La filosofia della libertà, primo passo della ricerca antroposofica

O.O. 82 – Cultura e antroposofia – 10.04.1922


 

Sommario: Comprensione e ricerca. La filosofia della libertà, primo passo della ricerca antroposofica. Morale e matematica. Trasformazione della vita del pensiero. Percezione e memoria. L’immaginazione. La coscienza vuota e il sano intelletto umano. Il corpo astrale e “l’innatalità”. Gli organi del corpo rispecchiano il mondo spirituale. Esercizi della volontà.

 

Quel che soprattutto disturba dell’antroposofia chi ancora non la conosce bene è che essa non solo parla di cose diverse da quelle cui si è abituati nella scienza e nella vita in genere, ma che ne deve parlare in un altro modo, in un’altra forma. In un certo senso meno di tutto le si perdona il suo modo di esprimersi, la sua forma diversa. Si comincia allora subito a valutare e criticare quel che l’antroposofia ha da dire in base a quel che si è abituati ad avere nella scienza e nella vita di oggi.

 

Quanto ora ho detto avviene soprattutto oggi in merito a ciò che ho da dire sul modo, sul metodo col quale l’antroposofia perviene ai risultati delle sue ricerche. Tali metodi sono del tutto diversi dai correnti metodi di osservazione e anche dagli abituali modi di pensare. Si è oggi abituati, quando si parla di metodi scientifici, che le cose siano chiarite grazie a quanto giunge dall’esterno: l’osservazione e gli esperimenti. Il metodo della ricerca risulta da come si tratta l’osservazione e l’esperimento.

 

Non è così per l’antroposofia, soprattutto quando si tratta delle sue stesse basi, e oggi intendo parlare proprio di esse. Certo, come risulta anche da quanto ho già esposto qui, quando l’antroposofia si occupa di singole scienze, ad esempio di matematica, fisica, chimica, biologia, i metodi della ricerca spirituale, dei quali parlerò oggi, hanno punti di contatto con i metodi sperimentali e di osservazione usati di solito nelle cliniche, nei laboratori o negli osservatori astronomici.

Oggi comunque ci occuperemo anzitutto delle basi e per così dire del modo per arrivare all’atteggiamento dell’anima grazie al quale sia possibile presentare al mondo i risultati antroposofici.

 

Il punto centrale è che nel campo dell’antroposofia si possono fare ricerche

solo quando il ricercatore abbia educato ulteriormente

le sue forze dell’anima e le sue forze conoscitive,

rispetto a come esse sono nella vita e nella scienza abituali.

 

Va sviluppata quella che vorrei chiamare modestia intellettuale e che può essere caratterizzata dicendo: si risalga col pensiero al tempo in cui si era bambini e si pensi alle oscure esperienze animiche della prima infanzia. Si dovrà ammettere che allora mancava la chiara visione sulla vita e sul mondo circostante che furono conquistate più tardi nella vita. Mancava ancora la capacità di orientarsi nel mondo, cose che si svilupparono poi.

 

Rispetto alla nostra giovinezza, a parte la corporeità, siamo del tutto cambiati in senso animico-spirituale. Dall’interiorità sono sbocciate capacità che ora servono nella vita e nella scienza. In base all’atteggiamento attuale dell’anima ci diciamo che di certo l’educazione e la vita misero in luce dall’infanzia ad oggi determinate capacità tratte dall’interiorità.

Ora siamo però esseri completi, ora abbiamo appunto quelle capacità, e con esse intendiamo conoscere il mondo, con esse vogliamo inserirci nel mondo come esseri attivi, con esse vogliamo anche giudicare i nostri impulsi religiosi e morali.

 

Non diciamo però che quanto è avvenuto nell’anima dall’infanzia fino ad ora potrebbe forse anche svilupparsi ulteriormente. Ci potremmo persino dire che sarebbe possibile sviluppare dalla nostra anima anche altre capacità. In piena coscienza allora diverremmo uomini con tutt’altre capacità animiche, distinguendoci forse dai nostri simili di oggi, come ci distinguiamo nel nostro presente atteggiamento animico da quello che avevamo nella fanciullezza.

