//////INADEGUATEZZA DELLE FORZE EREDITARIE (INCARNAZIONE) RISPETTO ALLE FORZE E ALLE ESIGENZE KARMICHE DELL’ANIMA COME FONDAMENTO DELLA DISARMONIA DELLA NATURA UMANA

INADEGUATEZZA DELLE FORZE EREDITARIE (INCARNAZIONE) RISPETTO ALLE FORZE E ALLE ESIGENZE KARMICHE DELL’ANIMA COME FONDAMENTO DELLA DISARMONIA DELLA NATURA UMANA

Inadeguatezza delle forze ereditarie (incarnazione) rispetto alle forze e alle esigenze karmiche dell’anima come fondamento della disarmonia della natura umana

O.O. 107 – Antropologia Scientifico-Spirituale Vol. II – 26.01.1909


 

Noi, nella nostra organizzazione, dipendiamo anche dalle forze ereditarie,

e questo dà sempre luogo a una disarmonia in ogni vita.

Quando nasce, l’uomo è inserito per un lato nelle forze ereditarie.

Egli eredita, relativamente al corpo fisico e al corpo eterico,

quelle caratteristiche che possono derivargli dalla sua genealogia.

 

• Questa trasmissione ereditaria, naturalmente,

non è affatto priva di un qualche rapporto esteriore

con gli obblighi karmici assunti dalla nostra anima.

• Nello scendere dal mondo spirituale, infatti, la nostra anima

viene attirata verso quella coppia di genitori, verso quella famiglia,

donde è possibile ereditare caratteristiche le più conformi alle sue esigenze.

 

• Caratteristiche, d’altra parte, che non coincidono mai integralmente con le esigenze dell’anima.

Nel nostro corpo questo non è possibile.

• Vi è sempre una certa asimmetria tra le forze ereditarie esistenti

e quel che l’anima ha in se stessa sulla base delle sue vite passate.

 

Si tratta, allora, solamente di questo: che l’anima sia forte a sufficienza per superare tutte le resistenze derivanti dalla linea ereditaria, che sia capace di elaborare la propria organizzazione, nel corso della vita intera, in maniera tale da superarne ogni inadeguatezza. Sotto questo profilo gli uomini sono molto diversi. Vi sono anime che hanno acquistato una grande forza nel corso delle loro vite precedenti. Un’anima così fatta, nascendo, entrerà appunto nel corpo che meglio le si adatta, mai però in un corpo che le sia adatto in senso assoluto. Può anche darsi che un’anima sia tanto forte da superare più o meno tutto ciò che non le si adatta, ma non è sempre necessariamente così. Approfondiamo ulteriormente la cosa, e, per farlo, prendiamo in esame il nostro cervello.

 

Questo strumento della nostra vita rappresentativa e concettuale, a ben guardare, lo ereditiamo, in quanto strumento esteriore, dalla serie dei nostri antenati. La particolare conformazione della sua fitta trama di lobi e circonvoluzioni è un prodotto della linea genealogica.

 

L’anima, fino a un certo punto, potrà sempre aver ragione, grazie a una forza interiore, di quanto non le si adatta, e potrà adeguare il proprio strumento alle proprie forze; ma solo fino a un certo punto. Potrà farlo di più l’anima che è più forte, di meno quella che è più debole.

 

E se, per l’intervento di determinate circostanze, ci risulta impossibile aver ragione con le forze della nostra anima dei meccanismi e delle organizzazioni del cervello che oppongono resistenza, ne deriva che non possiamo adoperare come si deve questo strumento. Subentra quindi ciò che potremmo definire l’impossibilità di usarlo, subentra per certi versi un difetto dello spirito, una malattia mentale, come generalmente viene chiamata.

 

Se certe organizzazioni, dentro di noi, non possono venire dominate dalle forze dell’anima, che non sono abbastanza tenaci da riuscirvi, subentra anche quello che si definisce un temperamento melanconico.

 

Ora dunque, nello stadio centrale dell’incarnazione – nello stadio iniziale e in quello finale la cosa è diversa –

abbiamo sempre in noi una certa inadeguatezza dello strumento rispetto alle forze dell’anima.

