//////LA VITA SPIRITUALE NEL MONDO FISICO E LA VITA FRA MORTE E RINASCITA

LA VITA SPIRITUALE NEL MONDO FISICO E LA VITA FRA MORTE E RINASCITA

La vita spirituale nel mondo fisico e la vita fra morte e rinascita.

O.O. 157a – Formazione del destino e vita dopo la morte – 16.11.1915


 

Sommario: La vita spirituale nel mondo fisico e la vita fra morte e rinascita. Nel presente si pongono problemi in merito al mondo spirituale. L’uomo come microcosmo e la conoscenza del mondo spirituale. La vita fra morte e rinascita e la breve vita terrena. La corrente ereditaria all’ingresso nella vita terrena. La continuità della coscienza dell’io. L’ordine della vita dopo la morte. La conservazione della coscienza dell’io nella visione a ritroso della vita. Il rafforzamento dell’io per il dopo-morte. Il sonno e il kamaloka. La memoria nel post-mortem e il sonno. Il carattere della vita dopo la morte per coloro che muoiono giovani. Come aiutano chi si sta per incarnare. La loro forte aspirazione spirituale. Il significato della morte di tanti giovani nell’evoluzione spirituale dell’umanità.

 

Poiché dopo una lunga assenza, con mio grande piacere mi è di nuovo dato di essere qui, desidero dedicare le tre conferenze di questa settimana anzitutto alle conoscenze del mondo spirituale che sono in una connessione più vicina o più lontana con ciò che ci deve occupare e toccare riguardo agli importanti e profondi eventi del presente. Non parleremo degli eventi stessi, ma dei problemi enigmatici e angoscianti relativi al destino umano e universale che sono legati in tutte le anime e in tutte le sensazioni con quegli eventi. Ci occuperemo del destino ulteriore delle anime umane al quale esse sono sottoposte nell’esistenza universale alla quale la scienza dello spirito è anche indirizzata e che non si esaurisce nell’esistenza terrena e materiale. In questi tempi sentiamo molto vicino il battere alla porta attraverso la quale passa l’essere umano quando abbandona il corpo terreno in un modo qualsiasi.

 

A ciò siamo spinti, a ciò guarda l’essere umano quando ha bisogno di un conforto superiore, di una sorgente di forza più profonda di quanto non possano essere il conforto e le sorgenti di forza che esistono soltanto nella vita materiale. Nel nostro tempo la voce del mondo spirituale batte migliaia di volte al nostro cuore, anche a quelli il cui cuore non intende penetrare nel mondo spirituale, sebbene anche per loro il cuore sia una finestra verso il mondo spirituale. Il mondo spirituale batte nel nostro tempo con chiarezza migliaia di volte a quelle finestre, ed è evidente che dobbiamo di nuovo riassumere in una particolare prospettiva ciò che possiamo sapere del mondo spirituale.

 

Dovrà subito ammettere l’esistenza di un mondo spirituale chi sia uscito dai più limitati pregiudizi del materialismo, e intendo i pregiudizi in base ai quali in genere si nega l’esistenza di un mondo spirituale. Un po’ più avanzato è lo sguardo di coloro che non ne negano l’esistenza, ma stimano soltanto che con i mezzi umani nulla si riesca a saperne. Se cioè non si rimane alla limitata prospettiva materialistica del primo tipo, e a seguito della vita si è maturati ad ammettere almeno l’esistenza di un mondo spirituale (ed è senz’altro possibile arrivarci, solo che non si intenda negare la capacità di conoscerlo), si dovrà pensare che il sapere che si riesce ad acquisire e i risultati che si raggiungono nella vita grazie al mondo materiale sono insignificanti rispetto alla grande ricchezza nel mondo spirituale che è dietro a quello fisico-sensibile.

 

Certo, nel nostro tempo esistono grette anime materialistiche che vogliono considerare tutto l’essere umano in limiti tanto ristretti da vedere l’uomo solo un poco più evoluto dell’animale, ma comunque del tutto inserito entro l’evoluzione animale. Vi sono certo persone simili, ma diverranno anche sempre meno perché, come abbiamo spesso visto, già la scienza ufficiale non favorisce pregiudizi del genere.

Quando poi si inizi ad ammettere che nell’essere umano vi è ancora qualcosa che supera la sua natura visibile, si potrà molto presto arrivare alla conoscenza di quanto gretto e limitato sia ciò che abbraccia il mondo fisico-sensibile rispetto alla grandezza e alla potenza di tutto l’universo.

Guardando poi all’uomo stesso e divenendo coscienti di che cosa viva e possa vivere in lui, si potrà dire che per quanto ampio sia il mondo spirituale e grande la sua ricchezza, pure l’uomo è in sé una specie di microcosmo. Per quanto poco si ritenga di conoscerlo, nel suo essere vi è tutta la ricchezza del mondo spirituale.

