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IL PROBLEMA DELLA MORTE COME QUESTIONE DELLA COSCIENZA

Il problema della morte come questione della coscienza

O.O. 93a – Elementi fondamentali dell’esoterismo – 24.10.1905


 

Sommario: Il problema della morte come questione della coscienza. Il dualismo: il nocciolo interiore dell’essere (monade) e l’uomo fisico-astrale; la loro diversa evoluzione fino alla loro unificazione in epoca lemurica. L’origine del karma. Saggezza, bellezza, forza come immagini speculari di manas, buddhi e atma.

 

Per proseguire la nostra discussione sul karma e sulla reincarnazione

vogliamo trattare, come questione particolare nel contesto generale, il problema della morte.

 

La domanda: “Perché l’uomo muore?” impegna continuamente l’umanità. Ma non è molto facile rispondere, perché quello che noi oggi chiamiamo “morire” dipende dal fatto che ci troviamo ad un determinato livello della nostra evoluzione. Sappiamo che, per il momento, viviamo in tre mondi: in quello fisico, in quello astrale e in quello mentale, e che la nostra esistenza si alterna fra questi tre mondi. Dentro di noi abbiamo un nocciolo interiore dell’essere, che chiamiamo “monade”. Questo nocciolo dell’essere lo conserviamo attraverso tutti e tre i mondi. Nel mondo fisico esso vive in noi, ma vive in noi anche nel mondo astrale e in quello devachanico.

 

Il nocciolo interiore dell’essere c’è sempre,  solo che si riveste sempre con abiti diversi.

La veste del nostro nocciolo dell’essere è diversa nel mondo fisico, in quello astrale e in quello devachanico.

 

Per ora prescindiamo dalla morte e immaginiamoci l’uomo nel mondo fisico come rivestito di una certa materia. Poi si presenta nel mondo astrale e in quello devachanico di volta in volta con una veste diversa. Ora supponiamo che l’uomo sia cosciente in tutti e tre i mondi, in modo da essere in grado di percepire le cose intorno a sé. Senza sensi e percezioni l’uomo non vivrebbe coscientemente nemmeno nel mondo fisico.

 

Se oggi l’uomo fosse cosciente nella stessa misura in tutti e tre i mondi, non ci sarebbe la morte, ci sarebbe solo trasformazione. Allora l’uomo passerebbe coscientemente da un mondo all’altro. Allora per lui questo passaggio non sarebbe una morte, e per quelli che rimangono sarebbe tuttalpiù come la partenza per un viaggio. Però l’uomo acquisisce la continuità della coscienza in questi tre mondi soltanto un po’ alla volta. In un primo momento, quando passa dal mondo fisico agli altri mondi, egli sente come un oscuramento della propria coscienza. Gli esseri che conservano la coscienza non conoscono la morte. Ora, vediamo come l’uomo sia giunto ad avere l’attuale coscienza fisica e come acquisirà un’altra coscienza.

 

Dobbiamo necessariamente vedere l’uomo come un essere duplice, composto da due esseri: dalla monade e dal rivestimento della monade.

Chiediamoci: “Com’è sorta l’una e com’è sorto l’altro? Dove viveva l’uomo astrale prima di diventare quello che è adesso? E dove viveva la monade?” Entrambi hanno attraversato diversi stadi evolutivi, entrambi sono giunti a poco a poco a potersi unire.

 

Osservando l’uomo fisico-astrale veniamo rimandati a tempi molto lontani, nei quali egli esisteva solo come immagine archetipica astrale, come forma astrale. L’uomo astrale che c’era in origine era una creazione diversa dal corpo astrale attuale, era un essere molto più vasto. Questo corpo astrale di una volta ce lo possiamo immaginare pensando che a quei tempi la Terra era una grande palla astrale, composta di uomini astrali. Tutte le forze naturali e gli esseri che oggi sono intorno a noi a quei tempi erano ancora dentro l’essere umano; l’uomo viveva disciolto nell’esistenza astrale. Tutte le piante, gli animali, e così via, gli istinti e le passioni animalesche a quei tempi vivevano ancora nell’uomo astrale. Ciò che oggi hanno in sé il leone, tutti i mammiferi, a quei tempi era tutto mescolato col corpo astrale dell’uomo. Allora il corpo astrale dell’uomo aveva in sé tutti gli esseri distribuiti su questa Terra. La Terra astrale era composta da corpi umani puramente astrali come una grande palla di more e racchiusa in un’atmosfera spirituale nella quale vivevano gli esseri devachanici.

