/////LA FILOSOFIA DELLA LIBERTÀ, PRIMO PASSO DELLA RICERCA ANTROPOSOFICA

LA FILOSOFIA DELLA LIBERTÀ, PRIMO PASSO DELLA RICERCA ANTROPOSOFICA

La filosofia della libertà, primo passo della ricerca antroposofica

O.O. 82 – Cultura e antroposofia – 10.04.1922


 

Sommario: Comprensione e ricerca. La filosofia della libertà, primo passo della ricerca antroposofica. Morale e matematica. Trasformazione della vita del pensiero. Percezione e memoria. L’immaginazione. La coscienza vuota e il sano intelletto umano. Il corpo astrale e “l’innatalità”. Gli organi del corpo rispecchiano il mondo spirituale. Esercizi della volontà.

 

Quel che soprattutto disturba dell’antroposofia chi ancora non la conosce bene è che essa non solo parla di cose diverse da quelle cui si è abituati nella scienza e nella vita in genere, ma che ne deve parlare in un altro modo, in un’altra forma. In un certo senso meno di tutto le si perdona il suo modo di esprimersi, la sua forma diversa. Si comincia allora subito a valutare e criticare quel che l’antroposofia ha da dire in base a quel che si è abituati ad avere nella scienza e nella vita di oggi.

 

Quanto ora ho detto avviene soprattutto oggi in merito a ciò che ho da dire sul modo, sul metodo col quale l’antroposofia perviene ai risultati delle sue ricerche. Tali metodi sono del tutto diversi dai correnti metodi di osservazione e anche dagli abituali modi di pensare. Si è oggi abituati, quando si parla di metodi scientifici, che le cose siano chiarite grazie a quanto giunge dall’esterno: l’osservazione e gli esperimenti. Il metodo della ricerca risulta da come si tratta l’osservazione e l’esperimento.

 

Non è così per l’antroposofia, soprattutto quando si tratta delle sue stesse basi, e oggi intendo parlare proprio di esse. Certo, come risulta anche da quanto ho già esposto qui, quando l’antroposofia si occupa di singole scienze, ad esempio di matematica, fisica, chimica, biologia, i metodi della ricerca spirituale, dei quali parlerò oggi, hanno punti di contatto con i metodi sperimentali e di osservazione usati di solito nelle cliniche, nei laboratori o negli osservatori astronomici.

Oggi comunque ci occuperemo anzitutto delle basi e per così dire del modo per arrivare all’atteggiamento dell’anima grazie al quale sia possibile presentare al mondo i risultati antroposofici.

 

Il punto centrale è che nel campo dell’antroposofia si possono fare ricerche

solo quando il ricercatore abbia educato ulteriormente

le sue forze dell’anima e le sue forze conoscitive,

rispetto a come esse sono nella vita e nella scienza abituali.

 

Va sviluppata quella che vorrei chiamare modestia intellettuale e che può essere caratterizzata dicendo: si risalga col pensiero al tempo in cui si era bambini e si pensi alle oscure esperienze animiche della prima infanzia. Si dovrà ammettere che allora mancava la chiara visione sulla vita e sul mondo circostante che furono conquistate più tardi nella vita. Mancava ancora la capacità di orientarsi nel mondo, cose che si svilupparono poi.

 

Rispetto alla nostra giovinezza, a parte la corporeità, siamo del tutto cambiati in senso animico-spirituale. Dall’interiorità sono sbocciate capacità che ora servono nella vita e nella scienza. In base all’atteggiamento attuale dell’anima ci diciamo che di certo l’educazione e la vita misero in luce dall’infanzia ad oggi determinate capacità tratte dall’interiorità.

Ora siamo però esseri completi, ora abbiamo appunto quelle capacità, e con esse intendiamo conoscere il mondo, con esse vogliamo inserirci nel mondo come esseri attivi, con esse vogliamo anche giudicare i nostri impulsi religiosi e morali.

 

Non diciamo però che quanto è avvenuto nell’anima dall’infanzia fino ad ora potrebbe forse anche svilupparsi ulteriormente. Ci potremmo persino dire che sarebbe possibile sviluppare dalla nostra anima anche altre capacità. In piena coscienza allora diverremmo uomini con tutt’altre capacità animiche, distinguendoci forse dai nostri simili di oggi, come ci distinguiamo nel nostro presente atteggiamento animico da quello che avevamo nella fanciullezza.

 

Come ho detto occorre modestia intellettuale per dirsi in un certo momento della propria vita quello che ho appena caratterizzato, e poi anche per realizzarlo. Farlo cioè nella pratica in modo di cercare davvero di progredire, di estrarre dall’anima capacità nascoste allo scopo di un’ulteriore ricerca. Come avrebbero potuto infatti realizzarsi i risultati delle ricerche raggiunti dalla scienza di oggi, da dove verrebbero gli impulsi morali e religiosi che oggi abbiamo nella vita, se tutti avessero soltanto sviluppato l’atteggiamento animico che avevano nell’infanzia?

 

Così per la ricerca svolta dalla scienza dello spirito antroposofica è senz’altro necessario porsi seriamente nella prospettiva di voler estrarre dalla propria anima le capacità che oggi ancora vi sonnecchiano, come durante la fanciullezza vi sonnecchiavano le capacità che oggi sono manifeste.

 

Devo anche precisare che non tutti quelli che davvero intendono aderire alla ricerca antroposofica,

o che intendono essere attivi nel movimento,

debbano diventare ricercatori nel senso cui ho appena accennato.

 

Deve però intervenire quel che ho detto per raggiungere reali risultati.

Quando poi i risultati sono trasmessi al mondo, essi sono senz’altro accessibili al sano intelletto umano

e possono venir controllati, altrettanto bene quanto chi non è pittore può giudicare artisticamente un quadro.

 

Per comprendere l’antroposofia non è necessario

sperimentare tutto ciò che oggi intendo descrivere; lo è invece per la ricerca.

È necessario parlarne perché in un certo senso il ricercatore antroposofico

deve render conto al mondo e a chi lo circonda di come egli sia giunto ai suoi risultati.

 

Vorrei ora iniziare da un punto fondamentale da cui si può partire, volendo caratterizzare i metodi antroposofici di indagine.

In sostanza diciamo che per comprendere il metodo antroposofico di ricerca già il primo e più elementare assioma si trova nella mia Filosofia della libertà e anche in miei libri precedenti.

