////JAHVÈ E CRISTO NELLA TEOLOGIA MODERNA

JAHVÈ E CRISTO NELLA TEOLOGIA MODERNA

Jahvè e Cristo nella teologia moderna

O.O. 193 – L’intimo aspetto dell’enigma sociale – 11.02.1919


 

Sommario: Vita spirituale terrena ed esistenza pre-natale. La vita statale-giuridica come espressione di impulsi esclusivamente terreni. Gli impulsi economici alludono alla vita dopo la morte. Il nazionalismo come regresso e il significato dell’impulso del Cristo. Jahvè e Cristo nella teologia moderna. La via del pensiero e la via della volontà per giungere al Cristo. La responsabilità sovrasensibile nei confronti di tutte le cose

 

Ho già osservato, otto giorni fa, che proprio grazie al nostro interesse per il movimento antroposofico

possiamo andare molto a fondo riguardo alle scottanti questioni del presente,

e possiamo anche farci un’idea molto chiara

di quel che è necessario all’uomo moderno per potersi formare un giudizio,

per avere la possibilità di prendere una posizione.

 

Ci sono alcune cose che possiamo concepire in modo più profondo di quanto sia possibile al grande pubblico. In un certo senso ci possiamo un po’ considerare come una specie di lievito, se mi consentite di usare un termine biblico, così che ciascuno cerchi, là dove si trova, di dare il proprio contributo per soddisfare le esigenze tutte specifiche del nostro tempo, partendo inoltre da un sentimento molto profondo, da un impulso molto profondo.

 

Se ripensate a quella che e stata data come nota di fondo nelle conferenze pubbliche,

vi sarà chiaro che per l’epoca attuale si tratta di tendere ad una determinata articolazione dell’organismo sociale.

Io dico sempre “tendere”, e non “volere realizzare dall’oggi al domani in modo rivoluzionario”,

ma “tendere” ad articolare in un certo modo

ciò che invece, sotto l’influsso di certe correnti moderne, è stato centralizzato.

 

Tendere a far sì che, al posto del cosiddetto Stato unitario, si sviluppi, in libera autonomia accanto agli altri,

un settore particolare dell’organismo sociale che comprenda tutto ciò che si riferisce alla vita spirituale:

l’educazione, l’insegnamento, l’arte, la letteratura,

ma anche, come ho già accennato e come domani dovrò ancora menzionare nella conferenza pubblica,

ciò che si riferisce all’amministrazione del diritto privato e del diritto penale.

 

Un secondo settore dell’organismo sociale dovrebbe essere, in senso stretto,

quello che finora è stato chiamato “Stato” e al quale in realtà, nei tempi più recenti,

proprio seguendo le correnti degli ultimi quattrocento anni,

si è voluto accollare tutto il possibile: scuole statali, educazione statale, ecc.

• Però, oggi, è anche proprio sotto l’influsso di pensieri socialisti e sociali,

che si cerca di collegare la vita economica alla vita del diritto in senso strettissimamente politico,

fondendole in un’unità.

 

Esse devono di nuovo allontanarsi l’una dall’altra.

Esse devono venire a trovarsi l’una di fronte all’altra in piena autonomia:

lo stato politico come secondo settore dell’organismo sociale,

e, da esso indipendente, relativamente indipendente,

tutto ciò che include la circolazione di merci, la vita economica, l’economia.

 

Ora osserveremo di nuovo tutto ciò, ma da un punto di vista che oggi non può ancora essere tanto facilmente accessibile a chi non si trovi all’interno del nostro movimento. Porteremo le nostre osservazioni fino ad un certo livello, fino ad un certo culmine, in modo da capire più a fondo le condizioni di vita dell’umanità attuale.

 

Provate ad osservare quella che, in senso terreno, si chiama “vita spirituale”.

La vita spirituale in senso terreno è tutto ciò che, in un certo qual modo,

ci eleva al di sopra dell’egoismo individuale e ci induce ad unirci a gruppi di altre persone.

 

Sappiate che ancora oggi, per la gran parte delle persone, è della massima importanza proprio quel ramo della vita spirituale terrena che dovrebbe insegnare a rapportarsi alla vita spirituale sovrasensibile. Osservate come si svolge la vita religiosa nelle singole comunità religiose. In un certo qual modo, le esigenze animiche di una persona la inducono a riunirsi ad altre persone, persone alle quali essa viene appunto legata da esigenze animiche dello stesso tipo.

Per mezzo dell’educazione, una persona provvede all’altra nell’animico-spirituale.

 

Anche la lettura di un libro ci porta al di sopra della nostra propria vita individuale ed egoistica, in quanto non solo accogliamo i pensieri dell’autore, ma, anche dopo aver letto solo la metà di quel libro, abbiamo accolto gli stessi pensieri di numerose altre persone, il che ancora una volta ci inserisce in un certo gruppo di esseri umani che sperimentano nell’anima cose dello stesso tipo.

 

Questa è certamente una caratteristica importante propria della vita spirituale:

il fatto, cioè, che pur nascendo dalla piena libertà, dall’iniziativa individuale del singolo,

questa vita spirituale terrena induce l’individuo a riunirsi ad altre persone,

formando così dei gruppi di persone a partire da quella che è la totalità degli esseri umani.

 

Però, per chi cerca una comprensione più profonda, con ciò si è già detto qualcosa, si è indicato qualcosa che avvicina tutti i tipi di vita comunitaria all’evento centrale dell’intera evoluzione della Terra, al mistero del Golgota.

Infatti, da quando nell’evoluzione della Terra è avvenuto il mistero del Golgota, tutto ciò che si riferisce alla vita comunitaria fra esseri umani appartiene, in un certo senso, a questo impulso del Cristo.

 

Questo è l’essenziale, cioè

che l’impulso del Cristo non appartiene alla persona singolabensì alla convivenza fra gli esseri umani.

• Inteso nel senso del Cristo Gesù stesso, è un grande errore credere

che il s i n g o l o essere umano possa avere una relazione diretta col Cristo.