 

Come ho detto occorre modestia intellettuale per dirsi in un certo momento della propria vita quello che ho appena caratterizzato, e poi anche per realizzarlo. Farlo cioè nella pratica in modo di cercare davvero di progredire, di estrarre dall’anima capacità nascoste allo scopo di un’ulteriore ricerca. Come avrebbero potuto infatti realizzarsi i risultati delle ricerche raggiunti dalla scienza di oggi, da dove verrebbero gli impulsi morali e religiosi che oggi abbiamo nella vita, se tutti avessero soltanto sviluppato l’atteggiamento animico che avevano nell’infanzia?

 

Così per la ricerca svolta dalla scienza dello spirito antroposofica è senz’altro necessario porsi seriamente nella prospettiva di voler estrarre dalla propria anima le capacità che oggi ancora vi sonnecchiano, come durante la fanciullezza vi sonnecchiavano le capacità che oggi sono manifeste.

 

Devo anche precisare che non tutti quelli che davvero intendono aderire alla ricerca antroposofica,

o che intendono essere attivi nel movimento,

debbano diventare ricercatori nel senso cui ho appena accennato.

 

Deve però intervenire quel che ho detto per raggiungere reali risultati.

Quando poi i risultati sono trasmessi al mondo, essi sono senz’altro accessibili al sano intelletto umano

e possono venir controllati, altrettanto bene quanto chi non è pittore può giudicare artisticamente un quadro.

 

Per comprendere l’antroposofia non è necessario

sperimentare tutto ciò che oggi intendo descrivere; lo è invece per la ricerca.

È necessario parlarne perché in un certo senso il ricercatore antroposofico

deve render conto al mondo e a chi lo circonda di come egli sia giunto ai suoi risultati.

 

Vorrei ora iniziare da un punto fondamentale da cui si può partire, volendo caratterizzare i metodi antroposofici di indagine.

In sostanza diciamo che per comprendere il metodo antroposofico di ricerca già il primo e più elementare assioma si trova nella mia Filosofia della libertà e anche in miei libri precedenti.

 

La filosofia della libertà fu pubblicata nel 1894 e in effetti fu scritta molto prima. Quelli che conoscono il libro saranno forse meravigliati che io faccia questa asserzione, ma pure è vero che la più elementare comprensione del metodo di ricerca antroposofico si può ricavare dalla Filosofia della libertà. La comprensione che se ne ha va tuttavia ulteriormente elaborata. In quel libro si trova soltanto il primo elemento, ma comunque lo si ritrova.

 

Nella Filosofia della libertà cercai di stabilire da dove in effetti provengano gli impulsi morali, gli impulsi etici dell’uomo. Poiché oggi volevo soltanto accennare a quel libro, cercherò di esprimermi in modo diverso da come è detto nel libro, collegandomi anche a quanto dissi qui nei giorni passati. Chi legga La filosofia della libertà troverà, come io credo, che vi domina uno spirito matematico, strano ma è così, in quanto essa tende in effetti a individuare l’impulso della libertà e gli impulsi morali. Il modo in cui in quel libro si cerca di parlare del mondo morale non si differenzia qualitativamente dall’atteggiamento animico che si ha quando si pratica la matematica.

 

Ho già parlato nei giorni scorsi di tale atteggiamento e mostrato come nell’attività matematica si crei con vivezza dalla nostra interiorità, come in un certo senso ci si dimentichi di sé e si dimentichi di aver attinto in noi stessi lo spazio matematico, come si viva poi nello spazio con la nostra immagine dello spazio. Ho detto anche che in un primo tempo, praticando la matematica, non ci interessano le nostre capacità umane e neppure molto il nostro atteggiamento animico. Vi sono anche poche persone al mondo che abbiano il giusto rispetto, se mi è consentita l’espressione, per la pratica della matematica. Il rispetto che aveva ad esempio un profondo, gentile e simpaticissimo poeta: Novalis.

 

Chi faccia agire su di sé le sue poesie ha l’impressione di un mirabile slancio lirico, di un illimitato entusiasmo, e che in lui tutto sia poesia dell’anima. Quando il magnifico lirico Novalis parla della matematica, dice press’a poco che in sostanza abbiamo nella matematica la più bella e potente poesia umana.

 

So quanto poco la gente sia disposta ad ammetterlo. Tuttavia, come ho detto, il gentile e profondo lirico Novalis sapeva, era anche matematico, che cosa si muove nell’anima quando non ci si limiti a risolvere solo meccanicamente problemi matematici, ma invece problemi relativi alla teoria delle funzioni, dei numeri o simili, o anche della geometria proiettiva; sapeva come l’anima si senta quando è rapita al punto da dimenticarsi di se stessa nello spazio.