 

La filosofia della libertà fu pubblicata nel 1894 e in effetti fu scritta molto prima. Quelli che conoscono il libro saranno forse meravigliati che io faccia questa asserzione, ma pure è vero che la più elementare comprensione del metodo di ricerca antroposofico si può ricavare dalla Filosofia della libertà. La comprensione che se ne ha va tuttavia ulteriormente elaborata. In quel libro si trova soltanto il primo elemento, ma comunque lo si ritrova.

 

Nella Filosofia della libertà cercai di stabilire da dove in effetti provengano gli impulsi morali, gli impulsi etici dell’uomo. Poiché oggi volevo soltanto accennare a quel libro, cercherò di esprimermi in modo diverso da come è detto nel libro, collegandomi anche a quanto dissi qui nei giorni passati. Chi legga La filosofia della libertà troverà, come io credo, che vi domina uno spirito matematico, strano ma è così, in quanto essa tende in effetti a individuare l’impulso della libertà e gli impulsi morali. Il modo in cui in quel libro si cerca di parlare del mondo morale non si differenzia qualitativamente dall’atteggiamento animico che si ha quando si pratica la matematica.

 

Ho già parlato nei giorni scorsi di tale atteggiamento e mostrato come nell’attività matematica si crei con vivezza dalla nostra interiorità, come in un certo senso ci si dimentichi di sé e si dimentichi di aver attinto in noi stessi lo spazio matematico, come si viva poi nello spazio con la nostra immagine dello spazio. Ho detto anche che in un primo tempo, praticando la matematica, non ci interessano le nostre capacità umane e neppure molto il nostro atteggiamento animico. Vi sono anche poche persone al mondo che abbiano il giusto rispetto, se mi è consentita l’espressione, per la pratica della matematica. Il rispetto che aveva ad esempio un profondo, gentile e simpaticissimo poeta: Novalis.

 

Chi faccia agire su di sé le sue poesie ha l’impressione di un mirabile slancio lirico, di un illimitato entusiasmo, e che in lui tutto sia poesia dell’anima. Quando il magnifico lirico Novalis parla della matematica, dice press’a poco che in sostanza abbiamo nella matematica la più bella e potente poesia umana.

 

So quanto poco la gente sia disposta ad ammetterlo. Tuttavia, come ho detto, il gentile e profondo lirico Novalis sapeva, era anche matematico, che cosa si muove nell’anima quando non ci si limiti a risolvere solo meccanicamente problemi matematici, ma invece problemi relativi alla teoria delle funzioni, dei numeri o simili, o anche della geometria proiettiva; sapeva come l’anima si senta quando è rapita al punto da dimenticarsi di se stessa nello spazio.

 

È ora possibile una cosa, e cioè che, conoscendo l’atteggiamento animico della matematica, così ben descritto da Novalis, si riesca a mettersi in condizione di avere lo stesso atteggiamento e si acquisisca qualcosa del tutto diverso, vale a dire l’esperienza di impulsi morali; in altre parole, quando si riesca ad afferrare e sperimentare problemi morali con la stessa chiarezza e la stessa sicurezza interiore con le quali si risolve ad esempio il teorema di Pitagora, si sa che, avendoli afferrati, si è nel mondo spirituale soprasensibile e si dice che fluiscono allora nell’anima da quel mondo intuizioni morali con gli impulsi morali.

 

Sentendosi così entro il mondo morale con quell’atteggiamento animico, si sa di essere in un mondo soprasensibile che nulla ha a che fare con quello che si percepisce con i sensi. Ci si sente in un mondo nel quale anzitutto si sperimentano direttamente gli impulsi morali con la propria interiorità più profonda, nel quale ci si identifica in essi, nel quale gli impulsi diventano conoscenze intuitive, poiché appunto ci si identifica in essi.

 

Per quanto a lungo si guardi nel mondo dei sensi, per quanto si pensi acutamente, si osservi e si sperimenti, si sa anche che le intuizioni morali, che oso dire si scoprono nel mondo della matematica, non possono provenire dal mondo dei sensi, ma da quello soprasensibile. In altre parole che sono ispirate.

 

I veri e più profondi impulsi morali che possiamo ricevere nel contempo dal mondo soprasensibile

sono intuizioni che sono ispirate alla nostra anima.

Sebbene non siano visibili, non si presentino in immagini, pure sono presenti come le percezioni dei sensi.

Gli impulsi morali nella sfera del soprasensibile sono presenti come le percezioni dei sensi lo sono nella sfera sensibile.

Per meglio dire sono immaginazioni.

 

Chi, nel mondo in cui veniva sperimentata la matematica anche da Novalis, ha scoperto l’elemento morale sa che esso si presenta in quell’ambito, che si presenta a uomini del tutto lontani dal mondo dei sensi come intuizioni che in pari tempo sono ispirazioni e immaginazioni.

In breve, mentre dunque si cerca di acquisire dal mondo soprasensibile una base morale per la vita umana, si apprende anche come l’anima debba fare le sue esperienze se intende essere nel mondo soprasensibile.

Ho già spiegato come tutto ciò fosse diverso per gli uomini che seguivano la pratica yoga o che sperimentavano la via della grammatica, della retorica, della dialettica e così via.

 

Va detto che per l’uomo moderno la via migliore è sapere come sia possibile uscire dal corpo sensibile

e vivere in un puro mondo spirituale per inserirsi nel mondo soprasensibile,

nel modo che cercai di indicare nella mia Filosofia della libertà.

 

So che molti non sono soddisfatti di questo modo di entrare nel mondo spirituale, perché in quel mondo si presentano in un primo tempo solo le verità morali che di preferenza si accolgono come comandamenti, come fatti convenzionali.

Ora però non vorrei parlare oltre della Filosofia della libertà, ma limitarmi alle elementari questioni di metodo.

Quando però si sia appreso a conoscere questo speciale modo di essere nel mondo soprasensibile, si è spronati a procedere e a cercare se non sia possibile anche per altri settori della vita penetrare nel mondo soprasensibile, rispetto a quello sensibile.

 

A poco a poco si arriva così a vedere che veramente sono possibili metodi dell’interiore evoluzione animica che conducono lungo il cammino per scorgere anche tutto il cosmo e la conoscenza umana interiore, nello stesso modo col quale si vedono gli elementi morali nel senso della Filosofia della libertà; in questo caso ancora non si vuol magari ammettere che si tratti sempre del mondo soprasensibile, se non si accetta la questione proprio dal suo fondamento.

Comunque i metodi grazie ai quali si sale per altri settori al mondo soprasensibile consistono nello sviluppare le normali forze dell’anima che si hanno nella vita corrente e si usano nella scienza ufficiale.

