esteriore davanti a lui, durante tutto l’arco della giornata. Quindi non può guardare dentro nel suo elemento interiore (corporeo, NdT).

 

Il confronto tra l’anima umana e quello che sta spiritualmente alla base dei corpi fisico ed eterico desterebbe vergogna; e con tutte quelle esperienze animiche che il mistico attraversa prima di diventare degno di discendere nella propria interiorità viene fatto un lavoro preparatorio a questo sentimento.

Sono soprattutto le esperienze del mistico che suscitano nella sua anima la risoluzione più forte possibile di sentire la stessa come insignificante, come debole, di sentire che essa ha davanti a sé un cammino di perfezionamento infinitamente lungo.

 

Perciò il mistico deve destare nella sua anima specialmente i sentimenti di umiltà e dell’anelito alla perfezione, affinché si prepari a reggerne il confronto, altrimenti si sentirebbe ardere dalla vergogna come per un fuoco. Il mistico se ne rende maturo mediante i seguenti pensieri: • «Certo, quando guardo ciò che sono, e lo paragono a quanto la condizione universale ha svolto su di me, devo ammettere di essere ancora piccolo, brutto e meschino».

E il senso di vergogna che genera il rossore esteriore si estenderebbe in modo tale da essere realmente un fuoco bruciante, ardente, se il mistico non si dicesse: «Sì, ora è possibile che mi senta così scarso in confronto a quello che posso divenire, ma voglio tentare di sviluppare in me le grandi forze che mi rendono capace anche di corrispondere spiritualmente a ciò che la saggia conduzione dell’universo ha costruito nella mia corporeità».

 

Al mistico che vuole discendere nella sua interiorità viene fatto capire dal maestro spirituale che egli deve dapprima sviluppare un sentimento di umiltà che si estenda, per così dire, fino all’infinito. Questo sentimento si lascia pressappoco descrivere così.

A colui che è mistico in erba si può dire:

• «Guarda un po’ la pianta; essa è radicata al terreno, il quale le offre un regno che è inferiore rispetto al suo. Ma la pianta non può vivere senza quel regno che dapprima deve essere preso per un elemento inferiore. Se la pianta si chinasse verso il regno minerale potrebbe dire: “A questo regno inferiore da cui sono cresciuta devo la mia esistenza”. Essa si deve chinare con umiltà verso il regno più basso e dire: “Devo a te il fatto di esistere”. Altrettanto l’animale deve la sua esistenza al regno vegetale e, se divenisse cosciente della sua posizione nell’edificio universale, dovrebbe inchinarsi verso quel regno inferiore con umiltà.

 

E l’uomo che si guarda intorno nel mondo dovrebbe dire:

• “Io non avrei potuto propriamente raggiungere questo livello,

se non si fosse sviluppato in modo corrispondente tutto ciò che sta sotto di me”».

 

Quando l’uomo sviluppa tali sentimenti nella sua anima, arriva a un atteggiamento di fondo tale che, in realtà, non ha solo buon motivo di alzare lo sguardo in segno di riconoscenza a quanto sta sopra di lui, ma anche di guardare con ringraziamento a tutto ciò che gli sta sotto. Quando nell’anima si diffonde così, giustamente, ciò che si può chiamare educazione all’umiltà, allora essa viene percorsa e pervasa da questa sensazione, da questo sentimento di umiltà: che si ha ancora davanti a sé un cammino infinitamente lungo per diventare perfetti.

 

Tutto ciò che è stato detto non può essere limitato a concetti e idee.

Se lo si potesse, il mistico sarebbe pronto in fretta.

La cosa non si può esaurire con concetti e idee, si può soltanto sperimentare.

Solo chi vive sempre di continuo tali sentimenti,

semina nella sua anima la disposizione di fondo necessaria per il mistico.

 

Quando l’uomo diventerà maturo a discendere nel suo interno,

dovrà sviluppare quel sentimento che lo mette in grado di sopportare

quanto gli si può presentare sul cammino, se vuole diventare sempre più perfetto.

Egli deve sviluppare sentimento di devozione

di fronte a ciò che deve sopportare per avvicinarsi a un certo gradino di perfezione.

 

Per molto, molto tempo il mistico deve formare in sé il sentimento che solo grazie al superamento della sofferenza si sviluppano quelle grandi forze che occorrono per portare l’anima fuori da quella condizione in cui essa si sente debole di fronte a quello che le si pone sul cammino.