Ed è proprio e sempre questa la misteriosa ragione del dissidio e della disarmonia interiori della natura umana.

 

Tutto ciò che l’uomo escogita spesso per spiegarsi il proprio stato di insoddisfazione

non è, abitualmente, che pura finzione.

In verità, le ragioni stanno in quel che abbiamo appena detto.

 

Vediamo in tal modo quale sia il rapporto che intercorre

• fra l’anima, fra ciò che vive da incarnazione a incarnazione,   • e ciò che riceviamo in linea ereditaria.

 

Immaginiamo allora di essere tornati a nascere, e immaginiamo che, arrivati a vent’anni, la nostra anima prema perché rimediamo a questa o quell’azione verso un altro. È sì presente anche l’altro, ma la nostra anima non è in grado di superare quelle resistenze interiori senza le quali potremmo compiere l’azione riparatrice. Quando dobbiamo compiere una qualsiasi azione, infatti, dobbiamo sempre mettere in moto le nostre forze.

Nella maggior parte dei casi l’uomo non si rende conto che in quel momento accade qualcosa nel suo essere, e non è detto che debba accorgersene, all’inizio.

Può avvenire comunque ciò che segue.

 

Un uomo vive nel mondo. Quando ha vent’anni, nella sua anima è vivo l’impulso, è viva la spinta ad attuare una determinata compensazione. E ci sarebbe anche la possibilità di farlo, le circostanze esteriori lo permetterebbero. Interiormente, però, egli non è in grado di usare i propri organi in modo da riuscire a fare quel che dovrebbe fare.

 

L’uomo non deve necessariamente sapere tutto quello che abbiamo detto adesso, però ne avverte l’effetto. L’effetto in questione si manifesta sotto forma di una qualsiasi malattia, e qui sta il nesso karmico fra ciò che è accaduto nella vita precedente e la malattia.

 

Tutto il processo della malattia originato da questa causa spirituale sarà diretto, nel suo corso, a far sì che l’uomo disponga in una successiva occasione, al ripresentarsi delle circostanze adeguate, della capacità di pareggiare il suo conto.

 

Allora: raggiunti i vent’anni, non siamo in grado, non siamo capaci di compiere una data azione. C’è però l’impulso, c’è la spinta, l’anima vuole agire così. A questo punto, che cosa fa in cambio? Essa combatte, per così dire, contro quel suo organo che è inutilizzabile, lo attacca, e la conseguenza è che lo fa a pezzi, diciamo così, che lo distrugge.

 

L’organo che in realtà dovrebbe essere utilizzato per compiere l’azione, per indirizzarla all’esterno, viene distrutto ad opera delle forze dell’anima, e, per conseguenza, deve subentrare il processo di reazione, quello che adesso chiameremo processo di guarigione: le forze dell’organismo devono essere chiamate a raccolta per ricostruire quest’organo.

 

L’organo che è stato fatto a pezzi, perché non era quale avrebbe dovuto essere per consentire all’uomo di farlo adeguatamente lavorare, viene ora ricostruito attraverso la malattia, viene ricostruito proprio come serve all’anima per dar seguito all’azione, anche se, dopo la malattia, potrebbe essere ormai troppo tardi per compierla.

 

In compenso, tuttavia, l’anima ora ha assunto in sé una forza completamente nuova, vale a dire la forza di strutturare quest’organo nella reincarnazione attuale – che corrisponde a un preciso momento della crescita e dell’intera evoluzione -, di strutturarlo in modo tale che l’azione di cui si tratta possa venire compiuta nella reincarnazione successiva.

 

La malattia può essere dunque ciò che, in una vita,

ci rende capaci di adempiere, in un’altra vita, ai nostri obblighi karmici.

 

Abbiamo qui un misterioso nesso, un nesso karmico, fra la malattia e la nostra evoluzione verso l’alto, posto che la malattia stessa è, in sostanza, un processo diretto a favorire questa evoluzione.

Perché l’anima sviluppi la forza in base alla quale un organo può venire strutturato come serve, è necessario che quest’organo, inadeguato allo scopo, venga fatto a pezzi e poi ricostruito dalle forze stesse dell’anima.