Per caratterizzarle in modo astratto, tali forze sono quelle del pensare, del sentire e del volere.

 

• Noi di solito le distinguiamo, ma nella vita unitaria dell’anima esse non sono separate in modo altrettanto preciso. Si dovrebbe anzi dire che quando si parla del pensare, delle rappresentazioni, ci si riferisce a una capacità dell’anima nella quale ad esempio sono anche inseriti il sentire e il volere, ma in cui vi è soprattutto il pensare. Nel volere di nuovo vi è soprattutto volere, ma vi sono anche pensieri. Nelle singole capacità dell’anima viene dunque indicata solo quella più evidente, ma sotto la superficie si può dire che vi sono anche le altre.

 

Ciò diventa specialmente importante quando si tratta dell’ulteriore formazione,

dell’evoluzione anzitutto della capacità del pensare, della forza dei pensieri.

 

In merito occorre aver ben chiaro come nella vita corrente e nella scienza ufficiale

ci si rapporti verso le cose che ci circondano e verso noi stessi.

Si hanno percezioni sensorie attraverso gli occhi, le orecchie o in altro modo.

Viviamo con una certa intensità interiore nelle percezioni dei sensi,

e formiamo poi rappresentazioni su quanto abbiamo percepito.

Ci stacchiamo poi dalle cose che abbiamo percepito.

Nella rappresentazione ci rimane un’immagine di quel che viveva nella percezione dei sensi.

 

Si pensi però quanto debole e vago sia il pensiero, la rappresentazione

rispetto a ciò che avevamo sperimentato con grande vivezza nella percezione sensoria.

Le rappresentazioni che si collegano alle percezioni sono deboli e vaghe.

 

Nella vita e nella scienza siamo abituati a lasciar parlare le percezioni dei sensi

e ad abbandonarci passivamente ad esse,

affinché risveglino in noi le rappresentazioni che rendono durevole in noi quanto avevamo percepito con i sensi.

Dopo molto tempo o anche per tutta la vita siamo poi in grado, con più o meno precisione,

di riprendere come ricordo, dai sostrati dell’anima o di tutto il nostro essere,

quel che avevamo sperimentato con i sensi.

 

Noi possiamo anche far sorgere in noi dal ricordo, dalla memoria,

le rappresentazioni che si ricollegano alle nostre percezioni e che rispetto a queste ultime sono appunto deboli e vaghe.

Sperimentiamo interiormente nella vita del pensiero ciò che avevamo percepito esteriormente con i sensi,

lo sperimentiamo di nuovo attraverso la memoria.

 

Occorre avere ben chiaro che tutta la vita corrente, anche quando ci occupiamo della scienza, si svolge in questo modo per quanto riguarda il pensare, che ci abbandoniamo alla vivezza delle percezioni sensorie, che abbiamo poi deboli e vaghe rappresentazioni e che tuttavia siamo in grado di ripescare nel ricordo dalla nostra interiorità le impressioni che avevamo ricevuto da fuori.

 

In genere la nostra vita interiore

non è al massimo che una rappresentazione più o meno trasformata, metamorfosata,

delle percezioni esterne.

 

Oggi non mi occuperò della profonda natura della memoria, perché vorrei descrivere come possano essere sviluppate ulteriormente le rappresentazioni che ho prima caratterizzato. Lo possono se non si fa sì che il pensare si ricolleghi soltanto alle percezioni dei sensi, ma si pensi con i metodi che nei miei libri L’iniziazione e La scienza occulta ho chiamati meditazione o concentrazione, il nome non ha importanza. Nei libri ricordati si trova descritto nei particolari come si possa procedere. Vorrei ora indicarne l’aspetto fondamentale.

 

Mentre di solito si hanno pensieri perché ci si abbandona passivamente alle percezioni

o al risonare delle esperienze che si fanno risorgere nei ricordi,

per diventare ricercatori antroposofici dello spirito si cerca per interiore scelta,

come lo si è appreso nella matematica per risolvere appunto problemi matematici,

in modo cioè del tutto cosciente e non in uno stato sognante o allucinato

(perché ciò sarebbe il contrario di quel che oggi descrivo) di dedicarsi al pensare in piena consapevolezza,

imparando a fermarsi su rappresentazioni che si è scelto di inserire nella propria coscienza.

 

È senz’altro bene porre nel punto centrale della propria coscienza delle rappresentazioni possibilmente semplici e non tali da far sperimentare cose nebulose e mistiche; tali appunto da poterle vedere nel loro complesso. Importante non è la rappresentazione che si è scelta, ma l’attività dell’anima che ora si sviluppa nel meditare.

 

Si tenga presente che tenendo in continuazione teso un muscolo, usandolo per il lavoro, esso si rafforza. Lo stesso avviene per la forza animica del pensare, quando ci si concentri sempre di nuovo sulle rappresentazioni poste al centro della propria coscienza; a volte gli esercizi durano anni, ma anche un tempo più breve, a seconda della disposizione individuale.

 

La forza del pensare diviene così sempre più forte e alla fine raggiunge un punto nel quale ci si può dire:

• “Ora sono in condizione di avere le mie rappresentazioni altrettanto vive quanto lo sono le impressioni dei sensi, notando bene che non ho allucinazioni o illusioni. Esse si presentano infatti in modo inconscio, mentre io vivo ora in interiori rappresentazioni tanto vive quanto lo sono di solito le percezioni sensorie; vivo però in esse con piena coscienza e non con un atteggiamento sognante dell’anima, mistico-nebuloso, che è presente nelle allucinazioni e nelle visioni”.

 

Deve infatti essere un atteggiamento matematico dell’anima nel quale si vive con un’esperienza interiore dovuta a sole rappresentazioni, come la si ha quando ci si abbandona alle percezioni dei sensi. Per dirlo un’altra volta, si confronti la vivezza e l’intensità delle percezioni dei sensi a ciò che altrimenti si sperimenta, pallido e incerto nei pensieri.

 

Come però ho detto,

in questo modo si impara sempre più ad essere interiormente vivaci con i soli pensieri scelti,

come di solito lo si è quando si è sollecitati da un’impressione sensoria.

•  Non si hanno allora più pensieri pallidi e incerti, ma pensieri interiormente vivi.

La forza animica del pensare si è rinvigorita.

Si è sollecitata una nuova forza dall’interiorità della propria anima.

 

Il pensare si è rafforzato, e poiché lo si è rafforzato

si è raggiunto il primo gradino della conoscenza soprasensibile.