 

Se anche rimane nascosta per la concezione sensibile la profondità dell’anima nella quale vi sono le parti più profonde del mondo spirituale, pure esse esistono nell’essere umano. L’uomo non consiste soltanto del suo corpo fisico, non è solo il concorso di forze e sostanze esteriori fisiche, ma è il risultato di tutto il mondo, è un vero microcosmo. Molto di quanto facciamo, molto di quanto cerchiamo è destinato a renderci chiaro nei particolari in che senso l’uomo sia il risultato del mondo spirituale e quanto davvero in lui siano da cercare non soltanto le forze di questa terra, ma di tutto il cielo, si potrebbe dire.

 

Quando una volta si sia stati afferrati da questo pensiero, sarà anche chiaro che con il sapere corrente si conosce in sostanza pochissimo dell’essere umano. Con tale sapere si conosce qualcosa delle leggi della natura, lo si acquisisce nella vita fra nascita e morte. Solo però che ci si sia un poco approfonditi nella scienza dello spirito (non perché se ne è un seguace, ma soltanto perché ci si pongono domande sulla vita) già si saprà che volendo conoscere l’uomo ci si deve rivolgere a qualcosa di ben diverso dal poco sapere conseguibile fra nascita e morte con i mezzi esteriori del corpo, con i sensi usuali e con l’intelletto legato al cervello.

 

Colleghiamo ora questi pensieri con un altro, col pensiero che per così dire attraversa come un filo rosso tutte le nostre considerazioni: il pensiero delle ripetute vite terrene. Chi si è un poco occupato della nostra concezione del mondo, nel pensiero delle ripetute vite terrene avrà anzitutto notato che il tempo che noi trascorriamo fra nascita e morte è relativamente breve rispetto a quello che passiamo nel mondo spirituale fra morte e nuova nascita. Nelle più diverse prospettive abbiamo detto che di regola il tempo che trascorriamo fra una morte e una nuova nascita è molto più lungo rispetto a quello relativamente breve nella vita fisica fra nascita e morte.

 

Fra i due pensieri ricordati vi è una relazione: come il poco sapere e i pochi frutti di vita che riusciamo a raggiungere qui fra nascita e morte stanno alla ricchezza spirituale dei mondi ai quali l’uomo è legato, così sono in relazione fra loro il breve tempo fra nascita e morte e il lungo periodo fra morte e nuova nascita.

Dalle molte considerazioni che abbiamo svolto risulta infatti che è compito dell’anima umana fra morte e nuova nascita acquisire conoscenze e forze del tutto diverse da quelle che si conseguono qui nella vita fisica. Si può veramente dire che quando entriamo nella vita fisica terrena, che quando discendiamo dal mondo spirituale e ci incarniamo nel corpo che ci dà la linea ereditaria dei nostri antenati, fa parte del nostro compito avere tutte le forze e tutte le loro sottili ramificazioni di cui abbiamo bisogno per organizzare il nostro corpo.

Il corpo che riceviamo è nato dai nostri genitori e ad esso si unisce il nostro essere spirituale-animico che prima aveva trascorso molto tempo nel mondo spirituale fra morte e nuova nascita. Se in generale fosse giustificato fare un’altra ipotesi anche solo per un attimo, si potrebbe vedere che cosa si diventerebbe usando soltanto le forze dell’ereditarietà, le forze che sono proprie della sostanza che ci viene trasmessa dai genitori; si vedrebbe allora che con quelle forze non diventeremmo quelli che siamo. Nelle forze che costituiscono il nostro essere fisico, in quelle sostanze, in quel complesso di organi, nella forma che riceviamo dai genitori dobbiamo riversare l’anima che portiamo con noi e farne la personalità individuale che siamo. Come ho detto è un’ipotesi sciocca, ma è lecito farla per chiarire qualcosa: pensiamo soltanto che cosa saremmo se potessimo essere soltanto come siamo nati dai nostri genitori!

 

Prescindiamo per ora dal karma, prescindiamo dal fatto che ovviamente nasciamo in una determinata famiglia, e guardiamo soltanto all’ereditarietà fisica. Come uomini saremmo tutti uguali, avremmo tutti lo stesso generico carattere fisico umano! Che ognuno sia un individuo ben determinato, che noi qui presenti siamo tanti individui, è perché il generico modello umano è stato cesellato fin nelle più piccole articolazioni dall’individualità spirituale che proviene dal mondo spirituale e si inserisce in quel che ci viene dato dal padre e dalla madre. Come occorre avere le dita per afferrare un oggetto del mondo fisico, come occorre vederlo per riuscire ad afferrarlo, come cioè occorre avere gli organi e anche aver imparato ad usarli (il bambino infatti non riesce ad afferrare un oggetto e deve prima impararlo), così occorre apprendere ad unirsi a tutti i singoli organi che costituiscono fisicamente il nostro organismo.

