/////L’ANTROPOSOFIA VUOL DARE UNA RISPOSTA NUOVA

L’ANTROPOSOFIA VUOL DARE UNA RISPOSTA NUOVA

L’antroposofia vuol dare una risposta nuova.

O.O. 234 – Antroposofia – Alcuni aspetti della vita soprasensibile – 19.01.1924


 

Sommario: La natura annienta l’uomo e diventa immagine se entra nell’interiorità umana. Non soddisfano più le risposte tradizionali di scienza, arte e religione. L’antroposofia vuol dare una risposta nuova.

 

Se oggi cercherò di dare una introduzione all’antroposofia propriamente detta, essa dovrà rivestire la forma di una guida sul modo in cui si possa rappresentare l’antroposofìa stessa di fronte al mondo. Voglio però premettere alcune parole di prefazione.

 

Di solito non si tiene in sufficiente considerazione

che lo spirituale è essenzialmente vivente,

e ciò che vive deve essere compreso in pienezza di vita.

 

Quando ci sentiamo i portatori del movimento antroposofico entro la Società Antroposofica, non possiamo partire dall’ipotesi che il movimento antroposofico abbia principio ogni giorno, perché esso è invero presente da più di due decenni ed il mondo ha preso posizione nei suoi confronti. In ogni atteggiamento antroposofico verso il mondo deve perciò esserci il sentimento che si tratti ormai di un fatto verso il quale il mondo stesso ha preso posizione. Questo sentimento deve stare nello sfondo. Se non lo si sente, e si crede di rappresentare l’antroposofia in senso assoluto, come si sarebbe potuto farlo vent’anni or sono, si continuerà a portare l’antroposofia in una luce ambigua agli occhi del mondo. Ciò è effettivamente già avvenuto abbastanza. Sarebbe ora di porvi termine, dando contemporaneamente luogo ad un nuovo inizio col nostro Convegno di Natale, inizio che non può rimanere senza seguito, come ho già illustrato nei suoi più diversi aspetti.

 

Certamente non si può pretendere che ogni membro della Società Antroposofica dia a se stesso dei nuovi impulsi, se ciò non è insito nelle disposizioni della sua anima: ognuno ha il diritto di continuare ad essere un socio pienamente partecipe che si limita a ricevere, ma chi vuole anche rappresentare, in una qualsiasi forma, l’antroposofia di fronte al mondo, non può trascurare quanto vi ho illustrato. Sotto questo riguardo la verità più piena deve dominare in futuro non solo nelle parole, ma anche negli atti.

Comunque, cari amici, avrò occasione di ripetere ancora e spesso queste parole preliminari; passiamo ora a dare una specie di introduzione alla concezione del mondo antroposofica.

 

Chi vuol parlare di antroposofìa deve già sapere che quello che egli vuol dire non è altro, in ultima analisi, che quello che ogni suo ascoltatore già dice in cuor suo. In tutto il mondo e in ogni sapere iniziatico non è mai stato perseguito uno scopo diverso da quello di dare espressione a ciò che i cuori di quelli che ascoltano già dicono a sé stessi. Cosicché il tono fondamentale dell’esposizione antroposofica deve essere eminentemente tale da toccare quella che è la più profonda necessità di cuore di quegli uomini che hanno bisogno di antroposofia.

 

Quando oggi si osservano quegli uomini che si elevano al di sopra della superficialità della vita, si vede che in loro le vecchie sensazioni correnti di ogni anima umana si sono rinnovate. Si vede che gli uomini hanno nel loro subconscio dei gravi interrogativi, che non possono esser ricondotti ad una chiara formulazione di pensiero e che tanto meno possono trovar risposta nel mondo civile. Nondimeno tali interrogativi ci sono, e, profondamente radicati in un gran numero di uomini, sono propriamente presenti in tutti gli uomini veramente pensanti del tempo presente. Quando però questi interrogativi si esprimono in parole, sembra che essi siano di lontana derivazione, mentre invece sono così vicini! Sono nella più immediata vicinanza dell’anima umana, dell’uomo pensante.