 

Il fatto essenziale è che il Cristo ha vissuto, è morto, è risorto per l’umanità,

per quella che è la totalità dell’umanità.

Perciò, a partire dal mistero del Golgota, l’evento Cristo deve essere subito preso in considerazione

(ne riparleremo ancora più tardi) nel momento in cui si sviluppa un qualsiasi tipo di vita comune fra esseri umani.

• Quindi, per coloro che capiscono veramente il mondo, anche la vita spirituale terrena,

che sgorga da quanto vi è di massimamente individuale, dalle predisposizioni e dai talenti umani individuali,

avvicina all’evento del Cristo.

 

Ora, però, per prima cosa osserviamo questa vita spirituale terrena in sé:

la vita religiosa, la scuola e l’educazione, l’arte, ecc.

Attraverso tutto ciò veniamo a trovarci in una certa relazione con gli altri.

 

A questo punto dobbiamo distinguere

• fra quanto ci porta a relazionarci con gli altri grazie al nostro destino vero e proprio, grazie al nostro karma,

• e quanto non dipende in senso così stretto dal nostro karma individuale.

 

• Da un lato, abbiamo determinati rapporti con le persone che si inseriscono

nella nostra vita; allacciamo nuovi rapporti con singoli individui.

Abbiamo dei rapporti che non sono altro che la conseguenza di altri rapporti

che abbiamo stretto in vite terrene precedenti.

• E poi ci sono anche altri rapporti che iniziamo qui e che svilupperemo karmicamente nelle prossime vite terrene.

Ne risulta una grande quantità di rapporti personali fra ogni singolo individuo e gli altri individui singoli.

 

Questi rapporti, che sostanzialmente dipendono in senso stretto dal nostro karma,

vanno distinti dalle altre relazioni, quelle relazioni che stringiamo

perché, insieme ad altre persone, formiamo delle comunità,

per cui ci troviamo a far parte di una comunità religiosa,

nella quale professiamo la stessa fede, veniamo educati insieme nello stesso modo,

leggiamo insieme uno stesso libro o altro del genere, godiamo insieme di una certa arte, e così via.

 

Queste persone, con le quali dunque veniamo a trovarci in una comunità terrena, non si trovano necessariamente assieme a noi in virtù di una relazione karmica iniziata in una vita terrena precedente. Senza dubbio ci sono anche comunità che si rifanno ad un destino comune in vite terrene precedenti, ma per queste grandi comunità, alle quali appunto mi riferivo, di regola non è così. Queste comunità ci riportano a qualcos’altro.

 

Ci riportano al fatto che, verso la fine del periodo

che trascorriamo nel mondo sovrasensibile fra la morte ed una nuova nascita,

quando giungiamo a quel lasso di tempo che si avvicina alla nostra prossima incarnazione,

• allacciamo delle relazioni spirituali (perché a questo punto,

fino ad un certo grado, diventiamo maturi per tali relazioni spirituali)

con le gerarchie degli Angeli, degli Arcangeli e delle Archai,

quindi di fatto relazioni spirituali con le gerarchie superiori;

ma che, nel mondo spirituale sovrasensibile, prima della nostra nuova nascita,

• ci avviciniamo anche ad altri esseri umani, che si incarnano più tardi di noi,

che in un certo senso devono aspettare ancora più a lungo per la loro incarnazione.

 

Facciamo un’enorme quantità di incontri sovrasensibili,

e li facciamo proprio per la particolare maturità che raggiungiamo

prima di essere ricondotti alla vita terrena attraverso la nascita.

• E sono le forze che accogliamo in tal modo a collocarci sulla Terra

proprio laddove ci diviene possibile fare le nostre esperienze

in quelle comunità della vita spirituale terrena delle quali ho appunto parlato.

 

Da quanto ho detto, prima di tutto si deduce che la nostra vita spirituale terrena,

quella che sperimentiamo per il fatto che siamo persone religiose, per il fatto che veniamo educati ed istruiti,

per il fatto che accogliamo determinate impressioni artistiche e altro del genere,

non è qualcosa che viene determinato soltanto da quanto si trova sulla Terra,

ma viene determinato da quanto sperimentiamo in un primo tempo in modo sovrasensibile

prima di discendere in questa vita spirituale terrena attraverso la nascita.

 

• Come, dall’immagine riflessa in uno specchio, si risale a colui che si specchia,

così dalla vita spirituale terrena si risale

a quanto l’individuo aveva sperimentato prima di trasferirsi in un corpo terreno.

• In questo senso non c’è nulla sulla Terra

che sia in un rapporto così interiore, così reale, così vivo con il mondo sovrasensibile

come questa vita spirituale terrena, che certamente presenta certe devianze, molte devianze.

 

Ma anche le devianze hanno un rapporto sensato con quanto sperimentiamo nel sovrasensibile,

in ogni caso in modo del tutto diverso, comunque appunto sicuramente nel sovrasensibile.

La vita spirituale terrena riceve una particolare collocazione sulla Terra

proprio in quanto dipende dalla nostra vita pre-natale.

 

Nella vita terrena null’altro dipende così strettamente dalla nostra vita pre-natale

quanto questa vita spirituale terrena.

• Si tratta di un aspetto che il ricercatore spirituale deve sottolineare in modo particolare.

Egli separa la vita spirituale terrena dalle altre attività svolte dagli esseri umani qui sulla Terra,

perché nelle sue osservazioni sovrasensibili si accorge

che tale vita spirituale terrena origina e prende impulso dalla vita pre-natale, sovrasensibile.

 

Perciò per lo scienziato dello spirito questa vita spirituale terrena si discosta dalle altre esperienze terrene.

• Diversamente stanno le cose con quella che si può definire

la vita politica in senso stretto, la vita di diritto pubblica, quella vita che porta ordine statale fra gli esseri umani.

Per quanto ci si sforzi di compiere delle ricerche, anche coi più rigorosi metodi scientifico-spirituali,

per scoprire da che cosa dipenda questa statalità, questa statalità vera e propria,

la vita di diritto politica, la vita di diritto pubblica,

non si trova assolutamente alcuna relazione di questa vita con qualcosa di sovrasensibile.

