/////LE SETTE ARTI LIBERALI: GRAMMATICA, RETORICA, DIALETTICA, GEOMETRIA, ASTROLOGIA, ARITMETICA E MUSICA

LE SETTE ARTI LIBERALI: GRAMMATICA, RETORICA, DIALETTICA, GEOMETRIA, ASTROLOGIA, ARITMETICA E MUSICA

Le sette arti liberali: grammatica, retorica, dialettica, geometria, astrologia, aritmetica e musica

O.O. 204 – Prospettive dell’evoluzione dell’umanità – 05.06.1921


 

È straordinariamente importante, oggi, di comprendere quale trasformazione sia avvenuta negli animi umani nella civiltà occidentale, ai tempi della svolta verificatasi intorno al IV secolo dopo Cristo; perché, attualmente, viviamo di nuovo in un momento straordinariamente importante dell’evoluzione dell’umanità; e dobbiamo volgere gli occhi e tendere gli orecchi ai segni dei tempi, alle voci del mondo spirituale, per trovare una via di uscita dal caos presente all’avvenire.

Nel 4° secolo d. C. nelle anime degli uomini appartenenti ai popoli e alle stirpi principali, sono avvenute trasformazioni che hanno avuto conseguenze nel nostro secolo e che ne avranno altre in futuro. In Giovanni Scoto Eriugena vediamo una personalità che ha subìto, in certo modo, gli effetti postumi della concezione umana, ancora precedente al IV secolo d. C.

 

Osserviamo ora alcuni altri fenomeni atti a dimostrare il rivolgimento avvenuto in quell’epoca e consideriamo sotto questo rapporto la sviluppo delle scienze naturali, e in particolare delle concezioni relative alla salute e alla malattia. Limitiamoci dapprima ai tempi storici.

Se ci domandiamo in che modo si siano formate nell’uomo le opinioni riguardanti la natura in genere e in particolare la natura umana in rapporto alla salute e alla malattia, dovremo risalire all’antica epoca egizia. Prima di allora non è possibile parlare di un tale problema. Ma gli antichi egizi avevano sulla salute, sulla malattia e sulle loro cause naturali, tutt’altre vedute che non le nostre, perché vedevano diversamente da oggi il rapporto fra l’ uomo e la natura.

 

L’egizio antico non aveva per nulla coscienza del fatto di essersi a poco a poco staccato dalla terra.

Egli si rappresentava il proprio corpo in intimo collegamento con le forze della terra.

 

Abbiamo già parlato di come possa formarsi una siffatta rappresentazione, che permette all’uomo di pensarsi quasi corporalmente in intima unione con la terra, e, per meglio chiarire la cosa, ho mostrato quali forze operassero un tempo.

L’egizio era convinto che il suo rapporto con la terra fosse simile a quello che hanno con la terra oggi le piante.

 

Come, più o meno visibilmente, si possono riservare oggi i rapporti di forze fra la terra e la pianta, così nell’antico Egitto l’uomo sentiva che erano attive in lui certe forze, attive pure nella terra. Il corpo dell’uomo, allora, era attribuito alla terra.

La ragione di ciò, stava nel fatto che si aveva della terra una concezione diversa dall’attuale. Mai sarebbe balenata ad un antico egizio l’idea che la terra fosse un corpo minerale, come oggi pensiamo noi.

Egli si figurava la terra sotto specie d’un grande essere, non proprio organizzato come un animale o come un uomo, ma sotto certi rispetti, come un organismo; si rappresentava gli ammassi di pietra della terra simili a un sistema osseo terrestre; e immaginava che entro alla terra avessero luogo processi che continuavano poi nel corpo umano.

Il suo particolare sentimento, a questo riguardo, lo spingeva a mummificare il cadavere umano, per conservarne la forma. Egli vedeva nelle forze formative che modellano plasticamente il corpo umano l’espressione della volontà della terra e voleva che questa volontà avesse espressione durevole. Anche la sua concezione dell’anima era alquanto diversa dalla odierna.