 

Prima di tutto, si possono porre due quesiti tratti dal campo esteso degli enigmi che oggi gravano sugli uomini: uno di essi sorge per l’anima umana allorché essa guarda alla propria esistenza umana ed al mondo che la circonda. L’anima umana vede l’uomo entrare nell’esistenza terrena attraverso la nascita, vede la vita scorrere tra la nascita o il concepimento e la morte fisica, e vede scorrere questa vita tra le più svariate esperienze esteriori e interiori. E questa anima umana vede pure la natura di fuori, dalla quale una pienezza di impressioni si riversa sugli uomini e ricolma gradualmente l’anima umana stessa.

 

Ecco, l’anima umana è ora nel corpo umano e osserva soprattutto una cosa: la natura raccoglie tutto ciò che l’anima umana vede dell’esistenza fisica terrena. Quando l’uomo ha oltrepassato la porta della morte, la natura accoglie il corpo fisico umano in uno qualunque degli elementi (non vi è gran differenza tra l’esser cremati o inumati). Ma che cosa ne fa, di questo corpo fisico? Lo annienta. L’anima umana non osserva di solito le vie che prendono le singole sostanze del corpo umano fisico, ma quando ci si eserciti all’osservazione dei luoghi dove avviene un particolare genere di sepoltura, si approfondisce la pregnante visione di ciò che la natura intraprende su tutto ciò che di fisico e sensibile appartiene all’uomo, quando egli abbia oltrepassato la porta della morte. Ci sono pure delle cripte ove vengono conservati i cadaveri umani, chiusi, al riparo dall’aria: qui essi si disseccano; ma come si ritrovano dopo un certo tempo? Si trova in questi cadaveri la figura umana alterata, consistente in carbonato di calcio che tende a disfarsi in polvere. Se si scuote solo un poco questa massa di carbonato di calcio che riproduce alterata la figura umana, essa crolla in polvere.

 

Ciò dà una profonda impressione di quello che capita all’anima, quando essa indulge a osservare che cosa avviene di quello strumento per mezzo del quale si compie ogni azione dell’uomo tra nascita e morte. L’uomo guarda alla natura che pure lo provvede della sua conoscenza, dalla quale egli attinge quelle che egli riconosce come cognizioni, e dice: questa natura che suscita dal suo seno la più prodigiosa cristallizzazione, questa natura che ad ogni primavera riproduce l’incanto delle piante germoglianti, questa natura che conserva per decenni gli alberi a corteccia, questa natura che colma la Terra delle più svariate specie animali, dai più grossi pachidermi ai minuscoli bacilli, questa natura che solleva in alto nelle nuvole quell’acqua di cui dispone, questa natura sulla quale si riverbera ciò che, ancora sconosciuto, scorre giù dalle stelle, questa stessa natura si comporta, rispetto a ciò che, dentro di lei, l’uomo porta in sé tra nascita e morte, in modo da ridurlo totalmente in polvere.

Verso l’uomo la natura è per legge l’annientatrice.

 

Ci si ponga di fronte alla figura umana, quella figura che appare meravigliosa al nostro occhio, perché è la più perfetta tra tutte le figure che si possono trovare sulla Terra: ecco, qui sta la figura umana, e dall’altra parte sta la natura con le sue pietre, con le sue piante, con le sue nuvole, coi fiumi e coi monti, con ciò che irraggiando discende dall’oceano stellare, con il calore e la luce che dal Sole si riversano sulla Terra, ed ecco, questa natura non tollera la figura umana nel suo proprio e legittimo terreno. Ogni presenza umana, consegnata alla natura, è disfatta in polvere. Ciò vede l’uomo: anche senza formarsi delle idee in proposito, egli lo ha profondamente radicato nell’animo.

 

Ogni volta che l’uomo si trova in cospetto della morte, ciò penetra profondamente nel suo animo. Poiché non per un sentimento esclusivamente egoistico, non per una speranza solo superficiale di continuare a vivere oltre la morte, si forma, sempre nelle profondità dell’anima, una domanda subcosciente, infinitamente piena di contenuto per l’anima, cui è cagione di felicità o infelicità, anche se non viene formulata. Perché anche tutto ciò che per la coscienza dell’uomo sulla Terra può essere significativo in termini di destino, felicità o infelicità, è sostanzialmente trascurabile di fronte a quell’incertezza di sentimento che si formula dinanzi alla morte.