 

Certo, abbiamo “in generale” le orecchie, ma udiamo in modo individuale, abbiamo “in generale” gli occhi, ma vediamo in modo individuale. Per gli organi esterni ciò è percepibile ancora relativamente poco, ma il fenomeno risulta ben più evidente per il comportamento interiore umano. Dobbiamo quindi inserire la nostra entità spirituale-animica in tutti gli organi strutturati in modo generico, dobbiamo strutturarli in modo del tutto individuale, dobbiamo conoscere le forze e i moti interiori animico-spirituali per strutturare individualmente le orecchie, il naso, gli occhi, il cervello e in genere tutti gli organi avuti per ereditarietà. In altre parole, quando entriamo nel mondo fisico con la nascita dobbiamo avere conoscenze, e non soltanto conoscenze, ma pratiche possibilità per usare tutta la meravigliosa costruzione umana, della quale conosciamo davvero poco dalla scienza ufficiale. Ad esempio dobbiamo conoscere tutta la fine struttura del cervello, perché dobbiamo organizzarlo interiormente. Dobbiamo conquistarci tutta la pratica spirituale animica, tutto quanto ci rende possibile essere uomini in un corpo umano fra nascita e morte. Proprio come dobbiamo acquisire abilità nella vita, così dobbiamo acquisire fra la morte e una nuova nascita la capacità di arrivare ad essere uomini nella vita fisica.

 

Queste cose vanno considerate e ci devono essere chiare. Potremo così anche farci un’idea di che cosa non riusciamo a sapere solo con le conoscenze fisiche sull’essere umano, e che cosa invece possiamo sapere con l’altra conoscenza che in pratica acquisiamo fra morte e nuova nascita.

Sappiamo però anche che tutto quanto acquisiamo fra morte e rinascita è costruito su quanto abbiamo fatto nostro nelle vite terrene precedenti. Come quindi in un certo senso la nostra vita fisica è regolata qui fra nascita e morte, così anche lo è la nostra vita fra morte e rinascita. Entriamo nella vita fisica si direbbe mezzo addormentati, come in sogno, da bambini piccoli. All’inizio non elaboriamo la memoria, e impariamo solo in seguito a svilupparla. Se tuttavia osserviamo con precisione, troviamo che nel tempo in cui sviluppiamo la memoria raggiungiamo determinati adattamenti al mondo esterno.

 

All’inizio il bambino va a carponi e impara anche ad afferrare. In quel tempo si acquisiscono alcune cose, sistematicamente, e si impara anche molto, più di quanto di solito si osserva. Inoltre ogni periodo della vita trascorre in modo che il successivo è basato su quello precedente. Anche qui fra nascita e morte la vita umana nel suo svolgersi si forma non solo in base alla costruzione corporea. Allo stesso modo è regolata la vita fra morte e nuova nascita. Sarà sufficiente porci davanti all’anima singole cose che conosciamo da tempo per vedere come è regolata quella vita.

 

Abbiamo spesso sottolineato

che per avere un’idea del nostro io nella nostra vita animica per l’esistenza fisica,

un’idea che non si interrompa dopo che si è stabilita a due, tre o quattro anni di età,

dobbiamo tornare al punto fino al quale risalgono i nostri ricordi.

 

In persone nelle quali il filo dell’io per così dire si interrompe, interviene un disturbo nell’equilibrio animico. Esistono persone del genere e ho già fatto presente che esse hanno una grave malattia mentale. Avviene che una persona sia d’improvviso strappata dal legame con il suo io: non si ricorda più della vita vissuta fino ad allora. Va magari alla stazione e compera un biglietto verso una località qualsiasi. L’intelletto gli funziona bene, e in tutte le stazioni intermedie fa tutto quanto è necessario in modo corretto, ma non ricorda più ciò che era stato prima. La sua vita interiore arriva fino al punto in cui aveva deciso di acquistare un biglietto e di fare il viaggio; viaggia nel mondo, e l’intelletto è del tutto in ordine. Arriva poi un momento in cui sa di nuovo di essere “lui”; prima la vita dell’anima era scomparsa per quanto riguarda la memoria. L’intelletto è in ordine, ma la memoria è spenta. L’io è cioè strappato, e il soggetto soffre di una grave malattia mentale.

 

Conobbi un tale, in una posizione relativamente elevata, che fu colpito d’improvviso da quella malattia. Dopo aver dimenticato del tutto chi fosse, ebbe di colpo l’impulso a viaggiare. Viaggiò infatti alla cieca per il mondo da un posto all’altro, e si ritrovò a Berlino in un ospizio per senza tetto. Là ritornò in sé: tu sei chi sei! Il tempo intermedio era vissuto in modo ragionevole, ma non si accordava con il rimanente della sua vita. La malattia lo colpì una seconda volta, e in seguito si suicidò in uno stato di coscienza in cui la memoria si era di nuovo staccata dall’io.

 

Come nella vita fra nascita e morte l’io deve essere un filo ininterrotto,

e in nessun momento della vita diurna deve essere spezzata la possibilità

di ricordare tutto quanto si svolse dall’istante della fanciullezza al quale si risale con la memoria,

così deve anche essere nella vita fra morte e rinascita.

 

Anche allora dobbiamo sempre avere la possibilità di conservare il nostro io.

Tale possibilità ci viene data

perché i primi periodi dopo la morte si svolgono appunto come spesso li abbiamo descritti.

 

Il primissimo periodo dopo la morte

si svolge in modo da avere davanti a sé la vita appena trascorsa come in un grande quadro.

• Durante alcuni giorni si vede la propria vita trascorsa,

ma sempre in modo che tutta sia per così dire presente contemporaneamente.