 

A questo punto, essa deve lasciar agire su di sé quel sentimento con il quale sempre di nuovo dirà:

«Anche se mi capiteranno ancora molti dolori, io voglio reggermi di fronte ad essi, senza vacillare;

poiché se godessi soltanto di ciò che la vita presenta come felicità,

non potrei mai sviluppare quella grande forza di cui l’anima umana ha bisogno».

 

Vengono acquisite forze grazie all’opposizione, nel superamento degli ostacoli, e non nell’incassare semplicemente uno stato di cose. Le forze vengono temprate solamente per il fatto di impegnarle a superare le controforze, per il fatto che l’essere umano è disposto a sopportare sofferenza e dolore con rassegnazione. È qualcosa che il mistico sviluppa nella sua anima, se vuole prepararsi a discendere nella propria interiorità senza ardere per il senso di vergogna.

Ovviamente, nella vita normale, l’uomo non deve passare per tutto quello che si attraversa qui, e nessuno può credere che una qualche scienza dello spirito pretenda che l’essere umano abituale pratichi tali esercizi. Ciò che qui viene descritto non è qualcosa che avanza richieste, ma avviene per spiegare ciò che possono fare, con la loro anima, coloro che prendono volontariamente su di sé una certa somma di tali esperienze, e ciò a cui il mistico aspira; egli rende in grado la propria anima di discendere in quella interiorità umana.

 

Nel corso normale della vita, però, si interpone il corpo senziente dell’uomo tra ciò che si può sperimentare dentro di sé come mistico e ciò che si vive nel mondo esteriore, proteggendo così l’uomo dall’entrare nel proprio interno senza esser preparato e dall’ardere, per così dire, di vergogna. L’uomo naturalmente, nel corso normale della vita, non può venire a sapere che cosa lo protegga dall’entrare impreparato dentro di sé, poiché lì giunge già al confine del mondo spirituale. Tuttavia, il ricercatore spirituale che vuole indagare l’interiorità umana deve varcare questo limite; deve dunque passare attraverso quella corrente che distoglie l’abituale coscienza umana normale dall’interiorità verso l’elemento esteriore. Questa coscienza viene protetta dall’entrare in condizione immatura nel proprio interno, viene preservata dall’ardere nel fuoco della propria vergogna.

 

L’uomo non può vedere la potenza che ogni mattina al risveglio lo protegge dal discendere nel proprio interno. Essa è la prima entità spirituale che il genuino, vero investigatore spirituale incontra sulla via che porta nella propria interiorità. Egli deve passare dinanzi a quell’entità che nella coscienza normale lo preserva da quell’ardere interiore, dall’incendio interiore della vergogna, e che distoglie la visione verso l’interno sul mondo esterno, sul tappeto sensoriale esteriore. La coscienza normale ne risente l’effetto.

L’uomo non la può vedere, perché essa è realmente la prima entità spirituale a cui dobbiamo passare davanti, quando vogliamo penetrare nel mondo dello spirito.

 

È quest’entità spirituale che ogni mattina sta vicino all’uomo

e lo preserva, in condizione immatura, dal vedere spiritualmente il proprio interno,

noi la chiamiamo, nella scienza dello spirito, piccolo Guardiano della soglia.

La via che conduce nei mondi spirituali gli passa accanto.

 

In tal modo abbiamo condotto la nostra coscienza, dapprima, alle esperienze che durante il giorno ci stanno più vicine, per arrivare fino al confine dove possiamo presentire ciò che il ricercatore spirituale vede come piccolo Guardiano della soglia.

Vogliamo descrivere più avanti questo piccolo Guardiano della soglia, poiché vogliamo prendere le mosse da ciò che già conosciamo e avvicinarci gradualmente a ciò che ci è ancora ignoto.

• Con questo, dunque, si intende anche che, effettivamente, durante la coscienza diurna, non vediamo affatto il nostro vero essere e, quando noi lo chiamiamo microcosmo, il piccolo mondo, nel senso delle due ultime conferenze, possiamo dire che non lo vediamo mai propriamente nel suo vero aspetto spirituale, ma scorgiamo soltanto quanto da esso si mostra in condizione normale, ossia soltanto l’elemento esteriore. Quindi è davvero qualcosa che si può paragonare a una sorta di immagine riflessa.

 

• Come noi, guardandoci allo specchio, vediamo la nostra immagine e non noi stessi,

• così non vediamo il microcosmo stesso, il reale essere dell’uomo,

quando siamo nella coscienza diurna, ma solamente la sua immagine riflessa;

vediamo il microcosmo in immagine speculare.