 

Questa atmosfera (la si potrebbe chiamare aria astrale) che circondava la Terra astrale di allora era fatta di una sostanza un po’ più sottile di quella del corpo astrale umano. In questa aria astrale vivevano esseri spirituali, inferiori e superiori, fra i quali anche le monadi umane, totalmente separate dai corpi astrali umani. Questa era la condizione della Terra a quei tempi. Le monadi che erano già presenti nell’aria astrale non potevano collegarsi al corpo astrale, perché a quei tempi i corpi astrali degli uomini erano ancora troppo selvaggi. Gli istinti e le passioni dovettero prima essere estratti dagli stessi. Così, gradualmente, con la separazione di certe sostanze e forze che il corpo astrale aveva, il corpo astrale umano apparve in una forma più pura. Ma gli scarti rimasero come creature astrali separate, esseri con un corpo astrale ancora più denso, con istinti singoli, brame e passioni selvagge.

 

A questo punto, dunque, c’erano due corpi astrali: un corpo astrale umano meno selvaggio e un corpo astrale selvaggio molto denso. Teniamo questi due ben separati: il corpo astrale umano e tutto ciò che gli viveva intorno. Il corpo astrale umano diventò sempre più fine, nobile, continuando sempre a produrre degli scarti che divennero sempre più densi. Ne originarono (quando raggiunsero la densità fisica) gli altri regni: il regno animale, quello vegetale e quello minerale. A seguito di questo processo di addensamento, certi istinti e certe forze che erano stati scartati si manifestarono come le diverse specie animali.

 

Così avvenne una continua purificazione dei corpi astrali, e questo ebbe necessariamente una conseguenza sulla Terra. Infatti, per il fatto che, a seguito della purificazione, si trovò ad avere accanto a sé quel che prima aveva avuto dentro di sé, l’uomo entrò in rapporto con questi esseri, e quel che prima egli aveva avuto dentro di sé prese ad agire in lui dall’esterno.

Questo è un processo eterno, anche nella separazione dei due sessi, che in seguito agiscono l’uno sull’altro anch’essi dall’esterno. Tutto il mondo inizialmente era intessuto con noi; soltanto in seguito esso agì su di noi dall’esterno. Il simbolo archetipico di questo tornare in se stessi è, dall’altra parte, il serpente che si morde la coda.

 

Nel corpo astrale purificato sorgono ora immagini del mondo che lo circonda. Supponiamo che l’uomo, per esempio, avesse secreto dieci forme diverse che ora lo circondavano. Prima esse erano dentro di lui e adesso sono intorno a lui. Ora nel corpo astrale purificato sorgono immagini speculari del mondo circostante, ovvero delle forme che si trovano fuori di lui. Queste immagini speculari si trasformano in lui in una nuova forza, agiscono dentro di lui, trasformano il corpo astrale più nobile, che si è purificato.

Per esempio, egli pose fuori da sé la ferocia; ora essa è fuori di lui come immagine e agisce su di lui come forza formante. Il corpo astrale viene costruito con le immagini del mondo secreto che prima era in lui. Esse costruiscono in lui un nuovo corpo. Prima, l’uomo aveva avuto il macrocosmo dentro di sé, poi lo secernette, e ora questo formò in lui il microcosmo, un sunto di se stesso.

 

Così, ad un determinato livello, troviamo l’uomo in una forma che gli viene conferita dall’intero ambiente circostante. Le immagini speculari agiscono sul suo corpo astrale in modo da differenziarlo e scomporlo. Per mezzo delle immagini riflesse, il suo corpo astrale si divise ed egli lo ricompose a nuovo con le parti, in modo da diventare, poi, un organismo articolato.

La massa astrale comune diventa differenziata nei diversi organi, nel cuore, e così via. Inizialmente tutto era astrale, in seguito l’uomo fisico si depositò tutt’intorno. Le formazioni umane, in tal modo, divennero sempre più atte ad addensarsi e a diventare un organismo più complesso e differenziato, che è un’immagine dell’intero mondo circostante.

