La nuova iniziazione va dalla conoscenza del cosmo a quella dell’uomo attraverso la porta delle forme, della vita e della coscienza

O.O. 187 – Come ritrovare il Cristo – 27.12.1918


 

Con i vani concetti cosiddetti scientifici moderni la gente crede che l’uomo sia quello che sempre è stato: lo è un moderno francese, o un inglese o un tedesco, come lo era l’antico egizio. Ma questa è una vera sciocchezza, per una conoscenza reale.

Infatti se l’antico egizio penetrava nel profondo di se stesso, secondo le regole dell’iniziazione, egli vi trovava qualcosa che l’uomo d’oggi non può trovarvi, perché è scomparso, perché non vi è più.

All’uomo è andato perduto qualcosa che egli poteva trovare ancora nei tempi precristiani, e in parte anche là dove nei primi tempi cristiani sopravviveva l’atteggiamento spirituale greco.

Questo è dunque scomparso dalla natura umana; l’organizzazione umana è oggi differente da quella che era nei tempi antichi.

 

La cosa si può esprimere anche diversamente: nei tempi antichi, se l’uomo penetrava a fondo in se stesso, trovava certo il proprio io, anche se oscuramente senza poterlo afferrare in chiari concetti.

Ciò non contraddice l’affermazione che in un certo senso l’io ebbe origine solo col cristianesimo.

Anche se oscuramente, e non in concetti pienamente coscienti, l‘uomo trovava dunque il suo io.

• Come coscienza attiva l’io nacque solo col cristianesimo, ma l’uomo poteva trovarlo anche prima.

 

Infatti nell’uomo antico, dopo la nascita, permaneva qualcosa del vero, del reale io umano.

All’obiezione: ma come, l’uomo d’oggi non può dunque trovare il proprio io?,

bisogna proprio rispondere: no, non può trovarlo.

 

• Il vero io subisce per così dire un arresto quando si nasce.

• Quello che noi sperimentiamo come nostro io, ne è soltanto un’immagine riflessa dell’io prenatale.

In effetti si sperimenta solo un riflesso dell’io, e soltanto in modo del tutto indiretto noi sperimentiamo qualcosa dell’io reale.

 

Quello di cui trattano gli psicologi è solo un riflesso, un’immagine speculare che sta all’io vero come la nostra immagine nello specchio sta a noi stessi.

L’io reale, che poteva essere trovato nell’epoca dell’antica chiaroveggenza atavica e fino ai primi tempi cristiani, oggi non si trova nell’uomo che osserva la propria entità, in quanto essa è connessa col corpo.

 

• L’uomo sperimenta qualcosa del proprio io solo indirettamente,

• quando entra in relazione con altri uomini e il karma va compiendosi.

 

Quando veniamo a trovarci di fronte a un altro essere umano e si svolge fra lui e noi qualcosa che fa parte del nostro karma, allora penetra in noi parte dell’impulso proveniente dal vero io.

È invece solo un’immagine riflessa quello che di solito chiamiamo il nostro io.

 

Nel nostro quinto periodo di civiltà postatlantico l’uomo si prepara a sperimentare l’io, sotto un aspetto diverso, nel prossimo sesto periodo,

• proprio grazie alla sua attuale esperienza dell’io come mera figura riflessa.

Sperimentare l’io come immagine riflessa è proprio la caratteristica del tempo dell’anima cosciente,

• e serve da preparazione al periodo del sé spirituale, quando l’io verrà sperimentato in modo ancora diverso.

• Solo che lo si sperimenterà diversamente da come lo si vorrebbe oggi!

 

Oggi l’uomo vorrebbe definire il proprio io (che egli sperimenta solo come immagine) in ogni altro modo che non quello in cui esso gli si presenterà nel futuro sesto periodo postatlantico.

In avvenire gli uomini saranno meno inclini a certe infatuazioni mistiche che oggi ancora avvengono, e per le quali credono di trovare il proprio io immergendosi voluttuosamente nella propria interiorità, e giungendo fino a chiamarlo « il divino io ».

