/////IV – RACCONTI SULLA VITA DI GESÙ DI NAZARETH

IV – RACCONTI SULLA VITA DI GESÙ DI NAZARETH

IV – Racconti sulla vita di Gesù di Nazareth

O.O. 148 – Il Quinto vangelo – 05.10.1913


 

Sommario: Inserimento dell’Io di Zaratustra nel Gesù di Luca quando questi entrò nel dodicesimo anno di vita. Grande stupore fra i dottori del Tempio suscitato dalle sorprendenti risposte del Gesù fanciullo. Crescendo diviene un uomo capace di scrutare nel profondo dei misteri della vita. Vede come, attraverso la pura erudizione, si possa perdere il terreno sotto i piedi; come andassero perdute le antiche fonti di ispirazione; come le religioni e i culti erano corrotti da potenze demoniache. Gesù di Nazareth diventando uomo diviene un iniziato e ciò richiama l’attenzione degli esseni. Si produsse un vivace scambio di idee tra Gesù di Nazareth e gli esseni. Così Gesù, fra i venticinque e i ventotto anni e anche oltre, praticando gli esseni apprese quasi tutto quel che l’ordine poteva dargli. Entro la comunità degli esseni fece due esperienze importanti: Gli apparve il Buddha, come in presenza diretta, con il quale ebbe un vero dialogo spirituale; conobbe Giovanni Battista e un giorno parlando con lui vide come scomparire davanti a sé la corporeità fisica del Battista ed ebbe la visione di Elia. Inoltre nella comunità degli esseni, presso le loro porte, vide le immagini di Lucifero e Arimane.

Nell’accingermi a parlare della parte del Quinto Vangelo che oggi deve venir trattata mi dà una certa tranquillità la conclusione del vangelo di Giovanni, dove si afferma che nei Vangeli non sono affatto descritti tutti gli eventi svoltisi attorno al Cristo Gesù. Infatti sta scritto che a descriverli ad uno ad uno, il mondo intero non potrebbe contenere i libri che se ne dovrebbero scrivere. Non vi è quindi alcun dubbio che oltre quello che venne descritto nei quattro Vangeli, parecchio altro può essere avvenuto. Per farmi intendere in rapporto a tutto quello che voglio dare in questo ciclo di conferenze, traendolo dal Quinto Vangelo, vorrei partire oggi con racconti sulla vita di Gesù di Nazareth, prendendo le mosse da quel momento di essa cui abbiamo già accennato in altre occasioni, nelle quali sono già state comunicate piccole parti dello stesso Quinto Vangelo.

Vorrei raccontare qualcosa del dodicesimo anno circa di Gesù di Nazareth.

Fu l’anno in cui, come già raccontai,

l’io di Zarathustra, che si era incarnato in uno dei due bambini Gesù nati allora,

quello della cui origine dà una descrizione Matteo,

passò per un atto mistico nell’altro Bambino,

quello che è particolarmente descritto al principio del vangelo di Luca.

Il nostro racconto inizia dunque con l’anno della vita di Gesù di Nazareth nel quale il Gesù del vangelo di Luca aveva accolto in sé l’io di Zarathustra. Sappiamo che nella narrazione evangelica si allude a quel momento della vita di Gesù di Nazareth col racconto che il bambino Gesù del vangelo di Luca era stato smarrito durante un viaggio a Gerusalemme per una festività, e che quando fu ritrovato egli stava nel Tempio di Gerusalemme attorniato dai dottori, suscitando in questi, e nei suoi genitori, stupore per le autorevoli risposte che dava. Sappiamo tuttavia che tali risposte significative e autorevoli provenivano dal fatto che in quel ragazzo agiva realmente l’io di Zarathustra, e dalla profonda sovrabbondanza della memoria operava la sapienza di quell’anima, e così Gesù di Nazareth potè dare allora tutte quelle risposte sorprendenti.

Sappiamo anche che,

a seguito della morte della madre natanica e del padre salomonico,

le due famiglie si fusero in una,

e che il Bambino fecondato dall’io di Zarathustra

crebbe in seno alla famiglia che si era riunita.

Negli anni successivi, si può rintracciarlo nel contenuto del Quinto Vangelo, fu una crescita singolare e curiosa. In primo luogo chi viveva attorno al giovane Gesù di Nazareth si era fatta una grande opinione di lui, a causa di quanto era accaduto nel Tempio e delle grandiose risposte che egli aveva dato ai dottori.