 

Quello che è diventato più denso è il corpo fisico; meno denso è il corpo eterico, e il più sottile è il corpo astrale. Essi sono, sostanzialmente, immagini riflesse del mondo esterno, microcosmo nel macrocosmo. In questo processo il corpo astrale si affinò sempre più, e ad un certo punto dell’evoluzione terrestre l’uomo ebbe un corpo astrale evoluto. Per il fatto che il corpo astrale divenne sempre più fine, si avvicinò alla fine materia astrale intorno a lui.

 

Nel frattempo, nella regione superiore si verificarono i processi evolutivi contrapposti. La monade, da sopra, dalle regioni più elevate del devachan, discese fino alla regione astrale, addensandosi durante questa discesa. A questo punto le due parti si incontrarono. Da una parte l’uomo ascende fino al corpo astrale, dall’altra parte gli viene incontro la monade discendendo nel mondo astrale. Questo avvenne nell’epoca lemurica. Qui esse poterono fecondarsi. La monade si rivestì di materia devachanica, poi di materia aerea astrale. Dal basso verso l’alto abbiamo la materia fisica, poi la materia eterica, poi ancora materia astrale. Così, le due materie astrali si fecondarono e si fusero insieme. Ciò che viene dall’alto ha in sé la monade. Si adagia come in un letto nella materia astrale.

 

È così che avviene la discesa dell’anima. Ma affinché ciò avvenga, è necessario che la monade sviluppi una sete di conoscenza delle regioni inferiori. Questa sete bisogna in un primo momento presupporla. La monade può conoscere le regioni inferiori solo incarnandosi nel corpo umano e guardando nell’ambiente circostante per suo mezzo. Adesso l’uomo è quadripartito: per prima cosa ha un corpo fisico, in secondo luogo un corpo eterico, terzo un corpo astrale e al suo interno, in quarto luogo, l’Io, la monade.

Dal momento in cui c’è il corpo quadripartito, la monade può, attraverso di esso, guardare fuori nell’ambiente circostante, e a quel punto inizia un rapporto fra la monade e tutto quel che è presente nell’ambiente circostante. Così, in un certo qual modo, la sete della monade viene placata.

 

Abbiamo visto che l’intero corpo umano è composto di parti che hanno avuto origine per il fatto che l’originaria massa indifferenziata si è suddivisa in organi, dopo che il corpo eterico originario aveva secreto diverse cose e, per mezzo di queste cose secrete che gli stavano intorno e che si rispecchiavano in esso, in esso sono sorte delle immagini. Queste immagini in lui divennero forze e formarono il suo corpo eterico; cioè, attraverso queste svariate immagini viene articolato il suo corpo eterico. In questo corpo eterico che consiste di parti, a sua volta ognuna di queste parti eteriche si addensa in sé e ha origine il corpo fisico articolato. Ciascuno di questi germi fisici, dai quali poi si sviluppano gli organi, si costruisce al tempo stesso una specie di centro nell’etere.

 

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Gli spazi intermedi fra i centri sono riempiti di sola massa eterica. Così, pensiamo il corpo composto da dieci parti. Queste dieci parti, che prendiamo come schema, tengono insieme il corpo grazie alla loro affinità; esse sono immagini di tutta la restante natura e da ciò dipende con quanta forza esse sono unite. In esse ci sono gradi di affinità con le singole parti. Finché questi durano, il corpo rimane insieme, quando i gradi di affinità cessano, le parti si disgregano; il corpo si sgretola.

 

Poiché durante l’evoluzione terrestre abbiamo eliminato le creature più svariate, nel corpo eterico le parti si tengono insieme solo fino ad un certo grado. La natura umana è una copia degli esseri secreti. Fino a che gli esseri conducono un’esistenza separata, anche le parti del corpo fisico conducono un’esistenza separata. Noi viviamo solo fin quando l’affinità delle forze diventa così tenue da interrompersi; la misura della durata della nostra vita è condizionata dal modo in cui si accordano gli esseri intorno a noi.