Nei miei libri l’ho chiamata conoscenza immaginativa.

Si è raggiunto il gradino dell’immaginazione.

Questo gradino, avendo ora un pensare vivo, ci mostra che si aggiunge qualcosa al pensare corrente.

 

Riallacciamoci ancora una volta alla vita usuale dei sensi e al pensare corrente. Oggi percepiamo qualcosa, siamo ben vivi nella percezione e ce ne facciamo una pallida e vaga rappresentazione. Magari dopo una settimana, sollecitati da qualcosa o anche per libera scelta, come si dice, quella rappresentazione risorge dalla memoria. Detto banalmente, proviene da noi. Che io abbia avuto in precedenza l’esperienza dei sensi è la causa per cui in seguito la stessa rappresentazione risorge di nuovo nel ricordo dall’interiorità del mio essere.

 

Ora però, fatti gli esercizi, sono in grado di avere nella mia coscienza pensieri rafforzati: li chiamo pensieri immaginativi perché si presentano con la vivezza e l’intensità di immagini, perché sono veramente come immagini sensorie, sebbene siano soltanto pensieri.

 

Ma come può sorgere un ricordo dal mio essere,

se avevo pensato a un’esperienza esterna e non sorge se non l’avevo pensata, per quanto a lungo la fissi

così, avendo io nell’anima un pensiero che ora è rafforzato,

sorge dal mio essere qualcosa che dapprima sembra un ricordo, ma che appunto non lo è.

 

Sorge qualcosa che non è una reminiscenza di un’esperienza sensibile proveniente da fuori,

ma che emerge dalla mia interiorità e mai prima avevo percepito.

Se così posso esprimerlo: come di solito salgono i ricordi dalle esperienze usuali,

così, grazie alla forza del pensare rinvigorito, sale ora dall’interiorità qualcosa che mai prima avevo visto.

Molto presto riuscirò anche a conoscere ciò che si presenta.

 

Progredendo nella meditazione, cerco di portare una sempre maggiore precisione in ciò che sale dall’interiorità,

e alla fine arrivo a vedere che cos’è.

• Vedo cioè che quel che così sale sono io stesso, quale mi sono evoluto sulla terra dal momento della mia nascita.

 

Di solito abbiamo solo la corrente dei ricordi dei quali alcuni salgono e altri rimangono nell’inconscio.

Ora non intendo questi ricordi; sono quelli che salgono anche alla coscienza usuale.

Quelli che ora salgono, richiamati dall’interiorità dalla forza del pensare rinvigorito,

non sono soltanto pensieri, pensieri mnemonici;

è qualcosa che mi conduce molto più in profondità nell’interiorità del mio essere

che non la forza del ricordo.

 

• È qualcosa che per così dire mi guida in strati più profondi della mia interiorità

di quanto non lo facciano i pensieri mnemonici.

• È qualcosa che mi mostra come io abbia impiegato le qualità animiche che avevo da bambino

per strutturare plasticamente il mio organismo, cominciando dal cervello.

• È ciò che mi mostra come più avanti nell’infanzia

abbia dato forma plasticamente alla mia interiorità con l’aiuto della facoltà del linguaggio.

 

In breve, mi si presenta davanti all’anima la mia vita interiore

in un grande e poderoso quadro che mai prima avevo visto.

• Quel che ora mi si presenta davanti all’anima non è però soltanto un’immagine; prego di prenderne nota.

Non è un’immagine, ma qualcosa da cui riconosco, comprendendolo,

che è collegato con le mie forze di crescita, con ciò che cresce in me,

con le forze di nutrimento, di circolazione e di respirazione viventi in me,

è un corpo interiore e soprasensibile rispetto al corpo fisico.

 

Imparo cioè a conoscere un secondo uomo in me tanto da potermi dire:

• tu hai il tuo corpo che occupa uno spazio, che ha braccia, piedi, testa e quant’altro;

è un corpo nello spazio.

• Quello che ora scopri grazie alla tua meditazione, alla conoscenza immaginativa,

è un organismo che vive nel tempo, non nello spazio, è un organismo temporale.

All’uomo di oggi è piuttosto difficile parlare di un simile organismo temporale.

Esso però esiste davvero in noi come un secondo uomo, ed è anche lecito chiamarlo organismo.

 

Quando si sia avanti con gli anni, come è nel mio caso, si arriva infatti a sapere di avere una determinata configurazione animica. Quella che ora si porta in sé è forse in relazione con l’altra che si aveva a cinque o sei anni. Come la mia mano sinistra nel mio organismo spaziale è ad esempio in relazione con una determinata parte del mio cervello nell’organismo spaziale, e come il cervello spaziale esiste affinché le singole parti siano in relazione fra loro, così nel tempo e non nello spazio le singole parti dell’organismo spaziale sono in relazione fra loro.

Io porto in me il mio organismo temporale.

 

Nei miei libri l’ho chiamato corpo eterico o corpo delle forze formative, ed è appunto un organismo temporale.

È la prima cosa che scopriamo lungo la via della ricerca immaginativa.

Vediamo la nostra vita terrena fino a quel momento nelle sue interiori forze creative e soprasensibili.

Non speculiamo su una forza vitale, ma vediamo la nostra vita terrena fino a quel momento

come un quadro interiore organizzato, come un organismo temporale, come il corpo delle forze formative.

 

Più antiche concezioni non del tutto coscienti di queste cose, che le presagivano in modo istintivo, essendone in qualche modo presaghe, chiamavano corpo eterico quel corpo temporale, il corpo delle forze formative.

Non importa la denominazione, ma che cosa vada inteso con queste cose.

 

Nel corpo eterico abbiamo una realtà, una realtà temporale in sé,

•  e nessuno è in grado di comprendere la struttura dell’essere umano se non capisce il corpo eterico.

Significativo del corpo eterico è che quando arriviamo a vedere spiritualmente la nostra vita terrena

fino a quel momento nel quadro, che è il corpo delle forze formative,

si cessa anche di distinguere fra soggettivo e oggettivo.

 

Possiamo descrivere schematicamente il corpo eterico o corpo delle forze formative che portiamo in noi e che è il corpo del tempo fluente, ma dobbiamo essere coscienti che nell’istante in cui lo descriviamo esso scorre via.

 

Si può descrivere il corpo eterico tanto poco quanto si riesce a farlo per il lampo.

Si dipinge solo un istante che viene fissato.

Va comunque tenuto presente che dipende dal corpo delle forze formative come noi siamo.