 

Questa vita se ne sta lì come totalmente terrena.

Dobbiamo intenderci in modo molto preciso sul significato di quanto detto.

Per esempio, che cos’è, nel senso più eminente, il rapporto giuridico terreno, politico terreno?

È il rapporto di proprietà, il rapporto di possesso.

 

Se io, in qualche modo, sono proprietario di un fondo, lo sono solo per il fatto

che un dato contesto politico mi dà il diritto esclusivo di possedere tale fondo,

mi rende possibile di escludere tutti gli altri dal possesso di tale fondo, dalla sua coltivazione, ecc.

Così è con tutto ciò che si basa sul diritto pubblico.

 

Quel che è la somma dei diritti pubblici, che è anche la somma

di tutto ciò che una determinata comunità tutela dall’esterno, tutto ciò è la vita statale in senso stretto.

Questa è la vita terrena vera e propria, che dipende solo dagli impulsi che attraversano l’uomo fra nascita e morte.

 

Per quanto lo Stato, a volte, ci tenga davvero tanto a reputarsi un dono di Dio, nel senso di una più profonda interpretazione di tutte le confessioni religiose vale quanto segue. Prima di tutto vale ciò che il Cristo Gesù intendeva, quando, nella lingua di allora, disse agli esseri umani:

“Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio”.

 

Egli, specialmente riguardo alle aspirazioni dell’impero romano, voleva separare tutto quello che è vita di Stato esteriore da quella che è un’immagine speculare della vita sovrasensibile.

Ma tutto ciò che vuole introdurre nella mera vita statale terrena un impulso sovraterreno, per esempio vuol fare dello Stato addirittura il veicolo della vita religiosa o il veicolo dell’educazione (cosa di cui nessuno di questi tempi dubita, purtroppo!), tutto questo le nature profondamente religiose lo designavano dicendo:

• “Quando, in un modo qualsiasi, si vuole mescolare ciò che è spirituale-sovrasensibile con ciò che è esteriore-statale,

ecco che regna il principe usurpatore di questo mondo”.

 

Forse già sapete che pur riflettendo molto su che cosa significhi “il principe usurpatore di questo mondo”, alla fine non se ne cava fuori un bel niente. È soltanto con la scienza dello spirito, che si può coglierne il significato.

 

Il principe u s u r p a t o r e di questo mondo r e g n a

quando ciò che dovrebbe riferirsi soltanto all’ordinamento di rapporti terreni

ha l’arroganza di voler inglobare in sé la vita spirituale e, come poi vedremo, anche la vita economica.

Il principe l e g i t t i m o di questo mondo è solo quello

che nei rapporti statali politici esteriori include esclusivamente

quanto si genera nella vita dell’uomo fra la nascita e la morte.

 

Così abbiamo afferrato in senso scientifico-spirituale il secondo settore dell’organismo sociale.

Esso è quello che si rifà a quegli impulsi che, per l’essere umano, scorrono fra la nascita e la morte.

 

• Passiamo ora al terzo settore, ai rapporti economici.

Pensate solo a come, in realtà, la vita economica ci pone in un certo rapporto con il mondo.

Capirete facilmente com’è questo rapporto, pensando al fatto che

• nella vita economica puramente esteriore potremmo dissolverci fino a sparire.

 

Che cosa ne sarebbe di noi, se ci dissolvessimo del tutto nella mera vita esteriore, puramente economica?

Saremmo animali, nient’altro.

Se non siamo animali pensanti, è solo perché oltre alla vita economica, abbiamo anche

• una vita del diritto, una vita politica, una vita di stato

• e una scienza spirituale, una vita spirituale terrena.

 

Dunque, noi veniamo più o meno schiacciati verso il basso, nel subumano, dalla vita economica.

Ma proprio perché veniamo schiacciati nel subumano,

proprio in questo settore del subumano possiamo sviluppare quell’interessamento

che, nel vero senso della parola, sono le attenzioni fraterne fra gli esseri umani.

 

In nessun altro settore possiamo sviluppare con altrettanta facilità e altrettanta naturalezza

rapporti fraterni fra gli uomini, nel pieno senso della parola, come proprio nella vita economica.

Nella vita spirituale cos’è che domina realmente nella vita spirituale terrena?

Sostanzialmente l’interesse personale, anche se animico, però animico-egoistico.

 

• Dalla religione l’uomo vuole ricevere la propria beatitudine.

• Dall’educazione vuole che vengano sviluppati i propri talenti.

• Da qualsiasi fenomeno artistico o di altro genere di cui egli gode vuole ricevere gioia per la propria vita

oppure anche uno sviluppo delle proprie forze vitali.

 

È sempre così: un egoismo maggiore o minore, per quanto anche comprensibile,

conduce l’uomo, per amore di sé, a quel che vive nella vita spirituale terrena.

 

E ancora, nella vita del diritto, nella vita politica,

• abbiamo a che fare con quanto, in un certo senso, ci rende uguali davanti alla legge.

• Abbiamo a che fare coi rapporti interpersonali.

• Abbiamo a che fare con quello che dovrebbe essere il nostro diritto.

 

Il diritto non esiste, fra gli animali!

È anch’esso qualcosa che ci eleva al di sopra del regno animale  già nella vita terrena.

 

Ma sia nei nostri rapporti con una comunità religiosa, con una comunità educativa, sia anche in quelli con una comunità giuridica, abbiamo sempre qualcosa che, in un certo senso, dipende dalle nostre esigenze, che in un certo senso vogliamo in modo naturale.

 

Nel campo della vita economica, invece, proprio quando riusciamo a superare noi stessi,

possiamo mettere in atto qualcosa che va al di là dei nostri stessi interessi:

• la f r a t e l l a n z a, l’attenzione per gli altri,

il vivere in modo tale che chi abbiamo accanto provi, grazie a noi, qualcosa.

 

• Per quanto riguarda la spiritualità, noi accogliamo qualcosa perché la vogliamo.