• La si ha davanti a sé come in un grande panorama.

 

Osservando tuttavia con maggiore precisione, risulta che quei giorni,

col loro sguardo a ritroso sulla vita passata, hanno già per così dire una certa sfumatura particolare.

• In un certo senso si osserva la vita in quei giorni dal punto di vista dell’io,

si vede in particolare tutto ciò a cui l’io fu partecipe.

• Intendo dire che si osservano i rapporti che si sono avuti con qualcuno,

ma li si vedono nella connessione in cui si è coscienti dei frutti che ci sono derivati dal rapporto con quella persona.

 

Non si vede cioè la cosa in modo molto obiettivo, ma tutto quanto diede frutti per noi stessi.

Ci si vede sempre nel punto centrale, ed è infinitamente necessario,

perché da quei giorni, in cui si vede che cosa è diventato fecondo per noi,

scaturisce la forza interiore che è necessaria in tutta la vita fra morte e rinascita

per poter conservare il pensiero dell’io.

 

Si ha infatti la forza di poter conservare l’io fra morte e nuova nascita

grazie a quanto si è osservato dell’ultima vita; da questo deriva in effetti tale forza.

Devo ancora sottolineare in modo speciale, anche se qui l’ho già detto,

che il momento della morte ha uno straordinario significato.

 

La morte, più di ogni altra cosa, ha due aspetti del tutto diversi fra loro.

• Vista da qui, dal mondo fisico, essa ha senza dubbio molti aspetti tristi e dolorosi.

È però così, perché qui la si osserva solo da un lato; quando si è morti, la si vede dall’altro.

Allora essa è l’evento di maggior soddisfazione e il più perfetto che in genere si sperimenti, perché là è un fatto vivo.

 

• Mentre qui la morte è la prova, anche per le nostre sensazioni e i nostri sentimenti,

di come sia caduca ed effimera la vita fisica umana,

• vista dal mondo spirituale essa è appunto la prova che lo spirito è sempre vittorioso

su tutto quanto non è spirituale, che lo spirito è sempre vita, vita imperitura mai estinta.

La morte è appunto la prova che in realtà essa non esiste, che è maya e parvenza.

• In questo vi è la grande differenza

fra la vita dalla morte a una nuova nascita,  e la vita qui fra nascita e morte.

 

Pensiamo che nessuno sia in grado di ricordare la propria nascita con i normali mezzi fisici di conoscenza.

Nessuno è in grado di dimostrare per sua esperienza la propria nascita, perché non l’ha vista.

La propria nascita è qualcosa che non può essere visto qui nella vita fisica;

è posta prima del momento dal quale ci si ricorda.

La nascita non ci è mai presente.

 

Invece la morte, e in questo si differenzia dalla nascita nel suo significato dopo la morte,

appare sempre all’occhio spirituale come il massimo, il più vitale, importante e perfetto evento

nel periodo fra morte e rinascita.

La morte è infatti ciò grazie a cui conserviamo la coscienza dell’io dopo la morte.

 

E come qui, nella nostra vita fisica, ci è impossibile ricordarci della nostra nascita,

così in tutto il tempo che trascorriamo nel mondo spirituale, nella vita fra morte e rinascita,

è necessario e naturale che sempre sia presente al nostro sguardo spirituale-animico

il momento in cui lo spirito si libera dal corpo.

 

Dalla morte infatti, rispetto a quanto abbiamo sperimentato qui,

fluisce la forza di cui abbiamo bisogno per sentirci un io.

 

Si vorrebbe dire che se non potessimo morire, non riusciremmo assolutamente a sperimentare un io spirituale.

Dobbiamo infatti alla circostanza di morire fisicamente la possibilità di sperimentare un io spirituale.

Questa è la situazione per il nostro io.

Esso viene rafforzato perché sperimentiamo i primi giorni dopo la morte in cui siamo ancora nel corpo eterico.

 

Poi il corpo eterico viene deposto,

e si sperimenta a ritroso la vita che possiamo chiamare

il passaggio dell’anima umana nel mondo delle anime,

una vita che è già più lunga di quella breve, di soli pochi giorni, che segue immediatamente la morte fisica.

 

Esiste un’opinione molto diffusa

secondo la quale chi è in grado di vedere nel mondo spirituale riesce subito a vedere tutto. L’ho spesso corretta.

• Nulla rende tanto modesti quanto la vera veggenza nel mondo spirituale, perché vi si può guardare a lungo,

ma scoprire i singoli fatti di quel mondo richiede davvero un lunghissimo lavoro con le forze del mondo spirituale;

è certo un pregiudizio credere che chi vede nel mondo spirituale

sia subito in grado di dare informazioni su tutto.

• Come qui nel mondo fisico si scoprono le cose a poco a poco, di epoca in epoca,

così è anche per la vita spirituale: anche là le cose si indagano a poco a poco.

 

Desidero ora toccare un punto che potrà essere importante per qualcuno dei presenti, e cioè proprio l’assoluta concordanza dei singoli fatti spirituali, quando vengono a poco a poco indagati, concordanza che si ripresenta sempre di nuovo e che può essere una prova, anche per chi ancora non vede nel mondo spirituale, della giustificazione di ciò che con un’onesta indagine si scopre in quel mondo.