Si vedeva già in lui il futuro dotto che avrebbe raggiunto un grado speciale ed elevato di dottrina nella cerchia dei dottori; intorno a lui ci si lasciava trasportare da immense speranze. Si cominciò a raccogliere ogni sua parola, ma nonostante questa caccia alle sue parole egli si fece sempre più taciturno, atteggiamento che spesso suscitava antipatia presso le persone che gli vivevano attorno. Ma nel suo intimo egli conduceva una strenua lotta che si protrasse dal suo dodicesimo al suo diciottesimo anno di vita. Si produceva nella sua anima come un lievitare di tesori di sapienza interiori, come se avesse fatto risplendere nelle forme dell’erudizione ebraica il sole della passata luce di sapienza zarathustrica.

Si vedeva come se il ragazzo afferrasse con grande attenzione e nella maniera più sottile quel che dicevano i numerosi dottori che frequentavano la sua casa e con grande talento sapesse dare sempre la risposta giusta. Così egli all’inizio sorprendeva i dottori che comparivano in casa a Nazareth e lo guardavano stupefatti come un bambino prodigio. Ma con l’andar del tempo egli divenne sempre più taciturno, e si limitava ad ascoltare in silenzio i discorsi degli altri. Così in quegli anni la sua anima si apriva sempre alle grandi idee, ai detti e agli impulsi morali. Mentre ascoltava in silenzio, quel che udiva nelle riunioni di dottori in casa sua gli faceva sì una certa impressione che però suscitava spesso nella sua anima una certa amarezza, perché aveva il sentimento, e questo avveniva già nei suoi giovani anni, che vi fosse nei discorsi dei dottori molta incertezza e qualche propensione all’errore, quando parlavano delle antiche tradizioni e delle vecchie scritture raccolte nell’Antico Testamento.

Opprimeva soprattutto la sua anima l’udir raccontare di tempi da lungo trascorsi, quando lo Spirito era disceso sugli antichi profeti ai quali Dio stesso aveva parlato ispirandoli, mentre ora l’ispirazione si era ritirata dalle generazioni successive.

Soprattutto a un argomento egli dava particolare ascolto, perché sentiva che ciò di cui si parlava sarebbe capitato a lui stesso. Quei dottori dicevano spesso che il sublime Spirito che era disceso ad esempio su Elia, non parlava più, ma quella che parlava ancora (e parecchi di quei dottori dicevano di udirne l’ispirazione dalle altezze spirituali) era una voce sì più debole, che però molti ancora credevano di percepire come proveniente dallo Spirito stesso di Jahve. Bath-Kol si chiamava quella voce particolare ispirata, voce più debole di quella della vera ispirazione, di qualità inferiore allo Spirito che aveva ispirato gli antichi profeti, ma tuttavia qualcosa di simile. Così si parlava del Bath-Kol attorno a Gesù; del Bath-Kol parlano certi scritti ebraici posteriori.

Voglio ora interpolare nel Quinto Vangelo qualcosa che in realtà non ne fa parte, ma che può servire a chiarire il concetto del Bath-Kol: in un tempo un po’ successivo, all’inizio del cristianesimo, scoppiò una disputa tra due scuole rabbiniche. II noto rabbino Eliezer ben Hircano sosteneva una dottrina a suffragio della quale (come racconta il Talmud) diceva di poter operare miracoli. Egli riuscì a sollevare da terra un albero di carrubo e a trapiantarlo cento braccia più lontano, fece scorrere un fiume all’indietro, e in terzo luogo egli si appellò alla voce dal cielo, come rivelazione che aveva ricevuto dal Bath-Kol stesso.

Invece nella scuola rabbinica avversaria del rabbino Josua non si credeva a quella dottrina, e rabbi Josua replicava che, seppure rabbi Eliezer poteva, a sostegno della sua dottrina, spostare alberi di carrubo da un luogo all’altro, se poteva invertire il corso dei fiumi, seppure si appellava al grande Bath-Kol, nella Legge è scritto che le eterne leggi dell’esistenza devono esser poste nella bocca e nel cuore dell’uomo.

Se quindi il rabbi Eliezer vuol convincerci della sua dottrina, non può richiamarsi al Bath-Kol, ma deve convincerci con quel che può essere compreso da un cuore umano. Racconto questa storia del Talmud per mostrare che, poco dopo l’introduzione del cristianesimo, il Bath-Kol godeva in certe scuole rabbiniche solo di poca considerazione. Era in certo modo fiorito come voce di ispirazione tra i rabbini e gli scribi.