 

Nel momento in cui ci è chiaro come il corpo eterico sia in noi un corpo di forze

(e ignorandone la struttura non è possibile conoscere l’essere umano), si nota

• che le stesse forze, attive appunto nel corpo etericocompenetrano anche il mondo,

• che soggettivo e oggettivo cessano di avere importanza,

• che il corpo delle forze formative è collegato col grande scorrere del tempo nell’universo

• e che noi siamo inseriti come una parte nel grande universo.

 

Iniziamo a parlare dei processi eterici dell’universo,

perché ci diventano chiari nel momento in cui perveniamo a un pensare vivo,

solo paragonabile a come sono vive le percezioni dei sensi.

•  Possiamo raggiungere questa condizione appunto con la meditazione.

In breve, ci immedesimiamo in un mondo eterico.

 

In pari tempo impariamo anche a conoscere il primo elemento soprasensibile in noi.

Non usciamo ancora dalla vita terrena, ma vediamo che cosa in noi è soprasensibile nell’ambito della vita terrena.

• Se poi intendiamo progredire dobbiamo anche continuare i nostri esercizi.

 

Essi si esplicano in moltissimi particolari.

L’ho descritto nei miei libri citati e qui vorrei solo ricordarne i tratti fondamentali.

 

• Il primo esercizio consiste nel rinvigorire la forza del pensare

in modo da arrivare a formare il pensare immaginativo,

un pensare che sia altrettanto vivo quanto lo sono le esperienze delle percezioni sensorie.

 

Il secondo esercizio da fare può essere caratterizzato dicendo: chi sviluppa in piena coscienza le immaginazioni grazie alle quali inizia a conoscere il mondo eterico, il mondo delle forze formative, è anche in grado di riconoscere che esse, che quelle immagini rimangono impresse più fortemente degli usuali e pallidi pensieri, sebbene siano suscitate in modo del tutto arbitrario; sono comunque immagini che riguardano la nostra vita fino a quel momento e che ci vengono incontro in un grande quadro, ma riguardano anche il mondo esterno in un quadro universale.

 

Tutti sanno che purtroppo i pallidi e confusi pensieri sono dimenticati troppo alla svelta,

e ciò avviene soprattutto prima degli esami.

Quando però si sia applicata una robusta forza ai pensieri, essi restano fermi, non vogliono più abbandonarci.

Per progredire non si deve comunque rimanere a questo gradino.

 

Con lo stesso arbitrio col quale quelle immagini, quelle immaginazioni, sono state inserite nell’anima, con la stessa forza occorre anche saperle allontanare, saperle cacciare dall’anima, in modo da conseguire in essa quello che vorrei chiamare il vuoto della coscienza.

Cerchiamo di chiarire come si presenti il vuoto di coscienza nella vita ordinaria. In essa si ha in genere la coscienza vuota quando non si è più coscienti, quando ci si addormenta.

 

La coscienza normale si addormenta quando è vuota di impressioni sensorie, di ricordi e così via.

• La differenza fra la coscienza abituale e quel che ora si è già conquistato nella conoscenza immaginativa

è che si impara ad attutire del tutto le immaginazioni,

pur rimanendo in un assoluto stato di veglia di fronte al mondo.

• Direi che si è in un’attesa totale: si è desti e nulla si ha nella coscienza,

perché con la necessaria forza si sono eliminate le immaginazioni.

Si attende svegli quel che emergerà.

 

Quando si sia così stabilita la coscienza vuota perché si è eliminato prima il pensare rafforzato,

la coscienza vuota non attende invano.

 

Entra ora in essa il mondo soprasensibile, vi entra proprio come il mondo sensibile fa attraverso gli occhi e le orecchie, attraverso l’organismo del calore e così via. Facciamo allora la scoperta che un mondo soprasensibile ci circonda, che ora entra come mondo spirituale nella coscienza sveglia, mentre prima avevamo attorno a noi il mondo sensibile.

Poiché compiamo tutto questo con una coscienza assolutamente libera, accanto alla coscienza superiore rimane sempre la coscienza originaria della vita quotidiana, vale a dire il sano intelletto umano, e ciò a differenza dello stato che si ha con allucinazioni o visioni con le quali tutta la coscienza trapassa nelle visioni stesse.

Questo non avviene con la coscienza della quale parlo.

 

La coscienza quotidiana, grazie alla quale siamo ben inseriti nella vita e anche nella scienza,

rimane presente ad ogni passo, rimane di continuo come controllore.

Chi dice che anche quella descritta come coscienza antroposofica è basata su visioni e allucinazioni

non sa di che cosa si tratta. Parla senza essersi documentato sulla realtà della cosa.

 

Quando dunque, attraverso la coscienza vuota, dal mondo che ci circonda penetra in noi quello soprasensibile,

siamo in grado di percepire in noi anche dell’altro, oltre al corpo eterico di cui al quadro prima descritto.

Ora siamo in grado di guardare al di là di nascita e concepimento.

Poiché possiamo attutire tutto il corpo delle forze formative, attraverso la coscienza vuota nulla vediamo

più di quanto riguarda la vita fra la nascita e il momento attuale.

 

Avendo infatti appreso a eliminare le immaginazioni e ad avere la coscienza vuota,

possiamo anche attutire tutto il corpo eterico che ci riempie, e guardare indietro a noi stessi con la coscienza vuota.

Per chi ci è accanto e ci osserva, rimaniamo presenti come al solito.

La coscienza così elevata sale ora nel mondo nel quale eravamo

prima di discendere dal mondo spirituale-animico e ricevere un corpo terreno dai nostri genitori e antenati.

 

Ora guardiamo nel mondo nel quale eravamo uniti, prima di essere avvolti in un corpo fisico,

con gli esseri spirituali che sono nel mondo spirituale.

Ora riconosciamo come eravamo prima di discendere nel corpo fisico.

Conosciamo cioè qualcos’altro del mondo soprasensibile.

 

Osservandoci quali esseri terreni

• abbiamo anzitutto il nostro corpo spaziale, il corpo fisico;

• abbiamo poi il secondo corpo che afferriamo grazie alla conoscenza immaginativa

e che è soprasensibile, anche se non porta al di là della vita terrena.

• Abbiamo però anche un terzo corpo: poiché esso conduce nei mondi stellari

lo si denomina corpo astrale, ed è solo una terminologia.

 

Si impara così a conoscere il vero e proprio essere animico umano;

si conosce il nostro terzo corpo che è la seconda essenza soprasensibile dell’uomo.

La abbiamo in noi durante la vita terrena e si nasconde nel corpo fisico.

