/////LE ESPERIENZE DEL DOPO-MORTE SONO SIMILI A QUELLE DELL’INIZIAZIONE

LE ESPERIENZE DEL DOPO-MORTE SONO SIMILI A QUELLE DELL’INIZIAZIONE

Le esperienze del dopo-morte sono simili a quelle dell’iniziazione.

O.O. 141 – Vita da morte a nuova nascita – 05.11.1912


 

Sommario: Le esperienze del dopo-morte sono simili a quelle dell’iniziazione. Quiete animica perché avvenga qualcosa nel mondo spirituale, o in quello fisico tramite nostro; nostra ricerca per la conoscenza, anche spirituale. Visione immaginativa nel dopo-morte e relazioni immodificabili. Le statue di Michelangelo nelle Cappelle medicee e le quattro parti costitutive umane. Condizioni di vita nelle sfere di Marte e Venere.

 

Non si potrà mai dire abbastanza spesso

che nell’antroposofìa non ci si può orientare con pochi concetti,

con teorie press’a poco riassunte in brevi frasi, oppure con un programma;

nella vera antroposofìa ci si può soltanto ritrovare con tutta la vita della propria anima.

Vita è però divenire, è evoluzione.

 

E quando invece venisse chiesto: «Come può il singolo aderire ad un movimento antroposofico, se subito viene posta l’esigenza dell’evoluzione, del divenire, se si dice che si può soltanto nel corso del tempo, a poco a poco, pervenire a ciò che è contenuto nelle profondità di quella che in verità si chiama antroposofia?

 

Come può il singolo decidersi ad inoltrarsi in ciò che soltanto a poco a poco egli dovrà sviluppare?»

Allora si dovrà rispondere che prima che l’uomo possa salire alle più alte vette di un’evoluzione

egli ha già quello che ha condotto tutta l’umanità in generale a tendere ad una tale evoluzione,

egli ha nel suo cuore, nella sua anima, il senso per la verità;

basterà che egli si abbandoni senza pregiudizi a quel senso per la verità, ma col volere indirizzato alla verità,

non col volere teso alla vanità di una teoria, non col volere teso alla presunzione di un programma,

bensì proprio col volere teso alla verità,

volere che è profondamente radicato nell’anima quando non sia fuorviato da ogni sorta di pregiudizi.

 

Si può dire che si avverte la verità là dove essa scorre schietta. Di conseguenza è anche possibile una schietta critica della verità quando si sia all’inizio della sua conquista. Questo però non esclude che si veda appunto la cosa più importante nell’inserirsi della corrente antroposofica in tutto il divenire, in tutta l’evoluzione.

 

Nella nostra epoca vi sono davvero molte cose che per natura fuorviano l’uomo in relazione al senso della verità esistente nella sua anima; nel corso degli anni abbiamo potuto variamente indicare simili occasioni di errore, e non occorre che oggi io lo faccia di nuovo.

 

Quello che ho detto, l’ho esposto per la ragione che in tal modo volevo dimostrare il fatto che è sempre di nuovo necessario avvicinarsi alle cose da parti e da punti di vista sempre diversi, studiarle sempre da capo, anche se, in un certo senso, abbiamo già riconosciuto qualcosa sulla base della scienza occulta. In un certo senso ci dà un appoggio quello che possiamo incontrare nel campo dell’antroposofìa, per esempio a proposito dei quattro Vangeli.

 

In questo autunno potei concludere a Basilea lo studio sulla serie dei Vangeli con un ciclo di conferenze sul Vangelo di Marco. Proprio nello studio dei Vangeli, che sono appunto quattro, si può vedere un esempio caratteristico di un avvicinarsi da diversi punti di vista alle grandi verità dell’esistenza. Ogni Vangelo dà l’occasione di studiare il mistero del Golgota da un aspetto differente; noi possiamo quindi sapere qualcosa del mistero del Golgota, soltanto se lo studiamo dai quattro diversi aspetti che risultano dallo studio dei Vangeli.

Negli ultimi dieci o dodici anni, quale fu per esempio lo spirito dei nostri studi a proposito di questo punto specifico?

 

Chi di voi desideri vedere chiaramente questo punto, non ha che da prendere in mano il mio libro Il Cristianesimo quale fatto mistico, il cui contenuto venne esposto in conferenze ancora prima della costituzione della «Sezione tedesca della Società Teosofica». Chi studi seriamente quello che ivi è esposto vedrà che in sostanza vi sono già senz’altro contenute tutte le cose che poi vennero dette in appoggio ai diversi Vangeli, e che tutto il mistero del Golgota, come poi venne esposto in conferenze nel corso degli anni, è già contenuto in quel libro.

Ma nulla sarebbe più ingiustificato che il credere che quando si conoscesse il contenuto del libro Il Cristianesimo quale fatto mistico si avrebbe una rappresentazione del mistero del Golgota sufficiente anche per il presente.

 

Furono appunto necessarie tutte le conferenze successive che seguono la medesima linea, che sono derivate del tutto conseguentemente dall’embrione di quello studio spirituale, che in nessun punto sono in contrasto con Il Cristianesimo quale fatto mistico; esse furono invece adatte ad aprire sempre nuovi modi di studio sul mistero del Golgota, e a far penetrare così sempre più profondamente in esso. In tal modo cercammo di porre l’immediata e vivente penetrazione nei fatti spirituali in luogo di concetti, teorie programmi.

In realtà, se in tutto questo si ha ancor sempre il sentimento di una certa manchevolezza, e cioè di non aver sempre potuto dare tutto quanto era necessario, tale manchevolezza dipende da qualcosa di non modificabile sul piano fisico, dipende dal tempo. Non è appunto possibile esporre in un tempo determinato tutto quello che vi è da dire. Di conseguenza ho sempre fatto una premessa, la premessa cioè di avere pazienza e attendere che le cose vengano esposte a poco a poco. Questa deve pure essere una indicazione di come dobbiamo afferrare le cose delle quali vi parlerò qui nei prossimi tempi.