• Nei rapporti giuridici, pretendiamo qualcosa che dobbiamo pretendere

se vogliamo continuare a vivere in un modo degno di un essere umano, come un simile fra i simili.

• E nella vita economica si sviluppa quanto collega i sentimenti di un uomo con i sentimenti dell’altro uomo:

la fratellanza.

 

Gli impulsi alla vita fraterna sorgono nel momento in cui stabiliamo un certo rapporto

• fra ciò che possediamo noi e ciò che possiede l’altro;

• fra ciò di cui abbiamo bisogno noi e ciò di cui ha bisogno l’altro;

• fra ciò che abbiamo noi e ciò che ha l’altro, ecc.

Se nella vita economica sviluppiamo sempre più questa fratellanza,

allora in un certo senso da questa vita economica viene fuori qualcosa.

 

Questa fratellanza nella vita economica,

questo rapporto fraterno fra esseri umani che deve diffondersi nella vita economica se la si vuole risanare, ecco,

questo è quello che, se posso esprimermi così, esala dalla vita economica.

• E proprio perché ci educhiamo in questo senso nella vita economica,

ci portiamo tutto ciò oltre la soglia della morte,

trasferendolo con noi nella vita sovrasensibile oltre la morte.

 

Così, per la vita terrena, la vita economica ci appare come quella più bassa,

ma è proprio lì che si sviluppa qualcosa

che, dalla vita terrena, attraverso la porta della morte, reca impulsi nel sovrasensibile.

Così abbiamo osservato in modo scientifico-spirituale il terzo arto dell’organismo sociale.

 

Si sviluppa qualcosa che, in un certo senso, spinge noi uomini in basso, nel subumano,

ma per questo veniamo ricompensati dal fatto

che, proprio da ciò che sviluppa la fratellanza nella vita economica,

portiamo con noi attraverso la soglia della morte qualcosa che ci rimane

quando facciamo ingresso nel mondo sovrasensibile.

 

• Come la vita spirituale terrena,

che si sviluppa nel modo che ho precedentemente descritto,

si rifà attraverso un’immagine speculare, a ciò che appunto vi si specchia,

cioè alla vita spirituale sovrasensibile pre-natale,

• così la vita economica, con quanto si sviluppa nell’uomo sotto il suo influsso

(interessamento sociale, sentimenti per la comunità sociale, fratellanza)

volge alla vita sovrasensibile nel post-mortem.

 

E così abbiamo distinto in modo scientifico-spirituale i tre ambiti:

• la vita spirituale, che si rifà alla vita sovrasensibile prenatale;

• la vita dello Stato vera e propria, che riguarda gli impulsi che si esplicano fra la nascita e la morte;

• e la vita economica vera e propria,

che volge a quanto sperimenteremo dopo aver attraversato la soglia della morte.

 

Abbiamo visto che l’essere umano

• non è soltanto un essere terreno, • ma è al tempo stesso un essere sovraterreno,

che porta in sé gli effetti di quanto ha previssuto nel sovrasensibile prima della nascita

e che sviluppa in sé i germi di quanto dovrà sperimentare nella vita dopo la morte,

se posso usare quest’immagine.

 

Abbiamo visto che, in questo senso, la vita umana è tripartita

e l’uomo, accanto a questi due rimandi alla vita sovrasensibile,

fra la nascita e la morte sperimenta anche quell’aspetto della vita che è specificatamente terreno.

 

• E come è vero che questa vita umana è in sé tripartita,

altrettanto è vero che, se l’intera anima umana deve avere

i suoi fondamenti, la sua base, nell’organismo sociale in cui vive,

tale organismo sociale deve appunto essere a sua volta triarticolato.

 

• Così, per chi riconosce in senso scientifico-spirituale quale sia la posizione dell’uomo nell’universo,

ci sono appunto motivi ancora più profondi per capire

che l’organismo sociale deve essere triarticolato,

che in un certo senso se tutto è centralizzato, se tutto si richiama

solo ad una vita sociale esteriore caotica, scompigliata nell’anarchia, l’uomo non può che deperire

(come infatti in un certo senso è deperito, nella vita moderna,

il che ha poi portato alla spaventosa catastrofe degli ultimi quattro anni).

 

L’approfondimento delle conoscenze scientifico-spirituali ci induce proprio

a concepire la vita umana sempre in questo modo, ad avere questa consapevolezza del fatto

che ogni elemento complessivamente umano

appartiene all’umanità in generale e comunque al cosmo.

E questa è, al tempo stesso, la giusta conoscenza del Cristo per il nostro tempo e per il prossimo futuro.

Questo è quanto, in un certo senso, ci viene rivelato quando oggi vogliamo ascoltare il Cristo.

 

Egli stesso ha detto (l’ho sottolineato più volte):

“Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine dei tempi della Terra”.

Il che significa che Egli non ha parlato solo nel periodo della sua permanenza sulla Terra,

ma continua a parlare, e noi dovremmo continuare ad ascoltarLo.

• Non dovremmo soltanto voler leggere i Vangeli,

che comunque dovremmo continuare a leggere e rileggere sempre,

ma dovremmo anche ascoltare ciò che Egli, in modo vivente, intende rivelarci

per mezzo del Suo costante essere-con-noi.

 

In quest’epoca vuole dirci: “Cambiate la vostra mente

(come aveva detto il suo predecessore, Giovanni Battista),

rinnovate la vostra mente, in modo che vi si palesi la vostra triplice natura umana,

natura che esige che anche ciò in cui vivete durante la vostra esistenza fisica sia articolato in modo triplice”.