 

Risalendo all’antica epoca egizia, all’antica epoca persiana, e all’antica indiana troviamo, largamente diffusa, per sapienza istintiva, la dottrina delle ripetute vite terrene dell’entità umana. Ma sarebbe errore credere che questi antichi vedessero, in quella che oggi conosciamo come anima la parte dell’uomo che di continuo ritorna.

Secondo la concezione egizia l’anima e lo spirito dell’uomo vivono in mondi spirituali tra la morte e una nuova nascita; quando si avvicina il tempo in cui debbono discendere sulla terra fisica, agiscono per impulso proprio plasmando il corpo umano trasmesso per eredità, attraverso le generazioni. Ma durante la vita fra nascita e morte, questi uomini antichi non si figuravano che l’elemento animatore della loro coscienza fosse la vera e propria entità animico-spirituale che vive fra la morte e una nuova nascita e che poi fra la nascita e la morte modella il corpo umano. Essi dicevano a se stessi: mentre sono sveglio da mattina a sera, in pieno stato di veglia, non so assolutamente niente dell’elemento animico-spirituale, che mi appartiene come uomo.

Debbo aspettare finché nel dormiveglia o (come accadeva in quelle epoche antiche) nel sonno tutto pervaso di immagini, mi si presenti il vero, il reale mio essere, quello che mi ha costruito quando, con la nascita, sono entrato nell’esistenza terrena.

 

Dunque, l’uomo antico era cosciente che nel vero stato di veglia non sperimentava affatto la sua anima; bensì che la contemplava come una cosa esteriore, come rivelazione in quegli stati di chiaroveggenza sognante, che ho sovente descritti. L’uomo antico sentiva il proprio essere apparirgli a guisa di arcangelo o di angelo. Solo dall’antica epoca egizia in poi si è verificata la possibilità di considerare, durante lo stato di veglia, questa interiorità umana come appartenente all’anima.

L’antico egizio pensava così: la mia anima e il mio spirito mi appaiono quali sono fra la morte e una nuova nascita soltanto nell’immagine del sogno. Questo mio nucleo spirituale si edifica il proprio corpo; e quando contemplo il corpo nella sua forma vedo ciò che il mio nucleo spirituale-animico ha artisticamente elaborato. Veramente, trovo nel mio corpo l’espressione della mia anima e del mio spirito assai più che non quando volgo lo sguardo alla mia interiorità. Perciò, questo corpo voglio conservarlo; voglio mantenerlo, quale mummia, nella sua forma. Conservandone la forma nella mummia, io conservo l’immagine, a cui anima e spirito hanno lavorato per secoli.

 

Invece, riguardo a ciò che l’uomo sperimentava allo stato di veglia fra nascita e morte, l’egizio si diceva: Si accende in me qualcosa che è simile a una fiamma, ma che ben poco ha rapporto col mio vero io. Questo io è tale, che si mantiene più o meno estraneo alle mie esperienze animiche dello stato di veglia fra nascita e morte: queste sono una fiamma passeggera. Vengono suscitate nel mio corpo dall’elemento animico superiore; ma si spengono di nuovo dopo la morte. E allora soltanto si desta e riluce il mio vero essere animico-spirituale: allora io vivo nell’anima e nello spirito.

 

L’antico egizio non dava dunque particolare importanza all’elemento animico operante allo stato di veglia fra nascita e morte; ma guardava oltre ad un essere animico-spirituale affatto differente, il quale sempre di nuovo edificava i corpi che vivevano fra la morte e una nuova nascita. Egli vedeva, dunque, un gioco alterno di forze tra l’elemento umano superiore e la terra. Il suo sguardo contemplava sì la terra circostante, la quale era anche per lui la casa di Osiride; ma non si curava della coscienza interiore, la trascurava.