 

Qui si formula la domanda: donde viene questa figura umana? Io guardo il cristallo dalla mirabile forma, guardo le figure delle piante, guardo le figure degli animali, guardo come i fiumi scorrono sulla Terra, vedo i monti, vedo ciò che parla dalle nuvole, vedo tutto ciò che parla giù dalle stelle, così dice l’uomo. Eppure da tutto ciò non può venire la figura umana, perché tutto ciò ha solo forze di annientamento, forze polverizzanti per la figura umana come tale.

E qui sorge davanti all’anima e nel cuore dell’uomo la domanda angosciosa: dov’è allora quel mondo da cui la figura umana proviene? Dove si trova? E al cospetto della morte sorge la stessa domanda angosciosa: dov’è quel mondo diverso da questo, da cui proviene la figura umana?

 

Non mi dite di non aver mai udito formulare questa domanda in questo modo. Quando si ascolta quello che gli uomini affidano alla parola, dopo averlo formulato nel loro capo, allora certo non si ode questa domanda formulata. Ma se si va incontro agli uomini, ed essi esternano i lamenti del loro cuore (capita talvolta quando, rilevando una qualsiasi piccolezza della vita, vi fanno sopra ogni genere di considerazioni che poi inseriscono, come sfumatura, nel complesso problema del loro destino), chi intende il linguaggio del cuore, lo ode dire, traendolo dal subconscio: qual è l’altro mondo da cui deriva la figura umana, dato che a questo mondo l’uomo, con la sua figura, non appartiene?

 

Ecco, di fronte all’uomo si presenta il mondo che egli scorge, a cui guarda, che egli percepisce, sul quale fonda la propria scienza, che gli dà la materia per le sue opere d’arte, le basi per la sua devozione religiosa, ecco, così gli si impone questo mondo, ma l’uomo sta sulla Terra e porta nel profondo dell’anima il sentimento di non appartenere a questo mondo, e che ve ne debba essere un altro dal seno del quale egli, nella sua figura, è sorto per incanto.

 

A quale dei due mondi appartengo? Questo risuona dai cuori degli uomini del tempo attuale; questa è l’universale domanda. E se gli uomini sono insoddisfatti di ciò che deriva loro dalle scienze moderne, è perché essi portano nelle profondità dell’anima questo interrogativo, che le scienze sono ben lontane da sfiorare: quale è il mondo cui l’uomo veramente appartiene, dato che al mondo visibile certo non appartiene?

 

Miei cari amici, lo so bene:

non sono stato io a dire quanto vi ho detto, ho solo prestato le parole a quello che dicono i cuori.

E proprio di questo si tratta: non di accostarsi agli uomini con qualcosa di sconosciuto per loro,

che può tutt’al più fare sensazione, bensì di esprimere in parole quello che le anime umane dicono in se stesse.

 

Anche ciò che l’uomo vede di se stesso e degli altri uomini, stando nei limiti di ciò che è visibile, non appartiene al restante mondo visibile, perché l’uomo può rendersi conto che neanche un dito, che è parte di lui, appartiene al mondo visibile, poiché questo mondo visibile ha in sé, per il più piccolo dito, solo forze di annientamento.

 

Tale è la posizione iniziale dell’uomo davanti alla grande incognita; posizione nella quale egli si trova in quanto deve considerare se stesso come appartenente a questa incognita. In altre parole, è come dire che, in rapporto a tutto quanto l’uomo non è, vi sia spiritualmente luce attorno a lui; nell’attimo in cui l’uomo volge lo sguardo su di sé, tutto il mondo si oscura e diventa tenebroso, e l’uomo brancola nelle tenebre, poiché è attraverso le tenebre che egli conduce l’enigma del proprio essere. Ed è così quando l’uomo osserva se stesso da fuori, quando ritrova se stesso immerso nella natura come un essere esterno. Come uomo non può accostarsi a questo mondo.

E, ripeto, non è la testa, ma sono le profondità dell’inconscio a formulare quesiti che sono sottoquesiti del quesito generale che ho or ora sollevato.

 

Quando l’uomo considera la sua esistenza fisica, che è suo strumento fra nascita e morte, egli sa bene: senza questo mondo fisico non potrei vivere l’esistenza fra nascita e morte, perché devo continuamente contrarre prestiti con questa esistenza del mondo visibile. Ogni boccone che ingerisco, ogni sorso d’acqua è di questo mondo della visibilità cui peraltro io non appartengo. Ma non posso vivere nell’esistenza fisica senza di esso.