 

Si dice, e a ragione: il Cristo è morto, è risorto per tutta l’umanità, il mistero del Golgota è un fenomeno dell’umanità globale. Ce ne si rende conto soprattutto di questi tempi, nei quali i popoli si sono sollevati gli uni contro gli altri accanendosi in una lotta selvaggia, e in cui ancora una volta, dopo che gli eventi sono sfociati in una crisi, non predomina l’assennatezza, non predomina la consapevolezza della collettività umana, ma invece, al suo posto, una selvaggia ebbrezza della vittoria! Non si giudichi tutto ciò in modo errato. Tutto quello che abbiamo sperimentato negli ultimi quattro anni e mezzo, tutto quello che sperimentiamo adesso, tutto quello che sperimenteremo ancora, a chi vede in profondità mostra che l’umanità riguardo alla consapevolezza del Cristo è entrata in una specie di crisi.

 

L’umanità è andata in crisi riguardo alla consapevolezza del Cristo

per il fatto che il corretto spirito sociale, il giusto legame fra gli esseri umani, è andato perduto.

Ed è strettamente necessario per gli uomini che essi si chiedano molto seriamente:

come possiamo ritrovare giustamente l’impulso del Cristo?

Che non sempre lo si ritrovi, lo possiamo trarre da un semplice fatto.

 

Prima che l’impulso del Cristo agisse nell’evoluzione della Terra attraverso il mistero del Golgota, il popolo nel quale nacque appunto il Cristo Gesù si considerava il popolo eletto, e credeva, questo popolo eletto, che la Terra potesse essere felice soltanto se tutto il resto fosse morto, e solo i membri di questo popolo avessero occupato l’intero pianeta. Questo era, in un certo senso, un credo solido, perché il dio Jahvè aveva eletto questo popolo come suo popolo e perché il dio Jahvè era visto come il dio dell’identità.

 

Questo modo di vedere le cose dell’antico popolo ebreo, nel tempo precedente al verificarsi del mistero del Golgota sulla Terra, trovava la sua giustificazione proprio nel fatto che il Cristo Gesù doveva provenire appunto da tale antico popolo ebreo. Ma con il verificarsi del mistero del Golgota sulla Terra questa coscienza sarebbe dovuta cessare. Da quel momento tale coscienza divenne obsoleta, e al posto della coscienza di Jahvè sarebbe dovuta subentrare la coscienza del Cristo, che parla dell’uomo tanto quanto il popolo di Jahvè aveva parlato dei membri di un unico popolo. È il tragico destino del popolo ebreo, quello di non aver riconosciuto che le cose stanno così. Però oggi stiamo veramente vivendo un regresso.

 

Oggi stiamo vivendo una ricaduta,

perché a poco a poco i popoli (anche se vedono la cosa diversamente e le danno un altro nome)

sono giunti tutti a voler adorare una specie di Jahvè, ma uno Jahvè speciale, per ciascuno il dio del proprio popolo.

 

Certamente non si parla in formule religiose come prima, ma, per così dire, secondo un modo di pensare moderno. “Modo di pensare” o “abitudini di pensiero” mi sembrano essere parole azzeccate. La gente d’oggi si è abituata ad un’altra parola. Si potrebbe anche concedere, per farsi capire meglio in pubblico, di seguire per un certo periodo la moda di dire “mentalità”, invece che “abitudine di pensiero” o modo di pensare”, che io ho sempre usato nella nostra cerchia.

Con la mentalità del giorno d’oggi succede che ogni popolo vorrebbe, in un certo senso, insediare il suo specifico dio, vorrebbe esistere solo nel senso di quel popolo.

Ciò ha condotto proprio alla furia di un popolo contro l’altro. Noi sperimentiamo una ricaduta nella religione di Jahvè, solo che la religione di Jahvè, specializzata in molte religioni di Jahvè, va a pezzi.

 

Oggi si ha davvero un regresso veterotestamentario, un atavismo, una ricaduta nell’Antico Testamento! L’umanità vuole addirittura specializzarsi in singole componenti su tutto il pianeta, contro il Cristo Gesù, che è venuto e ha vissuto per l’intera umanità. L’umanità vuole sistemarsi nel senso degli dèi di popolo, vuole sistemarsi conformemente a Jahvè.

Questo era giustificato prima del mistero del Golgota, adesso è un regresso. Ma bisogna capirlo bene: un insediamento nazionale è oggi un regresso all’Antico Testamento. Questo regresso all’Antico Testamento finirà per infliggere pesanti prove all’umanità moderna, e per opporsi c’è un unico rimedio: riavvicinarsi al Cristo per vie spirituali.

 

Ciò detto, per chi si interessa alla scienza dello spirito sorge in un modo tutto speciale la domanda: “In questa nostra epoca, a partire dal centro più profondo di noi stessi, dagli impulsi più profondi di queste nostre attuali anime, come lo troviamo, il Cristo Gesù?

Che questa domanda sia molto seria (ne ho già parlato spesso qui4 da altri punti di vista) lo potete dedurre dal fatto che davvero molti fra coloro che diffondono ufficialmente il cristianesimo hanno realmente perso il Cristo. Al giorno d’oggi ci sono molti preti, pastori, ecc., anche molto noti, che parlano del Cristo. E dicono che l’uomo, per mezzo di un certo approfondimento interiore, per mezzo di certe esperienze interiori, può riuscire a rapportarsi al Cristo.

 

Ma seguendo più da vicino che cosa questa gente intende per “Cristo”,

si trova che non c’è alcuna differenza fra il Cristo e il Dio in generale,

quello che, anche nel senso dei Vangeli, si chiama “Dio Padre”.

 

Un famoso teologo è per esempio Hamack5. Anche qui in Svizzera sono in molti ad emularlo. Harnack ha perfino pubblicato un libretto, L’essenza del cristianesimo. Vi parla molto del Cristo. Ma ciò che dice sul Cristo, perché mai dovrebbe essere riferito al Cristo? Non c’è alcun motivo di riferirlo al Cristo! Si possono dire le stesse cose anche riferendosi al dio Jahvè. Perciò l’intero libro su L’essenza del cristianesimo è una menzogna interiore. Diventa verità soltanto se lo si ebraizza, se lo si traduce in modo che laddove compare la parola “Cristo” in una frase, la si sostituisca con “Jahvè”. Con ciò sto dicendo una verità di cui la gente di oggi non sospetta minimamente che sia una verità.