 

Nell’epoca greca, iniziatasi nell’ottavo secolo prima di Cristo, l’uomo cominciò ad attribuire un valore sempre crescente all’elemento animico che suscita l’uomo a vita fra nascita e morte, e che l’antico egizio considerava ancora una fiamma che si accende e si spegne. Anche i greci avevano un vago senso che l’elemento animico con la morte quasi quasi si spegnesse nell’uomo; lo tennero tuttavia in maggior pregio che gli egiziani. Il celebre detto greco, già spesso caratterizzato da questo punto di vista, esprime questo senso: «Meglio essere un mendicante in terra che un re nel regno delle ombre». L’uomo greco pronunciava questa sentenza meditando sull’anima. L’anima divenne importante per lui, mentre per l’egizio aveva importanza minore.

 

In Egitto, intorno alla salute e alla malattia, ci si esprimeva così: Anima e spirito veri e propri, i quali non discendono affatto in quanto tali nell’uomo cosciente, fra nascita e morte, estraggono il corpo umano dagli elementi terrestri: acqua, aria, sostanza terrestre solida, calore della terra. Risolvendo così il problema dell’origine del corpo umano, l’antico egizio faceva di tutto per mantenerlo pulito; sicché nel fiore della civiltà egizia la nettezza del corpo era coltivata in modo tutto speciale. Quando il corpo si ammala, si diceva allora, esso deve aver subito un certo guasto nel suo rapporto con la terra, particolarmente con l’elemento acqua, rapporto che deve venir ristabilito.

 

Sicché intere schiere di medici in Egitto

studiavano le relazioni fra il corpo umano e l’elemento terrestre

e si occupavano di conservare la salute degli uomini

e di ristabilirla, se disturbata, mediante l’applicazione di cure d’acqua e d’aria.

• I medici specialisti erano molto attivi nel fiore della civiltà egizia:

e la loro attività consisteva specialmente nel mettere il corpo umano

in rapporto conveniente con gli elementi terrestri.

 

Tutto ciò subì poi, a partire dall’ottavo secolo prima di Cristo, un cambiamento che si palesò specialmente nella civiltà greca. Ivi l’elemento animico sperimentato coscientemente e non più, come nell’antico egizio, in collegamento con la terra, assunse reale importanza.

 

Si può dire che

• per l’antico egizio il corpo umano era qualcosa di simile alla pianta, qualcosa che era generato dalla terra.

• Per il greco, anima e spirito erano forze di coesione degli elementi, e di questa egli si occupava prevalentemente.

 

Nacquero poi le concezioni scientifiche della Grecia, che troviamo sviluppate notevolmente da Ippocrate, celebre medico greco contemporaneo di Fidia, Socrate, Platone. In lui, che visse nel quarto secolo avanti Cristo, vediamo già decisamente diretta l’attenzione verso l’elemento animico umano cosciente di sé fra la nascita e la morte.

Ma sbaglieremmo assai, se credessimo che nella coscienza greca anima e spirito vivessero come vivono oggi nella nostra. Consideriamo quale povera e astratta cosa sia per l’uomo odierno quella ch’egli chiama la sua anima: pensare, sentire, volere. Sono forme ben nebulose quelle che l’uomo si rappresenta, parlando del pensare, del sentire e del volere: non agiscono più affatto sull’uomo come espressioni piene di contenuto.

 

Sul greco invece agivano con finezza di contenuto, poiché egli era cosciente che anima e spirito tengono realmente uniti gli elementi del corpo, coordinandoli nelle loro attività, come una miscela. Egli vedeva in quelle forme non l’anima astratta, che l’uomo oggi vede, bensì, un sistema di forze ricco e pieno di contenuto, il quale in particolar modo configura l’elemento liquido. L’egizio diceva: a questo elemento liquido conferisce forma quell’entità animico-spirituale che esplica la propria vita fra la morte e una nuova nascita.