Vediamo mai il macrocosmo nella sua realtà?

 

Di nuovo vogliamo porre davanti alla nostra anima esperienze giornaliere che ci stanno molto vicine. Che cosa sperimenta l’uomo, nel corso delle ventiquattro ore, nel mondo sensibile esteriore? Egli sperimenta anche un cambiamento tra giorno e notte, come nel microcosmo, ma questo gli si fa incontro nel mondo esteriore. Egli sperimenta come al mattino il Sole sorga e la sera tramonti; come la luce solare dapprima illumini tutti gli oggetti che gli stanno intorno.

 

• Che cos’è che l’uomo vede dal sorgere del Sole fino al tramonto?

Sostanzialmente non vede affatto gli oggetti, ma la luce solare che glieli riflette.

Non vediamo un oggetto nell’oscurità. L’uomo non può scorgerlo senza illuminazione.

Ciò che è valido per l’occhio, possiamo anche dirlo per gli altri sensi, ma vogliamo restare innanzitutto all’occhio.

Se si guarda il Sole, gli occhi vengono abbagliati. Perciò non si può mai veramente percepire il Sole stesso.

 

L’uomo, in fondo, percepisce i raggi solari che gli riflettono il mondo esteriore; non percepisce gli oggetti, ma i raggi solari riflessi. Questo succede dal mattino fino alla sera. L’uomo, però, vede soltanto in modo molto imperfetto la causa che gli consente di vedere le cose esteriori, poiché ciò a cui dobbiamo il fatto di poter percepire, soprattutto di giorno, un mondo esteriore dei sensi, ci abbaglia. Questa è un’immagine, una similitudine.

 

Come ci comportiamo verso il mondo sensoriale esteriore, così capita anche nella nostra propria interiorità.

Non vediamo mai la causa per cui percepiamo le cose.

• Noi le percepiamo, ma non possiamo innalzarci a ciò che ce le rende percepibili;

questo ci abbaglia come il Sole quando vogliamo percepirlo quale fondamento della visibilità degli oggetti.

• Così col Sole esteriore, durante il giorno, ci capita, in modo molto simile,

quello che ci succede al risveglio con la nostra interiorità.

 

Noi ci viviamo nella nostra propria interiorità.

• Le forze che vi stanno dentro ci rendono idonei a vivere e a percepire il mondo esteriore,

ma ci impediscono anche di percepire noi stessi.

• Avviene ugualmente come con il Sole; esso ci mette in grado di vedere le cose,

ma ci abbaglia se vogliamo percepirlo per se stesso.

 

Ma noi non possiamo neanche percepire, durante il giorno, tutto quello che, in certo modo, è collegato col Sole, che in genere vi appartiene. Percepiamo ciò che la nostra Terra ci mostra nella luce solare riflessa. Se guardiamo fuori nello spazio cosmico, non scorgiamo nemmeno quanto appartiene al nostro sistema solare. A questo non appartiene solo il Sole, ma anche i pianeti. La loro vista ci è sottratta durante il giorno.

 

Il Sole ci acceca non solo per se stesso, di giorno, ma anche a tal punto che non possiamo vedere i pianeti.

Noi guardiamo fuori nello spazio e sappiamo

che se là fuori vi sono anche i pianeti che appartengono al nostro sistema solare,

essi si sottraggono alla nostra vista.

 

Possiamo dunque dire che,

• allo stesso modo come di giorno la nostra propria interiorità ci si sottrae,

come di notte ci sfugge il mondo spirituale, quando siamo nello stato di sonno abituale,

• così, quando rivolgiamo fuori lo sguardo e vi abbracciamo il tappeto sensoriale,

di giorno si sottraggono le cause della nostra percezione sensibile.

 

Ciò che sta propriamente a base del Sole, che unisce il Sole con gli altri pianeti del sistema solare,

con le entità che vediamo, nella loro espressione esteriore,

in ciò che chiamiamo Mercurio, Venere, Marte, Giove, Saturno e così via,

ciò che lì è vivente reciproco operare tra il Sole e questi corpi celesti, tutto questo di giorno ci sfugge.

Quanto percepiamo è un effetto della luce solare.

 

E se ora paragoniamo questa condizione con quella

in cui il mondo dei sensi ci attornia di notte, dal tramonto del Sole fino al suo sorgere,

possiamo in certo modo percepire ciò che appartiene al nostro sistema solare.