Mentre i dottori che si riunivano nella casa di Gesù di Nazareth parlavano della voce ispirante del Bath-Kol, e il giovane Gesù ascoltava tutto ciò, egli sentì sorgere in sé l’ispirazione proveniente dal Bath-Kol. La cosa notevole era che Gesù di Nazareth, a seguito della fecondazione della sua anima da parte dell’io di Zarathustra, era in grado di afferrare rapidamente tutto quello che sapevano gli altri intorno a lui. Non solo a dodici anni aveva saputo dare quelle risposte poderose, ma potè anche percepire nel proprio petto il Bath-Kol. Intorno ai sedici, diciassette anni, fu proprio la circostanza di essere ispirato dal Bath-Kol, in quanto egli sentiva spesso manifestarsi questa voce, a condurlo in difficili e amare lotte interiori.

Il Bath-Kol gli rivelava (egli era assolutamente sicuro di udire la voce) che era vicino il momento in cui, nello scorrere delle antiche correnti dell’Antico Testamento, quello Spirito non avrebbe più parlato agli antichi maestri ebrei, come lo aveva fatto un tempo.

Un giorno poi credette di udire, e fu terribile per l’anima di Gesù, che il Bath-Kol gli rivelasse: non arrivo più alle altezze nelle quali lo Spirito può davvero rivelarmi la verità sul corso del popolo ebraico. Fu un momento terribile, una spaventosa impressione per l’anima del giovane Gesù, quando gli sembrò che il Bath-Kol stesso gli manifestasse di non poter più essere il continuatore dell’antica rivelazione, che per così dire si dichiarava incapace a continuare le antiche rivelazioni del giudaismo. Così

Gesù di Nazareth, a sedici o diciassette anni,

sentì come se il suolo gli mancasse sotto i piedi,

e vi furono vari giorni nei quali egli dovette dirsi:

tutte le forze dell’anima, che credevo di avere per grazia,

mi conducono solo a comprendere

che nella sostanza dell’evoluzione del giudaismo

non esiste più alcuna possibilità di arrivare alle rivelazioni dello Spirito di Dio.

Trasferiamoci un attimo nello spirito e nell’anima del giovane Gesù di Nazareth che faceva tali esperienze nella sua anima. Ciò avveniva nello stesso tempo in cui il giovane Gesù di Nazareth, nei suoi sedici, diciassette, diciotto anni, in parte motivato dal suo mestiere, in parte da altre circostanze, fece molti viaggi, durante i quali venne a conoscere molte località della Palestina e anche fuori di essa.

In quei tempi si era diffuso in Asia Minore e anche in Europa meridionale, un culto asiatico (lo si può vedere con esattezza penetrando chiaroveggentemente nella cronaca dell’akasha) un culto composito di molteplici altri culti, ma che si presentava sostanzialmente come culto di Mitra. In molti luoghi delle più diverse contrade si trovavano templi per il culto di Mitra. In diversi posti aveva maggiore somiglianza con il culto di Attis, ma essenzialmente erano culti di Mitra. Erano templi o luoghi di culto nei quali si celebravano soprattutto i sacrifici a Mitra o ad Attis. In certo modo era sempre vecchio paganesimo, ma compenetrato dagli usi e dalle cerimonie del culto di Mitra e di Attis.

Per farsi un’idea dell’estensione di questo culto anche nella penisola italica, basta pensare che la chiesa di S. Pietro a Roma sorge nello stesso posto nel quale vi era una volta uno di quei culti. Si deve proprio dire qualcosa, blasfemo per molti cattolici, e cioè che le cerimonie nella chiesa di S. Pietro e tutto quanto ne deriva, non sono poi tanto dissimili, per la forma esteriore, dall’antico culto di Attis che si celebrava nel Tempio che una volta era nello stesso posto della chiesa di S. Pietro. Anche il culto della chiesa cattolica è per molti aspetti solo una continuazione dell’antico culto di Mitra.

Gesù di Nazareth venne a conoscere tali luoghi di culto, quando a sedici, diciassette, diciotto anni, cominciò a viaggiare. Egli approfondì tale conoscenza anche in seguito, imparando, attraverso la visione fisica, se così possiamo esprimerci, a conoscere l’anima dei pagani.