 

Nel corso degli anni abbiamo parlato molto della vita tra la morte e una nuova nascita; tuttavia tratteremo ancora sostanzialmente di questo argomento nelle prossime conferenze per la ragione che, nel corso dell’estate e dell’autunno, mi è stato proposto il compito di esaminare spiritualmente a nuovo questo campo, anche per esporre un punto di vista che in precedenza non potè venir toccato. Soltanto ora si possono esaminare diverse cose che ci mostrano il profondo significato morale delle verità soprasensibili relative a questo settore.

Accanto alle altre abituali premesse che ora sono state accennate soltanto brevemente, nel nostro movimento è senz’altro sempre stata fatta un’altra premessa, una premessa che, si vorrebbe dire, nel nostro tempo così presuntuoso e futile, disturba appunto tanti cuori. Ma poiché non per questo possiamo farci trattenere dall’esercitare la serietà e la veracità che dobbiamo al nostro movimento, così tale premessa deve proprio esser fatta.

Essa consiste nell’acconsentire a quello che viene tratto dai mondi spirituali, con un lavoro intimo e serio che tenda veramente ad apprendere e ad impegnarsi.

 

Possiamo dire che da diversi anni il rapporto degli uomini viventi sul piano fisico verso i mondi spirituali è diventato diverso da quanto per esempio non fosse per tutto il corso del secolo diciannovesimo.

Ho già fatto presente che ancora nell’ultimo terzo del secolo scorso vi era poco accesso ai mondi spirituali; secondo le necessità dell’evoluzione dell’umanità, poca era la sostanza che scorreva nell’anima umana dal mondo spirituale.

 

Ma ora viviamo in un’epoca

in cui basta che l’anima sia ricettiva, in cui basta che essa si abbandoni e si prepari,

perché le possano affluire manifestazioni provenienti dai mondi spirituali.

• Diverranno sempre più sensibili singole anime umane, coscienti dei loro compiti nel nostro tempo,

per le quali sia una realtà il fluire delle conoscenze spirituali.

• Per gli antroposofi è perciò un’ulteriore esigenza quella di non chiudersi di fronte a ciò che nel presente

possa fluire in un modo qualsiasi nell’anima dai mondi spirituali.

 

Prima però di addentrarmi nell’argomento principale delle nostre prossime conversazioni, desidero accennare a due particolarità della vita spirituale che noi dobbiamo specialmente tener presenti.

 

L’uomo sperimenta già fra la morte e la nuova nascita i fatti del mondo spirituale in un ben determinato modo. Egli li sperimenta però anche mediante l’iniziazione; quando abbia preparato la sua anima, egli li sperimenta appunto già durante la sua esistenza nel corpo fisico, diventando partecipe del mondo spirituale. Abbiamo spesso parlato di queste cose. Si può quindi dire che quello che avviene fra la morte e la nuova nascita, vale a dire lo sperimentare del mondo spirituale, può essere visto mediante l’iniziazione.

 

Non soltanto per sperimentare il mondo spirituale, ma anche per rettamente comprenderlo, per rettamente ritrovarsi nelle comunicazioni provenienti dal mondo spirituale, occorre osservare due cose che in sostanza derivano da tutte le altre delle quali spesso abbiamo parlato qui.

È stato spesso sottolineato che il mondo spirituale ha un aspetto diverso dal mondo fìsico, che l’anima, entrando nei mondi spirituali, arriva in una sfera nella quale deve abituarsi a molte cose che sono direttamente opposte alle cose del mondo fisico.

Richiamo ora l’attenzione su di una cosa.

 

Qui, sul piano fisico, se qualcosa deve avvenire nel mondo fisico a mezzo nostro, noi uomini dobbiamo essere attivi, dobbiamo muovere le nostre mani, dobbiamo muoverci, dobbiamo per così dire portare il nostro corpo fisico da un luogo in un altro. Affinché cioè avvenga qualcosa nel mondo fisico a mezzo nostro, è necessaria la nostra attività, il nostro attivo agire sulle cose.

Per i mondi spirituali è invece necessario l’esatto contrario, sempre parlando dell’attuale periodo di tempo.

 

Quello che deve avvenire a mezzo nostro nei mondi spirituali,

deve verificarsi mediante la nostra quiete, mediante la nostra quiete animica.

All’indaffarato agire sul piano fisico,

corrisponde nel mondo spirituale il quieto poter attendere gli eventi.

• Quanto meno ci muoviamo sul piano fisico, tanto meno avviene per mezzo nostro;

quanto più invece ci muoviamo, tanto più può realizzarsi.

• Quanto più calmi possiamo diventare nella nostra anima,

quanto più possiamo rinunciare nel nostro intimo ad ogni attività,

tanto più può realizzarsi per mezzo nostro nel mondo spirituale.

 

Affinché avvenga qualcosa per nostro mezzo nel mondo spirituale è necessario che noi siamo in grado di poter considerare ciò che succede come una grazia che riceviamo, come qualcosa da cui, in un certo senso, veniamo benedetti, qualcosa che avviene e che si avvicina a noi perché noi lo meritiamo grazie alla nostra quiete animica. Voglio darne un esempio.

Ho fatto spesso presente che il 1899, per chi ha conoscenze spirituali, fu un anno importante. Fu la fine di un periodo di cinquemila anni di storia dell’umanità, il cosiddetto piccolo kali-yuga. Dopo quell’anno le anime umane sono poste nella necessità di accostarsi allo spirito in un modo diverso che non prima di quel tempo.