• Possiamo rivolgere lo sguardo verso il meraviglioso cielo stellato, dove i pianeti si offrono al nostro sguardo.

Ma mentre possiamo vedere i pianeti che appartengono al nostro sistema solare nel cielo notturno,

il sole stesso ci si sottrae, è per noi invisibile.

 

Pertanto dobbiamo dire:

• ciò che di giorno ci rende visibile il mondo dei sensi,   • di notte ci toglie la possibilità di osservarlo.

Esso ci sfugge; di notte avvolge tutto il nostro mondo sensoriale nell’impercettibilità,

e noi scorgiamo soltanto quanto appartiene al nostro Sole, vediamo solo il mondo planetario.

 

Vi è una possibilità per lo stato notturno, di produrre qualcosa di analogo alla condizione del mistico per quel che riguarda la discesa nel mondo interiore, così come l’abbiamo descritta? Vi è qualcosa di simile?

L’umanità odierna non ha molta coscienza di questa condizione simile, tuttavia essa esiste. Consiste nel fatto che l’essere umano, come il mistico, sviluppi determinate qualità di umiltà e dedizione, e anche certe altre che noi possiamo renderci comprensibili col portarci davanti all’anima, innanzitutto, le più semplici di queste.

Di nuovo, vogliamo prendere le mosse da una qualità molto semplice.

 

L’uomo nella vita normale la possiede pure, ma solamente sviluppata a un grado debole, come il senso della vergogna. Se egli ampliasse a dismisura questo sentimento che nella vita abituale ha solo debolmente, e che andremo subito a caratterizzare, si prepara in effetti a sperimentare, di notte, qualcosa di molto diverso da quello che avviene nella coscienza normale.

E tale sentimento che l’uomo deve a questo punto sviluppare in sé è il seguente.

Sappiamo tutti che in primavera sentiamo in modo diverso rispetto all’autunno. Un’anima sana sentirà, in primavera, diversamente che in autunno. Essa proverà sentimenti differenti quando, in primavera, le gemme degli alberi si schiudono e, per così dire, ci promettono la bellezza e lo splendore dell’estate. È qualcosa che si riversa nella nostra anima a partire dalla speranza che si desta quando vediamo avvicinarsi la primavera.

 

Questo sentimento è sviluppato debolmente nell’uomo normale ordinario, tuttavia esso è presente. E quando viviamo in autunno, questo sentimento che c’è in primavera quale speranza per l’estate, e che si presenta come un risveglio dell’anima, può poi tramutarsi in un sentimento di malinconia, vedendo gli alberi spogliarsi delle foglie e vedendo come al posto di piante verdi e fiori che ci hanno mostrato un meraviglioso spettacolo durante l’estate vi siano sempre più arbusti brulli e secchi come scope. Lì la nostra vita animica si trasforma; viene pervasa da ciò che possiamo chiamare tristezza del cuore.

Dunque nel corso dell’anno possiamo attraversare un percorso dell’anima,

partecipando ai fenomeni della vita esteriore.

 

E poiché, nell’uomo, questi sentimenti che sono stati appunto caratterizzati, questi sentimenti della primavera e dell’autunno sono sviluppati solo debolmente nella vita normale, così l’uomo, quando giunge l’estate, avverte anche l’accrescimento del sentimento della primavera in misura non corrispondente, e non prova nemmeno il cambiamento della tristezza dell’autunno in un sentimento ancora diverso che va oltre, quando la Terra si dispiega completamente intorno a noi nel suo abito invernale.

Ma in tali sentimenti sono stati educati i discepoli spirituali – e ancor oggi vi vengono educati – che volevano percorrere la via opposta a quella del mistico.

 

• Mentre il mistico viene portato giù nella sua interiorità,

• chi vuol seguire il sentiero opposto

vien condotto fuori nel ciclo della grande natura e istruito in modo da parteciparne agli eventi.

• La sua anima viene curata

così che egli impari a sentire gradualmente in gran quantità, in primavera,

quello che nella vita ordinaria si sente in maniera debole,

in modo da imparare a condividere tutto il germogliare della vegetazione primaverile.

 

Quando egli sarà in grado di immedesimarvisi del tutto,

potendo dimenticarsi di se stesso e partecipando alla natura primaverile,

allora questa esperienza diventerà, verso l’estate, qualcosa di molto particolare.