 

Se accolgo in me un boccone di una sostanza che deve appartenere a questo mondo visibile, e subito dopo averlo assorbito oltrepasso le porte della morte, immediatamente quel boccone in me appartiene alle forze di annientamento di questo mondo visibile. È invece il mio essere, il mio proprio essere che deve aver cura affinché questo boccone non appartenga alle forze di annientamento, quando esso è in me. Ma in nessun luogo di fuori, nel mondo visibile, si può trovare questo essere mio proprio. Che cosa faccio, col mio proprio essere, del boccone che ho ingerito, del sorso d’acqua che ho sorbito?

 

Chi sono io che accolgo le sostanze della natura e le trasformo?

Chi sono io? Questo è il secondo quesito, il sottoquesito che si innesta nel primo.

 

Non solamente percorro le tenebre, quando mi metto in rapporto con il mondo della visibilità: io agisco nelle tenebre senza sapere chi è che agisce, senza sapere chi è quell’essere che indico come il mio io. Sono completamente dedito al mondo visibile, ma non gli appartengo.

Ciò distacca l’uomo dal mondo visibile e gli fa apparire se stesso come appartenente a tutt’altro mondo. E resta il grande dubbio che si esprime angosciosamente nella domanda: dov’è il mondo cui appartengo?

 

E quanto più è progredita l’umana civiltà, quanto più gli uomini hanno appreso a pensare, tanto più si è fatta angosciosa questa domanda. Oggi essa sta nel più profondo delle anime; in rapporto ad essa gli uomini, in quanto appartengono al mondo civile, si suddividono in due classi:

• gli uni la spingono nel profondo, la soffocano, non la portano a chiarità, ma patiscono come di una terribile nostalgia verso lo scioglimento di questo enigma;

• gli altri si fanno sordi a questa interrogazione, parlano di ogni sorta di cose dell’esistenza esteriore per non udire, ma nel farsi sordi estirpano in sé stessi ogni solido sentimento del proprio essere: nullità investe la loro anima. Questo sentimento di nullità sta oggi nel subconscio di innumerevoli uomini.

 

Tutto questo è un lato, è un grande quesito, con il suo sottoquesito cui abbiamo già accennato. Esso nasce quando l’uomo guarda se stesso da fuori e osserva anche vagamente, subcoscientemente, il proprio rapporto col mondo tra nascita e morte.

 

L’altro quesito sorge invece quando l’uomo guarda nella propria interiorità, dove è l’altro polo dell’esistenza umana. Vi stanno i pensieri, i quali ritraggono la natura esteriore. L’uomo rappresenta per mezzo dei propri pensieri la natura esteriore, e sviluppa sensazioni, sentimenti sulla natura esteriore, agisce con la propria volontà sulla natura esteriore. Se l’uomo si affaccia sulla propria interiorità vi vede l’ondeggiare dei pensieri, dei sentimenti, delle volizioni. Questa è la sua attuale situazione animica. Vi si aggiungono i ricordi, di esperienze passate, i ricordi di cose viste in tempi precedenti dell’attuale esistenza terrena. Tutto ciò ricolma l’anima: che cos’è?

 

L’uomo non si forma delle idee chiare su quale sia propriamente il suo contenuto interiore, ma il subconscio forma queste idee. Basta una sola emicrania che fughi i pensieri, per fare dell’interiorità dell’uomo un enigma. Anche ogni condizione di sonno ne fa un enigma, quando l’uomo giace immoto, senza la capacità di corrispondere col mondo esterno attraverso i sensi. Quando l’uomo sente che il suo corpo fisico deve mettersi in movimento, sorgono allora i pensieri, i sentimenti, gli impulsi volitivi nella sua anima.

 

Ma la pietra che ho testé considerata, che ha questa o quella forma cristallina, se io distolgo da lei la mia attenzione e dopo un certo tempo torno ad essa, trovo che è rimasta eguale a com’era. Invece il mio pensiero sorge, si mostra come un’immagine nell’anima e poi si attenua. L’uomo lo sente come infinitamente più prezioso dei muscoli, delle ossa che ha in sé; ma esso ha carattere di evanescenza, è mera parvenza, è da meno del quadro che posso appendere alla parete e che vi rimane un certo tempo, finché dura la sostanza di cui è fatto.