Eccone un esempio concreto: un certo Norberto, verso la fine del secolo XII, fondò un ordine in occidente. Prima che gliene venisse l’idea, si potrebbe dire che egli fosse un uomo leggero, pieno di passioni e di gioia di vivere. Un bel giorno gli accadde qualcosa di speciale, venne colpito da un fulmine. Il fulmine non lo uccise, ma cambiò tutto il suo essere. Nella storia dell’umanità vi sono molti di tali esempi. Tutto il suo essere venne trasformato: la connessione delle quattro parti costitutive, corpo fisico, corpo eterico, corpo astrale ed io, venne cambiata in seguito alla azione della forza esistente nel fulmine. Egli fondò quindi l’ordine cui accennavo. E anche se l’ordine, come tanti altri ordini, non conservò quello che voleva il suo fondatore, pure esso fece allora del bene da molti punti di vista.

 

È spesso avvenuto che si verificasse un «caso», come oggi lo si chiama. Non è però un caso; è un evento determinato nel karma universale. L’uomo fu scelto per compiere qualcosa di speciale.

Nella sua corporeità dovettero di conseguenza venir create le condizioni affinché egli potesse fare quella cosa. Era necessario un avvenimento esteriore, una influenza esteriore.

A questo riguardo il 1899 fu un anno cruciale, un limite dopo il quale tali influenze dovevano agire sull’anima sempre più interiormente, non dovevano venire dall’esterno in misura così considerevole. Non che il passaggio dovesse essere brusco, ma piuttosto nel senso che quanto oggi agisce sulle anime umane, agisse sempre più interiormente.

 

Vi ricordate quello che io dissi a proposito del modo in cui Cristiano Rosenkreutz dovette agire sull’anima umana quando volle fare appello ad essa, quando tale appello divenne interiore. Prima dell’anno ricordato simili appelli dovettero venir rivolti piuttosto mediante avvenimenti esteriori; dopo quell’anno gli appelli divennero sempre più interiori.

 

Il rapporto delle anime umane con le gerarchie superiori diverrà sempre più interiore,

e sempre più l’uomo dovrà sforzarsi di intrattenere dei rapporti con le entità delle gerarchie superiori,

appunto mediante la sua interiorità, mediante le forze intime e più profonde della sua anima.

 

A quello che ora ho caratterizzato, a questo evento nella vita del piano fisico corrisponde però nel mondo spirituale, visibile per chi ha la possibilità di guardare nei mondi spirituali, molto di ciò che avviene fra le entità delle gerarchie superiori. Soprattutto in quel momento si sono verificate delle cose che le entità dei mondi superiori dovevano compiere fra di loro. Esisteva però una cosa speciale per quel momento.

• Le entità che nei mondi spirituali dovettero fare in modo che si verificasse la fine del kali-yuga, avevano bisogno di qualcosa dalla nostra terra, di qualcosa che avvenne sulla nostra terra. Avevano bisogno che in singole anime, mature per queste cose, se ne avesse una conoscenza, o almeno che esistesse la conoscenza che nelle anime vivono rappresentazioni relative a questa trasformazione.

 

Poiché, come all’uomo sul piano fisico occorre un cervello per sviluppare una coscienza,

così alle entità delle gerarchie superiori occorrono pensieri umani

nei quali si rispecchino le cose che le gerarchie superiori fanno.

Il mondo degli uomini è necessario anche per il mondo spirituale, anch’esso collabora, deve esistere.

 

Ma occorre collaborare nel modo giusto. E quelli che allora erano maturi, oppure che lo sono oggi, per collaborare a queste cose dal lato dell’umanità, non dovevano, oppure non devono, svolgere una specie di propaganda sul piano fisico, come qui si è abituati a svolgere, per quello che deve avvenire sul piano spirituale.

 

Noi aiutiamo gli spiriti delle gerarchie superiori

non per il fatto di comportarci sul piano fisico per così dire da indaffarati,

ma li aiutiamo piuttosto se abbiamo comprensione per quello che deve avvenire,

e siamo inoltre in condizioni, in piena tranquillità d’animo,

nel più assoluto raccoglimento della nostra vita animica,

di abbandonarci devotamente ad un tale fenomeno del mondo soprasensibile.

 

Vale a dire, la tranquillità che possiamo conservare,

l’atteggiamento che possiamo conquistarci per attendere una simile cosa in grazia,

per accoglierla in grazia, questi sono i contributi che noi possiamo dare.

 

Possiamo così dire, anche se l’espressione suona paradossale,

che le nostre azioni, la nostra attività nei mondi spirituali,

dipendono dalla nostra tranquillità d’animo;

quanto più possiamo diventare calmi,

tanto più può realizzarsi tramite nostro in relazione ai fatti dei mondi superiori.

 

Per partecipare ad un movimento spirituale è quindi anche necessario

poter veramente sviluppare questo atteggiamento, questa tranquillità animica.

 

E proprio per il movimento antroposofico sarebbe auspicabile che nella misura massima possibile si tendesse, da parte dei suoi partecipanti, ad una tale tranquillità animica, ad un tale comportamento pieno di grazia, ad un tale comportamento riempito dalla coscienza della grazia di fronte ai mondi superiori.

Fra le attività che l’uomo svolge sul piano fisico, noi troviamo propriamente cose simili quasi soltanto nel campo della creazione artistica, oppure nel campo della vera aspirazione alla conoscenza o delle esigenze di un movimento spirituale. Di certo non renderà il meglio delle sue possibilità quell’artista che è sempre indaffarato e che vuole portare le cose sempre più avanti; creerà invece il meglio l’artista che è in grado di aspettare il momento dell’ispirazione e che può anche tacere quando, per così dire, lo spirito non gli parla.

