//////LE DIFFICOLTÀ DELLA COMPRENSIONE DELLA NATURA DEL CRISTO GESÙ. IL PENSIERO DEGLI GNOSTICI.

LE DIFFICOLTÀ DELLA COMPRENSIONE DELLA NATURA DEL CRISTO GESÙ. IL PENSIERO DEGLI GNOSTICI.

Le difficoltà della comprensione della natura del Cristo Gesù. Il pensiero degli gnostici.

O.O. 149 – Cristo e il mondo spirituale – La ricerca del santo Gral – 28.12.1913


 

Il nostro sforzo di approfondimento antroposofico

si esercita in modo speciale sulla conoscenza del Cristo,

sulla conoscenza di quell’impulso fondamentale intervenuto nella storia umana all’inizio della nostra èra,

e che abbiamo chiamato l’impulso Cristo.

 

Certo molto spesso dovremo chiederci: ma com’è mai possibile che il nostro tempo possa sperare di comprendere, grazie alle approfondite conoscenze antroposofiche, il significato dell’impulso del Cristo, meglio e più intensamente di come poterono comprenderlo i contemporanei di quell’evento?

Si potrebbe porre la domanda: non era molto più facile ai contemporanei, in confronto a noi che viviamo tanto tempo dopo, penetrare nei segreti dell’evoluzione umana particolarmente connessi col mistero del Golgota?

 

Questa domanda potrebbe pesare sulle anime d’oggi che vogliono accedere alla comprensione antroposofìca del Cristo; potrebbe diventare una delle contraddizioni opprimenti, proprio se si prendono con tutta serietà i princìpi più profondi della nostra conoscenza antroposofìca. Per risolvere tale contraddizione, occorre prendere in esame l’intera situazione spirituale dell’umanità, all’inizio della nostra èra.

Se si cerca di penetrare, senza nessun sentimento religioso o simile, nello stato d’animo degli uomini che vivevano all’inizio della nostra èra, si può fare una scoperta molto singolare.

 

Si potrebbe procedere per esempio in questo modo: attenersi a ciò che non può venir negato neppure da chi si attiene solo agli aspetti più esterni dei fenomeni storici, attenersi cioè all’antica tradizione storica, cercando solo di approfondirne la parte che concerne la vita spirituale nella sua purezza.

È infatti lecito sperare che un tale approfondimento consenta pure una certa conoscenza degli impulsi essenziali dell’evoluzione umana. Cerchiamo così di attenerci alla vita del pensiero che fioriva agli inizi della nostra èra.

Proviamo per esempio a indagare, sul piano puramente storico, con quali pensieri cercassero di conoscere gli enigmi del mondo gli uomini vissuti diciamo un paio di secoli prima del mistero del Golgota, e anche nel secolo e mezzo successivo.

 

Una ricerca di tal genere proverebbe che nei secoli immediatamente precedenti e successivi al mistero del Golgota si compì una trasformazione estremamente significativa dell’atteggiamento umano, nei riguardi della vita del pensiero.

Risulta intanto che una gran parte del mondo civile di allora aveva accolto e fatto suo quello che la filosofia greca e altre correnti di pensiero avevano conquistato già da diversi secoli.

 

Se si osserva quanto l’umanità aveva già allora conquistato da se stessa, senza riflettere intorno a qualsiasi impulso proveniente dall’esterno, se teniamo conto di ciò che in quel tempo pensavano i « saggi » (per usare un termine caro agli stoici), e anche molte personalità del mondo romano, possiamo affermare che quanto alla conquista di pensieri, di idee, la civiltà occidentale non ha poi prodotto molto di nuovo, dopo quei tempi vicini agli inizi della nostra èra.

Naturalmente la civiltà occidentale ha prodotto un’infinità di scoperte sui fatti della natura, e immense rivoluzioni nel modo di pensare sul mondo esterno. Ma i pensieri, le idee stesse mediante le quali quelle conquiste sono avvenute, con cui l’umanità ha cercato di penetrare nei segreti esteriori, spaziali dell’esistenza, sono in fondo progrediti di poco, in confronto a quelli dei tempi di cui stiamo parlando.

 

Tutti i pensieri, su su fino a quell’idea dell’evoluzione di cui i nostri contemporanei vanno tanto orgogliosi, tutte le idee erano già presenti nelle anime di quei tempi.