• La speranza che si risveglia in primavera diventerà d’estate una completa esultanza interiore.

 

A questo viene educato colui che, per così dire, è un mistico in senso opposto.

E di nuovo, quando l’essere umano è al punto che nell’oblio di sé,

intensificato al massimo grado, ha imparato a sperimentare la tristezza dell’autunno,

può allora anche essere in grado di sperimentare l’aumento del sentimento di malinconia autunnale

fino a condividere la morte di tutta la natura nel mezzo dell’inverno.

 

Così venivano educati, tra l’altro, quei discepoli che avevano seguito gli insegnamenti sul sentimento negli antichi misteri nordici, che oggi sono noti al mondo esteriore, ormai, solo più per tradizione, soltanto in maniera esteriore. In quei misteri, i discepoli erano educati in modo che imparavano, attraverso particolari metodi, a partecipare nel loro sentire, nella loro anima, al corso annuale della natura. E tutto quello che l’allievo viveva d’estate, nel tempo della notte di San Giovanni, significava una coesultanza con l’intera natura.

 

I fuochi della notte di S. Giovanni erano qualcosa come un accenno all’intensificarsi del sentimento della speranza di primavera fino a un esultare di gioia con la natura estiva, se si fosse partecipato al soffio della vita che pervadeva tutto il cosmo. E nel solstizio d’inverno il discepolo condivideva, nell’anima più profonda, il morire della natura, il sentimento della tristezza dell’autunno infinitamente crescente fino a partecipare alla morte.

 

Così erano le esperienze di sentimento che, in effetti, con quella intensità non potevano essere quasi più vissute dall’uomo odierno, poiché egli, con il progresso della vita intellettuale degli ultimi secoli, è sostanzialmente incapace di quelle grandi, forti esperienze che attraversavano le anime dei primitivi popoli del continente europeo, particolarmente del nord e del centro Europa. Ma poi, se era stato attraversato qualcosa di simile a quella preparazione, si mostrava effettivamente, per quegli uomini che avevano in tal modo intensificato le loro esperienze animiche interiori, qualcosa di molto particolare. Essi acquisivano una determinata facoltà.

 

Come il mistico ha la capacità di scendere nella sua propria interiorità, così essi raggiungevano la facoltà – anche questo sembra strano, ma è così, io descrivo solo cose che innumerevoli uomini hanno sperimentato e possono farlo ancora –, ottenevano la capacità di guardare attraverso la materia, vale a dire, potevano vedere non solo quello che si percepisce come superficie, ma anche attraverso questa; erano soprattutto in grado di guardare, dal tramonto fino al sorgere del Sole, attraverso la nostra Terra; e attraverso questa, diventata trasparente, risplendeva loro, in modo vivente, il Sole.

 

Questo, negli antichi misteri, si chiamava la visione del Sole a mezzanotte. Tuttavia il Sole poteva essere contemplato nella sua più grande pienezza e magnificenza solo se ci si fosse avvicinati con la propria anima, nel periodo del solstizio invernale, a quella condizione in cui tutto il tappeto esteriore del mondo dei sensi era morto.

Allora si era conseguito questa facoltà di guardare il Sole non come un’entità abbagliante come appare di giorno, ma tutto il bagliore ne era attenuato;

si vedeva il Sole non più quale essere fisico là fuori, ma quale essere spirituale.

 

Si contemplava lo Spirito del Sole. Ciò che quale effetto fisico agisce come abbagliamento era smorzato dalla materia della Terra. Questa era divenuta trasparente e faceva passare soltanto lo spirituale del Sole.

Ma a quella visione del Sole era congiunto qualcosa di essenzialmente diverso, con quella visione si mostrava qualcosa di molto singolare. Si presentava infatti nella sua realtà quello che ieri abbiamo indicato in modo astratto: che esiste veramente una vivente interazione tra tutto ciò che appartiene come pianeti al nostro sistema solare e il Sole stesso, per il fatto che delle correnti vanno di continuo dai pianeti al Sole e dal Sole ai pianeti.

In breve, là fuori, si presenta, in modo spirituale, un evento che si lascia paragonare con qualcosa della vita che ognuno conosce, ossia con la circolazione sanguigna del corpo umano.

 

• Come il sangue va dal cuore agli organi e da questi torna di nuovo al cuore nella vivente corrente circolatoria,

• come vi è questa viva circolazione sanguigna,

• così il Sole si mostra come il punto centrale di vivaci correnti spirituali

che fluiscono dal Sole ai pianeti e da questi rifluiscono nuovamente al Sole.

