La coscienza superiore dopo la morte rispetto alla coscienza del sonno

O.O. 208 – Cosmosofia II – 22.10.1921


 

Sommario: La coscienza superiore dopo la morte rispetto alla coscienza del sonno. Percezione sensoria e Spiriti della forma. Mondo del pensiero e Archài. Il mondo del linguaggio (Arcangeli) e della fantasia (Angeli). L’azione volitiva è il mondo umano. Gli organi interni umani come ricordo cosmico del dopo morte. Le gerarchie superiori formano i nostri organi. L’antroposofia è cosmosofia.

 

Se riesaminiamo le conferenze da me tenute nel 1914 sulla vita tra la morte e una nuova nascita, vi troveremo parecchie affermazioni che si possono integrare con quel che ho elaborato in questi giorni e settimane. Oggi vorrei richiamare l’attenzione in modo particolare sul cambio che avviene nelle condizioni di vita anche tra la morte e una nuova nascita, come qui nella vita tra la nascita e la morte ha luogo il cambio tra veglia e sonno.

 

Abbiamo la nostra coscienza normale che in effetti proprio nella veglia ci rende uomini tra la nascita e la morte, mentre nel sonno siamo in un certo senso posti al di sotto della nostra coscienza. Essa è dunque sotto la soglia del nostro essere svegli e noi sperimentia-mo i processi all’interno dei quali stiamo tra il momento in cui ci addormentiamo e quello del risveglio solo in maniera confusa, o del tutto indistintamente nel pieno sonno, oppure in modo che dal sonno sotto forma di sogni si presentano in immagini certe reminiscenze della vita o processi organici interni.

Un mutamento simile si attua anche nella vita tra la morte e una nuova nascita, solo che in un certo senso tutto è rovesciato rispetto alle condizioni nelle quali ci troviamo adesso.

 

Nella conferenza di ieri ho raccontato come l’esperienza umana tra la morte e una nuova nascita sia radicalmente diversa rispetto all’esperienza terrena. Accade lo stesso anche per i mutamenti degli stati di coscienza.

Tra la morte e una nuova nascita abbiamo le esperienze che ci mostrano il nostro io nelle sue azioni, nei suoi impulsi volitivi. La coscienza nella quale abbiamo il nostro io è in un certo senso quella normale per le condizioni di vita spirituali, come qui lo stato normale è quello di veglia.

 

Abbiamo anche visto che qui siamo costituiti di corpo fisico, corpo eterico, corpo astrale ed io, là di io, sé spirituale, spirito vitale e uomo-spirito, all’inizio solo come disposizione. Pertanto l’io tra la morte e una nuova nascita è l’elemento più basso.

Tuttavia, come qui diventiamo interiormente consapevoli del nostro io nella coscienza di veglia, così là, nella coscienza paragonabile a quella terrena, la consapevolezza del nostro io è un’esperienza esteriore, compiuta nelle azioni e negli impulsi volitivi verso i quali guardiamo indietro, che come ho raccontato da noi vengono sperimentati come riflessi a noi dalla terra.

Questo stato si alterna con un altro; per la precisione qui nella vita terrena possiamo parlare di coscienza di veglia e coscienza di sonno, e alla coscienza di veglia possiamo aggiungere anche il subconscio, mentre tra la morte e una nuova nascita dobbiamo parlare della coscienza appena descritta e di una specie di coscienza superiore dove in noi sono consapevoli entità superiori, o meglio, entità superiori riempiono la nostra coscienza.

 

• Nello stato di sonno sulla terra ci abbassiamo a una sorta di esistenza vegetale.

• Tra la morte e una nuova nascita, nello stato di coscienza superiore

ci innalziamo a una specie di coscienza arcangelica, a una coscienza situata al di sopra della nostra.

 

Dicevo che allo stato normale abbiamo dietro di noi le gerarchie delle entità spirituali superiori. In questo stato di coscienza superiore in effetti ci moviamo verso di loro. Viviamo in loro. Veniamo a sapere da loro più di quanto potremmo sapere normalmente come uomini.

Se tra la morte e una nuova nascita sperimentassimo solo quel che sperimentiamo con il nostro io, che continua ad irradiarci e che pure ci appartiene, non potremmo sperimentare nel modo che ho descritto tutti i processi necessari da sperimentare per edificare il nostro organismo in una nuova esistenza terrena.