Dovranno invece abituarsi a scorgere l’io solo nel mondo esterno.

 

Si verificherà il fatto singolare che ogni altra persona in cui ci imbattiamo e che abbia qualcosa a che fare con noi, avrà col nostro io un rapporto più stretto di ciò che si trova rinchiuso nella nostra pelle.

 

In tal modo l’uomo procede verso un’epoca di socialità, per cui in avvenire potrà dire a se stesso:

• il mio io si trova in tutti quelli che incontro, assai più che qua dentro.

 

• In quanto vivo tra nascita e morte come uomo fisico, io ricevo il mio io da ogni parte, ma non da ciò che si trova racchiuso entro la mia pelle.

 

Questa condizione (che deve apparirci tanto paradossale) va preparandosi oggi indirettamente, se si impara a sentire quanto poco noi ci troviamo davvero entro quell’immagine riflessa che chiamiamo il nostro io.

 

Ho menzionato giorni fa come si possa pervenire alla verità, esaminando obiettivamente la propria biografia e chiedendosi di che cosa si sia debitori a questa o a quella persona nel corso della propria vita.

Si finirà per dissolversi negli influssi provenienti dagli altri, e si troverà ben poco in ciò che si dovrebbe considerare come il proprio io (il quale, come si è detto, non è che un’immagine riflessa).

Ci si potrebbe esprimere paradossalmente dicendo che nei tempi in cui si svolse il mistero del Golgota, l’uomo venne per così dire svuotato al suo interno, divenne una cavità.

 

• È importante imparare a conoscere l’impulso del mistero del Golgota, considerandolo nel suo rapporto col diventare « cavo » dell’uomo.

 

Se si parla della realtà, occorre rendersi conto che in qualche modo ha da essere occupato il posto  che prima l’uomo poteva ancora trovare, mettiamo nei misteri egizio-caldaici.

Quel posto veniva allora ancora in parte occupato dall’io reale che oggi invece si arresta quando l’uomo nasce o almeno nei primissimi anni dell’infanzia, quando se ne ha ancora un barlume.

Quel posto venne occupato dall’impulso di Cristo.

 

 

 

Gli uomini di prima del mistero del Golgota avevano in sé qualcosa che come ho detto poteva essere trovato grazie all’iniziazione (rosso nel disegno).

Dopo il mistero del Golgota, gli uomini non lo avevano più in sé (blu), ne erano per così dire svuotati: il posto vuoto viene preso dall’impulso del Cristo che si immerge negli uomini (lilla).

 

L’impulso-Cristo non va dunque considerato solo come una dottrina, come una teoria, bensì come qualcosa di reale.

Solo chi comprende veramente la possibilità di tale immersione, nel senso dell’iniziazione antica, comprende il significato del mistero del Golgota in modo conforme alla sua intima verità.

Oggi infatti l’uomo non potrebbe diventare, così senz’altro, un « Cristoforo », nel senso dell’antica iniziazione regale egizia.

Lo diventa però senz’altro, in quanto il Cristo si immerge in quella specie di vuoto che vi è in lui.

 

Il grande significato del mistero del Cristo si mostra dunque nella perdita di significato degli antichi princìpi misteriosofici, dei quali ho detto (anche nel mio libro II cristianesimo come fatto mistico) che quanto in passato veniva vissuto nelle profondità dei misteri, e che faceva dell’uomo un « Cristoforo», è stato ormai collocato sul vasto piano della storia universale e si compie come un fatto esteriore. Questo è appunto il « fatto ».

Se ne potrà però dedurre anche che da quei tempi antichi il principio stesso dell’iniziazione ha dovuto subire una trasformazione, perché oggi non è più possibile trovare ciò che gli antichi misteri si proponevano di cercare nell’uomo.

 

La scienza moderna non ha di che andare tanto fiera, se considera l’uomo d’oggi, di qualunque paese sia, alla pari dell’egizio antico, ammesso che sia in grado di conoscerlo.

