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LA NATURA INTERIORE DEL PENSARE

La natura interiore del pensare

O.O.2 – Linee fondamentali di una gnoseologia (C-10)


 

Accostiamoci al pensare ancora di un passo. Finora abbiamo considerato soltanto la posizione del pensiero rispetto al restante mondo dell’esperienza. Siamo giunti al riconoscimento che esso occupa nel campo dell’esperienza una posizione privilegiata, che vi rappresenta una parte centrale. Ora lasciamo questo da una parte, e limitiamoci qui alla sola natura interiore del pensare. Investighiamo il carattere proprio, indipendente, del mondo del pensiero, per apprendere come un pensiero dipenda dall’altro; come i pensieri stiano in mutua relazione tra loro. Solo da questo ci risulteranno i mezzi per ottenere la risposta alla domanda: che cosa è in genere il conoscere?

 

Ovvero con altre parole: che cosa significa il formarci dei pensieri intorno alla realtà?

che cosa vuol dire interpretare il mondo per mezzo del pensare?

Qui dobbiamo mantenerci liberi da qualsiasi preconcetta opinione.

 

Preconcetto sarebbe il voler presupporre che il concetto (pensiero) sia l’immagine, dentro la nostra coscienza, per mezzo della quale noi perveniamo alla spiegazione di un oggetto situato al di fuori della coscienza. Di questo e di altri simili presupposti non vogliamo parlare qui. Noi prendiamo i pensieri come li troviamo. Se e quale rapporto essi possano avere con altre cose, è proprio ciò che vogliamo investigare; non può quindi essere presupposto come punto di partenza. Appunto l’opinione citata sul rapporto tra concetto e oggetto è molto frequente. Si definisce spesso il concetto come il riflesso spirituale di un oggetto che sta fuori dello spirito; si dice che i concetti devono riprodurre l’immagine delle cose, trasmettercene una fotografia fedele. Spesso, quando si parla del pensare, si ha in mente soltanto questo rapporto presupposto. Non si tenta quasi mai di percorrere una volta il regno dei pensieri dentro il suo proprio dominio, per vedere che cosa ne risulti.

 

Qui vogliamo investigare questo dominio come se fuori dei suoi confini non esistesse più nulla, come se il pensiero fosse la realtà totale. Prescindiamo per un momento dà tutto il resto del mondo.

Che si sia trascurato di farlo negli studi di gnoseologia che si appoggiano su Kant è stato funesto alla scienza. Quest’omissione ha dato alla scienza l’impulso verso una direzione totalmente opposta alla nostra. Questa tendenza scientifica, per sua natura, non potrà mai comprendere Goethe. È anti-goethiano, nel vero senso della parola, il partire da un’affermazione che non troviamo nell’osservazione, ma che noi stessi introduciamo nell’osservato.

 

Questo si fa appunto se a base della scienza si pone l’opinione che tra il pensare e la realtà, tra l’idea e il mondo, esista il rapporto indicato. Si agisce nel senso di Goethe soltanto se ci si approfondisce nella vera e propria natura del pensiero stesso e si osserva poi quale rapporto risulti quando il pensare, conosciuto nella sua essenza, vien messo in relazione con l’esperienza.

 

Goethe segue dovunque la via sperimentale nel senso più rigoroso; prende anzitutto gli oggetti come sono, e cerca di penetrare la loro natura, tenendo completamente a parte ogni opinione soggettiva; poi provoca le condizioni nelle quali gli oggetti possono entrare in reciprocità d’azione, e attende i risultati. Goethe cerca di dare alla natura l’occasione di far valere le sue leggi in condizioni particolarmente caratteristiche che egli stesso produce; le dà per così dire la possibilità di enunciare da sé le sue leggi.

 

Come ci appare il nostro pensare considerato in sé?

È una molteplicità di pensieri che, nei modi più diversi, sono contessuti e organicamente collegati l’imo all’altro.

Pure questa molteplicità, se la penetriamo sufficientemente da ogni lato, forma un’unica unità, un’armonia;

tutte le sue parti hanno relazione tra loro, esistono l’una per l’altra; l’una modifica l’altra, la limita, ecc.