Esisteva prima della nascita, o meglio della concezione.

Grazie alla veggenza si arriva così a conoscere un lato dell’eternità dell’uomo.

 

La abbiamo però talmente perduta, che le lingue moderne non hanno quasi più parole per designarla.

Parliamo di immortalità, di ciò che abbiamo dalla tradizione, di quella però degli ultimi millenni,

parliamo di un prolungamento della vita oltre la morte.

•  Per poter tuttavia parlare di un prolungamento al di là della nascita,

sarebbe necessario forgiare la parola “innatalità” affinché si sapesse anche dell’altro lato dell’eternità,

perché appunto l’innatalità è l’altro lato dell’eternità.

 

In questo modo siamo così saliti a conoscenze che possono entrare nella nostra anima

solo apprendendo qualcosa che altrimenti rimane del tutto inaccessibile alla coscienza usuale.

Ho descritto come si crei la coscienza vuota, come in essa entri dal mondo spirituale

il contenuto del mondo soprasensibile, proprio come negli occhi e nelle orecchie entra il mondo sensibile.

 

Io chiamo ispirazione, conoscenza ispirativa,

questo secondo gradino della conoscenza soprasensibile.

Con la conoscenza ispirativa entriamo direttamente nel vero mondo soprasensibile,

e soprattutto ci riconosciamo quali esseri soprasensibili nella nostra esistenza prenatale.

 

• Impariamo anche a conoscere il mondo spirituale che ci circonda.

Interviene ora qualcosa di molto importante cui oggi vorrei solo accennare,

ma che esporrò con maggior precisione nei prossimi giorni.

• Osserviamo il nesso fra il mondo attorno a noi e il nostro mondo interiore.

Possiamo descrivere il primo dicendo che per la coscienza usuale fuori di noi vi è il mondo della materia.

 

Ponendoci oggettivamente di fronte all’uomo diciamo che se guardiamo con gli occhi in quel mondo e lo ascoltiamo con le orecchie, fuori di noi vi sono le cose e gli eventi materiali, mentre nella nostra anima vi sono il pensare, il sentire e il volere come suo contenuto ideale.

 

Percependo il mondo materiale portiamo nella nostra interiorità animica,

come sottile immagine quel mondo materiale esterno.

• Nel momento in cui impariamo ad afferrare nella nostra coscienza vuota il mondo spirituale attorno a noi,

qualcosa di nuovo entra nella nostra interiorità.

• Pensiamo ora che grazie alla coscienza ispirativa,

il mondo materiale ci appaia compenetrato dal mondo spirituale.

 

Nella nostra interiorità non penetra allora l’elemento spirituale nelle immagini di quanto vediamo spiritualmente fuori di noi, ma ora impariamo a conoscerlo da fuori, quando si riflette nella nostra interiorità, quando si riflette negli organi fisici: polmoni, fegato, cuore, reni e così via, in tutto quanto abbiamo di materiale in noi.

Tutto risulta rovesciato, vi è una reciprocità.

 

Mentre il mondo materiale si rispecchia in noi in modo spirituale-animico per la coscienza ordinaria, ora il mondo spirituale si rispecchia in noi attraverso i nostri organi.

Ci conosciamo interiormente quali esseri fisici, divenendo coscienti del mondo spirituale che ci circonda. Prima non si capiva l’organismo fisico, e con l’anatomia si conoscevano esteriormente cuore, polmoni e fegato, ma non si stabiliva un rapporto col mondo esterno.

 

Con l’anatomia e la fisiologia si conoscono cuore, polmoni e fegato essendosi fatte rappresentazioni del proprio interno, senza però sapere che quelle rappresentazioni hanno un nesso col mondo esterno.

Non si sa che quegli organi hanno un rapporto col mondo spirituale esterno. Qui vi è l’origine per cui ad esempio è possibile un’azione della scienza dello spirito in una medicina razionale.

Ora infatti si conosce veramente l’uomo, si conosce l’intima natura dell’organismo, cosa che prima non era in alcun modo possibile.

 

Era solo possibile esteriormente.

Questo è il secondo gradino della conoscenza soprasensibile,

dell’indagine soprasensibile: è il gradino dell’ispirazione.

• Si raggiunge il terzo gradino indirizzandosi alla volontà.

 

È possibile educare anche la volontà, soprattutto se ci è anzitutto chiaro come essa si comporti nella vita corrente.

È già stato detto in questi giorni, anche da altri oratori, che

• in effetti noi dormiamo di continuo per quanto riguarda la nostra natura volitiva.

 

Quando sollevo il braccio ho anzitutto l’idea dello scopo che intendo raggiungere col braccio.

• Quando trasmetto il pensiero del mio scopo al mio essere

per determinare con la volontà il movimento del braccio,

che cosa avvenga si sottrae in un primo tempo alla nostra capacità conoscitiva.

Attraverso le percezioni so del movimento del braccio,

ma la volontà rimane oscura per la coscienza abituale,

come rimane inconscio a chi dorme lo stato che si sperimenta dormendo.

 

In realtà noi siamo svegli per la coscienza corrente solo per la nostra vita di pensiero,

ma dormiamo per la coscienza quotidiana nella vita della volontà. Possiamo però destarla.

 

Gli esercizi tesi a questo scopo sono molto diversi da quelli per il pensare che ho descritto. La diversità ci si presenterà nel modo migliore chiarendo il problema in un suo caratteristico aspetto.

Chi con gli esercizi intenda ad esempio arrivare a osservare il corpo eterico deve anzitutto fare esercizi preparatori, come sono descritti nei libri già ricordati. Ad esempio ci si dovrà preparare alla caratteristica che vorrei chiamare presenza di spirito.

 

Nella vita corrente essa consiste nel saper prendere una decisione rapida di fronte a ogni nuova situazione.

La presenza di spirito deve diventare una caratteristica abituale per chi intenda salire ai mondi spirituali.

 

Quel che infatti là vi è da percepire non è comodo da afferrare; è invece tale che anche persone sollecite negli esercizi, se così posso chiamarle, credono di non arrivare a percepire. Non lo possono perché non si sono preparate a sufficienza alla presenza di spirito; là infatti le cose sono talmente rapide che occorre afferrarle alla svelta.

 

La maggior parte della gente ha solo una capacità animica tale

che quando si rende conto di qualcosa che intende sperimentare spiritualmente, la cosa è già scomparsa.

Il problema è quindi la presenza di spirito.

• Per gli esercizi della volontà va sviluppata esattamente la caratteristica opposta.