Questo ci è possibile solo in quanto abbiamo i normali stati di coscienza che si avvicendano con la penetrazione nel nostro essere degli stati di conoscenza degli Arcangeli, sinanche delle Archài; essi entrano poi anche come ricordi nella coscienza normale, così come qui i sogni dal subconscio entrano nella nostra coscienza.

 

Viviamo dunque tra la morte e una nuova nascita con la coscienza descritta nella conferenza di ieri, ma intercalati abbiamo sempre stati di coscienza superiore nei quali conseguiamo anche un sapere sovrumano; esso soltanto ci dà la possibilità di edificare poi davvero la nostra esistenza nella prossima vita terrena nel modo in cui è necessario.

Pertanto vediamo che esistono analogie già tra la vita tra nascita e morte e l’altra vita tra la morte e una nuova nascita. Tuttavia si deve assolutamente tenere conto delle forti, radicali differenze che ci sono fra i due stati di vita.

 

Si guarderà con ancora maggior precisione in queste cose, se vedremo anche l’elemento mediatore fra i due stati, se sapremo quel che, dato da esseri di natura superiore, penetra in entrambi gli stati, nella vita terrena e nella vita tra la morte e una nuova nascita.

Nella vita terrena, percorrendo la nostra esistenza, abbiamo anzitutto le impressioni sensoriali esterne. Abbiamo visto che le impressioni sensoriali esterne si intrecciano con gli impulsi volitivi e gli impulsi ad agire. Per il momento dobbiamo rivolgere la nostra attenzione alle impressioni sensoriali esterne.

 

Tentiamo un momento di porci davanti all’anima il modo in cui per tutto il tempo in cui percorriamo la vita da svegli abbiamo una somma di impressioni sensoriali esterne tramite tutti i sensi umani, e come da essi si intessa proprio il tappeto sensoriale. Di solito si considerano le impressioni sensoriali solo come se fossero legate alle cose; le singole cose o gli esseri appaiono in colori che esercitano un’impressione sugli occhi. Altri esseri risuonano, esercitando perciò un’impressione sull’organo uditivo. Vogliamo però questa volta porci davanti all’anima l’intero mondo delle impressioni sensoriali, e chiederci che cosa esso in realtà sia davvero.

 

Ho già spesso richiamato l’attenzione su questo: è da escludere che dietro le impressioni sensoriali fluttui grossomodo quel fantastico mondo di atomi che il fìsico sogna. Dietro il mondo sensoriale è invece presente qualcosa di spirituale. Pertanto anche all’interno del mondo sensoriale è presente lo spirito, solo che a tutta prima esso non è percepibile per la coscienza abituale. La coscienza abituale ha davanti a sé proprio questo tappeto di sensi. Che cosa però è di fatto il suo contenuto?

In esso è in realtà contenuta la somma di entità che ne La scienza occulta troviamo indicate come Spiriti della forma. Tutto ciò che ci appare nello spazio ha una certa forma. Anche la superficie colorata di una cosa le dà la forma. In quel che nello spazio sperimentiamo con i sensi vivono gli Spiriti della forma, le stesse entità che nell’Antico Testamento vengono chiamate Elohim. Essi sono gli Spiriti della forma.

A ragione chiamiamo il mondo delle manifestazioni sensibili appunto un mondo di parvenza, un mondo di fenomeni. Questo però è corretto solo perché noi uomini con la coscienza abituale null’altro percepiamo di questo mondo che i fenomeni, le apparenze, la parvenza esteriore, la maya, come dicono gli orientali.

 

• Tuttavia nell’istante in cui la coscienza si sveglia e diventa immaginativa, l’intero mondo sensibile si riempie, o meglio si trasforma in un mondo di tessenti immagini. Esso si mostra subito intessuto del mondo degli Angeli.

• Quando giungiamo all’ispirazione veniamo ovunque ispirati da quel mondo che si trasforma in un mondo di ispirazione. Nell’ispirazione si intrecciano le entità degli Arcangeli.

• Il mondo delle intuizioni è poi quello che sperimentiamo più tardi. Invece di avere come di solito solo il mondo sensibile davanti a noi, qui ci inoltriamo fino al mondo delle Archài.

 

Quando tuttavia ci siamo inoltrati fino al mondo delle Archài, ci è anche possibile con il suo aiuto richiamare di nuovo alla mente quel che abbiamo già appreso da gerarchie superiori in vite precedenti tra la morte e una nuova nascita. Ci accorgiamo che dietro le Archài in quel mondo si trovano le entità che nella Bibbia vengono chiamate Elohim e ne La scienza occulta Spiriti della forma. Possiamo pertanto dire che quando per mezzo dei sensi guardiamo nel mondo sensibile, guardiamo in realtà nel mondo degli Spiriti della forma.