Nella mia Scienza occulta ho indicato in diverse prospettive i periodi più o meno lunghi della vita fra morte e nuova nascita.

Vi è tuttavia un altro punto di vista che ora vorrei indicare e del quale ancora nulla dissi nella Scienza occulta per una ragione che ora non voglio nascondere affinché si possa rilevare che qui si pratica la scienza dello spirito in modo serio e leale: per la semplice ragione che allora non lo conoscevo e che solo più tardi lo potei scoprire.

 

Vi è cioè una certa connessione

tra la vita spirituale che può essere sviluppata qui sul piano fisico

e la vita spirituale fra morte e nuova nascita.

 

Sappiamo che svolgiamo la vita qui sul piano fisico fra veglia e sonno, che da un lato nello stato di veglia abbiamo una completa coscienza e che per la generalità della gente vi è uno stato di incoscienza nel tempo che intercorre fra l’addormentarsi e lo svegliarsi.

Da quanto ho esposto nel mio libro L’iniziazione sappiamo anche che la vita del sonno può essere illuminata dalla coscienza, che è possibile guardare in ciò che avviene fra l’addormentarsi e il risvegliarsi.

Quando si arrivi a conoscere meglio la vita che qui fra nascita e morte passiamo nel sonno, si apprende veramente un’enorme ricchezza della vita. Vi è infatti una grande ricchezza della vita umana, per la normale esistenza, nello stato di incoscienza fra l’addormentarsi e il risvegliarsi. Avvengono moltissime cose.

Ciò che molto presto colpisce nella vita di sonno

è che essa è molto più attiva della vita fra lo svegliarsi e l’addormentarsi.

 

Durante il sonno siamo nell’io e nel corpo astrale, e abbiamo per così dire fuori di noi il corpo fisico e quello eterico. Certo anche la vita quotidiana è molto attiva, per alcuni anche attivissima. Essa ci appare tanto attiva perché in effetti non teniamo gran che conto di tutti i momenti di passività che contiene. Se davvero tutto nella vita quotidiana dovesse avvenire per nostra iniziativa, ci meraviglieremmo molto di come tutto sarebbe diverso. Pensiamo un momento: ci alziamo tutte le mattine, non arriviamo alla decisione di alzarci, ma lo facciamo per abitudine. Davvero non si arriva a una precisa conoscenza di che cosa significhi dipendere a tal segno da tutto l’ordinamento del mondo, trascorrere determinati periodi in uno o in un altro stato della propria vita, alternati come un pendolo in modo ritmico; a tutto questo non pensiamo: si svolge interamente secondo abitudini.

 

Cerchiamo anche di riflettere a quanto avviene in modo che per così dire si attraversi la vita come automi. Si arriverà così a conoscere quanto grande sia la parte passiva nella vita di veglia, e quanto invece di attivo vi sia nella vita fra l’addormentarsi e il risvegliarsi. Là vi è piena attività, moltissima attività. Interessante è che persone relativamente pigre nella vita di veglia sono invece le più attive durante il sonno. Là si è attivissimi, solo che nella vita normale non lo si sa. Osservando con precisione che cosa fa l’anima, cioè l’io e il corpo astrale, quell’attività è davvero intimamente collegata con tutta l’esistenza dell’uomo.

 

Attraversando in questo modo la vita, ne prendiamo con coscienza molto poco con noi. Non la elaboriamo appieno come essa ci si presenta. Desidero fare un esempio evidente. Ora tutti i presenti stanno ascoltando questa conferenza che più o meno durerà un’ora. Senza riferirmi in particolare a nessuno dei presenti posso dire che sarebbe possibile assorbire dalle parole della conferenza molto di più di quanto ogni singolo ascolta. Sarebbe persino possibile udire molto di più di quanto io stesso non sappia di ciò che riesco a dire. Per sottolineare un altro aspetto della cosa, aggiungo che ognuno andrà poi a casa, si metterà a letto per dormire e si sveglierà domattina. Nel tempo fra l’addormentarsi e lo svegliarsi, certo del tutto inconscio per le condizioni normali, verrà elaborato molto di quanto non si sarà stati in grado di afferrare ora.

 

• Sarà elaborato con molta precisione durante il prossimo sonno e forse ancora nelle notti successive. Durante il sonno si vede che l’anima elabora in modo del tutto diverso ciò che era stato assorbito. Anche se qualcuno avesse ascoltato con poca attenzione ma con una certa dedizione, proprio grazie ad essa collegherebbe con la sua anima quanto vi è nella conferenza in merito alle potenze e agli impulsi spirituali. Tutto ciò viene elaborato durante il sonno, come ne abbiamo bisogno non solo per la vita fino alla morte, ma anche al di là della morte.

Così elaboriamo tutta la vita che si era svolta nello stato di veglia, dallo svegliarsi all’addormentarsi, elaboriamo durante la notte tutto quanto sperimentiamo durante il giorno, e quindi per così dire ne traiamo gli insegnamenti che ci occorrono per tutta la nostra vita successiva, al di là della morte, fino nella prossima incarnazione.