E certamente non arriva a nessuna conoscenza superiore chi vuole costruirla con i concetti che già possiede, ma vi arriva invece chi, quando gli sorga un problema, un enigma cosmico, può attendere con calma, in piena rassegnazione e dirsi:

• «Devo appunto attendere fino a quando mi giunga dai mondi spirituali il raggio di luce della risposta».

 

Allo stesso modo non agisce giustamente in un movimento spirituale chi passi da una persona all’altra e voglia convincere ognuno il più velocemente possibile che il suo movimento spirituale sia il solo giusto; agisce invece giustamente chi può attendere fino a quando si avvicinino le anime, dopo che esse abbiano riconosciuto il loro impulso verso le verità del mondo spirituale. Così avviene per l’agire quando qualcosa penetra ed illumina il nostro mondo fisico, ma così è specialmente in relazione a tutto quello che l’uomo stesso può realizzare nel mondo spirituale. Si può dire che anche le cose più pratiche, in campo spirituale, dipendono moltissimo dall’instaurarsi di un determinato stato di tranquillità.

 

Desidero ancora soltanto far presente una cosa.

Consideriamo il metodo di cura psichico-spirituale. Nel curare spiritualmente, la cosa più importante non è che si facciano questi o quei movimenti, che si afferri una cosa o l’altra. I movimenti devono esser fatti, quasi soltanto come preparazione; ma tutti mirano in conclusione a creare la tranquillità, l’equilibrio. In una guarigione fatta per via spirituale, visibile è esteriormente soltanto la preparazione di ciò che fa il guaritore spirituale. L’importante è quello che avviene alla fine. In una simile azione è come quando si è di fronte ad una bilancia. All’inizio noi dobbiamo mettere su uno dei piatti quello che vogliamo pesare, e poi mettiamo un peso sull’altro piatto; allora l’ago della bilancia si mette in movimento verso destra e verso sinistra.

 

Noi possiamo però leggere il peso soltanto quando si è stabilito l’equilibrio.

Così è per le azioni nei mondi spirituali.

Diversamente è riguardo al conoscere, al percepire.

Come avviene la percezione nella vita quotidiana del piano fisico?

 

Ognuno sa che, ad eccezione di alcuni settori del piano fisico, le cose si presentano agli uomini. Dalla mattina alla sera, nella chiara vita diurna, ci si presentano le cose; di minuto in minuto noi riceviamo sempre nuove impressioni. Soltanto in stati eccezionali ci procuriamo le impressioni, facciamo fare alle cose quello che di solito eseguono le cose stesse. Arriviamo però allora già nella ricerca conoscitiva.

Così non è per le conoscenze spirituali. Per queste dobbiamo mettere noi stessi davanti all’anima nostra tutto ciò che deve apparire davanti ad essa.

 

• Mentre tutte le nostre azioni, tutto quello che nel mondo spirituale deve realizzarsi attraverso di noi,

avviene per il fatto che noi creiamo la più assoluta tranquillità,

• dobbiamo invece essere continuamente attivi

se davvero vogliamo conoscere qualcosa nel mondo spirituale.

 

Così avviene pure che a chi desideri magari diventare antroposofo appaia troppo scomodo quello che qui perseguiamo movendo da una vera conoscenza.

Qualcuno dice persino: «Con voi bisogna in primo luogo studiare tutto, bisogna riflettere su tutto, bisogna occuparsi di tutto!» Ma senza far così non si arriva ad una comprensione dei mondi spirituali! Occorre affaticare la propria anima, bisogna osservare le cose dai più diversi punti di vista. Di questo si tratta.

 

Con un lavoro lento e tranquillo occorre prima

affinare i concetti, relativi ai mondi spirituali che si vogliono conquistare.

Se nel mondo fisico vogliamo una tavola, noi dobbiamo fabbricarla col nostro lavoro attivo.

Se nei mondi spirituali vogliamo «fabbricare» qualcosa, noi dobbiamo sviluppare la quiete,

il tipo di quiete che è necessaria affinché avvenga qualcosa;

e quando qualcosa vien fatto, esso traluce dall’oscurità.

 

Ma se invece vogliamo conoscere qualcosa,

noi dobbiamo prima affinare le ispirazioni mediante il nostro totale impegno.

Per conoscere è necessario un lavoro, un atteggiamento animico interiormente attivo,

un andare di ispirazione in ispirazione, di immaginazione in immaginazione, di intuizione in intuizione.

• In tal caso, se vogliamo conoscere qualcosa, noi dobbiamo tutto ordinare,

e nulla ci si presenta che non sia stato disposto da noi stessi.

Le cose nel mondo spirituale sono cioè

esattamente l’opposto di tutto quello che è regolare nel mondo fisico.

 

Questo dovevo premettere affinché ci potessimo intendere un poco fin dal principio sul modo in cui le cose possano venire prima trovate e poi anche capite, così come avremo da discuterle assieme in seguito.

In queste conferenze voglio trattare meno della vita immediatamente successiva alla morte, quella di cui abbiamo spesso parlato indicandola col nome del cosiddetto kamaloca, e che vi è nota nei suoi aspetti essenziali; voglio piuttosto, da punti di vista nuovi, esaminare il tempo che segue il periodo di vita del kamaloca, dopo essere passati attraverso la morte.

Prima di tutto è necessario far presente le caratteristiche nelle quali noi viviamo là. Sappiamo che l’uomo, quale primo gradino della conoscenza superiore, possiede quella che possiamo chiamare vita immaginativa; potremmo anche dire vita in vere e reali visioni.