• Non appena il nostro spirito si rappresenta due pensieri correlativi,

tosto osserva che veramente essi confluiscono in uno;

nella sfera dei suoi pensieri, trova dovunque reciproche relazioni;

questo concetto si unisce a quello, un terzo ne chiarisce o ne sostiene un quarto, ecc.

 

Così per esempio troviamo nella nostra coscienza il pensiero « organismo »; se passiamo in rassegna le nostre rappresentazioni, ne troviamo un altro: « sviluppo regolato da leggi, crescita ». Tosto ci si palesa che questi due pensieri hanno relazione tra loro, che rappresentano soltanto due lati della medesima cosa. Così è di tutto il nostro sistema di pensiero.

 

Tutti i singoli pensieri sono parte di un gran tutto

che noi chiamiamo il nostro mondo di concetti.

 

Se un singolo pensiero mi si presenta nella coscienza, io non mi acquieto finché non l’ho messo in armonia col resto dei miei pensieri. Un concetto isolato, separato dal resto del mio mondo spirituale, mi è del tutto insopportabile; siccome mi rendo conto che esiste un’armonia interiormente fondata di tutti i pensieri, che il mondo del pensiero è un mondo unitario, l’isolamento di un singolo pensiero mi appare innaturale, non vero.

 

Quando arriviamo alla convinzione che tutto il nostro mondo di pensiero ha il carattere di una perfetta concordanza interiore, ce ne deriva quell’appagamento del quale il nostro spirito ha sete. Allora ci sentiamo in possesso della verità.

 

Mentre vediamo la verità nella generale concordanza di tutti i concetti dei quali disponiamo, ci si affaccia questa domanda: eppure, prescindendo da tutta la realtà visibile, dal mondo dei fenomeni che cadono sotto i sensi, ha il pensiero anche un suo proprio contenuto?

 

Non ci rimane forse il vuoto assoluto, un puro fantasma,

se pensiamo ogni contenuto sensibile messo in disparte?

 

Che sia così, è un’opinione molto diffusa, sicché dobbiamo considerarla un po’ più da vicino. Come già sopra abbiamo notato, spesso si pensa tutto il sistema dei concetti solo come una fotografia del mondo esterno. Certo si ammette che il nostro sapere si svolga nella forma del pensare, ma si richiede da una « scienza rigorosamente obiettiva » che prenda il suo contenuto solo da fuori. Il mondo esterno deve fornire la materia che fluisce nei nostri concetti. Senza quella, questi sarebbero vuoti schemi privi di ogni contenuto.

 

Se il mondo esterno venisse a mancare, i concetti e le idee non avrebbero più senso, perché esistono per ragion sua.

Quest’opinione si potrebbe chiamare la negazione del concetto;

infatti, dato il caso, esso per l’obiettività non avrebbe più alcuna importanza; sarebbe un’appendice di quella.

 

Il mondo esisterebbe in completa perfezione anche se non esistessero concetti,

poiché essi non gli aggiungono nulla di nuovo, nulla contengono che già non vi fosse senza di loro.

Esistono soltanto perché il soggetto conoscente vuole servirsene

per avere in una forma ad esso conveniente quello che già esiste altrimenti.

Per il soggetto conoscente sono soltanto trasmettitori di un contenuto di natura non concettuale.

Tale è l’opinione corrente.

 

Se essa fosse fondata, dovrebbe essere giusta una delle tre seguenti premesse:

1 — Che il mondo concettuale stia col mondo esterno in un rapporto

che si limita a renderne l’intero contenuto in un’altra forma.

Qui, dicendo mondo esterno, s’intende il mondo dei sensi. Se così fosse, veramente non si vedrebbe in genere la necessità di sollevarci al di sopra del mondo dei sensi, visto che in questo già sarebbe data la totalità del conoscere.

2 — Che il mondo concettuale accolga come suo contenuto solo una parte del « fenomeno sensibile ».

Prendiamo un esempio: Noi facciamo una serie di osservazioni; scopriamo gli oggetti più svariati, e intanto osserviamo che date note che scopriamo in un oggetto, sono già state altra volta da noi osservate. Il nostro occhio esamina per esempio una serie di oggetti A, B, C, D, ecc.

 

A ha le note: p q a r;

B ha le note: l m b n;

C: k h c g

D: p u a v

 

In D ritroviamo le note a e p che già avevamo trovato in A.

Contrassegniamo tali note come essenziali.