 

Ci imbattiamo qui in una legge che è insita nel corso della vita umana,

e che va formulata pressappoco nei seguenti termini:

l’uomo deve procurarsi la sua forza superando l’una dopo l’altra le resistenze presenti nel mondo fisico.

Tutte le nostre forze noi ce le siamo procurate, in sostanza,

avendo superato nel corso di vite precedenti la tale o la tal altra resistenza.

Le capacità che abbiamo oggi sono il risultato delle malattie che abbiamo avuto nel corso delle nostre vite precedenti.

 

Supponiamo, per maggiore chiarezza, che un’anima non sia ancora capace a sufficienza di usare il diencefalo. In che modo può acquisire la capacità di usarlo come si deve? Lo può fare solamente se prima si rende conto di quest’incapacità di usare il diencefalo distruggendolo e ricostruendolo; e, nell’atto di ricostruirlo, essa impara ad acquisire precisamente la forza della quale ha bisogno a questo scopo.

Noi siamo capaci di tutto ciò che abbiamo già fatto, noi stessi, nel momento in cui abbiamo distrutto e ricostruito.

 

Questo, lo hanno avvertito tutti coloro i quali, nell’ambito di una delle religioni della Terra, hanno messo in relazione il distruggere e il ricostruire con una entità di suprema importanza. Gli Shiva, nella religione indiana, sono le potenze sovrane che distruggono e ricostruiscono.

 

Qui abbiamo già uno dei modi in cui i processi patologici vengono, per così dire, karmicamente determinati. Quanto ai processi che interessano l’uomo più sotto un profilo generale che sotto il profilo individuale, vi si ritrova comunque un qualcosa di simile, che causa appunto l’insorgere delle malattie a un livello più generale.

 

Vediamo, per esempio, che a una certa età si manifestano tipicamente le malattie infantili.

Esse non sono altro se non l’espressione del fatto

che il bambino, nel passare attraverso queste sue specifiche malattie,

impara a dominare dall’interno una certa parte dei propri organi,

e potrà quindi dominarli per tutte le incarnazioni che seguiranno.

 

Nelle malattie dovremmo vedere un processo di formazione delle capacità dell’uomo.

Questo significa concepirle in una maniera completamente diversa dal solito.

Non se ne può naturalmente dedurre che, se qualcuno viene investito da un treno,

la cosa vada spiegata negli stessi termini.

Per tutti i fatti come questo bisogna sempre uscire dal campo della malattia,

dal campo di ciò che abbiamo poc’anzi descritto.

 

C’è però anche un altro caso di origine karmica della malattia, che non è meno interessante,

e che potremo comprendere se caratterizziamo un po’ più precisamente quel che accade nella vita.

 

Supponete di apprendere, nella vita, una certa cosa, una di quelle che si apprendono appunto nel corso della vita. Apprenderla è l’indispensabile punto di partenza, poiché ciò che di più importante si acquisisce nella vita viene prima di tutto appreso.

Il processo dell’apprendimento è un processo assolutamente necessario.

Non è mai esauriente, tuttavia, perché si tratta anche del processo più esteriore.

 

II fatto è che noi, dopo avere recepito una cosa, dopo averla appresa, siamo ancora ben lontani dall’avere sperimentato con ciò tutti gli effetti che potranno derivarci da quanto abbiamo appreso.

Nascendo, noi entriamo nella vita con determinate capacità, che abbiamo acquistato in parte per via ereditaria, in parte nel corso delle nostre vite precedenti. L’ambito di queste nostre capacità è in effetti limitato. Nel corso di ogni vita, arricchiamo il nostro patrimonio di esperienze.

Con le esperienze così acquisite abbiamo un legame diverso da quello che ci unisce a ciò che già portiamo con noi entrando nella vita, sotto forma di temperamento, di disposizione naturale e via dicendo.

 

Quanto abbiamo appreso durante la vita,

sotto forma di memoria e di abitudine innanzi tutto, è legato a noi più debolmente.