 

È ora possibile una cosa, e cioè che, conoscendo l’atteggiamento animico della matematica, così ben descritto da Novalis, si riesca a mettersi in condizione di avere lo stesso atteggiamento e si acquisisca qualcosa del tutto diverso, vale a dire l’esperienza di impulsi morali; in altre parole, quando si riesca ad afferrare e sperimentare problemi morali con la stessa chiarezza e la stessa sicurezza interiore con le quali si risolve ad esempio il teorema di Pitagora, si sa che, avendoli afferrati, si è nel mondo spirituale soprasensibile e si dice che fluiscono allora nell’anima da quel mondo intuizioni morali con gli impulsi morali.

 

Sentendosi così entro il mondo morale con quell’atteggiamento animico, si sa di essere in un mondo soprasensibile che nulla ha a che fare con quello che si percepisce con i sensi. Ci si sente in un mondo nel quale anzitutto si sperimentano direttamente gli impulsi morali con la propria interiorità più profonda, nel quale ci si identifica in essi, nel quale gli impulsi diventano conoscenze intuitive, poiché appunto ci si identifica in essi.

 

Per quanto a lungo si guardi nel mondo dei sensi, per quanto si pensi acutamente, si osservi e si sperimenti, si sa anche che le intuizioni morali, che oso dire si scoprono nel mondo della matematica, non possono provenire dal mondo dei sensi, ma da quello soprasensibile. In altre parole che sono ispirate.

 

I veri e più profondi impulsi morali che possiamo ricevere nel contempo dal mondo soprasensibile

sono intuizioni che sono ispirate alla nostra anima.

Sebbene non siano visibili, non si presentino in immagini, pure sono presenti come le percezioni dei sensi.

Gli impulsi morali nella sfera del soprasensibile sono presenti come le percezioni dei sensi lo sono nella sfera sensibile.

Per meglio dire sono immaginazioni.

 

Chi, nel mondo in cui veniva sperimentata la matematica anche da Novalis, ha scoperto l’elemento morale sa che esso si presenta in quell’ambito, che si presenta a uomini del tutto lontani dal mondo dei sensi come intuizioni che in pari tempo sono ispirazioni e immaginazioni.

In breve, mentre dunque si cerca di acquisire dal mondo soprasensibile una base morale per la vita umana, si apprende anche come l’anima debba fare le sue esperienze se intende essere nel mondo soprasensibile.

Ho già spiegato come tutto ciò fosse diverso per gli uomini che seguivano la pratica yoga o che sperimentavano la via della grammatica, della retorica, della dialettica e così via.

 

Va detto che per l’uomo moderno la via migliore è sapere come sia possibile uscire dal corpo sensibile

e vivere in un puro mondo spirituale per inserirsi nel mondo soprasensibile,

nel modo che cercai di indicare nella mia Filosofia della libertà.

 

So che molti non sono soddisfatti di questo modo di entrare nel mondo spirituale, perché in quel mondo si presentano in un primo tempo solo le verità morali che di preferenza si accolgono come comandamenti, come fatti convenzionali.

Ora però non vorrei parlare oltre della Filosofia della libertà, ma limitarmi alle elementari questioni di metodo.

Quando però si sia appreso a conoscere questo speciale modo di essere nel mondo soprasensibile, si è spronati a procedere e a cercare se non sia possibile anche per altri settori della vita penetrare nel mondo soprasensibile, rispetto a quello sensibile.

 

A poco a poco si arriva così a vedere che veramente sono possibili metodi dell’interiore evoluzione animica che conducono lungo il cammino per scorgere anche tutto il cosmo e la conoscenza umana interiore, nello stesso modo col quale si vedono gli elementi morali nel senso della Filosofia della libertà; in questo caso ancora non si vuol magari ammettere che si tratti sempre del mondo soprasensibile, se non si accetta la questione proprio dal suo fondamento.

Comunque i metodi grazie ai quali si sale per altri settori al mondo soprasensibile consistono nello sviluppare le normali forze dell’anima che si hanno nella vita corrente e si usano nella scienza ufficiale.

Per caratterizzarle in modo astratto, tali forze sono quelle del pensare, del sentire e del volere.