 

Il pensiero vola via, il pensiero è un’immagine che continua a sorgere e scomparire, un’immagine fluttuante che viene e che va, un’immagine che si accontenta della propria esistenza di immagine. Se tuttavia l’uomo si affaccia sull’interiorità della propria anima, non trova altro che queste immagini rappresentate. Non può dire altro se non che la propria anima è fatta di queste immagini rappresentate.

 

Ritorno a guardare la pietra: essa è là nello spazio e vi sta. Io me ne formo adesso una rappresentazione, e un’ora dopo me ne formo di nuovo una rappresentazione, e di nuovo dopo due ore. Nell’intervallo il pensiero della pietra ogni volta si dilegua e deve venir sempre rinnovato, mentre la pietra è ferma là fuori. Che cos’è che conserva la pietra di ora in ora? Che cos’è che fa fluttuare i pensieri di ora in ora? Che cos’è che mantiene la pietra e la conserva di ora in ora? Che cos’è che annulla ogni volta il pensiero così che ogni volta deve venire acceso alla vista esteriore?

 

Quanto a ciò che mantiene la pietra si suol dire: essa è, l’essere è un suo attributo, mentre non è un attributo del pensiero. Il pensiero può comprendere il colore della pietra, il pensiero può comprendere la forma della pietra, ma non può comprendere per mezzo di che cosa la pietra si conservi. Essa persiste a stare là fuori, mentre nell’anima ne penetra la mera immagine. Così è per ogni cosa della natura esteriore in confronto all’anima umana.

 

L’uomo può guardare a questa anima umana come alla propria interiorità: l’intera natura si specchia in questa anima umana, ma l’anima ha solo delle immagini fluttuanti che scoprono per così dire la superficie delle cose, in cui però l’intimo delle cose non penetra.

Con le mie rappresentazioni vado per il mondo e dappertutto scopro la superficie delle cose, ma ciò che le cose sono, mi resta estraneo. Conduco la mia anima attraverso il mondo circostante, ma questo mondo resta fuori di essa. E, a quello che vi è dentro l’anima, il mondo esteriore nella propria essenza non arriva.

 

Quando poi l’uomo, contemplando la morte, se ne sta così di fronte al mondo che lo circonda, deve dire a se stesso: a questo mondo io non appartengo, poiché non riesco a raggiungerlo; il mio essere appartiene ad un altro mondo, questo mondo non riesco a penetrarlo fintantoché io viva in un corpo fisico. E se, dopo la mia morte, il mio corpo tende a questo mondo esteriore, non riesce a raggiungerlo, poiché ogni passo che il mio corpo muova è la distruzione per sé. Là fuori sta il mondo: se l’uomo vi penetra, esso lo distrugge, non lo tollera in sé con la sua entità.

 

Ma neppure il mondo esteriore, se volesse entrare nell’anima umana, lo potrebbe: i pensieri sono immagini che restano fuori dall’essere delle cose. L’essere delle pietre, l’essere delle piante, l’essere degli animali, l’essere delle stelle, delle nuvole, non può entrare nell’anima umana. Tutto un mondo circonda l’uomo, ma non può raggiungere la sua anima, ne resta fuori.

 

• Da una parte rimane l’uomo, fuori della natura (ciò gli diverrà chiaro dinanzi alla morte),

• dall’altra parte rimane la natura, fuori dell’anima di lui.

 

L’uomo la considera qualcosa di esterno. Deve allora sorgergli l’angoscioso quesito riguardo a un altro mondo. L’uomo guarda a ciò che è più intimo, più familiare alla propria interiorità, guarda verso ogni pensiero, verso ogni rappresentazione, verso ogni sensazione, verso ogni sentimento, verso ogni impulso volitivo: a nulla di tutto ciò perviene la natura nella quale egli vive; egli non la possiede.

 

Ecco il netto confine tra uomo e natura:

• l’uomo non può raggiungere la natura senza venir annientato,

• la natura non può penetrare nell’interiorità dell’uomo, senza divenire parvenza.