Il greco diceva: La mia anima, ch’io sperimento coscientemente, configura il liquido; è lei a sentire necessità di aria e a plasmare gli organi della respirazione, a determinare le condizioni caloriche del corpo e a depositare nel corpo il sale e gli altri ingredienti terrestri. Sicché il greco, in realtà, non si rappresentava l’anima divisa dal corpo; bensì nell’atto di formare il corpo acquoso, di sviluppare nel corpo le leggi dell’aria, ossia l’inspirazione e l’espirazione, di produrre in esso le condizioni di calore, ossia l’equilibrio fra caldo e freddo, la circolazione, il movimento delle linfe, la loro compenetrazione di sostanze solide, che sono presenti nel corpo umano soltanto nella proporzione approssimativa dell’8%: tutto ciò il greco se lo rappresentava con piena vivezza.

In particolare dava grande importanza al formarsi delle linfe. Si figurava che, mediante il complesso dei quattro elementi – acqua, terra, aria, calore – agisse in esse a sua volta un quid di quadruplice. E se lo rappresentava così: d’inverno, l’uomo deve precludersi al mondo esteriore: non può più vivere in contatto intimo col suo ambiente. Viene portato così a ripiegarsi su sé stesso: e soprattutto, durante l’inverno, è attiva la testa con le sue linfe.

 

Opera dunque allora interiormente nell’uomo, l’elemento prevalentemente acquoso che sta nelle linfe del capo. Per il greco questa è, in altre parole, l’azione del flegma, del muco: egli vedeva la parte mucosa dell’organismo umano, permeata d’anima, agire con speciale efficacia d’inverno.

In primavera, poi, secondo il greco, il sangue è maggiormente attivo, perché è più fortemente eccitato che nell’inverno: questo è, per l’uomo, il periodo per eccellenza sanguigno nel quale è attivo ciò che dalle vene si accentra nel cuore, suscitando un peculiare movimento delle linfe.

Nell’inverno, dunque, in conseguenza del movimento delle linfe nella testa, l’uomo è soggetto a varie forme di malattie delle linfe mucose.

In primavera si verifica un eccitamento del movimento sanguigno.

Il greco si figurava tutto ciò in modo che le materie non fossero disgiunte dall’anima. Il sangue, il muco, erano elemento per metà animico e per metà corporeo: le forze dell’anima imprimevano così un moto alle linfe.

Quando poi avanzava l’estate, il greco si figurava che un eccitamento speciale si producesse nel fiele (che chiamava fiele giallo) il quale ha il proprio centro nel fegato.

 

Il greco aveva ancora una speciale visione di questo fatto quando considerava l’uomo, mentre gli uomini attuali l’hanno già in gran parte perduta. Essi non vedono più che quest’eccitazione sanguigna trascolora l’epidermide in primavera: non vedono più in estate quel riflesso giallo tutto particolare, derivato dal fegato, nel quale la bile ha il suo centro.

Il greco scorgeva un’attività animica nel colorito roseo di primavera, e in quello gialliccio dell’estate. E al sopraggiungere dell’autunno diceva: ora si attivano in special modo quelle linfe che hanno il loro punto centrale nella milza, le linfe della bile nera. E scorgeva così nell’uomo un movimento linfatico, direttamente sottoposto all’influsso dell’anima. In certo modo egli separava mentalmente il corpo umano dalla intera compagine terrestre e lo considerava in sé, afferrando così principalmente quella interiorità animica dell’uomo la quale si manifesta fra nascita e morte.

Ma col progredire della civiltà greca, coll’accentuarsi dell’influsso occidentale latino-romano, questa concezione sulla quale in particolare Ippocrate fondò il suo metodo di cura, andò quasi perduta.

 

Per Ippocrate il nucleo animico-spirituale dell’uomo, quale si manifesta fra nascita e morte, determina integrazione e disintegrazione nel sistema linfatico: e la malattia insorge quando il processo non si svolge conforme alla volontà del nucleo animico-spirituale. Veramente anima e spirito tendono sempre a determinare normalmente tale decorso.

Il compito speciale del medico sta nello studiare gli influssi di forze di questo nucleo animico spirituale sulle attività linfatiche, e di osservare il decorso delle malattie.