 

Quando dormiamo siamo noi stessi i profetici elaboratori della nostra vita. La vita del sonno è un enigma profondo, perché è in intima connessione con tutto quanto sperimentiamo, piuttosto che con la coscienza esterna. Ora però lo elaboriamo in una prospettiva che sia feconda per la prossima vita. Il lavoro che facciamo nel tempo fra l’addormentarsi e il risvegliarsi si riflette su quello che potremo fare di noi stessi grazie a ciò che abbiamo sperimentato.

Se nella nostra anima lavoriamo con più energia, diventiamo più forti o ci facciamo dei rimproveri, elaboriamo ciò che così sperimentiamo in modo che diventi per noi un frutto di vita. Da questo si vede che la vita durante il sonno è davvero importantissima e incide profondamente in tutto il mistero dell’essere umano.

 

Un giorno l’indagatore dello spirito può avere l’intenzione, si può dire proprio così,

di confrontare la vita del sonno con un’altra vita, con una vita soprasensibile.

Gli avviene cioè di confrontarla con il periodo che segue i giorni del quadro mnemonico,

di confrontarlo con la vita nel kamaloka.

• Allo sguardo chiaroveggente risulta allora che mentre qui nella vita

ci si ricorda sulla base della memoria di tutto quanto si è sperimentato nella vita di veglia,

dopo la morte, trascorso il tempo in cui è durato il quadro mnemonico,

si ha la memoria per la propria vita di tutte le notti.

Ci si presenta così un importante mistero: ci si ricorda della propria vita delle notti.

 

Il viaggio a ritroso avviene in modo

che si sperimenta davvero dall’ultima notte passata quando si era ancora in vita,

alla penultima e così di seguito sempre a ritroso.

Si sperimenta a ritroso tutta la vita, ma come la si è vista attraverso le notti.

Si sperimenta cioè di nuovo nella memoria a ritroso

tutto quanto si è pensato e visto inconsciamente durante la vita.

Si attraversa veramente la propria vita, ma non dal lato del giorno.

 

Quanto dura press’a poco questo periodo?

Si pensi che più o meno noi dormiamo un terzo della nostra vita. Vi è gente che naturalmente dorme molto più a lungo, ma in media dormiamo circa un terzo della vita. Di conseguenza anche l’esperienza a ritroso dura circa un terzo della vita terrena trascorsa, perché appunto si sperimentano le notti.

Pensiamo come ciò si accordi a meraviglia con gli altri punti di vista che ci si presentano. Abbiamo sempre detto: la vita del kamaloka dura circa un terzo della vita terrena. Ripensando a quel che abbiamo detto prima, ci si rende conto che deve proprio essere un terzo. Così le cose concordano! Tutte le diverse cose sempre concordano.

Il bello nella scienza dello spirito è che si impara a conoscere un fatto e quando lo si è fissato, lo si conosce anche in un’altra prospettiva. E come quando si sale su una montagna: si ha una vista prima da un lato e poi anche dall’altro. Malgrado le diversità, gli aspetti essenziali concordano sempre fra loro.

 

Possiamo ora dire che nella vita fra nascita e morte si vive in modo che la vita viene sempre interrotta a causa del sonno, e in essa ci si ricorda della vita diurna, delle cose che si sono sperimentate durante il giorno. Però nella vita di sonno ci si è occupati in altro modo delle cose, come ho detto le si sono soltanto elaborate.

Così quel che non si riesce a ricordare nella vita fisica viene ricordato durante il kamaloka.

È questa una connessione importante, e da essa si riuscirà a comprendere quel che altrimenti forse non si afferra di primo acchito.

 

Soprattutto nel nostro tempo relativamente molti giovani passano la porta della morte. Già in diverse prospettive dissi quale ne sia il significato per la vita complessiva del singolo. Esaminiamo anzitutto solo i due periodi che abbiamo per ora considerati (vedremo in seguito altri aspetti, ancora in questi giorni), e in primo luogo la vita nel corpo eterico, che dura solo qualche giorno, quando si ha davanti a sé il quadro mnemonico, e poi la vita dell’anima nel mondo animico. Quando si ripercorre la precedente vita terrena notte dopo notte, si vede con facilità perché l’indagatore dello spirito debba dire che già questi due periodi della vita fra morte e nuova nascita sono diversi per chi ha passato relativamente da giovane la porta della morte, rispetto a chi l’ha passata in più tarda età. Il fenomeno ci riguarda da vicino, perché ora molti in età abbastanza giovane attraversano la porta della morte.

 

In effetti i singoli periodi da me indicati per la vita fisica hanno una grande importanza appunto per essa. Ho caratterizzato il primo fino ai sette anni, fino al cambio dei denti, il secondo fino ai quattordici anni, fino alla maturità sessuale, il terzo fino ai ventun anni, e poi di seguito di sette in sette anni. Considerando seriamente le differenze esistenti nella vita che scorre, il trentacinquesimo anno determina un importante periodo della vita. Fino ad allora siamo per così dire in una specie di preparazione, mentre più tardi abbiamo terminato la preparazione e costruiamo la nostra vita sulla base di quanto avevamo preparato fino ai trentacinque anni.