Quella che potremmo chiamare una concezione intellettuale del mondo, una vita nella sfera delle idee, era pervenuta a una certa altezza, a un vertice, coinvolgendo non più solo singole individualità, come qualche secolo prima i discepoli di Socrate, ma diventando popolare, estendendosi a vaste cerchie dell’Europa meridionale e di altre parti del mondo.

 

Suscita veramente stupore, il vedere a quali profondità fosse giunto il pensiero. Una storia della filosofia veramente obiettiva dovrebbe tener conto proprio di questa vittoria del pensiero, in quel tempo.

Se però si contrappone da un lato questa vittoria del pensiero, questa mirabile elaborazione del mondo delle idee, e dall’altro si prendono in considerazione (nel modo in cui noi oggi cerchiamo di comprenderli) i misteri che si raggruppano intorno all’evento del Golgota, allora ci si avvede anche di qualcosa d’altro.

 

Ci si accorge cioè che quando cominciò a propagarsi la notizia del mistero del Golgota si verificò in quei tempi uno straordinario sforzo di pensiero per cercare di comprenderlo. Vediamo come i filosofi, e in particolare la filosofia tanto profonda della gnosi, si sforzino di indirizzare su tale oggetto tutte le idee che erano state conquistate dal pensiero umano.

Ed è molto importante cercare di rendersi conto dello sforzo compiuto dal pensiero umano per comprendere il mistero del Golgota. Ne risulta infatti l’inanità di quello sforzo: si vede come il notevolissimo approfondimento del pensiero raggiunto dall’umanità nella sua evoluzione sia certo presente, e si sforzi in ogni modo di comprendere il mistero del Golgota, ma senza riuscirvi.

 

Sembra di dover constatare che al mistero del Golgota si accosti per così dire lo sforzo di comprensione da parte del pensiero umano, ma che ne rimanga ampiamente separato da interi mondi spirituali, non riuscendo in alcun modo a svelarlo.

Ora mi preme di mettere in chiaro sin dal principio che quando parlo del mistero del Golgota, in queste conferenze, non vorrei introdurre in tale denominazione nessun contenuto tratto da una qualsiasi tradizione od opinione religiosa; intendo riferirmi puramente al mondo oggettivo dei fatti che stanno a base dell’evoluzione dell’umanità, a quanto si presenta all’osservazione fisica e spirituale.

 

Vorrei che ci impegnassimo in un modo di considerare le cose che prescinda da tutte le opinioni esistenti sul mistero del Golgota, da tutto quanto forma oggetto delle singole confessioni religiose; e cercherò di tener d’occhio esclusivamente quanto è avvenuto a un certo punto dell’evoluzione umana.

Menzionerò adesso diversi punti che solo nelle conferenze successive potranno essere esposti in modo del tutto chiaro e convincente.

 

La prima cosa che attira l’attenzione, se si procede alla suddetta contrapposizione del segreto del mistero del Golgota con lo straordinario sviluppo del pensiero presente in quell’epoca, è un’impressione che si può riassumere così: l’essenza di quel mistero giace remota, molto, molto lontana da quanto può essere raggiunto dal pensiero dell’epoca.

Quanto più precisamente si penetra nel senso di quella contrapposizione, tanto più si è costretti a riconoscere quanto segue.

 

• Da un lato, si può approfondirsi negli sviluppi del pensiero che caratterizzano quei secoli; si può cercare di raffigurarsi nel modo più vivo lo stato d’animo degli uomini d’allora, nell’impero romano, in Grecia; si possono per così dire richiamare in vita nelle nostre anime le idee di quel tempo, e si dovrà riconoscere che mai prima d’allora il pensiero umano aveva raggiunto una tale profondità. Il pensiero ha subito una radicale evoluzione e si presenta all’anima umana come non èra mai avvenuto prima.

 

• D’altra parte, se si vuole sperimentare per davvero e in modo concreto la vita di pensiero di quell’epoca, mediante l’esperienza chiaroveggente attuale, mediante lo stato d’animo che può nascere oggi dall’esperienza chiaroveggente, allora emerge d’improvviso qualcosa di sorprendente: si sente che ciò che, tra l’altro, è causa anche di quell’approfondimento del pensiero umano, si svolge in realtà nelle estreme lontananze dei mondi spirituali.

 

Non è certo la prima volta che abbiamo occasione di mettere in evidenza come dietro al mondo che conosciamo esistano altri mondi. Possiamo ricordare alcune delle denominazioni correnti: il mondo astrale, il mondo devacianico, quello devacianico superiore, dei quali vogliamo rinfrescare il ricordo, come mondi che si trovano dietro a quello che è il nostro mondo abituale.