 

Mentre nel mondo fisico noi siamo circondati da colori, suoni, odori, da sensazioni di sapore,

dalle rappresentazioni che ci facciamo mediante il nostro intelletto,

nel mondo spirituale siamo in un primo tempo circondati da immaginazioni,

potremmo anche dire da visioni; bisogna soltanto chiarire bene,

a proposito di questo concetto di immaginazione, di visione, che queste, rettamente intese in senso spirituale,

non rappresentano per noi dei quadri di sogno, bensì delle realtà.

 

Prendiamo un caso preciso.

Quando l’uomo è passato attraverso la porta della morte,

egli incontra quelli che morirono prima di lui e che in un certo modo erano assieme a lui nella vita.

Nel periodo intermedio fra la morte e una nuova nascita, noi veramente ci ritroviamo con chi ci era vicino.

• Come noi percepiamo le cose nel mondo fisico, vedendo i loro colori, ascoltando il loro suono e così via,

• allo stesso modo, dopo la morte, siamo circondati da una nuvola di visioni, se posso usare questo paragone.

Tutto è visione attorno a noi; noi stessi siamo visione.

Come noi qui siamo carne e sangue, così siamo poi visione.

Ma tali visioni non sono sogno; noi sappiamo che sono realtà.

 

Se incontriamo un trapassato col quale prima eravamo uniti,

anch’egli è visione, è lui pure racchiuso come in una nuvola di visione.

Ma come sul piano fisico noi sappiamo che il colore rosso proviene dalla rosa rossa,

così sul piano spirituale sappiamo che la visione

viene dall’essere spirituale che è passato attraverso la porta della morte prima di noi.

 

Si verifica ora però qualcosa di caratteristico che dobbiamo rilevare, e che si mostra a tutti coloro che sperimentano questo tempo dopo la morte. Qui sul piano fisico può per esempio verificarsi il caso di aver amato troppo poco una persona, mentre avremmo dovuto amarla in base alle condizioni delle quali ci rendiamo conto, in base ai concetti di cui però ci rendiamo conto soltanto in seguito; abbiamo dunque sottratto dell’amore a quella persona. Prendiamo un caso di questo genere, di avere cioè sottratto dell’amore a qualcuno o di avergli fatto comunque qualcosa di male. Se proprio non abbiamo un cuore arido, può allora sorgere in noi il sentimento, l’idea: «Tu devi pareggiare ciò!».

E se sorge in noi questo sentimento ci è data la possibilità di pareggiare la cosa. Possiamo in un certo senso continuare a lavorare ai rapporti del mondo che ci circonda sul piano fisico. Ma non possiamo farlo nei primi tempi dopo il periodo del kamaloca, dei quali ora parliamo.

 

• Se allora siamo di fronte a qualcuno, dal modo appunto in cui gli stiamo di fronte, noi possiamo sapere di avergli fatto qualcosa di male, o di avergli sottratto l’amore che gli dovevamo; possiamo anche formulare il proposito di voler pareggiare la situazione, ma non possiamo farlo. In questo periodo noi possiamo soltanto sviluppare verso quell’uomo il rapporto che già si era stabilito nell’epoca prima della morte. Il rimanente possiamo vederlo, ma per il momento nulla possiamo aggiungere, nulla possiamo migliorare. Vale a dire, in quel mondo di visione che ci avvolge come una nuvola noi nulla possiamo cambiare. Noi lo guardiamo, ma nulla possiamo modificare.

Come eravamo nei confronti di qualcuno morto prima di noi,

così rimane la nostra relazione verso di lui, e tale continuiamo a viverla.

Questa è anche spesso una delle più dolorose esperienze dell’iniziazione.

 

In tal caso si sperimentano molte cose nel loro rapporto verso il mondo fisico e veramente si vede molto più a fondo di quanto non si veda con gli occhi o non si afferri con l’intelletto. Si vedono le ragioni delle cose, ma non si può modificarle in modo immediato. Ciò determina il dolore della conoscenza spirituale, il martirio della conoscenza spirituale, in quanto tale conoscenza si riferisca alla propria vita, in quanto sia autoconoscenza. Così è pure dopo la morte.

Dopo la morte gli uomini, nei confronti di coloro con i quali avevano una relazione nella vita,

si trovano in un rapporto che per così dire è durevole, che continua quale esso era.

 

Quando di recente questo fatto mi si offerse all’occhio dello spirito con una forza straordinaria, potei dirmi una cosa. Nella mia vita mi sono veramente molto occupato anche di Omero, ed ho cercato di comprendere molte cose nei suoi antichi poemi. Appunto in quest’occasione mi cadde sotto gli occhi un passo di Omero (della cui chiaroveggenza i Greci fanno cenno quando parlano del «cieco» Omero), là dove egli dice del regno che l’uomo sperimenta dopo la morte e che egli chiama «regno delle ombre, nel quale non è possibile alcun cambiamento, alcuna modificazione».

Riflettei così allora di nuovo alle molte cose che vivono nei grandi poemi e nelle grandi rivelazioni dell’umanità, e che noi possiamo conoscere rettamente soltanto traendole dalle profondità della conoscenza spirituale. Anzi molto di ciò che il conoscere umano potrà dare, dipenderà dal fatto che gli uomini comincino a vedere in una nuova luce, nella luce della vera comprensione, i loro grandi antenati i quali ebbero la grazia, perché la luce spirituale si accese nella loro anima.

 

Come viene toccata una anima, sensibile a queste cose, quando essa nota che quell’antico veggente potè scrivere quel passo soltanto perché la verità del mondo spirituale raggiava nella sua anima! Comincia così allora la vera devozione di fronte alle forze divino-spirituali che fluttuano attraverso il mondo e specialmente attraverso i cuori e le anime degli uomini. Vediamo allora soltanto con vera devozione quello che avviene nel mondo, per l’evoluzione e per il progresso.

Nel senso più profondo moltissimo è vero di quanto crearono quegli uomini che, come Omero, furono così dotati.

È vero in senso spirituale.