Quando nel corpo umano si verifica la tendenza a una miscela anormale delle linfe, l’anima interviene, fino a produrre la crisi, nella quale si bilanciano l’eventualità che vinca la corporeità e l’eventualità che vinca il nucleo anima-spirito. Il medico deve provocare questa crisi: e allora in qualsiasi punto si manifesta il tentativo di avere il sopravvento da parte della miscela cattiva delle linfe, si tratta d’intervenire in modo giusto nella crisi che è stata provocata, sia espellendo con purghe le linfe concentrate a tal punto da sottrarsi all’influsso d’ anima e spirito, sia estraendole, al momento conveniente, con un salasso.

Quello di Ippocrate è, dunque, un metodo di cura affatto peculiare perché collegato a una particolare veduta sull’uomo; ed è interessante osservare come esso scaturisca dalla tendenza a congiungere intimamente nel pensiero il nucleo animico-spirituale quale si manifesta tra nascita e morte e il sistema delle linfe.

 

I romani avevano meno possibilità dei greci di concepire plasticamente le forme in genere ed in particolare quelle della miscela linfatica. Ad un medico come Galeno, che visse nel secondo secolo dopo Cristo, il sistema linfatico, da Ippocrate ancora veduto, non appare più in modo da poterlo individuare. Figuratevi di vedere oggi in un laboratorio chimico una storta sotto la quale arda la fiamma; con la medesima chiarezza con la quale voi ravvisate in essa la combinazione delle sostanze, Ippocrate vedeva soprasensibilmente l’effetto prodotto da anima e spirito nelle linfe del corpo e i processi svolgentisi nell’uomo. Ma ai romani mancava il senso per afferrare queste forme plasticamente visibili. Essi non erano più in grado di imprimere nel corpo ciò che vive nell’anima e nello spirito dell’uomo, ma si rivolgevano ad un elemento spirituale astratto.

Come il greco ravvisava anima e spirito nella loro azione sul corpo, nell’integrarsi delle linfe e come, in tal modo, l’essenziale consisteva per lui nella veggenza plastica sensoria, così pel romano l’essenziale era di sentire sé medesimo animicamente. Per il greco si trattava di vedere che il flegma, il sangue, la bile nera e gialla si mescolano, che essi sono nell’uomo l’espressione, in certo qual modo, dell’elemento terrestre, di aria fuoco acqua e terra.

 

Mentre l’egizio contemplava la mummia, il greco contemplava l’opera d’arte vivente.

Il romano non ebbe più il senso di ciò; ebbe invece, quello di impostare sé stesso sulle proprie gambe,

di sviluppare una consapevolezza interiore, di far parlare tra nascita e morte lo spirito dall’elemento animico.

• Ma questo si ricollega al fatto che presso gli egizi, nel periodo più importante della loro civiltà,

fiorirono specialmente quattro rami dell’antico scibile: la geometria, l’astrologia, l’aritmetica e la musica.

 

Volgendo lo sguardo all’elemento soprasensibile, che creava il corpo traendolo dalla terra, l’egizio diceva:

• il corpo viene modellato nelle sue forme spaziali secondo le leggi della geometria;

• sottostà agli influssi stellari secondo le leggi dell’astrologia;

• si attiva interiormente secondo le leggi dell’aritmetica;

• ed è costruito armonicamente secondo le leggi della musica

(e qui per musica si deve intendere non soltanto il suono musicale,

bensì in genere ciò che esplica la sua vita mediante armonie).

 

• Nell’uomo stesso ch’è prodotto della terra, nell’uomo-mummia,

l’egizio vedeva il risultato di geometria, astrologia, aritmetica e musica.

Il greco respinse tale rappresentazione e sostituì alla mummia priva di vita,

comprensibile con le leggi della geometria, dell’astrologia, dell’aritmetica e della musica,

l’elemento vivente-animico, che modella plasticamente forme interiori, che configura artisticamente il corpo umano.

 

Perciò vediamo tramontare, in certo modo, durante la civiltà-greca, la geometria quale esisteva presso gli egizi.

Essa diventa mera scienza, non è più una rivelazione. Lo stesso accade dell’astrologia e dell’aritmetica.