Già allora, per inclinazione naturale e grazie al potente processo del passaggio in lui dell’io di Zarathustra, nella sua anima si era sviluppata in alto grado quella che altri possono acquisire solo a gran fatica, ma che in lui si era perfezionata naturalmente: un’elevata forza di chiaroveggenza. Assistendo a quei culti egli sperimentava di conseguenza qualcosa di ben diverso da quello che vedevano gli altri. Egli vi sofferse più di un evento per lui sconvolgente.

Per quanto possa sembrare una favola, devo tuttavia far rilevare che, quando un sacerdote celebrava il culto su un altare pagano e Gesù di Nazareth assisteva al sacrificio guardandolo con le sue forze chiaroveggenti, vedeva presentarsi durante l’azione sacrificale più d’un essere demoniaco. Egli fece anche la scoperta che parecchi idoli che venivano venerati non erano i simulacri di entità spirituali buone delle gerarchie superiori, ma di cattive potenze demoniache. Egli scoprì inoltre che quelle cattive potenze demoniache si trasferivano in modi diversi nei fedeli che partecipavano a quelle azioni di culto.

Per ragioni facilmente comprensibili, questi avvenimenti non furono tramandati negli altri Vangeli, ed è in sostanza possibile parlarne solo in seno al nostro movimento spirituale, perché le anime umane possono avere solo nel nostro tempo una reale comprensione per le enormi, possenti e profonde esperienze che si svolgevano nel giovane Gesù di Nazareth, già molto tempo prima del battesimo di Giovanni.

Quei viaggi continuarono fino ai venti, ventidue, ventiquattro anni. Furono continue amarezze per la sua anima, quando vedeva dominare i dèmoni, di derivazione luciferica e arimanica, e constatava che i pagani erano giunti al punto da prendere i dèmoni per dèi, tanto da ritrarre nei loro idoli le sembianze di selvagge potenze demoniache che venivano evocate dalle immagini stesse e dalle azioni di culto ad esse tributate; entravano poi negli uomini in preghiera che in buona fede prendevano parte al culto e che ne restavano posseduti.

Erano amare constatazioni che Gesù di Nazareth doveva fare e che sfociarono in una determinata conclusione, circa nel suo ventiquattresimo anno di vita. Fu quando Gesù di Nazareth ebbe un’esperienza che si aggiunse come una nuova gravissima prova all’altra della delusione provocata dal Bath-Kol.

Dovendo raccontare anche questa esperienza di Gesù di Nazareth, devo dire che ancora oggi non sono in grado d’indicare in quale luogo dei suoi viaggi avvenne quell’esperienza. Sono riuscito a decifrare la scena stessa con molta esattezza, ma oggi non mi è possibile determinare la località dove essa avvenne. Mi sembra tuttavia che essa si sia svolta durante un viaggio fatto da Gesù di Nazareth fuori della Palestina. Non posso dirlo con sicurezza, ma devo comunicare la scena stessa.

Quando aveva ventiquattro anni, Gesù di Nazareth giunse dunque in un posto dove vi era un luogo di culto nel quale si sacrificava a una certa divinità, e tutto all’intorno vi era solo gente triste, affetta da ogni sorta di terribili malattie animiche che si manifestavano fin nel fisico.

Da lungo tempo quel luogo di culto era stato abbandonato dai suoi sacerdoti, e Gesù udì quella gente lamentarsi così: i sacerdoti ci hanno abbandonato, non scendono più su di noi le benedizioni del sacrificio e per questo siamo malati e lebbrosi, siamo affaticati e oppressi poiché i sacerdoti ci hanno abbandonato.

Gesù guardò con profondo dolore quei poveretti; gli faceva pietà quella gente oppressa, e un amore infinito per quei derelitti infiammò la sua anima. La gente che lo circondava doveva aver osservato qualcosa di quell’infinito amore che aveva preso vita nella sua anima, e aveva prodotto una grande impressione sulla gente che si lamentava per essere stata abbandonata dai sacerdoti e anche, come credeva, dai suoi dèi.

Allora, come di colpo, nei cuori della maggior parte dei presenti avvenne che chi di loro aveva riconosciuto l’espressione di amore infinito sul volto di Gesù, gridasse: tu sei il nuovo sacerdote che ci è stato mandato. Lo spinsero verso l’altare pagano, ve lo innalzarono: egli era sull’altare, mentre essi aspettavano e pretendevano da lui che celebrasse il sacrificio, affinché ritornasse su di loro la benedizione del loro dio.