Ma quella verità, che un tempo poteva conoscere l’antica chiaroveggenza crepuscolare, è perduta per il tempo presente e deve quindi venir riconquistata sulla via della conoscenza spirituale.

 

A questo proposito, per illustrare ancora di più appunto l’esempio fatto, l’esempio di penetrare quanto è stato dato all’umanità attraverso i geni creativi dell’umanità, desidero aggiungere ancora qualcosa d’altro; desidero cioè aggiungere una verità alla quale mi sono persino opposto quando essa mi si presentò all’anima, una verità che apparve a me stesso paradossale, ma che pure dovetti riconoscere come verità.

Di conseguenza posso anche dire quello che ne è risultato.

Avevo da studiare nei mondi spirituali qualcosa che era anche in relazione con determinate opere d’arte. Dovevo studiare tali opere d’arte. Fra di esse ve ne erano pure di quelle che in precedenza avevo viste e studiate, ma che soltanto ora apparivano in modo nuovo davanti alla mia anima.

 

Quello che ora dico è uno studio relativo alla Cappella Medicea a Firenze. Si tratta di una cappella che Michelangelo costruì e sistemò. Due dei Medici, dei quali non vogliamo parlare ora, dovevano venir là eternati con due statue. Michelangelo aggiunse però quattro cosiddette figure allegoriche che vennero chiamate «Aurora» e «Crepuscolo», «Giorno» e «Notte», secondo quello che allora si stimò e in base a quello che anche Michelangelo lasciò intendere. Ai piedi di una delle due statue vi sono il «Giorno» e la «Notte»; ai piedi dell’altra l’«Aurora» e il «Crepuscolo».

Anche senza disporre di riproduzioni specialmente buone, guardando queste figure è possibile avere facilmente una conferma di ciò che ora dirò delle quattro figure allegoriche della Cappella Medicea. Cominciamo dalla più nota, la «Notte».

 

Nelle descrizioni, comunemente copiate, delle guide turistiche si può leggere che la caratteristica posizione delle membra, scelta da Michelangelo per la figura giacente della «Notte», non sarebbe naturale perché nessuno potrebbe dormire in una simile posizione; questa figura non sarebbe quindi un’espressione simbolica specialmente buona per la notte. Io voglio invece dire qualcosa d’altro.

Immaginiamo di studiare la figura allegorica della «Notte», con l’occhio dell’occultista, e dire che quando l’uomo dorme il suo io e il suo corpo astrale sono fuori dal corpo fisico e da quello eterico. Allora è pensabile – che qualcuno escogiti un gesto, una determinata posizione delle membra, che sia la più adatta alla posizione del corpo eterico, quando non sono presenti il corpo astrale e l’io. Quando ci muoviamo durante il giorno, noi facciamo quei determinati gesti per il fatto che nei corpi fisico ed eterico vi sono il corpo astrale e l’io. Di notte però il corpo astrale e l’io sono fuori, e quindi il corpo eterico è da solo nel corpo fisico. Esso sviluppa il suo modo di essere attivo e in movimento, e ne risultano determinati gesti. Si può avere l’impressione che per la libera manifestazione del corpo eterico non vi sia gesto più adatto di quello cui Michelangelo ha dato forma nella «Notte»; un gesto così preciso che non potrebbe corrispondere meglio e più precisamente che mediante la posizione della figura che qui rappresenta la posizione del corpo eterico.

 

Passiamo ora all’altra figura, al «Giorno». Qui possiamo dirci quanto segue: immaginiamo di poter fare in modo che in un uomo, per quanto possibile, tacciano la vita eterica e quella animica e che sia principalmente attivo l’io; questo susciterà un gesto, e noi cerchiamo il gesto adatto all’io. Noi non potremmo allora trovare gesto migliore di quello portato ad espressione da Michelangelo nel «Giorno». Qui i gesti non sono più allegorici, ma immediati, creati molto realisticamente dalla vita. E per un’eternità, per così dire temporanea, essi sono scolpiti nell’evoluzione dell’umanità, grazie all’artista. Uno è il gesto che meglio manifesta l’attività dell’io! L’altro è il gesto che meglio manifesta l’attività del corpo eterico!

 

Ed ora le altre figure, cominciando dal « Crepuscolo ». Se pensiamo all’uscita del corpo eterico in un uomo specialmente ben conformato, vale a dire al rilassamento che interviene nel corpo fisico anche quando ci raggiunge la morte, se però non pensiamo alla morte, ma all’uscita delle tre parti: corpo eterico, corpo astrale ed io e cerchiamo il gesto che allora fa il corpo fisico, abbiamo così appunto il gesto della figura allegorica del « Crepuscolo ».

 

Se vogliamo infine esprimere in un gesto l’interiore vivacità del corpo astrale in un momento di scarsa, attività di quello eterico e dell’io, allora il gesto più preciso è quello dato da Michelangelo nell’« Aurora ».

Da un lato abbiamo così le espressioni per l’attività del corpo eterico e dell’io, e dall’altro le espressioni per l’attività del corpo fisico e del corpo astrale.

 

Come dicevo, mi ero ribellato contro questa interpretazione, ma quanto più mi occupavo di queste cose, tanto più esse mi risultavano con sempre maggiore necessità. Da questo studio non desidero far rilevare altro che appunto mostrare come l’artista produca attingendo dal mondo spirituale. Ammetto che Michelangelo abbia agito più o meno inconsciamente; ma ugualmente, che significa ciò di diverso se non l’irraggiare del mondo spirituale in quello fisico?

L’occultismo contribuisce non alla distruzione, ma all’approfondimento delle opere d’arte. Potrà peraltro verificarsi che molte delle cose che oggi vengono stimate « arte » non vengano più ritenute tali. Alcuni rimarranno di conseguenza sorpresi, ma la verità ne guadagnerà.