 

Una vera, viva esperienza chiaroveggente mostra che neppure la conoscenza del mondo astrale, il più vicino, chiarirebbe del tutto l’origine di quanto si esprime nella vita di pensiero di quei secoli. Né si scoprirebbe pienamente il senso di quanto avvenne in quell’epoca, anche se si sapesse percepire il mondo devacianico inferiore.

Solamente una piena esperienza dell’anima nel mondo devacianico superiore (così rivela l’atteggiamento nato dalla chiaroveggenza) permetterebbe di scoprire qualcosa che irraggia il suo lume attraverso gli altri due mondi soprasensibili, fin giù al nostro mondo fisico; e qui nel mondo fisico quel quid si manifesta appunto nella radicale trasformazione del mondo del pensiero umano, nel corso dei secoli.

 

Si può in un primo momento limitare la propria attenzione a quanto avvenne sul piano fisico, osservando il mondo delle idee che dominavano allora, senza tener conto di quanto viene riferito sul mistero del Golgota. Si potrebbe per esempio formulare la domanda: qualunque cosa sia avvenuta laggiù in Palestina, che cosa ci mostra la storia esteriore? Essa ci mostra, tra l’altro, lo straordinario approfondimento della vita del pensiero che si è verificato in Grecia e a Roma.

Proviamo a delimitare mentalmente, come un’isola entro la nostra esperienza psichica, il mondo del pensiero greco e romano, immaginandolo del tutto separato da quanto avveniva all’esterno di esso e ancora completamente all’oscuro dei fatti connessi col mistero del Golgota.

 

Procedendo in tal modo, la nostra osservazione di quel mondo non ci mostrerà naturalmente niente di quanto noi oggi possiamo imparare a conoscere sul mistero del Golgota, ma vi troveremo appunto una vita di pensiero straordinariamente sviluppata; essa ci mostrerà che in quell’ambiente era avvenuto qualcosa, nel corso dell’evoluzione, che aveva afferrato l’anima nel suo intimo, sul piano fisico.

Quali che siano le nostre opinioni, bisognerà riconoscere che mai, presso nessun popolo, il pensiero si era sviluppato a tal punto. Per quanto incredulo uno possa essere, o per quanto voglia ignorare tutto sul mistero del Golgota, dovrà pur ammettere che nella « isola » che abbiamo così delimitata, viveva allora un pensiero profondo come mai prima.

 

Se adesso si cerca di comprendere il mondo del pensiero greco-romano, tenendo nello sfondo l’atteggiamento dell’anima chiaroveggente, ci si può ritrovare veramente di fronte alla caratteristica essenziale di quel mondo di pensieri.

Si riconosce che, fiorito come idea in Platone o in altri e diffuso nella parte del mondo che abbiamo delimitata, il pensiero è qualcosa che rende libera l’anima, che afferra l’anima innalzandola per così dire a una conoscenza superiore di se stessa.

 

L’anima pensante greco-romana poteva sperimentare qualcosa di questo genere: qualunque altra cosa tu afferri nel mondo esterno o nel mondo spirituale, essa ti renderà dipendente da quei mondi; nel pensiero invece tu afferri qualcosa che vive in te, e che quindi tu sei in grado di compenetrare del tutto.

Potrai volerti ritirare dal mondo esterno materiale, potrai diventare un miscredente nei riguardi del mondo spirituale, potrai voler ignorare tutto delle esperienze chiaroveggenti, potrai precludere l’ingresso in te di ogni impressione fisica: ma col pensiero sei in grado di vivere ugualmente in te, nel pensiero afferri per così dire la tua stessa natura.

 

Tutto questo può essere ammesso. Se però ci si approfondisce davvero con l’esperienza chiaroveggente in questo mare del pensiero, sorgerà inevitabilmente il senso di quanto il pensiero sia isolato, il sentimento che il pensiero sia appunto solamente « un pensiero », che esso viva esclusivamente nell’anima, senza che si possa scoprire in esso la forza di penetrare nel mondo in cui si trova l’origine prima di tutto di quanto noi siamo, anche al di fuori del pensiero.

Proprio in quanto si sente tutta la grandezza del pensiero, se ne scopre anche la natura irreale, e si finisce per sentire che nel mondo che si è imparato a conoscere prima dell’esperienza chiaroveggente non vi è nulla in fondo che sia capace di sorreggere il pensiero stesso.