 

Il punto è che nella vita corrente si impiega nel modo più elementare la completa volontà quando si cammina, si afferra, ci si muove, in generale quando si fa qualcosa, quando si compiono azioni. Sin tanto che nella vita si sviluppa la volontà solo interiormente, esiste in realtà solo un desiderio e non una volontà. Una vera volontà è sempre legata a un processo organico, potrei anche dire a un processo di combustione. La vera compiuta volontà in effetti modifica l’organismo, è legata nell’organismo col processo del ricambio.

 

• Ma in che posizione ci troviamo rispetto alla volontà abituale? Siamo nella condizione di non saperne proprio nulla. Gli impulsi volitivi si svolgono in noi, noi guardiamo nella nostra interiorità, ma siamo impenetrabili animicamente riguardo ad essi. Riguardo alla volontà guardiamo nell’oscurità. Possiamo però illuminarla. Possiamo renderci animicamente trasparenti. Occorre tuttavia molta pazienza, perché ora dobbiamo continuare gli esercizi per un lungo periodo di tempo. Vorrei ora presentare un esercizio semplice; altri più complicati si trovano di nuovo nei miei libri già citati.

 

Vediamo dunque un semplice esercizio: ho ad esempio l’abitudine di scrivere in un certo modo, ho la mia calligrafia. Quando si è avanti con gli anni non ci si abitua volentieri a un’altra calligrafia: costa fatica, richiede un interiore superamento. Lo scrivere è qualcosa che è in noi, anche se si manifesta verso l’esterno. Però tutti i processi volitivi per modificare la calligrafia si svolgono nell’interiorità. A parte che anche per ragioni esteriori non vorrei ora consigliare di fare questo esercizio in modo troppo radicale, intendevo solo rendere evidente il processo e non dare consigli per falsificare calligrafie.

 

La volontà diverrebbe trasparente se si arrivasse a rafforzarla

al punto da modificare qualcosa di radicato in noi,

come ad esempio la calligrafia o anche altre abitudini,

se in breve ci si modificasse totalmente grazie a un’interiore coscienza,

a esercizi della volontà. Occorrono comunque anni.

 

È specialmente bene proporsi di acquisire determinate caratteristiche che si stimano belle ma che non si hanno, se cioè ad esempio ci si propone di impiegare i prossimi otto anni per educare in sé con gran forza certe qualità che non si hanno, determinati modi di comportarsi.

 

Quel che dico sembra facile, ma va detto con Goethe: «La cosa è facilissima, eppur difficile». Chi fa questi esercizi vedrà che è difficile volgere in questo modo la volontà in un’altra direzione con una forte autoeducazione. In breve, applicare all’evoluzione della propria volontà ciò che si sperimenta solo nei momenti in cui la volontà è piena, in cui si manifesta all’esterno nell’azione, grazie a questi esercizi ci porta a vedere veramente in noi, a renderci del tutto trasparenti riguardo alla volontà; maggiori precisazioni si trovano nei miei libri già citati.

 

Con un esempio vorrei cercare di chiarire che cosa si consegue. Grazie a che cosa noi vediamo con gli occhi? Solo perché l’occhio è oggettivo, perché non fa valere la propria sostanzialità, perché è trasparente. Quando in parte l’occhio abbandonasse la propria oggettività e volesse imporsi, non ci servirebbe più per vedere. Deve appunto rinunciare a se stesso. Non affermo che per la vita corrente il nostro corpo fisico sia ammalato e diventi sano grazie agli esercizi. Non è così.

 

Per la vita corrente e per la scienza il corpo è naturalmente sano,

ma non è adatto alle percezioni soprasensibili, e va quindi trasformato.

Però non rimane sempre trasformato.

Gli rimane sempre accanto l’uomo normale col suo sano intelletto.

 

Non si tratta di trasferirsi in un altro uomo, della sparizione del sano uomo corrente.

Entrambe, la personalità evoluta e quella originaria col suo sano intelletto,

rimangono una accanto all’altra, così che l’ultima possa controllare la prima.

Però per la coscienza superiore, che già deve essere vuota,

arriviamo a che il corpo non esista più per le percezioni animiche.

Per così dire vediamo attraverso il nostro corpo, vediamo come in noi agisce la volontà.

 

La scienza corrente non vede come operi la volontà.

Per questo si ipotizza che vi siano nervi motori. Non si sa che la volontà è diretta.

 

Oggi abbiamo detto che la vera scoperta della realtà potrà esser fatta

quando si sarà arrivati a rendersi trasparenti animicamente e spiritualmente

come lo è un organo sensorio, ad esempio rocchio per la luce,

in modo che tutto l’uomo diventi organo di senso.

 

• Come anzitutto, grazie al pensare rafforzato, diveniamo liberi

e perveniamo prima al corpo eterico e poi a quello astrale prima della nascita,

• così ora, avendo educato la volontà, impariamo a conoscere l’altro lato del nostro essere eterno.

Avendo reso trasparente il corpo fisico, siamo in grado di richiamare davanti alla nostra anima

 il quadro di che cosa avviene di noi al momento della morte, e dico espressamente il “quadro”.

 

In quel punto lasciamo il corpo fisico che viene abbandonato agli elementi fisici,

mentre la parte animico-spirituale va nel mondo spirituale.

Si percepisce il momento del passaggio attraverso la porta della morte

nel momento in cui il nostro corpo fisico diventa animicamente trasparente.

Con la conoscenza intuitiva, il terzo gradino della conoscenza soprasensibile,

il nostro corpo fisico diviene trasparente,

e di conseguenza ci conosciamo nella condizione in cui saremo dopo la morte, quando non avremo più il corpo fisico.

 

Possiamo infatti ora prescindere dal corpo fisico

poiché ci siamo elevati al terzo gradino della conoscenza, a quello intuitivo.

Ora conosciamo l’altro lato dell’eternità dell’anima, conosciamo l’immortalità per visione diretta.

 

L’antroposofia non è una speculazione filosofica. Per conoscere l’immortalità non parte dalla coscienza ordinaria, ma comincia a risvegliare le capacità che sonnecchiano nell’anima delle quali ci si può rendere conto grazie alla modestia intellettuale, per elevarsi alla veggenza del mondo spirituale.

Si impara così a conoscere spiritualmente l’universo e il proprio essere eterno.

 

Si conoscono questi due lati nel proprio essere, e

• da un lato si sa come sia l’uomo fra nascita e morte

quando la sua parte animica è nascosta dai processi corporei;

• dall’altro si conosce la vita spirituale-animica che sviluppiamo

quando siamo al di fuori del corpo prima della nascita o dopo la morte;

abbiamo così anche un’idea del nostro vero io.