Tutto il sistema solare si presenta come sistema spirituale pieno di vita;

noi ravvisiamo effettivamente il nostro sistema solare come spirituale,

di cui l’elemento esteriore è davvero soltanto un simbolo.

 

Tutto ciò che l’uomo impara a sperimentare grazie all’intensificazione della capacità del suo sentimento, come è appena stato descritto, si sottrae, quale elemento spirituale dello spazio cosmico, all’ordinaria vista diurna. Si nasconde anche a quella notturna. Infatti, che cosa vede l’uomo di notte, con le sue ordinarie facoltà, quando guarda su nello spazio celeste? Ne vede, in fondo, solo il lato esteriore come dal suo proprio interno, così che quanto noi scorgiamo del cielo stellato è il corpo di un essere spirituale che gli sta a fondamento.

Come noi, guardando con gli occhi il nostro corpo, vediamo l’espressione esteriore dello spirituale in noi, così vede l’uomo quando guarda di notte il cielo stellato, senza dubbio una meravigliosa architettura, ma questa è il corpo materiale dello spirito cosmico che si esprime con questo corpo in tutti i suoi movimenti che ci vengono incontro esteriormente. E, di nuovo, le cose stanno così: per la coscienza umana ordinaria, per così dire, viene tirato davanti un velo; si dispiega un velo dinnanzi a tutto ciò che l’uomo vedrebbe se guardasse spiritualmente, come è stato appena descritto, attraverso ciò che gli si presenta nello spazio.

 

• Come noi veniamo protetti dalla nostra propria interiorità,

• così, nella vita ordinaria, siamo preservati dalla visione dello spirituale

che sta alla base del mondo materiale esteriore.

Quando siamo nella vita abituale, si distende ciò che chiamiamo il velo dei sensi

su quanto ne è spiritualmente alla base.

Perché succede questo?

C’è un sentimento che insorgerebbe subito, se gli uomini vedessero lo spirituale come se niente fosse.

 

• Se l’uomo lo percepisse all’istante, senza la preparazione e maturità che acquisisce col partecipare ai processi della natura, proverebbe un sentimento che si potrebbe esprimere con le parole: terrore sconcertante o il più spaventoso smarrimento. Poiché i fenomeni sono così grandiosi e possenti che i concetti umani che acquisiamo nella vita ordinaria, quando anche imparassimo tanto, non bastano davvero a sopportare quella vista sconcertante; l’uomo sarebbe preso da un sentimento di terrificante smarrimento, da un aumento enorme della paura e del terrore.

 

• Come l’uomo arderebbe di vergogna se discendesse nel proprio interno senza preparazione,

• così impietrirebbe letteralmente dalla paura

se guardasse dentro lo spirituale del mondo esteriore senza preparazione,

poiché si sentirebbe portato come in un labirinto.

• Ma se l’anima si prepara attraverso tali concetti e rappresentazioni che vanno oltre l’esperienza ordinaria,

allora può abituarsi gradualmente a vedere dietro il mondo dei sensi.

 

Oggi, con la vita intellettuale, non è possibile – questo è già stato accennato – che l’essere umano attraversi ciò che sperimentavano a quei tempi gli uomini nei misteri nordici. Attraverso la sua vita intellettuale l’uomo non può più provare questa intensificazione dei sentimenti della primavera e dell’autunno. Gli uomini oggi pensano in modo molto, molto diverso da allora. Il pensare in quel tempo non era ancora formato. L’intellettualità si sviluppava solo a poco a poco. E con il suo sviluppo andava perduta per gli esseri umani anche la possibilità di avere tale esperienza. Ma l’uomo può, sotto un certo aspetto, riaverla in modo indiretto, in immagine riflessa, non per il fatto di provare quelle stesse sensazioni con i processi naturali esteriori, ma valendosi di esposizioni e descrizioni che gli vengono fornite a partire dalla visione del mondo spirituale e delle sue connessioni.

 

Simili descrizioni, oggi, nel nostro tempo presente, vanno pian piano offerte agli esseri umani, nel modo come ad esempio – non lo dico per immodestia, ma poiché lo si esige – vengono date nel mio libro appena pubblicato La scienza occulta. In questo viene esposto qualcosa del mondo che non è possibile percepire esteriormente, ossia partendo da un fondamento – vedremo ancora questo – da cui cose simili possono essere descritte; viene esposto ciò che sta spiritualmente alla base del mondo e che può vedere chi si è preparato nel modo appena descritto. Un tale libro non può esser letto come un libro qualsiasi – non è pubblicato per una semplice lettura –, ma va letto in modo che i concetti e le idee che vi sono contenuti suscitino dei sentimenti, in modo da sentire davvero con piena forza nell’anima quello che vi è rappresentato in concetti e idee.