Tutt’al più la musica permane ancora nella concezione greca come l’armonia interiore che sta alle basi del vivente.

• E quando poi subentrò la cultura latina,

allora il romano cominciò a rappresentarsi il suo nucleo animico-spirituale,

come esso è fra nascita e morte, con la sua spiritualità interiore;

non poté più contemplarlo visibilmente dentro di sé ma cominciò a sperimentarlo interiormente,

a sentire che esso si affermava sulla terra mediante la grammatica, la dialettica e la retorica.

 

Quando la cultura greca cedette il passo alla latina,

• rifulse la grammatica, in cui l’uomo rappresenta sè stesso come spirito, mediante la parola;

• la retorica, in cui l’uomo rappresenta sè stesso mediante la bellezza della parola nel periodo;

• la dialettica, in cui l’anima rappresenta sè stessa mediante la configurazione del pensiero.

 

L’aritmetica, l’astrologia, la geometria e la musica non furono ormai più che un antico retaggio ridotto a forma scientifica. Vive com’erano nell’antico Egitto, divennero scienze astratte. E vivo, per contro, diventò ciò che è maggiormente connesso con l’uomo: la grammatica, la retorica, la dialettica.

 

È enormemente diverso il modo in cui nell’antico Egitto si sentiva un triangolo, prima di Euclide, e il modo come fu sentito in seguito. Gli egizi non sentivano il triangolo astrattamente come fu sentito più tardi da Euclide che è l’esponente della decadenza dell’aritmetica e della geometria egizia. Quando gli egizi si rappresentavano un triangolo. sentivano forze universali: allora, il triangolo era una entità.

 

Nella coltura romana tutto ciò divenne scienza astratta; e vive diventarono la dialettica, la grammatica, la retorica. Si formarono scuole nelle quali chi aspirava a diventare un uomo colto, doveva, preventivamente, coltivare la spiritualità nello spirito e nell’anima appartenenti a lui, in quanto uomo.

Egli – così si diceva – deve imparare come primo gradino dell’istruzione, la grammatica, la retorica, la dialettica; e soltanto in seguito quel sapere che, pure essendo oggetto d’insegnamento superiore, tuttavia esiste appunto come tradizione: la geometria, l’astrologia, l’aritmetica, la musica. Furono poi queste anche più tardi, durante tutto il medio evo, le sette arti liberali: grammatica, retorica; dialettica, geometria, astrologia, aritmetica e musica. Oggetto dell’istruzione superiore erano dunque, allora, grammatica, retorica e dialettica; inoltre, ma nello sfondo, ciò che l’antico egizio afferrava ancora in piena vivezza, allorché si sentiva collegato con la terra.

 

Guardiamo alla Grecia, ancora nel quarto secolo post-cristiano e guardiamo anche all’ Italia, nel quinto secolo: troveremo ivi in pieno fiore la conoscenza dell’uomo quale opera d’arte plastica esteriore, prodotto dell’animico-spirituale, troveremo in pieno fiore una vita spirituale espressa dalla dialettica, dalla retorica, dalla grammatica. Tale era, all’incirca, la coltura ricevuta da Giuliano l’Apostata nella scuola filosofica di Atene, e tale la sua concezione dell’essere umano.

È questa l’epoca in cui ebbe inizio il cristianesimo, e in cui già si andava spegnendo tutto ciò che aveva raggiunto il suo culmine nel quarto secolo; già in Giovanni Scoto Eriugena non sopravviveva che il retaggio di una siffatta coltura. E quanto della concezione antica visse, p. es., nei greci, si trasmise poi in Platone e in Aristotele, i quali lo espressero filosoficamente. Ma con l’approssimarsi del quarto secolo dopo Cristo, Platone e Aristotele furono sempre meno capiti e infine, solo la parte astratta del loro sapere poté essere accolta. Nella grammatica, nella retorica e nella dialettica gli uomini vivevano: l’aritmetica, la geometria, l’astrologia e la musica si cristallizzarono in forma di scienze.