Dell’uomo essa non prende neppure in considerazione ciò che in lui è essenziale.

Dopo tutto, perfino l’aspetto esteriore si è modificato un poco da quei tempi antichi, ma ciò che è essenziale va descritto come l’abbiamo fatto oggi.

Da tale descrizione risulta però anche la necessità che si modifichi il principio dell’iniziazione.

 

Che cosa dovrebbe cercare l’uomo odierno, se volesse solo seguire all’antica maniera l’antica massima « Conosci te stesso »?

che cosa conseguirebbe, se conoscesse e applicasse a se stesso tutte le descrizioni dei riti e delle procedure dei misteri antichi?

Egli non troverebbe più quello che si trovava in seno ai misteri egizi.

 

Quel che si diventava al quarto grado, egli oggi potrebbe compierlo inconsciamente, ma non potrebbe comprenderlo.

Anche se percorresse tutte le vie e partecipasse a tutte le cerimonie che nel passato conducevano fino al « Cristoforo », egli non potrebbe in questo modo mettersi di fronte al Cristo con comprensione.

Invece l’uomo antico, se iniziato, lo poteva: diventava realmente un « Cristoforo ».

 

Nel corso dell’evoluzione terrestre è in realtà accaduto che l’uomo abbia perduto la possibilità di ricercare in se stesso

l’entità che poi divenne la luce del mondo.

 

Se cercasse nello stesso modo, l’uomo d’oggi scoprirebbe in sé una cavità vuota.

Nel corso degli eventi non è però senza significato neppure la perdita di qualcosa: si diventa diversi da prima.

 

Estendendo ulteriormente l’immagine che ho proposto, adesso l’uomo porta con sé nel mondo quella specie di cavità interiore: cosa che a sua volta conferisce particolari facoltà.

Quanto è vero che certe capacità antiche sono andate perdute, altrettanto vero è pure che proprio per effetto di quella perdita ne sono state acquisite di nuove, ed esse possono essere sviluppate come all’antico modo lo potevano le facoltà antiche.

In altre parole, la via che si percorreva dalla « porta dell’uomo » fino alla « porta della morte » oggi si deve percorrere in modo differente.

Questo è connesso con quanto ho detto: gli Spiriti della personalità assumono un carattere nuovo; con questo è essenzialmente connessa la nuova iniziazione.

 

• In un certo senso nell’evoluzione dell’umanità avvenne una pausa per quanto concerne l’iniziazione.

Soprattutto nel secolo diciannovesimo l’uomo se ne era molto allontanato.

Soltanto verso la fine del secolo scorso si ripresentò di nuovo la possibilità di avvicinarsi alla vera iniziazione vivente.

Essa va preparandosi, ma si svolgerà in modo del tutto diverso da quella antica che ho oggi descritto in una determinata prospettiva, allo scopo di preparare una comprensione più approfondita del cristianesimo.

 

La ricerca di un quid di essenziale nel mondo esteriore, che in passato riusciva del tutto vana,

diventa possibile proprio per effetto di quella specie di svuotamento interiore.

 

Ciò si verificherà sempre più, e già oggi è possibile fino a un certo grado, mediante vie di conoscenza come quelle descritte nel mio libro L’iniziazione .

Oggi è possibile ottenere di penetrare più profondamente nel mondo esteriore con le stesse forze dell’anima, purché le si impieghi nel modo giusto con cui si osserva il mondo esterno.

 

La scienza non lo fa: si accontenta di giungere solo fino alle cosiddette leggi di natura che sono solo astrazioni. Se si prende conoscenza della letteratura corrente, dove ai concetti scientifici viene data una tinta filosofica, si può constatare che in genere chi parla di queste cose, sotto il mantello filosofico o sotto il cappelluccio filosofico non sa quali siano i rapporti fra le leggi naturali e la realtà. Si giunge sì fino alle leggi di natura, ma esse rimangono concetti astratti, idee astratte.