I trentacinque anni sono quindi importantissimi. Fino ad allora dura la crescita, se non corporea, certo dell’anima di ogni individuo che ora davvero cresce animicamente. Va sottolineato con decisione che molto di quanto è visto come maturità della vita può essere conseguito solo dopo i trentacinque anni. Osservando questo periodo anche in un’altra prospettiva, esso ci apparirà ancora più importante.

 

Tenendo presenti i settenni considerati, abbiamo

• nel primo, fino ai sette anni, la formazione del corpo fisico,

• fino ai quattordici anni la formazione del corpo eterico.

• Dai quattordici fino ai ventuno si forma, si struttura quello che chiamiamo corpo astrale,

• poi l’anima senziente fino ai ventotto anni,

• fino ai trentacinque anni l’anima razionale o affettiva,

• e poi l’anima cosciente fino ai quarantadue anni.

• Di seguito arriviamo al sé spirituale, una specie di elaborazione del corpo astrale, e così via.

 

• I successivi periodi della vita non sono di sette in sette anni, ma piuttosto irregolari; solo in avvenire diverranno regolari. Prescindendo dalle manchevolezze dell’educazione, fino ai trentacinque anni vi è comunque una certa regolarità.

 

Osservando ora gli individui che muoiono nelle diverse età, colpisce il profondo significato per tutto lo svolgersi della vita. Cominciando da un esempio, immaginiamo di seguire l’anima di una ragazza o di un ragazzo che passino la porta della morte a undici, dodici o tredici anni. In base a quel che ho già detto, in un caso del genere avviene che il corpo eterico ha ancora in sé forze non usufruite, in teoria avrebbe potuto provvedere a tutti gli anni seguenti.

 

Comunque avviene che in effetti durante tutta la vita fra nascita e morte ci si prepara per la morte. Ci si prepara veramente per la morte, perché in realtà tutta la nostra vita finisce per essere una preparazione alla morte in quanto lavoriamo di continuo alla distruzione del corpo. Se potessimo non distruggerlo, non arriveremmo ad alcuna perfezione; la raggiungiamo infatti a costo per così dire della distruzione del corpo fisico. Se dunque un giovane passa la porta della morte a tredici anni, non compie tutto il lungo lavoro di distruzione che avrebbe potuto svolgere. Non partecipa a ciò cui avrebbe potuto, e questo si manifesta in un modo singolare.

 

Seguendo un’anima del genere la troviamo nel mondo spirituale, in un certo tempo fra morte e rinascita, relativamente presto in una compagnia degna di molta attenzione: fra le anime che si preparano per la prossima vita, dovendo presto discendere sulla terra, fra anime cioè che presto si reincarneranno. Fra queste vivono dunque le anime di coloro che avevano passato la porta della morte fra gli undici e i quattordici anni. Osservando con maggior precisione queste situazioni, è singolare che le anime, in attesa di una vicina discesa sulla terra, abbiano bisogno di quel che le altre anime possono portare loro dalla terra, affinché le prime aumentino le forze che serviranno loro per incarnarsi.

Le anime dei giovani costituiscono così un valido aiuto per le anime che presto dovranno discendere sulla terra.

 

Chi muore invece in più tarda età non può ad esempio portare lo stesso aiuto dato da ragazzi che erano stati del tutto normali, che non avevano avuto una particolare vita spirituale, ma che erano soltanto ragazzi svegli. Si ha comunque un compito. Ognuno deve adeguarsi al proprio karma e non pensare di voler morire a una data età; si muore infatti nell’età in cui il karma ci fa morire.

 

Morendo in età avanzata non si può più prestare l’aiuto che come anima era possibile prestare alle anime che attendono la loro incarnazione. Tutto ciò perché nella prima metà della vita in un certo senso si è più vicini al mondo spirituale che non nella seconda. Sotto un altro aspetto non è così; in qualche modo comunque si è più vicini al mondo spirituale nella prima metà della vita.

 

La vita in genere si svolge nel senso che quanto più a lungo si vive nel corpo fisico tanto più ci si allontana dal mondo spirituale. Un bambino di un anno è ancora molto vicino al mondo spirituale, e vi è subito inserito quando abbandona il piano fisico. Fino a quattordici anni è ancora così: si è allora inseriti nel corpo fisico in modo che con facilità si entra nel mondo delle anime che cercano di incarnarsi presto. Questo fa sì che morire in giovane età sia legato, già nel quadro mnemonico, alla circostanza di sperimentare in modo diverso da come lo fa chi muore in tarda età. E qui un importante limite è quello dei trentacinque anni.

 

Quando si muore prima dei trentacinque anni, si sperimenta anzitutto il quadro mnemonico e poi si passa a vedere a ritroso la vita attraverso le notti. Tuttavia nella visione retrospettiva della vita trascorsa si vede come da “dietro lo specchio”, come se si vedesse attraverso il quadro mnemonico il mondo spirituale che si era lasciato con la nascita. La prospettiva si allarga al mondo spirituale.