 

Da innumerevoli pulpiti di tutto il mondo si parla del Cristo, e la gente crede che vi si parli a ragione del Cristo, perché appunto viene udita la parola “Cristo”. La gente non pensa: “La cosa funziona, se ogni volta che il pastore dice ‘Cristo’ cancello questo nome e lo sostituisco con ‘Jahvè’!”

Vedete, le profonde ombre del nostro tempo sono intercorrelate con una certa falsità. Non crediate che, dicendo queste cose, io voglia alludere a qualcuno in particolare, per incolparlo o criticarlo. Non è affatto così. Voglio soltanto esporre un dato di fatto. Infatti, quelli che incappano continuamente nella più profonda menzogna interiore, si può proprio dire nella falsità interiore, non lo sanno, e a modo loro sono assolutamente in buona fede.

 

Al giorno d’oggi è difficile, per l’umanità, pervenire alla verità, perché proprio quella che ho appena qualificato come menzogna interiore si è radicata con incredibile tenacia nella tradizione. E da questa menzogna interiore, che specialmente riguardo a tali cose si impone in ambienti smisuratamente vasti, irradia quell’altra menzogna, che oggi ha afferrato i più disparati settori della vita, tanto che, appunto, per diversi settori della vita a questo punto ci si può già chiedere: “Ma allora cosa e rimasto ancora di vero? Dov’è che possiamo ancora trovare la verità vera?”

Perciò, soprattutto in chi aspira alla scienza dello spirito, si muove seriamente incontro la domanda: “Come trovo io la vera via che porta al Cristo, a questo particolare essere divino che viene giustamente chiamato ‘Cristo’?”

 

Se, dal momento in cui nasciamo e fino al momento della nostra morte, ci limitiamo a vivere qui sulla Terra in modo che per tutta la vita la nostra anima sia dedita solamente alle circostanze che trova e allo sviluppo delle proprie predisposizioni, allora non c’è alcuna ragione per cui dovremmo giungere al Cristo. In quel caso, per quanta spiritualità passi in noi, non possiamo affatto pervenire al Cristo.

Se, in un certo senso, fra la nascita e la morte ci limitiamo a svilupparci come oggi fa la gran parte delle persone, senza fare qualcosa di ben preciso che presto descriverò, restiamo lontani dal Cristo. – E dunque, com’è che giungiamo al Cristo?

 

• L’iniziativa di incamminarci sulla via che conduce al Cristo,

sia anche un’iniziativa a volte proveniente dal subconscio

o da un sentimento poco chiaro, deve sorgere dentro di noi.

• A quel dio che è identico al dio Jahvè si può giungere semplicemente vivendo in modo sano.

 

Non trovare il dio Jahvè è semplicemente una specie di malattia, per l’uomo.

Negare dio, essere atei, significa in un certo senso essere ammalati.

In sostanza, se ci si sviluppa normalmente, in modo del tutto sano, non si può negare Dio,

perché è ridicolo credere che quello che è il nostro stesso organismo sano possa non avere origini divine.

 

L’ex Deo nascimur è qualcosa che nella vita sociale viene da sé, per chi si sia sviluppato in modo sano.

Infatti, se una persona non riesce a dirsi: “Io sono nato dalla divinità”, deve avere un qualche difetto,

e questo difetto si manifesta appunto nel suo ateismo.

Però così giungiamo alla divinità in generale, a quella che i pastori moderni, basandosi su una menzogna interiore,

chiamano “Cristo”, ma che non è il Cristo.

 

Al Cristo perveniamo solo (e qui parlo riguardo al nostro presente immediato)

se andiamo ancora oltre il riconoscimento di quanto è generalmente sano secondo natura.

• Infatti, sappiamo che il mistero del Golgota si è verificato sulla Terra

perché in seguito l’uomo non sarebbe riuscito a trovare la propria dignità umana

senza tale mistero del Golgota, cioè senza l’impulso-Cristo.

• E così, in un certo senso, fra la nascita e la morte

non soltanto dobbiamo trovare il nostro uomo, bensì dobbiamo ri-trovarlo,

se vogliamo essere cristiani nel vero senso della parola, se vogliamo avvicinarci al Cristo.

 

Dobbiamo ritrovarlo nel modo che segue, questo nostro uomo.

Dobbiamo trovare l’onestà interiore, dobbiamo deciderci ad essere interiormente onesti, e dirci:

• “Per quanto riguarda il nostro mondo dei pensieri,

dopo il mistero del Golgota non nasciamo privi di pregiudizi, nasciamo tutti con determinati pregiudizi”.

 

Nel momento in cui, alla maniera di Rousseau o anche in altro modo,

fin da principio si ritiene che l’uomo sia perfetto, non si può affatto trovare il Cristo.

Per trovarlo bisogna sapere che,

proprio perché vive dopo il mistero del Golgota, l’uomo, in un certo senso, ha un difetto,

e deve controbilanciarlo per mezzo dell’attività che svolge qui, nella vita.

 

Nasco come una persona piena di pregiudizi

e devo cominciare proprio nella vita a conquistarmi la spregiudicatezza nel pensiero.

E per mezzo di che cosa posso conquistarmela, qui?

Solo ed esclusivamente sviluppando interesse

• non solo per ciò che penso io stesso, per ciò che io stesso ritengo giusto,

• ma sviluppando un interesse disinteressato

per tutto ciò che pensano gli altri e per tutto ciò che mi viene incontro,

per quanto io possa anche ritenerlo del tutto sbagliato.

 

• Più l’uomo si vanta delle sue proprie ostinate opinioni e si interessa solo ad esse,

e più, in questo preciso momento dell’evoluzione cosmica, si allontana dal Cristo.

• Più l’uomo sviluppa interesse sociale per le opinioni dell’altro, pur considerandole sbagliate,

• più vede i propri stessi pensieri alla luce delle opinioni degli altri,

• più accosta ai suoi stessi pensieri, che forse considera veri,

quelli che sviluppano gli altri, che egli ritiene essere degli errori, ma vi si interessa lo stesso,

• e più sente nelle profondità più recondite della sua anima una parola di Cristo,

parola che oggi deve essere interpretata nel senso della nuova lingua di Cristo.