 

Se l’uomo pensa se stesso dentro alla natura, ha soltanto il totale annientamento, di cui deve farsi una rappresentazione. Se l’uomo guarda in se stesso e si chiede come stia la natura in rapporto alla propria anima, trova nella propria anima solo una parvenza, priva dell’essenza della natura.

Eppure, in quanto l’uomo porta in sé questa parvenza di minerali, piante, animali, stelle, Sole, nuvole, monti, fiumi, e in quanto porta in sé, nella sua memoria, la parvenza di tutte le esperienze che ha percorso in questi regni della natura esteriore, l’uomo, sperimentando tutto questo come un’interiorità fluente, ottiene il proprio sentimento di esistenza, sorgente da questo flusso.

Come può darsi ciò? Come fa l’uomo a sperimentare questo sentimento della propria esistenza? Egli lo sperimenta all’incirca cosi, come lo si può descrivere, mediante un’espressione figurata.

 

Ci si raffiguri un ampio mare: le onde si sollevano e si abbassano, qui un’onda, là un’onda, dappertutto onde che si formano dall’impennarsi delle acque. A un tratto lo sguardo è avvinto da un’onda speciale, poiché quest’onda speciale dà a vedere che in lei vive qualcosa, che essa non è solo mare agitato, che dentro a quest’onda qualcosa vive. Eppure l’acqua avvolge questo vivente da ogni parte; si sa solo che qualcosa vive dentro a quest’onda, ma di essa si vede solo l’acqua che circonda questo vivente. E l’onda ha lo stesso aspetto delle altre onde e solamente dalla forza con cui balza, dall’energia con cui si impone, si riceve l’impressione che qualcosa viva in lei. L’onda torna ad inabissarsi, e in un altro punto ricompare: di nuovo l’acqua dell’onda nasconde ciò che interiormente la anima.

 

Cosi è nella vita dell’anima dell’uomo: vi ondeggiano rappresentazioni, pensieri, vi ondeggiano sentimenti, vi emergono volizioni; dappertutto vi sono onde. Una delle onde emerge in un pensiero, in una decisione volitiva, in un sentimento: l’io vi è dentro, ma i pensieri o i sentimenti o le volizioni lo ricoprono come l’acqua ricopriva l’elemento vivente dell’onda marina, essi ricoprono quell’io che vi si trova dentro. Cosi l’uomo non sa chi egli stesso sia, poiché è solo parvenza tutto quanto gli appare in quel luogo di cui egli sa che lì viene a galla il suo sé, il suo proprio essere.

 

Nell’anima la parvenza nasconde quell’esistenza che è sicuramente presente, che l’uomo sente e sperimenta interiormente; la parvenza la ricopre come l’acqua dell’onda ricopre una vita che sorge dalle profondità del mare, che non si conosce. E l’uomo sente il proprio vero essere occultato dalle immagini apparenti della propria anima; è come se l’uomo tentasse di aggrapparsi al proprio sé, cercando di trovarlo in qualche luogo. Egli sa che è presente, ma nell’attimo in cui vuole raggiungerlo, gli guizza dalle mani e rapido si dilegua.

 

L’uomo non è in grado di afferrare nei flutti della propria anima ciò che egli sa di essere:

un essere che è.

 

Quando poi l’uomo viene alla constatazione che questa ondeggiante vita di parvenze dell’anima ha a che fare con quell’altro mondo che si presenta alla sua rappresentazione quando egli si affaccia sulla natura, allora gli si impone un terribile enigma. Il quesito sulla natura è per lo meno limitato all’esperienza, ma il quesito sulla propria anima non è presente nell’esperienza; poiché esso stesso vive, poiché si può dire che esso sia un enigma vivente, poiché all’uomo che chiede continuamente “chi sono io?” presenta ciò che è mera parvenza.

 

Se l’uomo guarda nella propria interiorità, diviene consapevole che questa interiorità gli dà continuamente la risposta: io ti do solo una parvenza di te stesso, e se ti figuri una provenienza spirituale, io di questa esistenza spirituale ti mostro, nella vita della tua anima, una parvenza.

 

Così, da due parti giungono alla vita dell’uomo gravi quesiti.

• Un quesito si forma poiché l’uomo viene a sapere:

vi è una natura, ma a questa natura l’uomo può pervenire solo facendosene annientare.