 

E sempre più gli uomini si prepararono a vivere in un elemento quasi di astrazione, in un elemento nel quale le cose che prima erano state viventi si esprimevano come una semplice tradizione. Coloro che esplicarono più tardi la loro cultura nell’ambito dell’idioma latino, coltivarono in forma più o meno arida lo studio della grammatica, della retorica e della dialettica.

Mentre l’uomo, un tempo, avrebbe riso della domanda se ciò che pensava indicasse un alcunché di reale e avrebbe risposto: «Ma io studio la dialettica, l’arte dei concetti, non certo per coltivare qualcosa d’irreale: mentre la coltivo vive in me una realtà spirituale; e in me parla il Logos mentre studio grammatica; e mentre coltivo la retorica, il sole universale opera in me ; ora la coscienza di questo collegamento con l’universo andò sempre più perduta, e si ridusse ad esperienze animiche astratte, come lo sono già del tutto quelle di Giovanni Sciato Eriugena.

Platone e Aristotele sopravissuti dai tempi più antichi non furono compresi ormai, se non più o meno logicamente. L’elemento vivente non fu più ritrovato in essi.

 

Quando poi l’imperatore Costantino volle dare il primato all’elemento, dogmatico, col pretesto di far trionfare il cristianesimo, allora l’astrazione dominò il pensiero al punto da farlo ammutolire: così ammutolì Giuliano l’Apostata che, uscito dalla scuola filosofica di Atene, contemplava col cuore ferito a sangue l’inaridimento col quale Costantino aveva fossilizzato i concetti, aveva irrigidito ciò che un tempo era vivo e vivente: Giuliano l’Apostata si propose di riattivare quella vita che ancora aveva contemplato nelle scuole filosofiche di Atene.

Ma da quella Costantinopoli che Costantino aveva fondata, partì più tardi l’impulso di Giustiniano, a demolire gli ultimi resti di queste scuole filosofiche ateniesi, ancora pervase da un’eco di sapienza umana vivente. Sicché i sette Saggi di Atene (ateniesi non erano, ma piuttosto internazionali, di Damasco, della Siria, e provenienti da altre parti del mondo) per ordine di Giustiniano furono costretti a fuggire. Si rifugiarono in Asia, presso il re dei Persiani, ove già una volta, in passato, avevano dovuto rifugiarsi i filosofi allorché Leone l’Isaurico aveva disciolto una accademia consimile.

Così vediamo che cerca rifugio laggiù in Asia ciò che in Europa, e specie nel suo nocciolo migliore, non poteva più venir compreso: la vita, l’esperienza viva delle cose, quale la Grecia l’aveva posseduta. Il grecismo, quale più tardi venne coltivato in Europa, non è, a dir vero, nulla più che l’ombra del grecismo. Goethe lo lasciò agire su di sé e, uomo egli stesso di una vita piena e completa, ne sentì una nostalgia immensa: perciò venne nel mezzogiorno per poterne vivere ancora l’eco. la ripercussione lontana.

 

In Asia intanto, la gente che n’era capace, accolse quel che di Platone e di Aristotele fu recato loro.

Ma poi, col sesto secolo,

Aristotele fu tradotto secondo l’interpretazione arabico-asiatica e assunse una figura tutta diversa.

 

In che cosa, veramente, consisteva tale tentativo di traduzione? Sopratutto nel voler elevare il rapporto vissuto dai greci tra il nucleo spirituale-animico e il sistema corporeo delle linfe, fino al punto che l’egoità potesse esser colta nella sua pienezza; i greci invece vedevano quel rapporto in una perfetta plasticità, in una perfetta forza formatrice di spirito anima e corpo.

Da ciò deriva quella scienza arabizzante, che fu coltivata specialmente nell’accademia di Gondi Shapur, e che nei secoli successivi, durante tutta l’epoca decadente del quarto periodo post-atlantico, Avicenna, Averroè ecc., attraverso alla Spagna, trasportarono in Europa: scienza che esercitò il massimo influsso, in seguito, su persone come Ruggero Bacone ed altri.