 

Impariamo infine a conoscere che cosa passa attraverso le ripetute vite terrene.

Domani parlerò ancora di questo importante risultato della ricerca antroposofica, delle ripetute vite terrene.

La via della conoscenza soprasensibile, la via della ricerca antroposofica

consiste dunque in un primo tempo

• nell’arrivare, grazie alla conoscenza immaginativa, al mondo delle forze formative,

e nel riconoscere la parte soprasensibile che è in noi già nella usuale vita fisica,

il corpo cioè delle forze formative.

 

• Salendo poi alla conoscenza ispirativa si conosce il corpo astrale, vale a dire il corpo animico;

• conosciamo infine anche l’io umano che entra nel corpo e di nuovo ne esce attraverso la morte.

Si entra ora in un concreto mondo spirituale, in un mondo di entità spirituali.

 

Quello infatti che, come mondo spirituale per il quale abbiamo formato gli organi, ora conosciamo con la coscienza vuota ma sveglia è un mondo nel quale vivono entità spirituali accanto alla nostra entità spirituale, al nostro essere spirituale-animico.

 

Così si guarda in un mondo spirituale e si è consci che per esaminarlo occorre sviluppare quei tre gradini della conoscenza soprasensibile, occorre liberare dall’anima la conoscenza immaginativa, quella ispirativa e quella intuitiva. Si susseguono l’una all’altra, si differenziano in tre gradini ove come entità spirituali si intenda conoscere il cosmo nel suo contenuto spirituale.

 

Se ne ha già una prima impressione indagando il mondo morale nella sua vera essenza. Anche se solo per gli impulsi morali, in sostanza si arriva ad essere nello stesso mondo nel quale si è a seguito delle forme di conoscenza immaginativa, ispirativa e intuitiva.

Per così dire quel mondo esiste allora solo per l’elemento morale, per gli impulsi morali. Li si trova comunque dopo esser passati per immaginazione, ispirazione e intuizione.

 

A noi uomini sulla terra è dato tuttavia di poter vedere con l’occhio dello spirito

la natura soprasensibile del mondo spirituale con la coscienza usuale

già nel mondo morale di cui abbiamo bisogno nella vita terrena.

 

Chi comprenda la vera esistenza della natura soprasensibile del mondo morale

e giustamente sviluppi la cosmologia e l’antropologia che qui apprende in modo elementare,

può salire a una vera veggenza spirituale;

gli si presentano allora le strutture spirituali,

la vita interiore spirituale di altri esseri spirituali e il suo essere contessuto nel mondo spirituale,

come qui siamo intessuti negli altri regni della natura;

gli si presenta cioè all’occhio dello spirito anche il suo essere eterno animico.

 

È quello che si può conseguire con la mia Filosofia della libertà,

se non la si studia solo come teoria ma la si sperimenta veramente.

 

Avviene la stessa cosa quando si leggono gli assiomi di Euclide sulla prima pagina di un libro di geometria e si acquisisce il concetto di quel che seguirà. Come tutta la geometria deriva da quegli assiomi, esiste così come un assioma, a seguito di una vera comprensione del mondo morale, il mondo spirituale con le sue entità.

 

Tuttavia nessuno deve credere di conoscere la natura del mondo spirituale,

se conosce soltanto quella degli impulsi morali.

Conosce allora solo il suo aspetto assiomatico, elementare.

 

I metodi di ricerca così descritti per i mondi soprasensibili oggi sono tuttavia qualcosa di estraneo per la maggior parte della gente. Chi però si occupa di questi problemi si chiede: quante cose esistono nella vita culturale odierna che all’inizio risultavano estranee e che in seguito sono diventate del tutto naturali? È sufficiente conoscere veramente la vita culturale dell’umanità per dirsi che oggi la maggior parte degli uomini vede quel che è stato detto come qualcosa di assurdo, ridicolo, comico. Verrà però un tempo in cui sarà visto come naturale, proprio come il sistema copernicano fu visto all’inizio come una curiosità per diventare poi ovvio. Pure si sentirà che davvero l’antroposofia non intende essere in opposizione alla giusta scienza e a tutte le scienze del presente, e proprio le sensazioni sono quanto di più importante deve derivare dalla concezione antroposofica del mondo. Che cosa in sostanza essa vuol essere? La domanda dovrebbe risultare proprio da quel che ho esposto oggi in merito ai metodi antroposofici di ricerca: che cosa intende essere l’antroposofìa, anche rispetto alle altre scienze e alla vita universale umana? che cosa vuol essere in definitiva?

 

Se abbiamo qualcuno davanti a noi, vediamo il suo volto, la sua fisionomia, il suo incedere, i suoi movimenti e i suoi gesti, ma non siamo soddisfatti osservando solo il suo incedere, il suo volto e tutto il resto. Vediamo tutto ciò come il suo aspetto esterno, ma ne abbiamo una completa partecipazione solo aggiungendo all’aspetto esterno l’esperienza della sua parte spirituale-animica, della sua anima che traspare dal suo aspetto e dai suoi movimenti. Se comprendiamo giustamente le cose, anche nella scienza ufficiale abbiamo la fisionomia esteriore della natura e dell’essere umano. Come non si nega che l’uomo debba essere guardato con i sensi anche nella sua veste esteriore, quando se ne voglia sperimentare l’anima, così non bisogna negare che attraverso la scienza possa esser descritta e compresa la fisionomia della natura e dell’essere umano, ove si stimi valido che dietro a tutto ciò vi sia l’anima della natura, l’anima del cosmo.

 

Come quindi una persona sensata, riconoscendo l’anima di un uomo, non ne nega il suo corpo, il suo aspetto e la sua fisionomia, così l’antroposofo non nega la scienza ufficiale. Al contrario vi si inserisce appieno. Vorrebbe soltanto che come l’uomo ha l’anima entro il suo corpo fisico, anche la scienza avesse un’anima per l’ulteriore evoluzione dell’umanità. Stima che anch’essa abbia bisogno dell’anima. L’antroposofia non intende dunque opporsi allo spirito scientifico di oggi, ma vorrebbe diventarne l’anima per il futuro.

 

 

By | 2018-10-19T15:19:06+02:00 Luglio 24th, 2018|ANTROPOSOFIA|Commenti disabilitati su LA FILOSOFIA DELLA LIBERTÀ, PRIMO PASSO DELLA RICERCA ANTROPOSOFICA