• E l’altro: vi è un’anima umana, ma ad essa la natura può pervenire solo diventando immagine apparente.

Queste due cognizioni vivono nel subcosciente dell’uomo attuale.

 

Ora l’uomo si volge a quello che, tramandato da antichi tempi, vive entro il presente: vi sta la natura sconosciuta, che è l’annientatrice dell’uomo, vi sta l’immagine apparente dell’anima umana, cui questa natura non può essere ricondotta, nonostante che l’uomo possa compiere la propria esistenza fisica solo coi prestiti ricavati da questa natura.

 

L’uomo sta, si può dire, in una doppia tenebra;

sorge allora la domanda: dov’è quell’altro mondo cui appartengo?

 

La tradizione storica risponde: vi era una volta una scienza che parlava di questo mondo sconosciuto. Ci si rivolga indietro ad antichi tempi e si è subito presi da un sentimento di grande rispetto verso quanto gli antichi tempi vollero scientificamente testimoniare su quest’altro mondo che dappertutto giace nella natura.

Si sapeva allora che basta solo saper studiare la natura nel giusto modo, affinché quest’altro mondo si riveli allo sguardo umano.

 

Ma la coscienza moderna ha lasciato cadere questa antica scienza. Essa non vale più, è stata tramandata, ma non è più valida. L’uomo non può più avere fiducia che quello che gli uomini hanno in antico testimoniato scientificamente sul mondo, possa dare risposta alla sua angosciosa richiesta che germoglia da questi due fatti subcoscienti. Allora si offre all’uomo una seconda possibilità: l’arte.

 

Ma di nuovo si mostra nell’arte un’unica via. Nell’arte si mostra come derivi dai tempi antichi la prassi artistica, che è spiritualizzazione della materia fisica. Attraverso la tradizione l’uomo può ricevere parecchio di quanto si è conservato dell’antica spiritualizzazione artistica. Ma proprio quando nel suo subconscio risiede un temperamento artistico vero, egli si sente insoddisfatto, perché non può più fare uso di quanto ancora un Raffaello ha potuto fissare per incanto nella forma umana terrena, come riflesso di un altro mondo, cui l’uomo propriamente appartiene col proprio sé. Dov’è infatti oggi l’artista che sa adoperare la sostanza fisica terrestre con pienezza di stile, affinché questa sostanza fisica terrestre mostri il riflesso di quell’altro mondo cui l’uomo veramente appartiene?

 

Terza tradizione dei tempi antichi rimane la religione: essa indica il sentire umano, la devozione umana verso quell’altro mondo. Un tempo tale religione è sorta dal fatto che l’uomo aveva accolto le manifestazioni della natura, che ora gli sta invece così lontana. E se dirigiamo lo sguardo spirituale per millenni a ritroso, incontriamo uomini che hanno avuto il sentimento che vi fosse una natura cui l’uomo non potesse accostarsi senza farsi annientare da lei.

 

Sì, anche gli uomini che ci hanno preceduto, millenni addietro, hanno sentito ciò nella profondità della loro anima; essi però guardavano (ciò avveniva ancora presso gli Egizi) al cadavere che penetra nella natura esterna come in una specie di cosmico Moloch, e che, in quanto cadavere, vi viene distrutto. Essi lo seguivano con lo sguardo e vedevano che per la stessa porta, oltre la quale il cadavere umano è distrutto, entra pure l’anima umana.

 

Mai gli Egizi avrebbero composto le loro mummie, se negli antichi tempi l’uomo non avesse visto, seguendo l’anima, che attraverso la stessa porta per cui passa il cadavere e oltre la quale esso viene distrutto, va anche l’anima. Ma l’anima prosegue ulteriormente. Questi uomini dei tempi antichi avevano il sentimento di come l’anima si ingrandisca sempre di più e trapassi nel cosmo. Quindi vedevano ciò che è scomparso dentro la Terra, che è scomparso dentro gli elementi, lo vedevano come ritornare dalle lontananze del cosmo, dalle stelle; vedevano l’anima umana scomparire nella morte, la vedevano prima al di là della porta della morte, poi nel viaggio verso altri mondi, e poi la vedevano ritornare dalle stelle.