Ci si chiede: perché poi dovrebbe esistere il pensiero?

 

Quanto al mondo fisico, il pensiero non è capace che di falsificarlo. I materialisti puri che non si sentono di riconoscere al pensiero una sua esistenza autonoma, dovrebbero in fondo vietare di pensare! Se infatti il mondo materiale è il solo reale, il pensiero non può fare altro che falsificarlo.

Solo perché i materialisti sono incoerenti, non arrivano all’unica gnoseologia possibile per il materialismo: la rinuncia al pensare, il non-pensare-più affatto.

 

Chi però affronta seriamente la vita del pensiero dal punto di vista dell’esperienza chiaroveggente, avverte la minaccia insita in questo isolamento del pensiero, di questo trovarsi soli col pensiero.

A questo punto gli si apre una sola possibilità che però si presenta come proveniente da estreme lontananze spirituali: L’anima divenuta chiaroveggente riconosce che la vera scaturigine della vita del pensiero si trova separata da due mondi superiori, in un terzo e più elevato mondo.

 

Questa potrebbe essere un’esperienza sconvolgente per le anime divenute chiaroveggenti nel nostro tempo: di trasporsi, isolati nel proprio pensare, entro l’epoca in cui la facoltà pensante umana aveva raggiunto il suo massimo approfondimento; di prescindere da tutto il resto che si svolse allora, quindi anche dal mistero del Golgota, concentrando la propria riflessione sul fatto che nel mondo greco-romano sorse e si affermò qualcosa del cui contenuto di pensiero noi ci nutriamo ancor oggi.

A questo punto si dovrebbe sollevare lo sguardo ad altri mondi ancora, e solo al disopra del mondo devacianico, in una sfera ancora più elevata, si sentirebbe la sorgente dalla quale scaturisce tra l’altro anche la forza che si manifesta nella vita di pensiero del mondo greco-romano.

 

Facendo una tale esperienza ci si sente sollevati al disopra del mondo presente sulla Terra, ci si ritrova immersi nel mondo greco-romano, con le sue propaggini in altre regioni del mondo civile di quel tempo, diciamo poco prima del mistero del Golgota.

Appena ci si apre all’impressione del mondo spirituale, al disopra del devacian appare la stella (uso questo termine in senso simbolico), l’entità spirituale della quale si può affermare: è da questa luce che sta nei mondi spirituali più alti che scaturisce tutto quanto si può sperimentare nell’isolamento del pensiero, e anche il fatto particolare che in quei tempi all’inizio della nostra èra il pensiero fosse giunto a una tale profondità.

 

Qui può nascere una sensazione che prescinde da tutto quanto è tradizione storica relativa al mistero del Golgota, e che si può esprimere così: tu ti trovi immerso nel mondo di idee della civiltà greco-romana, in ciò che Platone e gli altri hanno saputo offrire al progresso umano; ti senti immerso in quei pensieri e in essi ti senti vivere.

Poi… aspetti qualcosa. E davvero non attendi invano: infatti dagli sfondi più remoti della vita spirituale emerge una luce che getta i suoi raggi e della quale puoi affermare che l’esperienza appena fatta (del pensiero greco-romano) è uno degli effetti.

 

Questa è un’esperienza possibile. Se la si è avuta, non ci si riferisce ad alcuna tradizione; ci si è limitati a ricercare senza preconcetti le ragioni per cui nel mondo greco-romano si ebbero quei tali sviluppi del pensiero. Si è fatta però anche l’esperienza che non meno di tre mondi ci separano dalla comprensione delle vere cause della civiltà d’allora.

A questo punto ci si sente indotti a osservare gli spiriti umani che in quel tempo cercarono di comprendere a loro modo la svolta che si stava compiendo. Anche la scienza del nostro tempo ha cominciato a rendersi conto che in quell’epoca di trapasso vissero uomini che si potrebbero forse chiamare dei geni filosofico-religiosi. Potremo trovarne le tracce più significative, studiando quello che si è esplicato nella gnosi.

 

Della gnosi si può parlare nei modi più diversi; la scienza ufficiale ne conosce ben poco, ma già i soli documenti storici permettono di ricavare almeno un’impressione della straordinaria profondità di quel movimento spirituale. Vogliamo qui accennare alla gnosi solo in quanto essa ha importanza per la nostra osservazione dell’umanità.

Anzitutto possiamo affermare che gli gnostici avevano un presentimento di quanto è stato prima da me affermato: che per trovare le cause di quanto si svolse visibilmente in quell’epoca, occorreva risalire a mondi infinitamente remoti ed elevati.