Se invece si sono passati i trentacinque anni, la cosa è del tutto diversa. Non lo si vede come quando vi si era inseriti prima della nascita. È qualcosa che risulta evidente in modo speciale ora che tanti muoiono giovani. L’intravedere il mondo spirituale “da dietro” ha ancora una certa importanza fino ai trentacinque anni.

 

Dai quattordici ai sedici anni non si ha tuttavia più quella diretta visione, ma da quell’età in poi e fino ai trentacinque anni, quando si muore avviene come se nel quadro mnemonico, nella visione a ritroso, si rispecchiasse dappertutto la vita spirituale.

Se dunque si muore da bambini non si può vedere molto della vita trascorsa, ma quasi subito si guarda nel mondo spirituale: morendo sui tredici anni si ha già lo sguardo retrospettivo dietro al quale vi è il mondo spirituale; e lo si vede ancora chiaro.

Morendo ancora più tardi non lo si vede direttamente, ma tuttavia esso è contenuto in quella che si vede come propria vita.

 

Fino ai trentacinque anni si è cioè ancora collegati con ciò da cui si proviene; chi dunque muore in quella età, già in quei primi periodi di vita che sperimenta nei giorni in cui vede il quadro mnemonico, e poi di nuovo nella visione a ritroso attraverso il mondo animico, davvero in quelle esperienze rientra direttamente in una specie di patria che aveva abbandonato con la nascita. Ha la diretta esperienza di entrare in un mondo dal quale era in precedenza uscito.

 

La cosa è importantissima, perché chi muore in quelle età da un certo lato viene direttamente inserito nel mondo spirituale e con più facilità di chi muore in età più avanzata. Dalla visione retrospettiva che ha dopo la morte egli porta cioè nella sua prossima vita fra nascita e morte molti più elementi spirituali. Quindi i molti che nel nostro tempo muoiono giovani, anche in questa prospettiva diverranno importanti portatori delle verità e delle conoscenze spirituali quando discenderanno di nuovo sulla terra nella loro prossima incarnazione.

 

Si vede così che il grande dolore che ora si diffonde nel mondo è tuttavia necessario per il corso complessivo dell’esistenza, perché il sangue che ora scorre sarà il simbolo per un certo rinvigorimento della vita spirituale in un determinato avvenire che sarà necessario per la generale evoluzione dell’umanità. Le anime che ora tanto presto passano attraverso la porta della morte ritorneranno diverse; la maggior parte di loro discenderanno diverse da come sarebbero discese se avessero continuato a vivere fino all’ultimo limite della loro vita in un’esistenza materiale per poi morire.

 

Saggezza dell’universo è anche che ora venga chiamato un certo numero di anime affinché esse, già nella visione retrospettiva e nel vivere a ritroso, possano vedere profondi misteri spirituali in un modo affine alla terra. È anche saggezza dell’universo affinché queste anime possano colmarsi di quanto vedono più intensamente, se lo rivedono rinvigorite dalla più breve vita sulla terra che hanno attraversato.

 

Questa è vera saggezza dell’universo. Occorre così dire che molto di quanto ora profondamente e giustamente ci addolora, se lo vediamo solo nella prospettiva dell’esistenza terrena, considerato invece dal punto di vista della visione spirituale ci mostra il suo aspetto conciliante. Così è per tutta la vita. Certo, il dolore terreno non risulta diminuito da una considerazione del genere. Va vissuto, perché questa è appunto la condizione che esso possa anche essere compensato. Se non lo avessimo sperimentato nel mondo fisico non potrebbe venir pareggiato. Se comunque dobbiamo soffrire per molte cose nel mondo fisico, vi sono però momenti in cui possiamo trasferirci in una prospettiva spirituale. Da un punto di vista inferiore molto dovrà dunque apparire doloroso, ma lo potremo riconoscere come un tributo portato ai superiori mondi spirituali e alla loro saggezza, affinché possa procedere l’evoluzione di tutto l’universo e dell’esistenza umana in modo non unilaterale ma ampio.

 

La conciliazione per molti dolori va conquistata, e allo scopo il dolore deve essere prima sperimentato.

Certo la scienza dello spirito non può risparmiarci il dolore, ma può insegnarci a portarlo sull’altare dell’esistenza, a cercare il pareggio, e a riconoscere la saggezza del mondo, malgrado il dolore che quest’ultima possa causare per amore di più alte mète.

 

Questo è appunto quanto la scienza dello, spirito ci dà quale importante viatico per tutta l’esistenza umana. Anche in questa prospettiva direi che sulla base dei sentimenti che la scienza dello spirito può darci, possiamo dunque guardare agli eventi dolorosi del nostro tempo e ripetere le parole che qui spesso abbiamo ripetuto:

Dal coraggio dei combattenti dal sangue dei campi di battaglia,

dal dolore dei rimasti, dai sacrifici del popolo nasceranno frutti dello spirito.

Anime guidino coscienti la loro mente nel regno dello spirito.

 

 

By | 2018-09-12T17:20:46+02:00 Settembre 12th, 2018|POST MORTEM|Commenti disabilitati su LA VITA SPIRITUALE NEL MONDO FISICO E LA VITA FRA MORTE E RINASCITA