Ed ecco, mentre il popolo lo innalzava all’altare sacrificale, egli cadde come corpo morto, la sua anima fu come rapita, mentre la gente all’intorno, che credeva di veder ritornare il suo dio, vide con orrore che il creduto sacerdote inviato dal cielo era caduto come morto.

Però l’anima rapita di Gesù di Nazareth si sentì sollevata nei regni spirituali, si sentì come trasferita entro la sfera dell’esistenza solare, e da quella sfera udì risuonare parole, quali la sua anima aveva in precedenza percepito spesso dalla voce del Bath-Kol. Ma ora il Bath-Kol si era trasformato, era divenuto qualcosa del tutto diverso: la sua voce gli giungeva anche da tutt’altra direzione, e quello che Gesù di Nazareth udì allora, tradotto nella nostra lingua, si può riassumere nelle parole che potei comunicare per la prima volta poco tempo fa in occasione della posa della prima pietra del nostro edificio di Dornach.

Vi sono obblighi occulti! Appunto in obbedienza ad essi comunicai allora quello che Gesù di Nazareth percepì dalla voce trasformata del Bath-Kol, quando accadde quel che ho appena narrato. Egli udì le seguenti parole:

Amen

Amen

Dominano i mali

testimoni d’egoità che si libera.

per colpa altrui d’egoismo.

vissuta nel pane quotidiano,

in cui non domina la volontà del cielo

da quando l’uomo si separò dal vostro regno

e obliò il vostro nome,

o Voi, Padri nei cieli.

Non posso mettere diversamente in parole quel che fu allora udito da Gesù di Nazareth dalla voce trasformata del Bath-Kol; non saprei proprio farlo in altro modo!

Furono quelle le parole che l’anima di Gesù di Nazareth riportò, quando si ridestò dallo stordimento durante il quale si sentì rapito nello spirito in quell’occasione.

Come Gesù ritornò in sé e spaziò con lo sguardo sulla folla degli affaticati e degli oppressi che lo avevano portato all’altare, tutti erano fuggiti; dirigendo lo sguardo chiaroveggente in lontananza egli potè solo vedere una schiera di figure demoniache, di esseri demoniaci che erano tutti collegati a quella gente.

Fu questo il secondo avvenimento importante, la seconda conclusione significativa nei diversi periodi di sviluppo dell’anima percorsi da Gesù di Nazareth a partire dal suo dodicesimo anno. Non erano gli eventi che per il loro carattere animico solo beatificante facevano la più grande impressione sull’anima del giovane Gesù di Nazareth.

La sua anima dovette imparare a conoscere gli abissi della natura umana,

già in età tanto giovane, e prima che si compisse l’evento del Giordano.

Gesù di Nazareth tornò a casa da quel viaggio.

Era più o meno il tempo in cui morì il padre che era rimasto a casa; circa nel ventiquattresimo anno di vita di Gesù.

Allora egli conservava vivente nella sua anima l’impressione violenta delle azioni demoniache che si erano abbattute su molte cose dell’antica vita religiosa dei pagani.

Ma sempre succede che, solo conoscendo gli abissi della vita,

si raggiungono certi gradi della conoscenza superiore;

così fu anche in certo modo per Gesù di Nazareth

il quale, intorno ai ventiquattro anni di età e in una località che non conosco,

per aver guardato tanto profondamente nelle anime umane, in anime nelle quali

si era come concentrato tutto lo strazio dell’umanità di quel tempo,

potè immergersi particolarmente nella sapienza,

quella che pur attraversando l’anima come un ferro rovente,

la rende anche tanto chiaroveggente,

da poter scrutare le vastità luminose dello spirito.

Poiché inoltre aveva percepito la voce trasformata del Bath-Kol,

si era anche trasformato; in età relativamente giovane

egli era stato così investito di un tranquillo e penetrante sguardo spirituale.

Gesù di Nazareth era divenuto un uomo

capace di scrutare nel profondo dei misteri della vita,

come nessuno finallora sulla Terra lo aveva potuto fare prima di lui,

perché nessuno potè osservare come lui

fino a quale grado la miseria umana poteva crescere.