 

L’evoluzione dell’uomo superiore procede in modo che prima di tutto l’uomo lavora al proprio corpo astrale. Egli vi introduce ideali, entusiasmo, e così via. Gli istinti, li combatte. Nel momento in cui l’uomo pone ideali al posto delle pulsioni e doveri al posto degli istinti, e sviluppa entusiasmo al posto di brame, egli crea armonia nelle parti del suo corpo astrale.

 

Questo lavoro di pacificazione ha inizio con l’ingresso della monade, e il corpo astrale comincia a diventare sempre più immortale. Da questo momento in poi, il corpo astrale non muore più, bensì sopravvive nella misura in cui ha destato la pace, quando la pace può tener testa alle forze distruttive. Dal momento in cui la monade fa ingresso, essa porta pace, per prima cosa nel corpo astrale. Qui gli istinti cominciano a conciliarsi. L’armonia sorge nel precedente caos e ha origine una creatura astrale che sopravvive, che continua a vivere. In un primo momento, non viene suscitata la pace nel corpo fisico e nel corpo eterico, ma, in parte, solo nel corpo astrale. All’inizio negli altri mondi esso si conserva solo per breve tempo, ma più viene destata la pace e tanto più a lungo si protrae il tempo del devachan.

 

Quando poi l’uomo diventa chela, comincia a creare pace anche nel corpo eterico. Allora sopravvive anche il corpo eterico. Nei maestri la pace viene destata anche nel corpo fisico; perciò per loro sopravvive anche il corpo fisico. Si tratta di mettere in armonia i diversi corpi, che consistono in singole parti che combattono l’una contro l’altra, e di trasformarli in corpi eterni.

 

L’uomo ha formato il proprio corpo fisico estromettendo da sé i regni di natura, che si rispecchiavano a sua volta in lui. In tal modo sono sorte in lui le singole parti. Ora egli compie delle azioni; attraverso di esse, egli si rimette in rapporto con l’ambiente circostante. Quel che ora egli pone fuori da sé sono gli effetti delle sue azioni. Ora egli articola le sue azioni nel mondo circostante, e a poco a poco diventa un’immagine riflessa di queste sue azioni. La monade si è inserita nel corpo umano; comincia a compiere delle azioni. Sono le sue azioni, che vengono articolate nell’ambiente circostante, ed esse si specchiano a sua volta in lui. Nella stessa misura in cui comincia a creare pace, essa comincia anche ad accogliere le immagini riflesse delle sue stesse azioni.

 

Ora siamo arrivati al punto di creare continuamente intorno a noi un nuovo regno,

gli effetti delle nostre stesse azioni.

Questo, a sua volta, crea qualcosa in noi.

Così come prima, dalle immagini riflesse, abbiamo separato il corpo eterico rimasto indietro,

adesso inseriamo nell’esistenza della monade l’effetto delle nostre azioni.

È quel che chiamiamo “la motivazione del nostro karma”.

 

In tal modo possiamo rendere tutto ciò permanente nella monade.

Prima il corpo astrale si è purificato, gettando via tutto ciò che era dentro di lui.

Adesso l’uomo crea un nuovo regno di azioni, per così dire dal nulla (dal nulla, per quanto riguarda i rapporti).

 

Ciò che prima non aveva esistenza, il nuovo rapporto, si riflette come qualcosa di nuovo che ha carattere di immagine, nella monade, e in essa si costruisce un nuovo nocciolo interno dell’essere, che sorge dall’immagine riflessa delle azioni, l’immagine riflessa del karma.

Poiché la monade continua a lavorare oltre, il nocciolo dell’essere si ingrandisce sempre di più. A distanza di un po’ di tempo osserviamo la monade: essa avrà creato armonia da una parte dalle forze contrastanti, e dall’altra parte dagli effetti delle azioni. Le due si legano l’una all’altra, sorge una creazione comune.

 

Supponiamo che la veste terrena venga staccata e che rimanga la monade. Essa trattiene gli effetti delle sue azioni. Si può chiedere di che natura sia l’effetto delle azioni. Se questo effetto è tale da potersi attivare nei mondi nei quali ora si trova la monade, allora gli uomini vi si potranno trattenere a lungo, altrimenti solo per breve tempo. Poi essi devono ricadere nella sete che la monade ha [del mondo fisico] e tornare ad assumere un corpo fisico.