 

Tale consapevolezza fu comunicata ad altre personalità, ed è possibile scorgerne le tracce (purché non si legga superficialmente) perfino in quella che si potrebbe chiamare la teologia di Paolo, ma anche in diversi altri fenomeni del tempo.

Certo, oggi s’incontrano grandi difficoltà nel tentativo di comprendere la gnosi d’allora; le nostre anime sono troppo affette (e anche infette) dal materialismo degli ultimi secoli. Chi oggi pensa all’origine dell’universo, è facile che lo faccia nei termini della nebulosa originaria di Kant-Laplace, cioè di qualcosa di puramente materiale.

 

Del resto, anche le persone più spirituali, quelle che ricercano una concezione del mondo piuttosto spirituale, in fondo non sono malcontente, se debbono mettere all’origine delle cose qualcosa come la nebulosa di Kant-Laplace, se cioè li si libera dall’impegno di ricercare lo spirituale anche nei primordi dell’evoluzione universale.

Le anime dei nostri giorni si sentono per così dire tranquillizzate, se, a proposito delle origini dell’universo, possono dirsi: a quei tempi doveva esistere un quid di eterico, di sottile, dal quale si è poi sviluppato tanto lo spirituale, quanto il materiale.

 

Troviamo infatti qua e là certe persone che si sentono tutte racconsolate, se possono porre all’inizio dell’universo le dottrine materialistiche, cioè per esempio interpretare l’origine del nostro cosmo con i più astratti concetti di un’ipotetica formazione gassosa.

Queste sono le ragioni per cui riesce tanto difficile al giorno d’oggi penetrare nei pensieri della gnosi: essa infatti pone all’inizio della sua concezione del mondo concetti ben lontani da qualsiasi inquinamento materialistico.

 

Uno spirito tenacemente attaccato alla cultura contemporanea non potrà forse reprimere un sorriso di commiserazione, di fronte a pensieri come quelli della gnosi, secondo i quali il mondo in cui egli si trova (e che gli sembra di poter spiegare tanto bene con le teorie scientifiche d’oggi) non ha in realtà nulla a che fare con i fenomeni che si pensa di solito si siano svolti all’origine dell’universo.

 

Appunto chi sia imbevuto della cultura odierna cercherà di reprimere un sorrisetto, se gli si richiede di concepire che il fondamento primo dell’universo vada ricercato in quelle entità cosmiche che nessun concetto usuale riesce ad afferrare, che non vengono neppure sfiorate da qualsiasi strumento di conoscenza oggi in uso; che ciò che può essere chiamato il fondamento del mondo vada ricercato nel Padre universale primordiale; che poi per così dire promani dal Padre, solo stando al suo fianco, un quid che l’anima può appena vagamente intravvedere, se indaga nelle proprie profondità, lasciando da parte ogni concezione tinta di materialismo: cioè il Silenzio, l’infinito silenzio, in cui non esistono ancora né tempo né spazio.

 

Lo gnostico rivolgeva lo sguardo spirituale a questa coppia:

• al Padre universale e al Silenzio che precedeva il tempo e Io spazio;

• poi concepiva che dalla unione di questi due principi avessero avuto origine altri mondi (ma si potrebbero chiamare anche entità).

 

Da queste poi, altre, e poi altre ancora, e così vìa, per trenta gradini successivi: solamente al trentesimo gradino s’incontra ciò che si presenta oggi ai sensi e all’intelletto, e che si crede di poter così brillantemente interpretare con le moderne teorie, per esempio col darwinismo.

Tutto questo si trova (secondo la concezione gnostica) solo sul trentesimo gradino, o per essere precisi sul trentunesimo: sono infatti in numero di trenta le entità (che si potrebbero però anche anche chiamare i mondi) che precedono questo mondo attuale. A quelle trenta entità, o mondi, precedenti il mondo ch’è il nostro, si attribuisce di solito il nome di eoni.

 

Per poter avere un’idea di che cosa s’intendesse con quell’universo di eoni,

occorre riconoscere con chiarezza quanto segue.

Non solo quello che percepiscono i sensi appartiene per così dire al trentunesimo gradino dell’esistenza,

al trentunesimo mondo,

ma anche tutti i pensieri dell’uomo fisico, mediante i quali si crede di poter spiegare ogni cosa.