In primo luogo aveva visto

come, attraverso la pura erudizione, si possa perdere il terreno sotto i piedi;

poi aveva sperimentato come andassero perdute le antiche fonti di ispirazione;

quindi aveva constatato che i culti e le azioni sacrificali,

invece di collegare gli uomini con gli dèi, attiravano per incantesimo

ogni sorta di esseri demoniaci che invasavano gli uomini,

portandoli ad ammalarsi nell’anima e nel corpo e a cadere in ogni sorta di miserie.

Certo nessuno sulla Terra aveva guardato tutto quello strazio umano tanto profondamente come lo aveva fatto Gesù di Nazareth, nessuno aveva provato nella propria anima una sensazione profonda e infinita come l’aveva provata lui, quando aveva visto quella gente posseduta dai dèmoni. Certo nessuno sulla Terra era preparato come lui alla domanda: come si può porre freno al diffondersi di questo tormento sulla Terra?

Così Gesù di Nazareth

non era solo dotato dello sguardo e del sapere del saggio,

ma era divenuto, come attraverso la vita, un iniziato.

Ciò richiamò l’attenzione di coloro che in quei tempi erano convenuti in un ordine che il mondo conosce come quello degli esseni. Essi coltivavano in determinate località della Palestina una specie di servizio occulto e una dottrina segreta. Era un ordine dalla regola severa.

Chi voleva aderire all’ordine, doveva passare per almeno un anno, ma spesso per più anni, attraverso prove rigorose. Con la sua condotta, la sua costumatezza, con il servire le massime potenze spirituali, con il suo senso di giustizia e di uguaglianza umana, con il suo dispregio per i beni umani esteriori, e simili virtù, doveva mostrare di essere degno dell’iniziazione. Una volta accolto, vi erano da salire diversi gradi attraverso i quali si ascendeva alla vita essenica destinata, in separazione e in isolamento dalla restante umanità, sotto una disciplina severamente claustrale e attraverso determinate pratiche di purificazione, mediante le quali si voleva eliminare ogni indegnità animica o corporale, ad accostarsi al mondo spirituale. Ciò si esprime in molteplici regole simboliche dell’ordine esseno.

Decifrando la cronaca dell’akasha, si è trovato che il nome « esseno » deriva oppure è connesso con il termine ebraico « essin » o « assin » che significa qualcosa come pala, o paletta, perché gli esseni avevano adottato come unico distintivo simbolico una piccola pala; e tale simbolo si è conservato in tante congregazioni fino ad oggi.

La volontà degli esseni si esteriorizzava anche in certe usanze: in quella che non dovevano portare su di sé moneta alcuna, che non dovevano passare per porte dipinte o nelle cui vicinanze vi fossero immagini. E poiché in quel tempo l’ordine degli esseni era in un certo senso pubblicamente riconosciuto, esistevano a Gerusalemme porte speciali, non dipinte, affinché anche gli esseni potessero entrare in città. Se infatti un esseno capitava davanti a una porta dipinta, doveva far marcia indietro. Nell’ordine stesso vi erano antichi documenti e tradizioni sul cui contenuto i membri dell’ordine tacevano rigorosamente.

Era loro permesso di insegnare, ma solamente quanto avevano appreso all’interno dell’ordine. Chi entrava nell’ordine doveva consegnare il suo patrimonio all’ordine stesso. Il numero degli esseni era allora, al tempo di Gesù di Nazareth, molto grande, sui quattro o cinquemila. Da ogni parte del mondo vi era convenuta gente che si sottometteva alle severe regole, e ognuno donava la propria casa all’ordine esseno, ovunque essa fosse, in Asia Minore, o anche più lontano; così l’ordine aveva dappertutto piccoli possedimenti, case, giardini, e anche grandi poderi. Nessuno veniva accettato nell’ordine, se non donava ogni cosa, affinché divenisse bene comune: tutto apparteneva a tutti, ma nessun singolo ne aveva il possesso. Vigeva inoltre una regola assai rigida se confrontata alle nostre condizioni attuali, ma ben comprensibile: ogni esseno poteva soccorrere con i beni dell’ordine tutti i bisognosi, purché non facessero parte della sua famiglia.

A seguito di una donazione si era formata a Nazareth una sede dell’ordine esseno, e perciò entrò nella visuale di Gesù di Nazareth la sua esistenza. Al centro dell’ordine erano giunte notizie della profonda sapienza che come ho descritto era discesa nell’anima di Gesù di Nazareth, e proprio negli esseni più saggi e più importanti si formò uno stato d’animo che suscitò in loro una certa virtù profetica.