 

• Se lo si legge così da provare nell’anima le più forti esperienze di sentimento, allora queste sono analoghe a quelle che sono state vissute in quei misteri nordici dell’Europa.

Noi troviamo in questo libro tutta una descrizione delle precedenti incarnazioni della nostra Terra, vi troviamo descritto uno stato saturnio, uno solare e uno lunare. Se non leggiamo come qualcosa di teorico l’esposizione che vi troviamo, ma se partecipiamo a quanto vi è descritto, se stiamo attenti al modo come è esposto, notiamo una diversità di stile tra le descrizioni degli antichi stati di Saturno, del Sole e della Luna.

 

Se lasciamo agire su di noi quanto viene detto di Saturno, possiamo ritrovare qualcosa dell’intonazione primaverile del discepolo dei misteri nordici; e nella descrizione del Sole abbiamo qualcosa di analogo alla sensazione che afferrava costui nell’esultare di giubilo nella notte di San Giovanni, mentre la descrizione della Luna corrisponde a qualcosa del suo stato d’animo autunnale.

Non per niente il libro s’è fatto attendere così a lungo, poiché è importante che le descrizioni svolte risveglino in noi sensazioni simili agli stati d’animo dei discepoli nei misteri nordici. E quando andiamo all’esposizione dell’evoluzione terrestre e teniamo conto di tutto questo, come lì è formato tutto lo stile, allora avremo uno stato d’animo come dev’essere quando si va verso l’inverno, verso il 21 dicembre, il solstizio invernale. Essa suscita la tristezza della morte, e ciò si trasforma poi nella suggestività del Natale.

Può essere dato questo, oggi, al posto di quanto l’uomo non può più attraversare, poiché egli, appunto, si è innalzato da una vita nella sensazione all’intellettualità, al pensare.

 

Per questo motivo

• oggi va nuovamente stimolato, attraverso il riflesso del pensare,

un sentimento e una sensazione che originariamente si sono accesi sulla natura stessa.

• Così gli scritti scientifico-spirituali vanno oggi stilati e letti

riguardo alla loro intonazione al corso dell’anno del divenire cosmico.

 

Se si descrivesse solo teoricamente, sarebbe del tutto assurdo, non porterebbe a nient’altro che ad appropriarsi delle questioni spirituali come fossero ricette di un libro di cucina. La differenza tra i libri di scienza dello spirito e gli altri non sta nel fatto che si descrivono argomenti diversi, ma soprattutto nel modo in cui vengono date le cose. Da questo desumeremo ciò che dev’essere alla base dei libri scientifico-spirituali: gli argomenti sono colti a partire da certe profondità e, quale sia il compito del nostro tempo, dev’esserci dentro ciò che indirettamente, grazie ai pensieri, può accendere di nuovo i sentimenti.

 

Di che cosa dobbiamo tener conto per avere anche oggi una possibilità di trovare qualcosa che ci porti nuovamente fuori dallo smarrimento in cui si ritrova l’anima umana quando penetra nel labirinto degli eventi cosmici spirituali?

Quando l’essere umano entra in questo labirinto, gli occorre una guida. È qualcosa che ci ha già fatto notare profeticamente il popolo greco che, per primo, ha preparato il pensare. Nella popolazione primigenia, originaria nordica, esistevano ancora le facoltà per leggere il grande scritto della natura, al tempo in cui i Greci si erano già sviluppati a un più alto punto di vista dell’intellettualità. E i Greci dovettero preparare quello che oggi noi dobbiamo sviluppare in massima misura. Certamente non si sarebbe ancora potuto scrivere una tale Scienza occulta in Grecia, ma, in modo diverso, per chi osava entrare nel labirinto del mondo cosmico spirituale, è stata data un’immagine, attraverso i Greci, per quanto riguarda la possibilità di avere un filo grazie a cui potersi ritrovare di nuovo dallo smarrimento del labirinto.