 

Cristo ha detto: «Ciò che fate al più piccolo dei miei fratelli, lo fate a me».

Il Cristo non smette di rivelarsi sempre di nuovo agli esseri umani, fino alla fine dei giorni della Terra.

E oggi, a coloro che Lo vogliono ascoltare, Egli dice:

• “Ciò che pensa uno dei più piccoli dei vostri fratelli,

dovete considerarlo come ciò che io dico in lui, e dovete sapere

che, nel momento in cui voi valutate i pensieri dell’altro con i vostri stessi pensieri

e provate un interesse sociale per quanto succede nell’altra anima, io sento con voi.

 

Cercatemi dunque in quella che trovate essere l’opinione, la visione della vita,

di uno dei più piccoli dei vostri fratelli”.

Così parla nella nostra vita di pensiero il Cristo, che vuole rivelarsi proprio in un modo nuovo

(ci stiamo avvicinando a quel momento) agli uomini del ventesimo secolo.

 

Non quando si parla di Dio alla maniera di Harnack (il cui dio può anche essere Jahvè e infatti in realtà e proprio così), ma quando sappiamo che Cristo è il Dio per tutti gli uomini.

Però non lo troviamo rimanendo egoisticamente chiusi in noi stessi con i nostri pensieri, ma soltanto valutando i nostri pensieri alla luce dei pensieri degli altri, estendendo il nostro interesse con un’intima tolleranza nei confronti di tutto l’umano, dicendoci:

• “Con la nascita divento una persona piena di pregiudizi;

rinascendo dai pensieri di tutti gli uomini in un vasto sentire di pensieri sociali,

troverò in me quell’impulso che è l’impulso-Cristo.

• Se io non mi considero l’unica fonte di tutto ciò che penso,

ma mi considero un membro dell’umanità fino nel più profondo della mia anima,

allora ecco che ho trovato una via verso il Cristo.”

• Questa è la via che oggi deve essere caratterizzata come la via del pensiero verso il Cristo.

 

La seria autoeducazione che si compie sviluppando l’intenzione di fare affidamento sui pensieri degli altri,

imparando a correggere quello che è il nostro stesso orientamento stando con gli altri,

deve diventare un serio compito di vita.

• Perché se gli esseri umani rifiutassero questo compito di vita finirebbero per perdere la via verso il Cristo.

Questa è oggi la via del pensiero. E l’altra via passa per la volontà.

 

Anche lì gli uomini si sono molto allontanati sulla cattiva strada che non conduce al Cristo, che anzi allontana dal Cristo. E dobbiamo ritrovare anche su questo versante la via al Cristo.

La gioventù ha di per sé ancora un certo idealismo, ma l’umanità moderna è arida e prosaica. L’umanità del giorno d’oggi si vanta molto di quella che oggi viene spesso chiamata “prassi”, e che invece è solo una certa ristrettezza di vedute.

 

L’umanità attuale non ha nulla degli ideali tratti dalla sorgente dello spirito.

La gioventù ce li ha ancora, questi ideali.

In nessun’epoca la vita dei vecchi è stata tanto diversa da quella dei giovani quanto oggi.

La mancata comprensione dell’uomo è di fatto una caratteristica della nostra epoca moderna.

 

Ieri ho accennato al profondo baratro che c’è fra il proletariato e la borghesia. Ma anche la vecchiaia e la gioventù, quanto poco si capiscono, oggi! È un’altra cosa che dobbiamo davvero prendere in seria considerazione.

Cerchiamo di capire la gioventù in merito al suo idealismo. Molto bello, ma oggi glielo si vuole estirpare. Lo si vuole estirpare privando la gioventù di una certa educazione della fantasia, di un’educazione alla fantasia per mezzo di fiabe, per mezzo di leggende, per mezzo di tutto quello che ci allontana dall’arida esteriorità sensibile. Ciò nonostante, sarà perfino difficile estirpare dalla gioventù quello che è l’idealismo giovanile naturale, elementare.

 

Ma di che cosa si tratta?

È bello, è grande, ma non deve essere l’unica cosa che c’è nell’essere umano.

Perché questo idealismo giovanile in realtà è solo l’idealismo dell’ex deo nascimur,

l’idealismo della divinità che è anche identica alla divinità Jahvè.

Ma, dopo che sulla Terra è avvenuto il mistero del Golgota, non può esserci solo questo tipo di idealismo.

Accanto ad esso deve esserci ancora dell’altro, deve esserci un’educazione, un’autoeducazione all’idealismo.

 

Accanto all’idealismo innato della gioventù, si deve notare che nella comunità umana viene raggiunto qualcos’altro,

cioè, appunto, l’idealismo che ci si conquista, che non è semplicemente

quell’idealismo che proviene dal sangue e dall’ardore giovanile,

ma quello che viene educato, che si acquisisce soltanto grazie a una certa iniziativa.

 

L’idealismo che deriva dall’educazione,

specialmente l’idealismo al quale ci siamo auto-educati, che dunque non può nemmeno andar perduto con la gioventù,

è qualcosa che apre la via al Cristo,

perché è anch’esso qualcosa che viene appunto acquisito nella vita fra la nascita e la morte.

 

Vi prego di sentire la grande differenza  • fra l’idealismo del sangue    • e quello educato, quello acquisito.

Sentite la grande differenza

• fra l’ardore giovanile  • e quell’ardore che viene dall’aver abbracciato la vita spirituale

e che può essere riattizzato sempre di nuovo, perché lo si è acquisito nella propria anima,

indipendentemente dallo sviluppo del nostro corpo:

questo è il secondo idealismo, l’idealismo acquisito, l’idealismo della rinascita, diverso da quello innato.

Questa è la via della volontà verso il Cristo. L’altra è la via del pensiero.

 

Non chiedete, oggi, vie astratte verso il Cristo, chiedete queste vie concrete.