Una personalità come Goethe cercò di andare oltre le leggi naturali; l’aspetto notevole di Goethe e del goetheanismo, così poco compreso, è proprio lo sforzo di andare al di là delle leggi naturali, fino alla configurazione della natura, alle forme. Perciò egli creò proprio una morfologia in senso più alto, una morfologia spirituale.

Egli tentò di attenersi non a ciò che risulta ai sensi, bensì a ciò che va formandosi; a ciò che non risulta ai sensi, ma si nasconde nelle forme.

 

Oggi possiamo quindi veramente parlare di qualcosa di parallelo all’antica « porta dell’uomo », cioè di una « porta delle forme naturali ».

Un lontano precursore di questa visione è Jakob Bòhme; prendendo le mosse dalla caotica mistica medievale, egli parlò a modo suo, in un linguaggio ancora un po’ oscuro, delle sette forme della natura. Ma in Bòhme l’idea non è certo ancora molto chiara, né molto ampia.

L’iniziazione moderna dovrà però accostarsi sempre più alle forme che si evidenziano nelle forme sensibili esteriori, come qualcosa che va oltre ciò che è temporale-spaziale.

 

Ho spesso ricordato un colloquio fra Goethe e Schiller, svoltosi dopo una conferenza del naturalista Batsch. Schiller disse a Goethe che il Batsch aveva sviluppato un modo molto frammentario di considerare il mondo. Certo, non era frammentario come quello proposto dagli scienziati odierni, ma Schiller lo trovava molto arido. Goethe disse che si poteva certo considerare anche una diversa concezione della natura: disegnò con pochi tratti caratteristici la metamorfosi delle piante e la pianta primordiale. Schiller replicò di non riuscire a comprenderlo: disse che quella non era un’esperienza (intendeva una cosa che si trova nel mondo sensibile), ma un’idea; rimaneva cioè nell’astrazione. Goethe replicò: se questa è un’idea, per me va bene; vuol dire che vedo le mie idee con gli occhi!

Egli intendeva dire che quella non era un’idea che ci si forma solo interiormente; ciò che aveva disegnato esisteva per lui realmente, anche se non lo si può vedere con gli occhi, come i colori.

• Questa è vera forza plasmatrice: una forza soprasensibile presente negli oggetti sensibili.

Goethe non sviluppò certo molto a fondo questa sua intuizione.

 

In altra occasione dissi che la vera comprensione delle ripetute vite terrene rappresenta la diretta prosecuzione della goethiana metamorfosi delle piante e degli animali, da lui svolta solo in modo elementare.

Goethe considera il petalo colorato come una foglia trasformata, e l’osso piatto del cranio come una vertebra dorsale trasformata.

Era un inizio: se lo si porta avanti, secondo lo stesso modo di considerare le cose, si perviene fino alle forme, appunto fino alla « porta delle forme », cioè a una conoscenza immaginativa delle forme naturali.

Si giunge allora non solo a osservare le ossa del cranio, che sono vertebre trasformate, ma a prendere in considerazione l’intero cranio umano.

Si arriva a scoprire che l’intera testa dell’uomo è la figura umana trasformata della vita precedente, pensata però senza la testa.

 

Il resto del nostro corpo, prescindendo dalla testa, si trasferisce certo nella terra, per quanto concerne la sua parte materiale; ma le sue forme soprasensibili attraversano l’esistenza fra la morte e una nuova nascita, e diventano la testa nella nuova incarnazione.

Abbiamo cioè nell’uomo la metamorfosi nella sua massima manifestazione. Basta non dar retta alle apparenze.

 

Naturalmente si può obiettare: ma come, il corpo del defunto viene inumato o bruciato: come dunque potrebbe trasformarsi in testa?