 

Questa era l’antica religione: manifestazione cosmica. Manifestazione cosmica nell’ora della morte, manifestazione cosmica nell’ora della nascita. Le parole si sono conservate, la credenza si è conservata, ma il contenuto ha ancora un rapporto col mondo?

È rimasto conservato in una letteratura estranea al mondo, in una tradizione religiosa estranea al mondo, e sta lungi dal mondo stesso.

 

L’uomo della civiltà contemporanea non può scorgere più alcuna relazione

tra quanto gli è stato tramandato religiosamente e ciò che ora è un enigma angoscioso.

Egli guarda fuori nella natura e vede solamente, osservando la morte,

il corpo fisico umano attraversare la porta della morte e al di là della morte cadere in balìa dell’annientamento.

Poi vede la figura umana giungere attraverso la nascita e deve domandarsi: donde viene?

Ovunque io guardi, non scorgo nulla da cui essa possa provenire.

 

Infatti egli non può più vederla venire dalle stelle,

altrettanto come egli non ha più il discernimento per vederla al di là della porta della morte.

Così la religione è divenuta parola priva di contenuto.

 

L’uomo ha intorno a sé, nella civiltà, ciò che gli antichi tempi hanno posseduto

come scienza, come arte, come religione.

• Ma la scienza degli antichi è stata fatta decadere,

• l’arte degli antichi non è più sentita nella sua interiorità

e ciò che le viene contrapposto come surrogato è qualcosa che l’uomo

non può elevare fino all’irradiare dello spirituale nella materia fisica.

 

• È rimasta dagli antichi tempi la religiosità,

ma l’elemento religioso non si collega al mondo per alcun verso,

perché, nonostante la religione, il mondo rimane un enigma in relazione all’uomo.

• Allora l’uomo si rivolge alla propria interiorità, vi ode parlare la voce della coscienza.

 

Nei tempi antichi la voce della coscienza morale era la voce di quel Dio

che conduceva l’anima oltre quelle regioni in cui il cadavere si annienta,

che conduceva l’anima e le dava la forma per la vita terrena;

era lo stesso Dio che parlava entro l’anima come voce della coscienza.

Oggi anche la voce della coscienza è divenuta esteriore.

Le leggi morali non riconducono più a impulsi divini.

 

Appena l’uomo si rivolge al lato storico, guarda a quanto gli è rimasto da antichi tempi e può avere solo la nozione che gli antichi hanno avuto i due grandi enigmi dell’esistenza, ma li hanno sentiti in altro modo di oggi, perciò vi hanno potuto trovare in qualche modo una risposta. Ma oggi non si può più darvi risposta. Gli enigmi aleggiano davanti all’uomo, negativi per lui, perché gli indicano solo l’annientamento dopo la morte, solo la parvenza della sua anima in vita.

 

Così sta oggi l’uomo di fronte all’universo. Da questo sentimento nascono quelle domande cui deve rispondere l’antroposofìa. Sono i cuori che parlano in questi due sentimenti, e i cuori dicono: dov’è una conoscenza del mondo che renda giustizia a questi sentimenti?

 

Tale conoscenza del mondo vorrebbe essere l’antroposofia;

essa vorrebbe parlare sul mondo e sull’uomo in modo da suscitare di nuovo

qualcosa che possa essere compreso dalla coscienza moderna,

come dalla coscienza antica è stata compresa l’antica scienza, l’antica arte, l’antica religione.

L’antroposofia deriva il suo poderoso compito dalla voce stessa del cuore umano.

Essa non è altro che la profonda aspirazione umana del presente. E appunto l’antroposofia vuole esserlo.

 

Essa corrisponde a quello cui l’uomo anela più intensamente per la propria esistenza esteriore e interiore.

Sorge allora la domanda: ci può essere oggi una tale concezione del mondo?

È la Società Antroposofica che deve dare questa risposta al mondo;

la Società Antroposofica deve trovare la strada affinché i cuori degli uomini parlino dal profondo delle loro aspirazioni.

Allora i cuori umani proveranno pure la più profonda aspirazione verso le risposte.

 

 

By | 2018-10-19T15:12:54+02:00 Luglio 24th, 2018|ANTROPOSOFIA|Commenti disabilitati su L’ANTROPOSOFIA VUOL DARE UNA RISPOSTA NUOVA