Se abbiamo posto il mondo sensibile davanti alla nostra anima e se dobbiamo dire che ci muoviamo con esso nel mondo degli Spiriti della forma, potremo adesso entrare ancor più nella nostra interiorità, in quell’interiorità che è però ancora in una relazione molto intima con il mondo esterno, destinata a riprodurre interiormente per noi il mondo esterno, in modo da poterlo portare in noi sotto forma di ricordo. In altre parole, possiamo avanzare dal mondo sensibile verso l’interiorità fino al mondo dei pensieri.

Il mondo dei pensieri ci è dato anzitutto come il mondo dei pensieri immaginativi.

 

Non saremo per niente tentati di considerare come una realtà il pensiero che in un primo tempo vive in noi come vive nella coscienza abituale. Tuttavia proprio come nel mondo sensibile si celano realtà, vale a dire le realtà degli Spiriti della forma, così è anche per il mondo dei pensieri.

Per la coscienza abituale i pensieri sono anzitutto proprio quelle fugaci forme interiori che conosciamo; però come nel tessuto del mondo sensibile vengono scoperte entità spirituali quando, come ho descritto, attraverso l’immaginazione e l’ispirazione, ci innalziamo a conoscenze superiori, così anche all’interno dei mondi dei pensieri può essere percepita l’azione di entità spirituali. Sono le stesse che vivono nei fenomeni concomitanti dei pensieri, fenomeni che si svolgono in noi quando pensiamo.

 

Da precedenti conferenze sappiamo, che cosa avviene in noi quando pensiamo.

Quando pensiamo in noi si svolgono in continuazione processi che con una similitudine possiamo descrivere come quel che succede quando il sale si scioglie in un bicchiere d’acqua, quando è completamente sciolto e il bicchiere è trasparente. Se facciamo raffreddare un po’ l’acqua, essa si intorbida e il sale si deposita.

Allo stesso modo quando pensiamo hanno luogo in noi simili processi di intorbidamento, che sono processi di condensazione. Mentre pensiamo avviene in noi proprio una specie di processo di mineralizzazione. Con esso hanno a che fare le entità spirituali che appunto compenetrano l’elemento dei pensieri. Sono le entità che abbiamo sempre chiamato Archài, le Forze primordiali.

Così possiamo sapere che

• quando viviamo nei nostri pensieri

sono presso di noi, nella nostra vita di pensiero, le Archài,

• mentre all’interno della percezione sensoriale vi sono gli Elohim, gli Spiriti della forma.

 

Nel mondo esterno gli Spiriti della forma possono essere percepiti solo per mezzo della conoscenza immaginativa. Se studiamo il mondo esterno con la normale coscienza che abbiamo oggi, perveniamo alle cosiddette leggi naturali. Esse sono astrazioni. Non appena si avanza verso la conoscenza immaginativa, non si hanno le astratte leggi naturali formulate in teorie, ma le immagini, una vita di immagini. Non sono adesso le stesse immagini di cui ho parlato prima, ma immagini intorbidanti, immagini che si addensano in quelle che riceviamo dalla visione degli Elohim e che portano una nota di colore. Qui abbiamo l’azione delle Archài nel mondo esterno. Possiamo osservarla nel mondo esterno e in quello interiore.

È forse oltremodo utile adesso volgere meno lo sguardo all’interiorità, bensì guardare verso una manifestazione vitale. Anzitutto il pensiero vive in noi; benché per suo tramite siamo in relazione con il mondo esterno, benché i misteri del mondo esterno ci si svelino grazie ai pensieri, il pensiero vive anzitutto nell’interiorità. Esso però si esprime. Si esprime quando comunichiamo con gli altri. Nella vita umana il linguaggio è senz’altro un elemento tramite il quale portiamo i nostri pensieri a manifestarsi esteriormente.

 

 

Prendiamo pertanto in considerazione, dopo il mondo dei pensieri, il mondo del linguaggio.

Spesso faccio notare che naturalmente sperimentiamo in misura maggiore il nostro mondo del linguaggio rispetto al nostro mondo di pensieri. Quest’ultimo fluisce nel parlare. Sebbene anche la volontà fluisca nell’elemento dei pensieri, dalla coscienza abituale esso è colto in misura infima. Tuttavia la volontà si riversa con forza nella lingua, già percepibile per la coscienza abituale. Eppure quel che in effetti vive nel linguaggio viene colto pochissimo dalla coscienza abituale.