Questa obiezione si fonda appunto sull’apparenza, nel senso moderno. Volendo attenersi a tale parvenza, ci si comporta come quelli che mettono in evidenza un certo passo di Shakespeare: là dove, per disperazione, Amleto dice che in un qualsiasi campione di polvere può essere presente la polvere terrestre di Giulio Cesare, e sono magari presenti in un cane qualsiasi gli atomi che un tempo erano presenti nel corpo di Cesare.

Ragionando in tal modo non si segue affatto la via che prende anche l’organismo fisico, sia che venga sotterrato, sia bruciato. Quella metamorfosi ha proprio luogo, è  proprio che soltanto il capo scompare veramente dalla Terra, in quanto si perde nell’universo; ciò che invece costituisce il corpo nell’incarnazione attuale (eccettuata la testa) si trasforma, e lo si ritrova come testa nell’incarnazione successiva: è ineluttabile.

 

Ma non occorre affatto pensare alla  m a t e r i a ; neppure ora siamo costituiti dalla stessa materia di cui eravamo formati sette anni fa.

 Bisogna pensare alla  f o r m a che va incontro a una metamorfosi, alla forma mutata.

Questo rappresenta un primo gradino, come lo era per gli antichi la « porta dell’uomo »: è la « porta delle forme ».

Se poi si è afferrata vivamente la porta delle forme, si può passare per la « porta della vita »: qui non si tratta più di forme, ma di gradazioni di vita, di elementi di vita.

Questo corrisponderebbe oggi al secondo grado di quell’antica iniziazione regale egizia di cui ho parlato prima.

 

Il terzo equivale all’antico ingresso nella « porta della morte », ed è l’iniziazione ai diversi tipi di  coscienza.

Fra la nascita e la morte l’uomo conosce infatti solo un tipo di coscienza, ma esso non è che uno fra sette.

Con questi diversi tipi di coscienza bisogna comunque fare i conti, se si vuole davvero comprendere il mondo.

 

Si tenga presente che nel mio libro La scienza occulta delineai la successione di quelle tre condizioni: le riferivo all’evoluzione universale. Vi si trovano le diverse forme di coscienza chiamate Saturno, Sole, Luna, Terra e così via, appunto le sette forme di coscienza. In ognuno di quei gradini (uno dei quali è la Terra) l’uomo passa per uno dei tipi di coscienza; egli passa per sette diversi gradini di coscienza, e su ognuno di essi (quindi su Saturno, Sole, ecc.) passa per sette gradini di vita, e in ognuno di questi ultimi per sette gradini di forma.

 

Sono forme anche i sette periodi di civiltà che descriviamo come il paleo-indiano, il paleo-persiano, l’egizio-caldaico, il greco-romano, il nostro attuale, e così via.

A questo livello viviamo nella « porta delle forme »: il parlare di quei periodi (o forme) di civiltà equivale alla « porta dell’uomo »,

e dal mondo delle forme possiamo formarci rappresentazioni su quelle successive civiltà.

A ogni gradino di vita se ne hanno sette; quando parliamo di gradini di vita si tratta delle sette epoche, una delle quali è ad esempio la nostra post-atlantica che si suddivide nei sette periodi di civiltà (il paleo-indiano, il paleo-persiano, e così via).

Adesso ci troviamo al quinto gradino di vita, che è seguito a quello atlantico, a quello lemurico, e così via.

 

Questi sette gradini di vita esistono affinché noi possiamo raggiungere lo stato di coscienza che abbiamo oggi.

Esso però ebbe origine dall’antica coscienza lunare,e questa a sua volta dalla coscienza dell’antico Sole.

Da ognuna di queste incarnazioni planetarie l’uomo ricava una di quelle forme di coscienza; la più perfetta la conseguirà nell’evoluzione chiamata Vulcano.

Si è visto così come attraverso i tre successivi segreti dei gradi l’uomo possa acquistare uno sguardo d’insieme sull’universo.

Da questa conoscenza del mondo egli può poi a sua volta acquistare conoscenza dell’essere umano; e da quest’ultima nasce la possibilità di comprendere il mistero del Golgota.