 

• Noi di solito le distinguiamo, ma nella vita unitaria dell’anima esse non sono separate in modo altrettanto preciso. Si dovrebbe anzi dire che quando si parla del pensare, delle rappresentazioni, ci si riferisce a una capacità dell’anima nella quale ad esempio sono anche inseriti il sentire e il volere, ma in cui vi è soprattutto il pensare. Nel volere di nuovo vi è soprattutto volere, ma vi sono anche pensieri. Nelle singole capacità dell’anima viene dunque indicata solo quella più evidente, ma sotto la superficie si può dire che vi sono anche le altre.

 

Ciò diventa specialmente importante quando si tratta dell’ulteriore formazione,

dell’evoluzione anzitutto della capacità del pensare, della forza dei pensieri.

 

In merito occorre aver ben chiaro come nella vita corrente e nella scienza ufficiale

ci si rapporti verso le cose che ci circondano e verso noi stessi.

Si hanno percezioni sensorie attraverso gli occhi, le orecchie o in altro modo.

Viviamo con una certa intensità interiore nelle percezioni dei sensi,

e formiamo poi rappresentazioni su quanto abbiamo percepito.

Ci stacchiamo poi dalle cose che abbiamo percepito.

Nella rappresentazione ci rimane un’immagine di quel che viveva nella percezione dei sensi.

 

Si pensi però quanto debole e vago sia il pensiero, la rappresentazione

rispetto a ciò che avevamo sperimentato con grande vivezza nella percezione sensoria.

Le rappresentazioni che si collegano alle percezioni sono deboli e vaghe.

 

Nella vita e nella scienza siamo abituati a lasciar parlare le percezioni dei sensi

e ad abbandonarci passivamente ad esse,

affinché risveglino in noi le rappresentazioni che rendono durevole in noi quanto avevamo percepito con i sensi.

Dopo molto tempo o anche per tutta la vita siamo poi in grado, con più o meno precisione,

di riprendere come ricordo, dai sostrati dell’anima o di tutto il nostro essere,

quel che avevamo sperimentato con i sensi.

 

Noi possiamo anche far sorgere in noi dal ricordo, dalla memoria,

le rappresentazioni che si ricollegano alle nostre percezioni e che rispetto a queste ultime sono appunto deboli e vaghe.

Sperimentiamo interiormente nella vita del pensiero ciò che avevamo percepito esteriormente con i sensi,

lo sperimentiamo di nuovo attraverso la memoria.

 

Occorre avere ben chiaro che tutta la vita corrente, anche quando ci occupiamo della scienza, si svolge in questo modo per quanto riguarda il pensare, che ci abbandoniamo alla vivezza delle percezioni sensorie, che abbiamo poi deboli e vaghe rappresentazioni e che tuttavia siamo in grado di ripescare nel ricordo dalla nostra interiorità le impressioni che avevamo ricevuto da fuori.

 

In genere la nostra vita interiore

non è al massimo che una rappresentazione più o meno trasformata, metamorfosata,

delle percezioni esterne.

 

Oggi non mi occuperò della profonda natura della memoria, perché vorrei descrivere come possano essere sviluppate ulteriormente le rappresentazioni che ho prima caratterizzato. Lo possono se non si fa sì che il pensare si ricolleghi soltanto alle percezioni dei sensi, ma si pensi con i metodi che nei miei libri L’iniziazione e La scienza occulta ho chiamati meditazione o concentrazione, il nome non ha importanza. Nei libri ricordati si trova descritto nei particolari come si possa procedere. Vorrei ora indicarne l’aspetto fondamentale.

 

Mentre di solito si hanno pensieri perché ci si abbandona passivamente alle percezioni

o al risonare delle esperienze che si fanno risorgere nei ricordi,

per diventare ricercatori antroposofici dello spirito si cerca per interiore scelta,

come lo si è appreso nella matematica per risolvere appunto problemi matematici,

in modo cioè del tutto cosciente e non in uno stato sognante o allucinato

(perché ciò sarebbe il contrario di quel che oggi descrivo) di dedicarsi al pensare in piena consapevolezza,

imparando a fermarsi su rappresentazioni che si è scelto di inserire nella propria coscienza.

 

È senz’altro bene porre nel punto centrale della propria coscienza delle rappresentazioni possibilmente semplici e non tali da far sperimentare cose nebulose e mistiche; tali appunto da poterle vedere nel loro complesso. Importante non è la rappresentazione che si è scelta, ma l’attività dell’anima che ora si sviluppa nel meditare.