Potei benissimo comprendere l’intima ragione della leggenda sorta appunto proprio in relazione alla figura più elaborata, e cioè che Michelangelo, quando era solo con la « Notte » nella Cappella Medicea era in grado di farla levare e di farla camminare!

 

Non voglio parlarne più oltre, ma quando si sappia che qui è portata ad espressione l’attività del corpo vitale,

allora salta senz’altro agli occhi l’efficacia della leggenda, allora essa è già presente.

Così è per molte cose, così è anche per Omero.

Ci viene incontro un’espressione come quella di Omero:

« Il regno spirituale, un regno di ombre, nel quale non vi è cambiamento, non vi è modificazione ».

 

Se ora studiamo le condizioni della vita dopo il kamaloca, comincia per noi la possibilità di una nuova comprensione per le opere di un uomo benedetto da Dio. Molte altre cose beneficeranno di un simile arricchimento, grazie alla scienza dello spirito.

 

Si tratta di cose alle quali si può far cenno, ma esse non sono la cosa più importante.

Nella vita l’importante è che sempre vi siano relazioni da uomo a uomo.

• Quando ognuno sta di fronte al suo prossimo

in modo da avvertire, dinanzi ad ogni anima umana, la parte spirituale dell’uomo,

allora ci si porrà di fronte ad esso in modo del tutto diverso da quando si crede di rilevare negli altri

quanto presume una concezione materialistica del mondo.

 

Il sacro mistero che per noi deve essere ogni anima umana, per i nostri sentimenti e le nostre sensazioni,

può soltanto esistere se nella nostra anima

abbiamo qualcosa che sia in grado di gettare luce spirituale sull’altra anima.

 

Mediante l’approfondimento nei segreti cosmici, collegati ai segreti umani, noi impariamo appunto a conoscere la natura umana, impariamo a conoscere chi abbiamo di fronte, quando siamo di fronte ad un uomo; innanzi tutto impariamo a far tacere i pregiudizi che altrimenti abbiamo di fronte al nostro prossimo, e impariamo a sentire e riconoscere gli autentici, veri e giusti aspetti dell’uomo.

La più importante luce che darà l’antroposofia sarà quella che illuminerà le anime umane.

In tal modo verranno nel mondo anche i giusti sentimenti sociali e i giusti sentimenti dell’amore che, quali frutti della vera conoscenza spirituale, devono esistere fra gli uomini. Ciò che deve venire, può proprio soltanto venir compreso quale frutto, di cui noi possiamo soltanto curare il crescere e prosperare mediante la conoscenza spirituale. Quando Schopenhauer disse: « È facile predicare la morale, difficile è fondarla » rispose ad un giusto sentimento perché veramente non è così difficile trovare i princìpi morali, né è così difficile tenere prediche morali.

 

Ma afferrare l’anima umana là dove germinano le conoscenze

che per se stesse diventano vera morale, capace di reggere la vita umana,

questo è il vero problema.

 

Dal modo in cui ognuno di noi si comporta nei confronti delle conoscenze spirituali,

potranno anche costituirsi in noi i germi per una vera morale umana dell’avvenire.

La morale dell’avvenire verrà costruita sulla conoscenza spirituale;

essa verrà costruita così, oppure non potrà assolutamente venir fondata!

È necessario che noi riconosciamo tali cose in fedele dedizione verso la verità.

 

Ciò richiede da noi che veramente ci si approfondisca nel vivente vivere e tessere dell’antroposofia,

e innanzi tutto che si tenga presente quello che oggi è stato detto come introduzione,

e cioè che l’agire nel mondo spirituale presuppone tranquillità d’animo,

presuppone il dimostrarsi degni della grazia, mentre il conoscere presuppone l’essere attivi.

 

Di conseguenza vi sarà anche comprensibile che nel periodo fra la morte e una nuova nascita, quando siamo di fronte ad un altro essere, noi dobbiamo riconoscere, mediante l’attività che allora sviluppiamo, se gli abbiamo sottratto dell’amore, o se gli abbiamo fatto qualcosa che non avremmo dovuto fargli. In quel momento però noi non possiamo ancora sviluppare la tranquillità d’animo necessaria affinché possa intervenire la correzione.

Nel corso delle conferenze di quest’inverno caratterizzeremo anche il periodo fra la morte e una nuova nascita in cui, nel decorso naturale della vita fra la morte e la nuova nascita, succede che l’uomo possa far intervenire le condizioni per il modificarsi di una tale situazione, in altre parole che egli possa determinare una specie di costruzione del suo karma. Dobbiamo però considerare a parte e con calma il momento che appunto ora abbiamo indicato, od anche il periodo successivo che ha altri compiti e che ancora studieremo per il tempo fra la morte e la nuova nascita.

 

Occorre ancora dire che esistono determinate condizioni in base alle quali

l’uomo può sperimentare dopo la morte il suo essere, in un modo favorevole oppure sfavorevole.

 

Paragonando due persone oppure diverse persone dopo la morte, il modo in cui esse vivono, appunto dopo il periodo immediatamente seguente la vita del kamaloca, dipende dall’atteggiamento morale che esse ebbero sulla terra.

• Persone che mostrarono buone qualità morali sulla terra

hanno le migliori condizioni nel periodo dopo il kamaloca;

• persone che mostrarono carenti qualità morali, hanno cattive condizioni.

 

Desidero ridurre in una definizione il modo in cui si estrinseca questo fatto nella vita dopo la morte, una definizione che non può essere del tutto esatta perché le nostre parole sono foggiate per il mondo fisico e non per quello spirituale. Ci si può soltanto ingegnare per renderle il più esatte possibile.