Chiedete com’è la via del pensiero, che consiste nel fatto

• che noi diventiamo intimamente tolleranti nei confronti delle opinioni di tutta l’umanità,

• che acquisiamo un interesse sociale per i pensieri degli altri esseri umani.

Chiedete com’è la via della volontà, e non troverete un qualcosa di astratto,

bensì la necessita di educare in voi stessi un idealismo.

 

Ma poi, se vi educate a questo idealismo, o se educate ad esso la gioventù, la gioventù in crescita (il che è necessario in modo particolare), allora vi accorgete che in quello che viene educato in voi come idealismo si risveglia l’intenzione di non dover fare solo cose alle quali ci spinge il mondo esterno.

 

Anzi, da questo idealismo sgorgano gli impulsi a fare di più di quanto ci spinge a fare il mondo dei sensi,

sorge l’intenzione di agire a partire dallo spirito.

• In ciò che facciamo sotto la spinta dell’idealismo acquisito, realizziamo quello che voleva il Cristo,

che non è disceso sulla Terra dai mondi ultraterreni soltanto per realizzare qui scopi terreni,

ma è disceso sulla Terra dai mondi ultraterreni per realizzare quanto è ultraterreno.

 

Ma cresciamo con Lui soltanto se educhiamo in noi stessi l’idealismo,

in modo che Cristo, che è ultraterreno nel terreno, possa agire dentro di noi.

• Soltanto nell’idealismo acquisito si realizza

quanto san Paolo intendeva col suo detto sul Cristo: «Non io, ma il Cristo in me».

 

• Chi non vuole cercare di sviluppare quell’idealismo che si acquisisce nella rinascita morale interiore

non può dire altro che: “Non io, ma Jahvè in me”.

• Mentre invece chi appunto acquisisce quell’idealismo che deve essere educato,

che ci si deve conquistare, può dire: “Non io, ma il Cristo in me”.

Queste sono le due vie che ci portano realmente a trovare il Cristo.

 

Se le percorriamo, le nostre parole non saranno più l’espressione di una menzogna interiore.

Allora parleremo del Cristo come del Dio della nostra rinascita interiore,

mentre Jahvè è il Dio della nostra nascita.

L’uomo nuovo deve trovare questa differenza,

perché è l’unica differenza che al tempo stesso ci porta a sviluppare veri sentimenti sociali, veri interessi sociali.

Chi sviluppa in sé l’idealismo acquisito ha anche amore per gli altri.

 

Potete predicare quanto volete, dai pulpiti, che gli uomini devono amarsi. Starete parlando come alla stufa. Se anche le fate un bel discorso, la stufa non scalderà la stanza: la scalderà soltanto se ci mettete dentro del carbone. Allora non ci sarà alcun bisogno che le facciate dei bei discorsi, dicendole che è il suo dovere di stufa, quello di scaldare la stanza.

Così, se anche continuate a predicare all’umanità: “Amore, amore e amore”: sono solo ciance, sono solo parole. Se vi impegnate a fare in modo che le persone, riguardo all’idealismo, sperimentino una rinascita, che accanto all’idealismo del sangue abbiano anche un idealismo educato nell’anima, che resiste nella vita, nell’anima umana accendete anche l’amore per gli esseri umani.

 

Perché   • tanto idealismo educate in voi stessi   • e tanto liberate la vostra anima dal vostro egoismo,

sviluppando un interesse autonomo nei confronti degli altri.

 

Senza dubbio sperimenterete una cosa, percorrendo queste due vie, la via del pensiero e la via della volontà,

che vi ho indicato in merito al rinnovamento del cristianesimo.

Dai pensieri intimamente tolleranti che si interessano ai pensieri degli altri

e dalla volontà rinata, dalla volontà rinata nell’idealismo acquisito,

si sviluppa qualcosa che non può essere qualificato in altro modo

che come un sentimento di responsabilità più intenso per tutte le cose che si pensano e si fanno.

 

Chi ha l’attitudine a capire lo sviluppo della propria anima (a differenza di quanto avviene nella vita ordinaria, nella quale non si percorrono queste vie), percorrendo entrambe le vie sentirà manifestarsi dentro di sé un sentimento di responsabilità interiore più intenso, più sottile, nei confronti delle cose che si pensano e che si fanno.

Se il sentimento di responsabilità ci spinge a chiederci:

• “Posso giustificare questa cosa, non solo davanti a chi mi sta più vicino, nella vita, e all’ambiente più ristretto, ma posso giustificarla anche tenendo conto del fatto che faccio parte di un mondo sovrasensibile? Posso giustificarla anche tenendo presente che tutto quello che faccio qui sulla Terra viene inscritto in una cronaca dell’akasha, che resta per sempre e nella quale continua ad agire?”

 

Oh, come la si sente con forza, questa responsabilità sovrasensibile nei confronti di tutto! È, qualcosa che, quando si cerca la duplice via di Cristo, ci viene incontro come un esortatore, come un essere che ci sta alle spalle, e da là dietro ci guarda e ci ripete di continuo:

• “Tu non sei responsabile di ciò che pensi e fai soltanto nei confronti del mondo,

ma anche nei confronti del divino-spirituale”.

 

Ma questo essere,che ci guarda da dietro le spalle

e che spinge il nostro senso di responsabilità ora più intenso, più fine, per vie molto diverse da quelle di prima,

è proprio l’unica cosa che ci avvicina davvero al Cristo che ha attraversato il mistero del Golgota.

 

È di questa via verso il Cristo, di come viene trovata e di come si presenta nell’essere appena caratterizzato,

che oggi volevo parlarvi.

Perché questa via verso il Cristo

è strettamente connessa ai più profondi impulsi socialie ai compiti del nostro tempo.

 

È quanto volevo esporvi in questo nostro incontro.

 

 

By | 2018-10-05T13:12:25+02:00 Ottobre 5th, 2018|JAHVE' - JEHOVA|Commenti disabilitati su JAHVÈ E CRISTO NELLA TEOLOGIA MODERNA