 

È ancora facile accettare una concezione del mondo spirituale che si accontenti di affermare che sì, il mondo materiale è illusorio, ma col nostro pensare penetriamo nel mondo spirituale, e quindi si può coltivare la speranza di penetrare realmente nei mondi spirituali mediante il pensiero.

Questa però non era la convinzione degli gnostici, secondo i quali il nostro pensare abituale fa parte del trentunesimo eone, cioè del mondo fisico.

 

Non solo in quanto percepisce coi sensi, ma anche in quanto pensa, l’uomo era considerato estromesso dai trenta eoni che la visione spirituale permette di contemplare nella loro successione verso l’alto e in sempre maggior perfezione.

È veramente facile immaginarsi il sorriso di commiserazione del materialista convinto di trovarsi al culmine del sapere moderno, se qualcuno gli chiedesse di ammettere che, prima del nostro visibile, esistono altri trenta mondi, totalmente diversi da qualunque cosa noi si possa concepire! Ma era proprio questa la convinzione degli gnostici.

Essi poi si chiedevano quale fosse la realtà di questo mondo.

 

Qui vorrei prescindere da quanto noi stessi abbiamo detto sulle caratteristiche del mondo, da un punto di vista valido per il nostro tempo. Quello che ora sto per esporre non pretende di avere valore probativo per noi oggi; l’antroposofia del secolo ventesimo deve ovviamente superare i punti di vista che valevano per l’antica gnosi. Noi vogliamo solamente cercare di comprenderla, immergendoci nel suo mondo di idee.

Perché il mondo circostante, compreso anche ciò che l’uomo può pensare di esso, veniva considerato separato dagli altri eoni?

 

Per rispondere, dobbiamo seguire lo gnostico nella sua osservazione dell’eone più basso di tutti, ma ancora completamente spirituale. Cosa vi si trova? Vi si trova la divina Sofia, la saggezza divina.

Derivata spiritualmente da ventinove gradini, essa guardava in alto, entro il mondo spirituale, verso l’eone supremo, attraverso tutta la serie delle entità (o mondi) spirituali.

 

A un certo momento, in un certo giorno cosmico, essa si rese conto che per conservarsi la vista libera nel mondo spirituale degli eoni, essa avrebbe dovuto separare da sé qualcosa: separò da sé il desiderio che era presente in lei. E ciò che da quel momento non fu più presente in lei, nella divina sapienza, o Sofia, da allora in poi va errando nel mondo spaziale, compenetrando tutto il divenire del mondo dello spazio.

Esso non vive solo nella percezione sensoriale, ma anche nel pensare umano, e qui vive con la nostalgia del mondo spirituale, ma è come se fosse stato espulso entro le anime degli uomini.

 

Quasi come un’immagine, ma un’immagine al rovescio, un’immagine della divina Sofia gettata nel modo materiale, il desiderio, la bramosìa vive ora in tutto il mondo e lo compenetra tutto: viene chiamato achamòd.

Se guardi nel mondo che è il tuo, senza elevarti ai mondi spirituali, scorgi il mondo di achamòd, ricolmo di bramosìa. Per il fatto di essere il mondo pieno di desiderio, non è possibile che vi si esplichi ciò che apre la vista sul mondo degli eoni.

 

La gnosi concepiva come estremamente remoto, lontanissimo nel mondo degli eoni, e generato dalla pura spiritualità degli eoni, quello che essa chiamava il Figlio del Dio padre e anche quello che chiamava il puro santo Spirito.

In questi dobbiamo dunque scorgere per così dire un’altra serie di generazioni, una linea evolutiva diversa da quella che condusse poi alla Divina Sofia, o Sapienza.

 

Come le stirpi vanno separandosi le une dalle altre nella vita fisica, nella corrente delle generazioni, così nel susseguirsi degli eoni si sceverò a un certo punto, ancora a un livello elevatissimo del mondo spirituale, una linea diversa: quella dello Spirito-Figlio procedente dal Padre, e dello Spirito Santo.

 

Possiamo quindi distinguere nel mondo degli eoni due correnti:

• da un lato quella che conduce alla divina Sofia,

• e dall’altro quella che portò allo Spirito- Figlio e allo Spirito Santo.

Risalendo su per gli eoni, s’incontra a un certo punto un eone dal quale discende

• da un lato la linea degli eoni che portano alla divina Sofia,

• e dall’altro la linea da cui derivano il Figlio di Dio e lo Spirito Santo.

Risalendo più indietro ancora, si giunge al Dio padre e al divino Silenzio.