La vita umana è sempre un involucro di ciò che ci circonda: involuzione – evoluzione. Noi accogliamo forme di immagini e in base ad esse configuriamo il nostro stesso corpo. Quel che la monade ha provocato, l’uomo se lo riprende su di sé come karma. L’uomo sarà sempre l’effetto del proprio karma.

 

Nel Vedanta si insegna che le diverse parti dell’uomo vengono disciolte e distribuite in tutte le direzioni del vento; quel che poi ne rimane ancora è il suo karma. Questo è l’eterno che l’uomo ha creato da solo, ciò che egli stesso dapprima ha accolto dal suo ambiente come immagine.

 

L’uomo è immortale; gli basta solo volere,

gli basta solo configurare le proprie azioni in modo che esse abbiano un’esistenza duratura.

Immortale in noi è ciò che acquisiamo da fuori.

 

Noi siamo venuti in essere per mezzo del mondo

e cominciamo a costruire in noi lo specchio di un nuovo mondo attraverso la fecondazione con la monade.

La monade ha animato in noi le immagini riflesse.

• Adesso le immagini possono agire verso l’esterno, e ora si rispecchiano nuovamente gli effetti di queste immagini.

• Sorge una nuova vita interiore.

 

Con le nostre azioni noi trasformiamo continuamente l’ambiente che ci circonda.

In tal modo sorgono nuove immagini riflesse; ora esse diventano karma.

Questa è una nuova vita, che germoglia dall’interiorità.

Ne consegue che, per evolverci ulteriormente, a partire da un dato momento

noi dobbiamo uscire da noi stessi e agire altruisticamente nell’ambiente.

 

Questa uscita da noi stessi dobbiamo renderla possibile per armonizzare altruisticamente il nostro ambiente.

Questo determina un’armonizzazione delle immagini riflesse in noi.

La nostra missione è quella di rendere armonioso il mondo intorno a noi.

Se siamo distruttori nel mondo, si riflettono in noi le devastazioni;

se portiamo armonia nel mondo, si riflettono in noi le armonie.

 

L’ultimo grado di perfezione, che avremo posto all’esterno, che avremo creato intorno a noi, lo prenderemo con noi. Perciò i rosicruciani dicevano: “Configura il mondo in modo che abbia in saggezza, bellezza e forza, così si rispecchieranno in noi saggezza, bellezza e forza. Quando hai impiegato il tempo per farlo, abbandona questa Terra con l’immagine riflessa di saggezza, bellezza e forza. La saggezza è l’immagine riflessa del manas; la bellezza, la devozione, il bene è l’immagine riflessa del buddhi; la forza è l’immagine riflessa dell’atma”.

 

• All’inizio sviluppiamo intorno a noi un regno di saggezza assecondando la saggezza.

• Poi sviluppiamo un regno di bellezza in tutti i campi.

• Poi la saggezza si rende manifesta e si rispecchia in noi: buddhi.

• Infine, a tutta l’esistenza fisica conferiamo saggezza all’interno, bellezza all’esterno.

 

• Se abbiamo la capacità di fare ciò, allora abbiamo la forza: atma,

la capacità di tradurre tutto ciò in realtà.

• Così ci solleviamo nei tre regni: manas, buddhi, atma.

 

• Non è con una quiete oziosa che l’uomo progredisce sulla Terra,

ma incorporando nella Terra saggezza, bellezza e forza.

• Per mezzo del lavoro del nostro Io superiore

noi trasformiamo i corpi transitori datici dagli dèi e ci creiamo da noi stessi dei corpi eterni.

Il chela, che nobilita il proprio corpo eterico [in modo che esso perduri], rinuncia gradualmente ai maharaja.

Il maestro, di cui permane anche il corpo fisico, può rinunciare ai lipika. Egli è al di sopra del karma.

 

Questo lo dobbiamo caratterizzare come il progresso dell’uomo nella sua interiorità.

Dobbiamo arrivare a ciò che è più elevato, al di fuori di noi.

Perciò il nostro sé superiore non va cercato in noi,ma nelle individualità che sono ascese più in alto.

 

 

By | 2018-08-06T11:47:24+02:00 Agosto 6th, 2018|MORTE|Commenti disabilitati su IL PROBLEMA DELLA MORTE COME QUESTIONE DELLA COSCIENZA