 

Oggi, nell’epoca intellettualistica, percepiamo quel che vive nella voce come poco più di un segno, come qualcosa che ci indica alcun che d’altro. Per l’umanità attuale la vita interiore della voce è qualcosa che è molto retrocesso dietro la coscienza. Si può soltanto far notare all’uomo moderno come egli possa ricordarsi che nella voce, nel suono della voce, ci sia qualcosa che è possibile cogliere come un elemento vitale proprio.

Prendiamo per esempio una parola nella quale ci siano due e: gehen (andare). Nelle due e di gehen, avendone la sensibilità, si avverte il tranquillo camminare che non agita, il tranquillo andare. Nelle due e è proprio presente questo tranquillo camminare. Se al posto della e abbiamo per esempio una a come in laufen (correre), sentiamo nel suono a quel che sperimentiamo non nel placido andare, bensì qualcosa che pone maggiori richieste al nostro respiro. Possiamo sentire ciò che si sperimenta nel respiro accelerato, esprimendolo nel suono au. Non si può meglio sperimentare il tranquillo andare se non attraverso i due suoni della e, che sono anch’essi una tranquilla esperienza, e il correre nel dittongo au che è nella parola laufen.

 

Il linguaggio ha in sé una spiritualità, e già feci ripetutamente notare con gli esempi più diversi come esso abbia in sé proprio un genio interiore. In altre epoche, nelle quali avevamo la giusta esperienza interiore dei suoni, più coscientemente nel linguaggio che nella percezione sensibile e nel pensare, nel mondo dei pensieri, viveva nel linguaggio quel che già si può sentire come una pienezza di vita spirituale, poco percepita dall’uomo di oggi.

Nell’elemento linguistico, nel mondo del linguaggio, vivono gli Arcangeli, proprio come nel mondo dei pensieri vivono le Archài. Poiché vivono nel genio del linguaggio, sono anche quel che spesso ho illustrato essere gli Arcangeli: sono proprio gli spiriti guida dei popoli, gli spiriti di popolo. Ed essi vivono appunto nell’elemento della parola.

 

Molto più di quanto non si creda,

• l’uomo stesso è un risultato del suo linguaggio,

• come d’altra parte egli è un risultato del suo mondo di pensiero.

Abbiamo del tutto la nostra forma dal mondo esterno,

e di nuovo con la volontà riversiamo forma nel mondo esterno.

 

La nostra vita proviene dalla stessa regione dalla quale provengono i nostri pensieri.

In essa vivono le Archài. In quel che si esprime nella nostra lingua, per mezzo di cui siamo parte di un popolo, si esprimono tutte le qualità fisiche che ci limitano come uomini in misura molto maggiore che non l’elemento dei pensieri.

I nostri pensieri sono uguali, ma le lingue sono diverse. Ci differenziamo nella lingua; tuttavia abbiamo pur sempre posto nella lingua, sia che apparteniamo a un piccolo oppure a un grande popolo, ciò che abbiamo in comune con molte persone.

 

Se però scendiamo all’entità degli Angeli, come spesso ed anche in questa conferenza ho di nuovo spiegato, abbiamo allora la singolare, individuale relazione col nostro Angelo.

La relazione individuale che l’uomo ha con il suo Angelo si esprime in modo duplice.

• Si esprime verso l’interiorità quando ad essa ci abbandoniamo,

così che in essa stessa andiamo in effetti al di là di noi.

 

A dire il vero nella vita abituale, essendo questa un’esperienza umana intima, nella questione potrà fare subito il suo ingresso qualcosa di luciferico; ma l’uomo è pur sempre in grado di superarsi interiormente e in un certo senso di sperimentare nel suo intimo qualcosa di oggettivo nella fantasia. La fantasia è sotto molti aspetti qualcosa di altrettanto creativo, ma individualmente creativo, come la lingua, e in sostanza alla base della lingua sta l’attività della fantasia. Come di solito della lingua sperimentiamo solo qualcosa di astratto, come non sempre sentiamo il genio della lingua, che è un Arcangelo, spiegare nella lingua le sue ali, così anche nella fantasia (che se è compenetrata in senso luciferico si trasforma in fantasticheria) non percepiamo, quando viviamo in essa, che un Angelo sguscia nella nostra vita individuale.