 

Si tenga presente che tenendo in continuazione teso un muscolo, usandolo per il lavoro, esso si rafforza. Lo stesso avviene per la forza animica del pensare, quando ci si concentri sempre di nuovo sulle rappresentazioni poste al centro della propria coscienza; a volte gli esercizi durano anni, ma anche un tempo più breve, a seconda della disposizione individuale.

 

La forza del pensare diviene così sempre più forte e alla fine raggiunge un punto nel quale ci si può dire:

• “Ora sono in condizione di avere le mie rappresentazioni altrettanto vive quanto lo sono le impressioni dei sensi, notando bene che non ho allucinazioni o illusioni. Esse si presentano infatti in modo inconscio, mentre io vivo ora in interiori rappresentazioni tanto vive quanto lo sono di solito le percezioni sensorie; vivo però in esse con piena coscienza e non con un atteggiamento sognante dell’anima, mistico-nebuloso, che è presente nelle allucinazioni e nelle visioni”.

 

Deve infatti essere un atteggiamento matematico dell’anima nel quale si vive con un’esperienza interiore dovuta a sole rappresentazioni, come la si ha quando ci si abbandona alle percezioni dei sensi. Per dirlo un’altra volta, si confronti la vivezza e l’intensità delle percezioni dei sensi a ciò che altrimenti si sperimenta, pallido e incerto nei pensieri.

 

Come però ho detto,

in questo modo si impara sempre più ad essere interiormente vivaci con i soli pensieri scelti,

come di solito lo si è quando si è sollecitati da un’impressione sensoria.

•  Non si hanno allora più pensieri pallidi e incerti, ma pensieri interiormente vivi.

La forza animica del pensare si è rinvigorita.

Si è sollecitata una nuova forza dall’interiorità della propria anima.

 

Il pensare si è rafforzato, e poiché lo si è rafforzato

si è raggiunto il primo gradino della conoscenza soprasensibile.

Nei miei libri l’ho chiamata conoscenza immaginativa.

Si è raggiunto il gradino dell’immaginazione.

Questo gradino, avendo ora un pensare vivo, ci mostra che si aggiunge qualcosa al pensare corrente.

 

Riallacciamoci ancora una volta alla vita usuale dei sensi e al pensare corrente. Oggi percepiamo qualcosa, siamo ben vivi nella percezione e ce ne facciamo una pallida e vaga rappresentazione. Magari dopo una settimana, sollecitati da qualcosa o anche per libera scelta, come si dice, quella rappresentazione risorge dalla memoria. Detto banalmente, proviene da noi. Che io abbia avuto in precedenza l’esperienza dei sensi è la causa per cui in seguito la stessa rappresentazione risorge di nuovo nel ricordo dall’interiorità del mio essere.

 

Ora però, fatti gli esercizi, sono in grado di avere nella mia coscienza pensieri rafforzati: li chiamo pensieri immaginativi perché si presentano con la vivezza e l’intensità di immagini, perché sono veramente come immagini sensorie, sebbene siano soltanto pensieri.

 

Ma come può sorgere un ricordo dal mio essere,

se avevo pensato a un’esperienza esterna e non sorge se non l’avevo pensata, per quanto a lungo la fissi

così, avendo io nell’anima un pensiero che ora è rafforzato,

sorge dal mio essere qualcosa che dapprima sembra un ricordo, ma che appunto non lo è.

 

Sorge qualcosa che non è una reminiscenza di un’esperienza sensibile proveniente da fuori,

ma che emerge dalla mia interiorità e mai prima avevo percepito.

Se così posso esprimerlo: come di solito salgono i ricordi dalle esperienze usuali,

così, grazie alla forza del pensare rinvigorito, sale ora dall’interiorità qualcosa che mai prima avevo visto.

Molto presto riuscirò anche a conoscere ciò che si presenta.

 

Progredendo nella meditazione, cerco di portare una sempre maggiore precisione in ciò che sale dall’interiorità,

e alla fine arrivo a vedere che cos’è.

• Vedo cioè che quel che così sale sono io stesso, quale mi sono evoluto sulla terra dal momento della mia nascita.

 

Di solito abbiamo solo la corrente dei ricordi dei quali alcuni salgono e altri rimangono nell’inconscio.

Ora non intendo questi ricordi; sono quelli che salgono anche alla coscienza usuale.