Perciò, nella vita, si presenta anche in modo frammentario.

Solo dopo la vita si presenta nel corpo eterico, entro il grande prospetto mnemonico.

Come tale dobbiamo a questo punto incorporarcelo, come tale deve diventare parte integrante di noi stessi.

 

Supponiamo, dunque, di avere appreso qualcosa nella nostra vita e di tornare a nascere. Quando torniamo a nascere, può darsi benissimo che, per fattori ereditari o per altre circostanze, magari anche perché il nostro processo di apprendimento non è stato armonico, e noi abbiamo appreso una determinata cosa, ma non quello che ci sarebbe servito per valorizzare pienamente i risultati del nostro apprendimento, può darsi benissimo – si diceva – che nel rinascere sviluppiamo ciò che abbiamo appreso in una direzione, e non però in un’altra.

 

Supponiamo di avere appreso qualcosa, nella vita, per cui si rende necessario che in una vita successiva una determinata parte del nostro cervello sia organizzata nel tale o nel tal altro modo, oppure che questa o quella componente della circolazione sanguigna abbia il tale o il tal altro andamento, e supponiamo di non avere appreso, però, anche le altre cose necessarie al realizzarsi di tali condizioni.

 

In questo, tuttavia, non bisogna vedere subito un difetto. Nella sua vita, l’uomo non può che procedere con discontinuità, e l’esperienza lo porta inevitabilmente a riconoscere l’unilateralità del suo modo di fare certe cose.

Ora, nel rinascere egli porta con sé i frutti di quello che ha appreso, ma gli manca la possibilità di organizzare in sé ogni cosa in modo che ogni cosa possa anche esplicarsi, in modo da poter anche tradurre in atto quello che ha appreso nella vita.

 

Può darsi ad esempio che un uomo, nel corso di un’incarnazione, sia stato addirittura iniziato fino a un certo grado ai grandi segreti dell’esistenza. Quando rinasce, accade quindi che le forze che allora gli sono state innestate vogliano esplicarsi.

Supponiamo però che egli non abbia potuto sviluppare determinate forze capaci di armonizzarne gli organi in rispondenza a questo scopo. A un certo punto della sua vita, succede senz’altro che quanto egli ha precedentemente appreso voglia esplicarsi.

 

È disponibile tuttavia un organo che serve precisamente a questo scopo.

Quale sarà la conseguenza?

Sarà necessariamente l’insorgere di una malattia,

di una malattia la cui origine karmica può essere profondamente nascosta.

 

E, di nuovo, bisognerà che una parte dell’organismo venga per così dire distrutta e ricostruita. L’anima allora, in questo ricostruire, sentirà quali siano le giuste forze da sviluppare in un’altra direzione, e serberà un tale sentimento.

Quando c’è alla base questa forma di apprendimento, o anche una iniziazione, succede abitualmente che i frutti si manifestino nel corso della vita che si sta vivendo. In questa vita, dunque, insorge una malattia, in seguito alla quale l’anima sente che le manca un qualcosa. E, poi, ciò che altrimenti non sarebbe stato possibile ottenere può comparire ad esempio subito dopo la malattia.

 

Può darsi che, nella vita precedente, siamo riusciti ad ascendere fino a un certo grado di illuminazione, ma un nodo, nel cervello, non si sia sciolto, e da parte nostra non sia stata sviluppata la forza che ci sarebbe voluta per scioglierlo. Ora diventa quindi inevitabile che il nodo debba venire disfatto, e ciò può causare una seria malattia. La parte in questione viene poi ricostruita, e l’anima sente, con questo, le forze che sono necessarie per sciogliere il nodo; a seguito di tutto ciò, si ha l’illuminazione che si deve avere.

 

Si può senz’altro parlare dei processi patologici come di segni precursori della massima importanza.