 

Il vero poeta, il vero artista, che non si sia trasformato nel cinico, nel frivolo o nel superficiale, sa però che quando egli crea in modo artistico lo compenetra una spiritualità superiore. È la stessa spiritualità superiore che in realtà ci porta di vita in vita come spirito tutelare individuale, è l’Angelo. È proprio il pensare dell’Angelo che opera nella fantasia umana regolata. In certe enunciazioni di Goethe è del tutto possibile riconoscere, direi in una forma discreta, come egli sia consapevole che qui opera qualcosa di inconscio che agisce realmente proprio nella fantasia.

 

• Se tuttavia l’uomo non esce da sé in senso interiore, ma si trova davvero al di fuori di sé nel sonno, e in questo penetra poi nella regione nella quale di solito si radica la fantasia che abbiamo da svegli, si annuncia allora la stessa cosa che nella fantasia si annuncia con avvedutezza, più al di sotto della coscienza, nel sogno.

Proprio come la fantasia può degenerare in fantasticheria se viene compenetrata in senso luciferico, così il sogno può degenerare in ogni irregolarità possibile, ritenute sinanche una realtà, quando influssi arimanici agiscono su di esso. Il sogno come tale entra nella regione luciferica, ma può venire compenetrato in senso arimanico. Se sia tuttavia innocente e del tutto umano, rivive davvero nei nostri sogni quel che chiamiamo Angelo, essere che ci compenetra anche nella fantasia se usciamo da noi in senso interiore.

Ora il mondo del linguaggio, governato dall’Arcangelo, proietta la propria ombra verso l’interno in direzione di un mondo che vive a metà tra sentimento e pensieri, nel mondo delle rappresentazioni. Si potrebbe anche dire il mondo della rappresentazione compenetrata di sentimento (vedi schema). La fantasia e il sogno proiettano la propria ombra verso il mondo stesso dei sentimenti e dell’elemento volitivo che vive nei sentimenti. Potremmo anche dire sentimenti volitivi.

 

Continuando tuttavia a scendere dall’Angelo verso il basso, dove giungiamo?

Qui arriviamo a noi stessi, arriviamo all’io umano. In esso dobbiamo uscire da noi in un modo più intenso di quando usciamo da noi allorché l’Angelo vive in noi. Questo uscire ha luogo quando portiamo gli impulsi volitivi in azioni esteriori, come ho mostrato nella conferenza precedente.

• Quando sogniamo siamo proprio al di fuori di noi, ma usciamo da noi solo in senso spirituale.

• Nell’azione volitiva non usciamo da noi in senso fisico,

ma mettiamo in moto il nostro corpo fisico; e sugli impulsi volitivi si fonda in effetti l’io.

• Così possiamo dire: nell’azione volitiva vive proprio la volontà,

e la volontà in un certo senso si imprime nel mondo esterno. Siamo scesi fino al mondo fisico.

 

• In effetti nel mondo fisico

ci sviluppiamo in modo autonomo solo nelle nostre azioni volitive.

• Solo in quel che poi ci rimane nella morte, in ciò che nella conferenza precedente ho denotato come la somma di tutte le nostre azioni, vive il nostro io, e ad esso guardiamo indietro.

• In tutto il resto però, nella fantasia e nei sogni, nel mondo del linguaggio, nel mondo dei pensieri, nel contenuto sensibile, vivono in effetti spiritualità superiori, che ci compenetrano di continuo in quanto siamo uomini.

• Così dalla vita di ogni giorno abbiamo ricavato il legame dell’uomo con il cosmo spirituale. Possiamo però con un altro pensiero avvicinarci ancora a quel che la scienza dello spirito delinea dalla visione sovrasensibile.

 

Prendiamo la nostra vita nel mondo sensibile. Lo attraversiamo e abbiamo certe impressioni. Forse il giorno dopo potremo ancora ricordarci delle impressioni che avevamo avuto. Non voglio dire che per ognuno sarà così, poiché non so se si debba ammettere che per esempio tutti coloro che siedono qui, domani avranno ancora un’esperienza interiore della conferenza udita oggi! Tuttavia in generale si può dire che quel che l’uomo percepisce dal suo ambiente continua poi a vivere nella sua interiorità come ricordo.

Desidero fare un disegno schematico, affinché si possa proseguire in questa osservazione. Sia disegnato qui il mondo circostante (chiaro nel disegno), e anche l’uomo (rosso).