 

Ora, per il fatto di trovarsi trasferita pregna di achamòd entro il mondo materiale, l’anima umana (secondo la gnosi) vive con la nostalgia del mondo spirituale; in essa vive soprattutto la nostalgia della divina Sofia, della saggezza divina, dalla quale è costretta a vivere separata perché essa stessa è riempita di achamòd.

Questo sentimento di separazione dal divino mondo degli eoni, questa sensazione di non trovarsi entro l’elemento divino-spirituale, secondo gli gnostici viene sperimentato come mondo materiale.

La gnosi considera poi come derivato dal mondo divino-spirituale, ma tuttavia congiunto con achamòd, quello che (con termine greco) viene chiamato il demiurgo, il grande architetto dell’universo.

Il demiurgo, il grande architetto dell’universo, è il vero creatore e conservatore di tutto quanto è compenetrato di achamòd e di esistenza materiale.

 

Le anime degli uomini sono impigliate nel suo mondo, piene di nostalgia per la divina Sofia; e nel mondo degli eoni appare in modo puramente divino-spirituale, come in lontananza, il Figlio di Dio e lo Spirito Santo, ma soltanto per chi (secondo la gnosi) si solleva al disopra di tutto ciò che è compenetrato da achamòd, dal desiderio che scorre attraverso lo spazio.

Perché nelle anime trasferite entro il mondo dell’achamòd esiste ugualmente la nostalgia? perché provano nostalgia per il mondo divino-spirituale, dopo essersene separate?

 

Anche questo era un problema che la gnosi si poneva, dandogli la risposta seguente: achamòd è stato espulso dalla sapienza divina, da Sofia; tuttavia, prima di diventare questo mondo interamente materiale nel quale l’uomo ora vive, achamòd fu illuminato brevemente, in modo fugace, da un raggio di luce proveniente dal Figlio di Dio.

È questo un concetto gnostico importante: che achamòd, quale vive entro le anime degli uomini, potè scorgere in un remotissimo passato la luce di Dio che però disparve immediatamente alla sua vista. Il ricordo di essa persiste però nell’anima umana, per quanto essa possa trovarsi impigliata nel mondo della materia.

 

Un’anima umana avrebbe potuto esprimersi così: io vivo nel mondo di achamòd, nel mondo materiale; sono rivestita di un involucro tratto dal mondo materiale. Pure, se mi immergo in me stessa, sorge un ricordo. Ciò che mi tiene avvinto al mondo materiale si strugge di nostalgia per la divina Sofia, per la sapienza divina, perché l’entità di achamòd che vive in me fu in passato una volta illuminata dalla luce del Figlio di Dio che vive nel mondo degli eoni.

Si provi a rappresentarsi concretamente un’anima di tal genere, che poteva essere quella di un discepolo degli gnostici; anime come queste esistettero infatti realmente, non si tratta di una costruzione ipotetica. E se si esamineranno con giudizio i documenti storici, anche la storiografia accademica dovrà confermare che a quel tempo vi furono numerose anime del genere di quelle che abbiamo ora descritte.

 

Non è inutile cercare di comprendere la ragione per cui nel presente si prova un’intensa avversione per gli argomenti che ho svolto ora sulle idee degli gnostici. Quale sarà l’opinione che un cervellone dei giorni nostri avrà della gnosi antica?

Ci è già capitato di udire che perfino la teologia di Paolo viene considerata un arzigogolo rabbinico, qualcosa di molto troppo artificioso perché un pensatore scientifico moderno possa accettare di prenderla sul serio. Si è così orgogliosi dei nuovi semplici concetti di evoluzione o magari di energia, coi quali si pretende di spiegare ogni cosa!

 

Si ritiene di essere finalmente diventati adulti, padroni di concetti coi quali edificare una concezione del mondo energetica, e si guarda con benevola commiserazione ai cari bambocci dell’antichità che si trastullavano con la loro gnosi, farneticando di ogni specie di spiriti, di trenta eoni, proprio come un’umanità bambina che giuoca! La virile anima dello scienziato moderno ha superato da tempo quelle fanciullaggini lontane! Occorre indulgenza, per prendere atto di quei graziosi e bambineschi giochetti gnostici!

Questo è l’atteggiamento prevalente oggi, in proposito, e non sarà facile modificarlo. Certo, si potrebbe replicare: se oggi uno gnostico con la sua anima improntata dalla gnosi, si trovasse di fronte a te, potrebbe a sua volta permettersi di dirti la sua opinione sul conto tuo.