 

Davanti alle cose di cui stiamo parlando, i profani, al giorno d’oggi, storceranno indubbiamente il naso. Ma più d’uno ha potuto sperimentare qualcosa come uno stato continuo di insoddisfazione, come se nell’anima vi fosse un qualcosa che non può esplicarsi, che addirittura rende impossibile la vita, interiormente. Quando poi sopraggiunge una grave malattia, il suo superamento significa che nella vita entra un che di totalmente nuovo, con l’effetto di una liberazione; significa che quel nodo è veramente sciolto e che di quell’organo ci si può servire. La cosa dipendeva solamente dal fatto che l’organo era inservibile. Nel ciclo di vita attuale, indubbiamente gli uomini hanno ancora parecchi di questi nodi da sciogliere, e non possono scioglierli tutti subito. Non è il caso di pensare esclusivamente all’illuminazione, perché lo stesso si può dire per molti processi vitali di livello inferiore.

 

Vediamo così che qui noi siamo davanti alla necessità di sviluppare un qualcosa, e che al tempo stesso il manifestarsi di malattie trova spiegazione nella linea delle cause karmiche. Perciò, non possiamo assolutamente accontentarci di dire, con banale semplicismo: “Se vengo colpito da una malattia, significa che me la sono attirata con il mio karma”. In questo caso infatti non dobbiamo pensare semplicemente al karma del passato, e considerare quindi la malattia un punto d’arrivo, ma dobbiamo pensare invece – poiché in effetti la malattia è soltanto l’elemento secondario – che in questa malattia abbiamo l’estrinsecarsi della causa dalla quale derivano la capacità e la forza creativa per il futuro.

 

Se guardiamo sempre e soltanto al passato,

non possiamo che fraintendere totalmente malattia e karma;

in questa maniera, il karma si riduce a qualcosa che non è diverso, diciamo,

da una legge del destino assolutamente casuale.

Diventa invece legge dell’agire, legge di uno sviluppo fecondo della vita,

se noi riusciamo, attraverso il karma del presente, a spingere lo sguardo nel futuro.

 

Tutto questo ci fa intravedere una grande legge che è all’opera nella nostra esistenza di uomini. E se oggi vogliamo cogliere almeno qualcosa di questa grande legge – più avanti torneremo ancora a occuparcene, caratterizzandola con maggior precisione -, dobbiamo gettare uno sguardo nel passato, in quell’epoca nella quale l’uomo ha cominciato ad esistere nella sua forma attuale, vale a dire nell’epoca lemurica.

 

La vita umana è scesa allora dalla forma di esistenza divino-spirituale alla forma attuale di esistenza esteriore, l’uomo si è rivestito per la prima volta dei suoi involucri e si è messo così sulla strada delle incarnazioni esteriori, giungendo di incarnazione in incarnazione fino ad oggi.

 

Prima ch’egli entrasse nelle incarnazioni non era possibile, nel senso in cui lo è oggi, che innestasse delle malattie al proprio interno. Solo quando ha raggiunto la capacità di regolare da se stesso il proprio rapporto con il mondo circostante ha potuto sbagliare, ha potuto, con ciò, dare luogo ad alterazioni nella formazione dei propri organi e innestare in se stesso la possibilità della malattia. Precedentemente, gli era impossibile generare dentro di sé dei processi patologici.

 

Quando tutto era ancora soggetto all’influsso di potenze e di forze divine, quando ancora non era prerogativa dell’uomo il guidare la propria vita, la possibilità della malattia non esisteva. Questa possibilità è sopraggiunta dopo.

Dove ci sarà dato, allora, apprendere nel migliore dei modi quali siano le vie della guarigione? Potremo apprenderlo nel migliore dei modi se sapremo guardare nel passato, in quelle epoche nelle quali agivano dentro l’uomo le forze divino-spirituali, le stesse che hanno provveduto l’uomo di una salute illimitata, estranea alla possibilità della malattia; se cioè sapremo guardare nei tempi antecedenti alla prima incarnazione dell’uomo.

 

 

By | 2018-07-20T09:38:17+02:00 Luglio 20th, 2018|REGNO UMANO|Commenti disabilitati su INADEGUATEZZA DELLE FORZE EREDITARIE (INCARNAZIONE) RISPETTO ALLE FORZE E ALLE ESIGENZE KARMICHE DELL’ANIMA COME FONDAMENTO DELLA DISARMONIA DELLA NATURA UMANA