Questo ci viene accennato nel mito di Teseo, che si reca nel labirinto col filo di Arianna. Per il tempo odierno, questo filo di Arianna non è nient’altro che un’immagine per i concetti che noi dobbiamo sviluppare nell’anima riguardo al mondo soprasensibile.

 

• È il sapere spirituale che ci viene offerto dalla scienza dello spirito,

affinché possiamo entrare con sicurezza in quel labirinto del mondo spirituale del macrocosmo.

• Così quanto oggi ci vien dato nella scienza dello spirito, che innanzitutto parla soltanto alla ragione,

dev’essere un filo di Arianna che ci aiuta a superare ogni smarrimento

in cui potremmo giungere entrando impreparati nel mondo spirituale del macrocosmo.

 

Così vediamo che in realtà

l’essere umano, quando vuole trovare lo spirito nel mondo esteriore,

deve passare per una regione che, nella vita normale, attraversa incoscientemente;

egli deve percorrere in modo cosciente quella corrente che gli porta via la coscienza.

 

• Quando poi egli lascia agire su di sé ciò che abbiamo mostrato come sensazioni

che vengono accese o a partire dal divenire della natura stessa

o grazie a concetti e idee che abbiamo appena caratterizzato,

quando l’uomo si sviluppa in tal modo, allora egli acquisisce gradualmente la facoltà

di avvicinarsi senza timore a quella potenza spirituale

che altrimenti gli dovrebbe incutere paura e terrore.

 

È il grande Guardiano della soglia che sta davanti al grande mondo spirituale,

impercettibile per la coscienza ordinaria.

• Egli diventa percepibile per chi si prepara in modo adeguato.

Pertanto, colui che si è preparato a uscire nel grande mondo spirituale, nel macrocosmo spirituale,

intrepido davanti ad ogni smarrimento in cui potrebbe imbattersi,

passa dinanzi al grande Guardiano della soglia che ci mostra anche come siamo ancora marginali

e come dobbiamo sviluppare nuovi organi se vogliamo abituarci a quel grande mondo, al macrocosmo spirituale.

• L’uomo se ne starebbe scoraggiato e avvilito se si avvicinasse impreparato a quel grande Guardiano della soglia.

 

Abbiamo descritto come l’uomo sia, per così dire, rinchiuso in due confini. Lo abbiamo già fatto notare nell’ultima conferenza; oggi abbiamo descritto più dettagliatamente come l’uomo sia rinchiuso tra quelle due porte. Davanti a una vi sta il piccolo Guardiano della soglia e dinanzi all’altra il grande Guardiano della soglia. Una porta conduce nell’interiorità umana, nello spirito del microcosmo, l’altra nello spirito del macrocosmo.

Dobbiamo però renderci anche conto che da quello stesso macrocosmo in cui veniamo portati giungono le forze che ci edificano. Da dove viene tratto il materiale per il nostro corpo fisico e per quello eterico o vitale? Ciò che genera il corpo fisico e il corpo eterico, tutte quelle forze che in tal modo confluiscono per costruire ciò che è così pieno di saggezza, tutto questo ci si fa incontro realmente dispiegato nel grande mondo. Poiché, se siamo passati davanti al grande Guardiano della soglia, non ci viene incontro solo della conoscenza sul macrocosmo. Si possono acquisire conoscenze del grande mondo. Ma pur acquisendole, non si è ancora trovato il proprio accesso nel mondo degli effetti operanti e delle forze. Poiché non sarebbe possibile edificare il nostro corpo a partire dalle cognizioni; esso dev’essere costruito partendo da forze.

 

• Se passiamo davanti al grande Guardiano della soglia,

a quel singolare e misterioso essere spirituale,

entriamo in un mondo di azioni e forze sconosciute.

• Di quel mondo va detto che l’uomo dapprima non ne sa nulla,

poiché vi si dispiega davanti il velo del mondo dei sensi.

 

Ma sono quelle forze che fluiscono in noi, per le quali sono connessi i nostri corpi fisico ed eterico o vitale.

Tutte queste interazioni, queste reciproche azioni fra il grande e il piccolo mondo,

di attività tra ciò che vi è dentro e ciò che vi è fuori e si nasconde attraverso il velo dei sensi,

sono contenute nel labirinto che ci fa smarrire. Qui penetriamo in una vita attiva.

 

 

By | 2018-09-28T11:11:16+02:00 Settembre 28th, 2018|IL GUARDIANO DELLA SOGLIA|Commenti disabilitati su IL PICCOLO E IL GRANDE GUARDIANO DELLA SOGLIA