Essi dicevano che, affinché il mondo potesse progredire nella maniera giusta,

doveva venire un’anima particolarmente saggia

che avrebbe dovuto operare come una specie di messia.

Perciò essi si guardavano attorno, ove vi fossero anime sagge, e furono molto impressionati dalla notizia della profonda saggezza che era sorta nell’anima di Gesù di Nazareth. Non vi è quindi da meravigliarsi che gli esseni, senza che Gesù dovesse sottoporsi alle prove per i gradi minori, lo accogliessero come membro esterno della loro comunità, non voglio dire nell’ordine stesso, e che anche i più saggi esseni si dimostrassero in certo modo aperti e fiduciosi, in merito ai loro segreti, verso quel giovane saggio.

In effetti il giovane Gesù di Nazareth apprese dall’ordine degli esseni molte cose di gran lunga più profonde sui segreti tradizionali dell’ebraismo, rispetto a quanto aveva potuto apprendere in casa di suo padre dai dottori della legge. Sentì pure riferire molte cose che aveva già udito per conto suo dalla voce del Bath-Kol, o che aveva visto risplendere nella sua anima come per illuminazione.

In breve, si produsse un vivace scambio di idee tra Gesù di Nazareth e gli esseni.

Così Gesù, fra i venticinque e i ventotto anni e anche oltre,

praticando gli esseni apprese quasi tutto quel che l’ordine poteva dargli.

Quello che non gli fu confidato in parole,

gli si presentò infatti attraverso le più diverse impressioni chiaroveggenti.

Gesù ne ebbe di importanti, sia entro la comunità essena, sia qualche tempo dopo a Nazareth in casa sua, dove egli, in una vita più che altro contemplativa, fece agire su di sé le forze che aveva fatte sue e che gli esseni non potevano neanche supporre, ma che erano la conseguenza delle conversazioni importanti che aveva condotto con loro, forze che egli sperimentava nella sua anima.

Una di quelle esperienze, di quelle impressioni interiori, merita in particolare di esser messa in rilievo, perché può illuminare sull’intera evoluzione spirituale dell’umanità.

Fu una potente e importante visione

che Gesù di Nazareth ebbe come in uno stato di rapimento:

in essa gli apparve il Buddha come in presenza diretta,

e proprio in conseguenza dello scambio di idee avuto con gli esseni.

Si può dire che ci fu allora un vero dialogo spirituale tra Gesù e Buddha.

Fa parte dei miei obblighi occulti comunicare il contenuto di quel dialogo, perché possiamo, anzi dobbiamo oggi toccare questi importanti segreti dell’evoluzione dell’umanità. Ecco quello che Gesù di Nazareth udì dal Buddha durante quell’importante dialogo spirituale:

se la mia dottrina, così come l’ho insegnata, venisse pienamente applicata,

tutti gli uomini dovrebbero divenire come gli esseni;

questo però non può essere, e qui sta l’errore della mia dottrina.

Anche gli esseni possono continuare ad evolversi solo in quanto si segregano dalla restante umanità; per loro ci devono essere altre anime umane. Per l’avverarsi della mia dottrina tutti dovrebbero divenire esseni, ma ciò non può essere.

Fu questa un’esperienza significativa che Gesù di Nazareth ebbe dalla sua comunanza con gli esseni.

Un’altra esperienza fu che Gesù fece la conoscenza con un altro giovane, circa suo coetaneo, che si era anch’egli avvicinato in circostanze del tutto diverse all’ordine degli esseni, ma senza divenire esseno. Si potrebbe dire che viveva come un fratello laico entro la comunità essena; era Giovanni Battista. Si vestiva come gli esseni che portavano d’inverno indumenti di pelo di cammello.

Ma egli non aveva mai potuto sostituire del tutto in se stesso la dottrina ebraica con quella degli esseni. Siccome però la vita e la dottrina degli esseni avevano fatto su di lui una grande impressione, viveva come fratello laico la vita degli esseni, si faceva a poco a poco ispirare da loro, tanto da divenire man mano quel Giovanni Battista di cui parlano i Vangeli.