 

Potrebbe forse esprimersi così: capisco bene che tu sia diventato tanto orgoglioso dei tuoi concetti di evoluzione o di energia. Questo però dipende dal fatto che la tua vita di pensiero è diventata molto grossolana, sempliciotta e primitiva; nella nebbia del tuo intelletto ti accontenti dei pensieri più astratti. Enunci le parole evoluzione o energia, credendo di parlare di realtà. È che ti manca la capacità di scorgere quella vita spirituale più sottile che penetra su, fino a quanto si eleva per trenta gradini al disopra di quello che tu percepisci.

 

Per noi, però, si fa sempre più netto il contrasto che abbiamo menzionato all’inizio di questa odierna considerazione. Osserviamo da un lato il nostro tempo, coi suoi concetti grossolani e primitivi, dall’altro l’antica gnosi. Abbiamo mostrato quanto siano infinitamente complicati i concetti usati dalla gnosi, per esempio i concetti dei trenta eoni, per giungere, nel corso del suo sviluppo, a trovare il Figlio di Dio e lo Spirito Santo, e per scoprire nell’anima umana la nostalgia per la divina Sofia, per il Figlio di Dio e per lo Spirito Santo.

 

Possiamo allora chiederci: ma non è forse scaturito da quell’approfondimento del pensiero umano, che si ebbe nel mondo greco-romano, ciò che oggi domina trionfalmente nel mondo circostante, e si esplica in concetti come quelli di evoluzione o di energia? non guardiamo forse ai complicati concetti della gnosi come a qualcosa di estremamente antipatico alla nostra epoca, a qualcosa di totalmente estraneo? non ci troviamo forse di fronte a contrasti insuperabili? Sì, certo.

 

La contraddizione che ci opprime diventa sempre maggiore, se a questo punto torniamo a riflettere su quanto abbiamo già detto circa l’atteggiamento che può prendere l’anima chiaroveggente: essa è in grado di riportarsi nel mondo di pensiero dei greci e dei romani, e percepire poi il mondo con quella « stella » di cui abbiamo parlato.

 

Entro il mondo del pensiero greco, già tanto profondo, troviamo poi qua e là sparsi gli esempi del pensiero gnostico, ancora più profondo. Ma se lo osserviamo alla luce di quanto l’antroposofia ci deve dare oggi, e lo troviamo in fondo impotente a comprendere il significato di quella « stella » dalla quale siamo separati da tre mondi; se ci domandiamo se gli gnostici abbiano compreso ciò che a quei tempi stava accadendo nell’evoluzione dell’umanità, allora ci rendiamo conto che neppure noi oggi, sul terreno dell’antroposofia, possiamo cercare nella gnosi antica la risposta a certi problemi. Una tale risposta non ci soddisferebbe affatto; essa non potrebbe gettare nessuna luce su ciò che si manifesta oggi all’anima chiaroveggente.

 

Con le considerazioni sin qui fatte, non pretendo di aver dato una spiegazione. Avrà compreso nel modo migliore il mio intento di oggi, chi sentirà più intensamente che le parole da me dette non volevano essere una spiegazione, che in fondo non ho fatto altro che mettere in luce certe crude contraddizioni, comunicando però una determinata esperienza occulta: la percezione della « stella ».

 

Vorrei che si sentisse chiaramente che all’inizio della nostra èra apparve qualcosa di estremamente lontano da ogni comprensione umana, ma che pure agì su tale comprensione. Vorrei che si sentisse che l’epoca che segna l’inizio della nostra èra rappresenta un grandissimo enigma; che nell’evoluzione dell’umanità si compì allora qualcosa che nel mondo greco-romano si manifestò in un primo momento come un approfondimento del pensiero, o addirittura come una scoperta del pensiero, ma che anche di questo aspetto le cause originarie sono quanto mai enigmatiche.

In mondi quanto mai nascosti bisogna ricercare ciò che si manifestò allora sotto l’apparenza dell’approfondimento del pensiero greco-romano. Con le mie considerazioni odierne non mi proponevo di fornire un’idea, una risposta per i fatti di cui stiamo parlando, bensì di proporre un enigma.

 

 

By | 2018-08-04T22:42:54+02:00 Agosto 4th, 2018|MISTERO DEL GOLGOTA|Commenti disabilitati su LE DIFFICOLTÀ DELLA COMPRENSIONE DELLA NATURA DEL CRISTO GESÙ. IL PENSIERO DEGLI GNOSTICI.