 

• Si può allora dire che grazie ad un atteggiamento morale della nostra anima,

nel periodo ora caratterizzato, noi diventiamo spiriti socievoli,

spiriti che stanno assieme agli altri spiriti umani o di gerarchie superiori.

• Invece a seguito di un carente atteggiamento morale della nostra anima,

noi non diventiamo spiriti socievoli, ma solitari,

spiriti che possono sollevarsi solo con straordinaria difficoltà al di sopra della nebbia della loro visione.

• E dopo la morte è una ragione essenziale di dolore il sentirsi uno spirito solitario, un eremita spirituale;

è invece una caratteristica essenziale della socialità

il trovare la relazione verso ciò che ci è necessario e di cui abbiamo bisogno.

Occorre un lungo periodo di tempo, nella vita dopo la morte,

per attraversare questa sfera che in occultismo si chiama sfera di Mercurio.

 

Per la sfera successiva rimane naturalmente determinante l’atteggiamento morale dell’anima,

ma subentrano anche nuove condizioni.

Per la sfera successiva, la sfera di Venere,

sono in primo luogo determinanti gli atteggiamenti religiosi dell’anima.

 

In questo periodo, persone con un’interiore vita religiosa diventeranno esseri socievoli,

indipendentemente dalla confessione alla quale appartennero.

• Di contro, spiriti che non hanno alcuna disposizione religiosa

vengono condannati in questa sfera ad essere spiritualmente limitati a se stessi, a doversi rinchiudere in se stessi.

• Anche se suona paradossale, non posso che dire:

« Chi abbia soprattutto un atteggiamento materialistico e si irriti contro la vita religiosa,

diventerà un eremita spirituale, verrà rinchiuso nella sua cameretta ».

 

Non è un confronto ironico, ma una verità, se dico che tutti quelli che oggi sostengono una « religione monistica », vale a dire il contrario di religione, verranno tutti chiusi singolarmente in un carcere; non potranno assolutamente ambientarsi.

 

In questo modo arrivano le correzioni

per gli errori e gli sbagli che l’anima si attribuisce nella vita terrena.

Sul piano fisico errori e sbagli si correggono da loro stessi,

ma nella vita tra la morte e la nuova nascita errori e sbagli significano fatti!

Ciò che qui pensiamo significa un fatto nella vita tra morte e nuova nascita.

• Già il pensare è un fatto nell’iniziazione.

• Nell’iniziazione un pensiero errato, quando lo si guardi realmente,

non esiste soltanto in tutta la sua bruttezza, ma con tutta la forza di distruzione che racchiude in sé.

 

Da qualcuno dei pensieri che vengono diffusi in questo o in quel movimento a carattere agitatorio, la gente si allontanerebbe veramente subito, se soltanto potesse avere un sentore di che cosa esso significa come fatto, come fatto distruttivo. Questo fa parte anzi dei martìri dell’iniziazione, il vedere cioè che i pensieri si raggruppano attorno a noi e rimangono come masse indurite, direi quasi ghiacciate, che noi non possiamo scuotere fin tanto che ci tratteniamo al di fuori del corpo.

 

Se abbiamo concepito un pensiero falso e usciamo quindi dal corpo,

quel pensiero è là, non lo possiamo cambiare.

Per farlo, noi dobbiamo prima ritornare nel corpo.

Ce ne rimane il ricordo, ma anche l’iniziato può correggerlo soltanto entro il corpo fisico.

Al di fuori di questo, esso è là, come una montagna.

Soltanto in questo modo può venire alla luce tutta la serietà della vita oggettiva.

 

Detto questo, può anche essere comprensibile

che per determinati pareggi del karma sia necessario il ritorno nel corpo fisico.

• Nella vita tra la morte e la nuova nascita ci vengono sì incontro gli errori,

ma gli sbagli esistenti devono venir corretti nel corpo fisico.

• Si pareggerà così nella prossima vita ciò che è avvenuto nella precedente.

• Ma quello che deve venir riconosciuto in tutta la sua forza e in tutta la sua erroneità

è ora davanti a noi immutabile, come lo sono le cose nel regno dello spirito, già secondo il passo di Omero.

 

Le cose che noi riconosciamo nel mondo spirituale

devono poi inserirsi nella nostra anima quali sensazioni, quali sentimenti.

Esse diventano sentimenti, e diventano poi la ragione di considerare la vita in un modo nuovo.

Una predica domenicale monistica può mostrare i più diversi princìpi morali.

 

Ma il tempo mostrerà che così gli uomini si modificheranno ben poco,

perché nel modo col quale si parla

i concetti non sono adatti ad afferrare realisticamente le anime umane.

 

A questo scopo è necessaria la reale forza dei concetti. E i concetti acquistano forza reale se noi sappiamo che quello che pesa sul nostro karma ci viene incontro con tutta immediatezza dopo la morte, nel corso di un determinato periodo. Noi guardiamo quello che pesa sul nostro karma, ma esso rimane così. Ora non lo possiamo cambiare, possiamo soltanto approfondirci in esso, in modo da unirlo immediatamente alla nostra natura.

 

Simili concetti agiscono quindi sulla nostra anima in maniera che possiamo giustamente guardare alla vita nel giusto modo. Si verificano allora tutte quelle cose che sono necessarie per l’avanzamento della vita, se l’umanità deve veramente progredire secondo l’intendimento di coloro che hanno la guida spirituale dell’umanità, delle guide spirituali dell’umanità, se l’umanità stessa deve progredire verso quelle mete che le vengono indicate.

 

 

By | 2018-10-14T14:58:13+02:00 Ottobre 14th, 2018|DELL'INIZIAZIONE|Commenti disabilitati su LE ESPERIENZE DEL DOPO-MORTE SONO SIMILI A QUELLE DELL’INIZIAZIONE