Molte conversazioni ebbero luogo tra Gesù di Nazareth e Giovanni Battista: avvenne un giorno (so che cosa significhi raccontare così semplicemente cose come queste, ma non posso trattenermi dal farlo; so tuttavia che queste cose devono ora venir raccontate, per dovere occulto), avvenne dunque un giorno che

Gesù di Nazareth, mentre parlava con Giovanni Battista,

vide come scomparire davanti a sé la corporeità fisica del Battista,

ed ebbe la visione di Elia.

Fu questa la seconda esperienza animica importante entro la comunità degli esseni.

Ma vi furono anche altre esperienze; già da lungo Gesù di Nazareth aveva potuto fare una strana osservazione: quando egli si trovava in luoghi nei quali vi erano porte di esseni, e quindi prive di figure, Gesù non poteva oltrepassare quelle porte senza fare un’amara esperienza. Egli guardava quelle porte prive di figure, ma alla sua vista comparivano su di esse, da ambo le parti, immagini spirituali: vi comparivano per lui quelli che abbiamo imparato a conoscere in diverse spiegazioni di ordine scientifico-spirituale, con i nomi di Arimane e Lucifero. A poco a poco si era affermato nella sua anima il sentimento, l’impressione, che l’avversione degli esseni per le figure sulle porte, dovesse aver a che fare con l’apparizione per incantesimo di quelle entità spirituali che vedeva comparire su di esse, e che quelle immagini fossero ritratti di Lucifero e Arimane. Le frequenti osservazioni di quel genere, avevano suscitato in Gesù di Nazareth tali sentimenti.

Chi prova tali esperienze, non trova che ci sia tanto da almanaccarci, perché sono troppo sconvolgenti per l’anima. Si sente ben presto che i pensieri umani non arrivano a tanto da poterle comprendere a fondo. Tali impressioni non solo si incidono profondamente nell’anima, ma diventano parte della vita animica stessa. Ci si sente legati a quella parte della propria anima nella quale si sono radunate tali esperienze, ci si sente legati ad esse, le si portano con sé nel seguito della vita.

Così Gesù di Nazareth continuò a portare nella sua vita

entrambe le immagini di Lucifero e Arimane

che egli aveva spesso visto alle porte degli esseni.

Sulle prime ciò non aveva avuto alcun altro effetto che di portargli a coscienza che vi fosse un mistero che correva tra quelle entità spirituali e gli esseni. Nella sua anima era così sorta una reazione che si inseriva nell’intesa tra lui e gli esseni, nel senso che dopo quelle esperienze vissute dall’anima di Gesù, non si intendevano più tanto bene vicendevolmente. Nella sua anima viveva qualcosa del quale non poteva far parola con gli esseni: ogni volta si raffreddava qualcosa nel discorso e vi si intrometteva sempre la sua esperienza vissuta alle porte degli esseni.

Un giorno, dopo un colloquio particolarmente importante e significativo, nel quale si era parlato di sublimi argomenti spirituali, Gesù di Nazareth uscì dalla porta dell’edificio principale degli esseni, e mentre varcava la soglia si imbattè nelle figure che egli ormai conosceva come quelle di Lucifero e di Arimane. Le vide fuggir via dalla porta del convento degli esseni. Si formò allora nella sua anima una domanda, non come se lui stesso domandasse con il proprio intelletto, ma si impose in lui con profonda violenza elementare la domanda: dove fuggono essi, dove fuggono Lucifero e Arimane?

Egli sapeva infatti che era stata la santità del convento esseno a porli in fuga. Ma nella sua anima viveva la domanda: dove vanno? Non potè liberarsi da quella domanda che bruciava come un fuoco nella sua anima; e continuò a portarsela dietro ogni ora, anzi ogni minuto, per le successive settimane. Dopo quel discorso spirituale, dopo esser uscito dalla porta principale degli esseni, ardeva nella sua anima la domanda: verso dove fuggono Lucifero e Arimane?

Domani continueremo a parlare di tutto questo: di ciò che Gesù fece in seguito sotto l’impressione di quella domanda vivente nella sua anima, dopo aver sperimentato

che le antiche ispirazioni erano andate perdute,

che le religioni e i culti erano corrotti da potenze demoniache,

e dopo la sua caduta presso l’altare pagano

che gli fece udire la voce trasformata del Bath-Kol,

tanto che dovette poi interrogarsi sul significato delle parole udite,

e parleremo ancora del significato che può aver la domanda che Gesù di Nazareth si poneva: verso dove fuggono Lucifero e Arimane?

 

 

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