E in quanto A e D hanno in comune le note essenziali, li denominiamo simili.

Così noi riuniamo poi A e D, fissando nel pensiero le loro note essenziali.

 

Qui abbiamo un pensiero che non coincide interamente col mondo sensibile, al quale dunque non si può attribuire la inutilità di cui abbiamo parlato più sopra, e che però è altrettanto lontano dall’aggiungere al mondo sensibile del nuovo.

Di fronte a ciò si deve dire anzitutto: per riconoscere quali caratteri siano essenziali in un oggetto, occorre già una certa norma che ci renda possibile distinguere l’essenziale dal non essenziale.

 

Questa norma non può trovarsi nell’oggetto, poiché questo contiene l’essenziale e il non essenziale in un’indivisa unità; la norma deve dunque essere contenuto vero e proprio del nostro pensare.

Però quest’obiezione non rovescia ancora interamente l’opinione citata.

 

Si può infatti qualificare come ingiustificata la supposizione che questo o quello sia essenziale o non essenziale per una cosa; si può dire che questo non c’importa, che se noi scopriamo in diversi oggetti taluni caratteri identici, e in seguito a ciò designiamo gli oggetti come simili, non si vuol dire che questi caratteri simili siano anche essenziali. Però quest’opinione presuppone qualcosa che non si verifica. In due oggetti dello stesso genere non vi è nulla di veramente comune se ci si attiene soltanto all’esperienza dei sensi. Un esempio lo chiarirà; l’esempio più facile sarà il migliore perché si potrà meglio abbracciare nel suo insieme. Guardiamo questi due triangoli.

 

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Che cosa hanno di veramente uguale, se ci fermiamo all’apparenza dei sensi? Nulla.

Ciò che hanno di uguale, cioè la legge secondo la quale sono formati, la quale fa sì che essi cadano entrambi sotto il concetto « triangolo », noi la otteniamo soltanto se oltrepassiamo l’esperienza dei sensi. Il concetto triangolo abbraccia tutti i triangoli. Non giungiamo ad esso mediante la semplice osservazione di tutti i singoli triangoli. Questo concetto rimane sempre il medesimo, per quante volte io possa rappresentarlo, mentre a stento mi riuscirà di vedere due volte lo stesso « triangolo ».

Gli elementi per i quali un singolo triangolo è « questo », pienamente determinato, e non altri, non hanno nulla a che fare col concetto. Un determinato triangolo non è questo determinato triangolo perché corrisponde a quel concetto, ma per elementi che stanno del tutto all’infuori del concetto: la lunghezza dei lati, l’ampiezza degli angoli, la disposizione ecc. È però ugualmente inammissibile di affermare che il contenuto del concetto triangolo sia preso a prestito dal mondo obiettivo dei sensi, quando si vede che questo suo contenuto non si trova in nessun fenomeno sensibile.

 

3 — Una terza premessa è ancora possibile.

 

Il concetto potrebbe pur essere il mediatore

per la comprensione di entità che non sono percepibili ai sensi

e che nondimeno hanno un carattere poggiante su se stesso.

 

In tal caso il carattere di quelle entità sarebbe il non concettuale contenuto della forma concettuale del nostro pensare. Chi ammette siffatte entità esistenti al di là dell’esperienza e ci attribuisce la possibilità di conoscerle, deve pur necessariamente vedere nel concetto l’interprete di tale conoscenza.

 

Mostreremo ancora particolarmente l’insufficienza di quest’idea; qui vogliamo soltanto rilevare che ad ogni modo essa non parla contro la sostanzialità del mondo concettuale, perché, se gli oggetti del nostro pensare fossero al di là di ogni esperienza e al di là del pensare, quest’ultimo dovrebbe più che mai avere in sé il contenuto sul quale si fonda. Non potrebbe davvero pensare sopra oggetti dei quali non si trovasse traccia entro il mondo del pensiero.

 

Ad ogni modo è chiaro che il pensiero non è un recipiente vuoto di contenuto,

ma che, meramente preso per sé, è pieno di contenuto,

e questo suo contenuto non si può identificare con quello di altre forme di manifestazione.

 

 

By | 2018-07-16T19:42:17+02:00 Luglio 16th, 2018|PENSARE|Commenti disabilitati su LA NATURA INTERIORE DEL PENSARE