 

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Il mondo che ci circonda continua a vivere dentro di noi. Continua a vivere in modo animico. Quel che sperimentiamo con l’ambiente, l’ho disegnato qui, continua a vivere in noi come mondo animico. A tutta prima è un’esperienza molto astratta. L’ambiente, che sperimentiamo solo nella forma della parvenza sensibile, continua a vivere perlomeno nelle esperienze animiche astratte, nei pensieri, nei sentimenti che poi stimolano impulsi volitivi. Se vogliamo portare tutto ciò davanti alla nostra anima con estrema precisione, possiamo tuttavia dire: quel che porto animicamente nell’interiorità è il risultato della mia esperienza tra la nascita e la morte o meglio tra la nascita e il momento attuale.

 

Ora però volgiamo lo sguardo a quel che portiamo in noi non solo nell’astrazione animica, nell’immagine, ma a ciò che abbiamo in noi più concretamente dal punto di vista materiale, agli organi situati all’interno della nostra pelle: polmone, cuore, fegato e così via. Sono qualcosa che anche portiamo nel nostro interno. Un vero mistico dirà: tutto ciò proprio non mi interessa. Solo le sfere spirituali, animiche mi interessano. Sono già soddisfatto di portare in me le impressioni animiche derivate dall’ambiente. L’elemento materiale per me è troppo inferiore, troppo irrilevante.

Con questo discorso però il mistico mostra appunto quanto profondamente materialistico in realtà egli sia ancora; come ancora non sappia che quel che all’apparenza si presenta materiale in realtà è davvero qualcosa di spirituale.

 

• Non solo quel che portiamo in noi in modo astratto, le esperienze animiche che sono echi delle esperienze esteriori tra la nascita e la morte, non solo esse sono spirito,

• ma lo sono anche i nostri polmoni, il nostro fegato.

Ci appaiono soltanto alla coscienza abituale in forma materiale, ma sono proprio risultati dello spirito. Quando sediamo nella nostra cameretta ci viene in mente: l’uomo è costituito da corpo fisico, corpo eterico, corpo astrale e io. È un nostro possesso interiore. Una volta era qualcosa di esterno.

 

Per la prima volta, ad esempio da un libro o da una conferenza, lo abbiamo appreso dal mondo esterno; l’ho disegnato qui in modo schematico. Portiamo però in noi materialmente anche polmoni, cuore, fegato, cervello e così via. Li portiamo anche come risultato di esperienze.

Se dunque disegnassimo con un semplice schema l’uomo con i suoi singoli organi (vedi disegno) il suo interno sarebbe il risultato non della materia fisica, che giunge solo con il concepimento, la nascita e così via, ma per quanto riguarda la forma, la sua organizzazione interna, è il risultato di quel che viene vissuto tra la morte e una nuova nascita.

 

• Come quel che si ode in una conferenza diventa esperienza animica,

• così cuore, polmoni e fegato

diventano il risultato di ciò che viviamo tra la morte e una nuova nascita.

Pertanto possiamo dire: quel che porto all’interno dell’organizzazione corporea

è il risultato della mia esperienza tra la morte e una nuova nascita.

 

• Quel che porto con me nell’interiorità animica è il risultato dell’esperienza tra nascita e morte.

• Quel che porto in me nell’organizzazione corporea interna è il risultato della mia vita tra morte e nascita.

 

Naturalmente il materialista obietterà: tutti gli organi sono l’eredità fisica che ci proviene dagli antenati. È un completo errore. Non è così. Certo, la materia è ereditata dagli antenati, ma il germe viene in genere valutato in modo del tutto sbagliato, ed è inevitabile se lo si guarda solo dal punto di vista materiale.

Infatti la fecondazione non consiste nella discesa materiale dalle generazioni, ma in un certo senso nel formarsi di uno spazio vuoto, nella distruzione di materia nell’uomo e nell’edificazione in esso dell’intero universo. In questo edificio spirituale (polmoni, cuore e fegato sono proprio strutture spirituali) s’inserisce poi la materia.

 

Tuttavia le forze organizzatrici sono senz’altro formate dall’universo intero, dall’esperienza tra la morte e una nuova nascita. Questo è proprio ciò che si sperimenta nel modo che ho descritto poc’anzi nella coscienza desta in modo superiore, quando veniamo innalzati nella regione degli Arcangeli e delle Archài. Si sperimenta coscientemente, tra la morte e una nuova nascita, anzi con una coscienza superiore, quel che poi si edifica nei propri organi.

I nostri organi<