Quelli che ora salgono, richiamati dall’interiorità dalla forza del pensare rinvigorito,

non sono soltanto pensieri, pensieri mnemonici;

è qualcosa che mi conduce molto più in profondità nell’interiorità del mio essere

che non la forza del ricordo.

 

• È qualcosa che per così dire mi guida in strati più profondi della mia interiorità

di quanto non lo facciano i pensieri mnemonici.

• È qualcosa che mi mostra come io abbia impiegato le qualità animiche che avevo da bambino

per strutturare plasticamente il mio organismo, cominciando dal cervello.

• È ciò che mi mostra come più avanti nell’infanzia

abbia dato forma plasticamente alla mia interiorità con l’aiuto della facoltà del linguaggio.

 

In breve, mi si presenta davanti all’anima la mia vita interiore

in un grande e poderoso quadro che mai prima avevo visto.

• Quel che ora mi si presenta davanti all’anima non è però soltanto un’immagine; prego di prenderne nota.

Non è un’immagine, ma qualcosa da cui riconosco, comprendendolo,

che è collegato con le mie forze di crescita, con ciò che cresce in me,

con le forze di nutrimento, di circolazione e di respirazione viventi in me,

è un corpo interiore e soprasensibile rispetto al corpo fisico.

 

Imparo cioè a conoscere un secondo uomo in me tanto da potermi dire:

• tu hai il tuo corpo che occupa uno spazio, che ha braccia, piedi, testa e quant’altro;

è un corpo nello spazio.

• Quello che ora scopri grazie alla tua meditazione, alla conoscenza immaginativa,

è un organismo che vive nel tempo, non nello spazio, è un organismo temporale.

All’uomo di oggi è piuttosto difficile parlare di un simile organismo temporale.

Esso però esiste davvero in noi come un secondo uomo, ed è anche lecito chiamarlo organismo.

 

Quando si sia avanti con gli anni, come è nel mio caso, si arriva infatti a sapere di avere una determinata configurazione animica. Quella che ora si porta in sé è forse in relazione con l’altra che si aveva a cinque o sei anni. Come la mia mano sinistra nel mio organismo spaziale è ad esempio in relazione con una determinata parte del mio cervello nell’organismo spaziale, e come il cervello spaziale esiste affinché le singole parti siano in relazione fra loro, così nel tempo e non nello spazio le singole parti dell’organismo spaziale sono in relazione fra loro.

Io porto in me il mio organismo temporale.

 

Nei miei libri l’ho chiamato corpo eterico o corpo delle forze formative, ed è appunto un organismo temporale.

È la prima cosa che scopriamo lungo la via della ricerca immaginativa.

Vediamo la nostra vita terrena fino a quel momento nelle sue interiori forze creative e soprasensibili.

Non speculiamo su una forza vitale, ma vediamo la nostra vita terrena fino a quel momento

come un quadro interiore organizzato, come un organismo temporale, come il corpo delle forze formative.

 

Più antiche concezioni non del tutto coscienti di queste cose, che le presagivano in modo istintivo, essendone in qualche modo presaghe, chiamavano corpo eterico quel corpo temporale, il corpo delle forze formative.

Non importa la denominazione, ma che cosa vada inteso con queste cose.

 

Nel corpo eterico abbiamo una realtà, una realtà temporale in sé,

•  e nessuno è in grado di comprendere la struttura dell’essere umano se non capisce il corpo eterico.

Significativo del corpo eterico è che quando arriviamo a vedere spiritualmente la nostra vita terrena

fino a quel momento nel quadro, che è il corpo delle forze formative,

si cessa anche di distinguere fra soggettivo e oggettivo.

 

Possiamo descrivere schematicamente il corpo eterico o corpo delle forze formative che portiamo in noi e che è il corpo del tempo fluente, ma dobbiamo essere coscienti che nell’istante in cui lo descriviamo esso scorre via.

 

Si può descrivere il corpo eterico tanto poco quanto si riesce a farlo per il lampo.

Si dipinge solo un istante che viene fissato.

Va comunque tenuto presente che dipende dal corpo delle forze formative come noi siamo.

 

Nel momento in cui ci è chiaro come il corpo eterico sia in noi un corpo di forze

(e ignorandone la struttura non è possibile conoscere l’essere umano), si nota

• che le stesse forze, attive appunto nel corpo etericocompenetrano anche il mondo,

• che soggettivo e oggettivo cessano di avere importanza,

• che il corpo delle forze formative è collegato col grande scorrere del tempo nell’uni