 

Oggi abbiamo accennato solo ad alcuni elementi utili a questa comprensione. Abbiamo almeno potuto comprendere perché ad esempio il mistero del Golgota cada nel quarto periodo (o forma) di civiltà post-atlantico della quinta epoca (o periodo di vita), e perché esso si compì sulla Terra. Nel ciclo di conferenze tenuto un anno fa a Lipsia esposi in che modo il mistero del Golgota si andò preparando qui sulla Terra.

Ma tutto ciò che è necessario per la comprensione del mistero del Golgota risulta dai princìpi della nuova iniziazione.

 

• L’antica iniziazione procedeva essenzialmente dalla conoscenza dell’uomo a quella del mondo,

• mentre la nuova iniziazione ritorna alla conoscenza dell’uomo partendo da quella del mondo.

 

Così stanno le cose, caratterizzate dal punto di vista dell’iniziazione: questo è uno degli aspetti, ma dall’altro lato se ne mostra l’immagine riflessa.

 

• Per conquistare quella conoscenza del mondo, occorre prima prendere le mosse da una nuova conoscenza dell’uomo.

 

Ne parlai pochi giorni fa; e bisogna parlarne in modo del tutto diverso se ci si riferisce al tempo antico o ai tempi nuovi.

• Nell’antichità si perveniva mediante la conoscenza dell’uomo al risultato di una conoscenza del mondo.

Teoricamente si potrebbe dire che l’uomo passava per un certo processo vitale, compiuto il quale ne risultava una conoscenza del mondo; per effetto di ciò l’uomo poteva procedere nella sua coscienza dalla conoscenza del mondo e poi trarne conclusioni riferite all’uomo stesso.

• Se oggi si prendono le mosse dalla conoscenza del mondo, passando per forma, vita e coscienza, come è esposto nella mia Scienza occulta, si perviene essenzialmente alla conoscenza dell’uomo.

In fondo, scompaiono tutti gli altri aspetti della conoscenza della natura, e si apre la comprensione dell’essere umano.

 

• È anche solo grazie all’acquisizione della conoscenza del mondo che come ho detto diventa comprensibile l’uomo, inteso come entità a triplice struttura: quella dei nervi e dei sensi, quella ritmica e quella del ricambio.

Partendo poi dall’uomo si può nuovamente trapassare alla conoscenza del mondo.

Queste non sono contraddizioni: realtà come quelle descritte si trovano ad ogni passo, se si vuol penetrare nel mondo della verità. Se si è in cerca di una dogmatica, queste « contraddizioni » non possono servire perché sono scomode. Se proprio la si cerca, la si potrà trovare da diverse parti, ma essa non offrirà mai comprensione della realtà, bensì solo qualcosa su cui giurare, se proprio lo si vuole.

 

Se invece si vuol conoscere la realtà, bisogna rendersi conto che essa deve venire descritta in diverse prospettive.

Secondo il criterio della vita, l’uomo antico doveva procedere dal mondo all’uomo, l’uomo moderno dall’uomo al mondo.

Per la conoscenza invece l’uomo antico andava dall’uomo al mondo, quello moderno dal mondo verso l’uomo, e ciò è necessario.

Questo risulta certo assai scomodo per l’uomo moderno, ma oggi ogni cosa deve affermarsi al prezzo del passaggio attraverso un’« oscillazione », attraverso l’insicurezza cui abbiamo accennato.

 

Ricordiamoci che nel secondo grado della iniziazione regale egizia l’iniziando veniva a trovarsi in un’oscillazione, in una rotazione. Se oggi qualcuno, attraverso il gradino delle forme, aspira seriamente a penetrare in quello della vita, deve essere disposto a un’esperienza nella quale si dica: per quanto belli possano essere i concetti che mi offre questa o quella confessione religiosa, io non perverrò mai alla realtà, se non sarò capace di mettermi dinanzi anche il concetto opposto.

 

Ho già messo in evidenza che il mistero del Golgota