L’accademia di Gondi Shapur voleva offrire all’umanità, con la traduzione di Aristotele e della sapienza di alcuni misteri, un elemento totalmente nuovo che si è dimostrato insostenibile. E la lotta che Avicenna ed Averroè portarono poi in Europa, fu diretta a conquistare l’anima cosciente che dall’inizio del secolo decimoquinto doveva entrare nell’evoluzione dell’umanità.

 

I greci avevano raggiunto solo il gradino dell’anima razionale: e Avicenna e Averroè, come nuovo apporto, diffusero con strenua lotta l’Aristotele che l’Asia aveva alterato e che doveva condurre alla comprensione dell’io umano, di quell’io che, fra le popolazioni germaniche, doveva farsi strada in tutt’altro modo, penetrando in esse dal basso all’alto: in Asia era stato ricevuto dall’alto come rivelazione di sapienza dei misteri, originando l’opinione che suscitò in Europa dispute lunghe e gravi intorno all’io dell’uomo considerato in modo da non costituire una entità indipendente, ma congiunto con l’essere divino universale. Si voleva bensì trovare l’io in ciò che il greco aveva veduto come entità corporeo-animico-spirituale. Ma non si riusciva a trovare una armonica soluzione del problema.

 

La rappresentazione di Avicenna riguardo al problema dell’’anima umana, la quale, a suo parere, si produce con la nascita e finisce con la morte è un tentativo di soluzione. I greci si erano cimentati con questo problema: l’egizio si figurava senz’altro che l’anima si accenda con la nascita, si estingua con la morte; e sempre ancora la lotta si rinnovava intorno a questa rappresentazione dell’anima e alla sua particolare esistenza di veglia fra la nascita e la morte. Ma l’io non poteva essere effimero allo stesso modo.

Quindi Avicenna si diceva: l’io è propriamente uno solo in tutti gli uomini; è il raggio, uno della divinità e ritorna alla divinità quando l’uomo muore: è bensì reale, ma non individualmente reale. Nacque così un panteismo pneumatico, come se l’io non avesse vita propria, ma fosse soltanto un raggio della divinità che permea fra nascita e morte quell’elemento che i greci avevano considerato anima e spirito. Fra la nascita e la morte, (così si pensava) l’elemento animico effimero dell’uomo viene pervaso di sostanza eterna, dal raggio della divinità.

Tutto ciò concorre a mostrare la lotta svoltasi all’inizio dell’epoca della coscienza dell’io, dell’anima cosciente, fra l’ottavo secolo a. C. e il XV d. C.: centro del periodo è il IV secolo post-cristiano. Gli uomini si trovavano allora nel momento in cui alla concezione concreta dell’integrarsi e disintegrarsi delle linfe, concezione che vedeva l’anima nell’elemento corporeo, doveva sostituirsi una pura astrazione; all’elemento formativo, doveva sostituirsi la tendenza verso l’interiorità.

 

Si può ben dire che fino al quarto secolo dopo Cristo nella coltura romana dominò ancora il grecismo, e che il romanesimo dominò soltanto dopo. Questo era predestinato ad agire soltanto nella sua parte morta, nel suo morto idioma latino, in cui predispose poi quello che penetrò nell’evoluzione umana nel secolo decimoquinto. Bisogna considerare sotto questo aspetto il cammino della civiltà. Poiché oggi di nuovo abbiamo il compito di ricercare la via alla conoscenza spirituale dai mondi superiori.

 

Dobbiamo imparare a lottare di nuovo, come si lottò allora rendendoci conto che nelle scienze naturali possediamo una eredità tramandata indirettamente dagli arabi e che dobbiamo innalzarla fino all’immaginazione, all’ispirazione e all’intuizione. Ma dobbiamo anche, in certo modo, temprare le nostre forze con lo studio del passato onde servircene per la conquista di quanto ci occorre per l’avvenire. Questo è il compito della scienza spirituale antroposofica. Dobbiamo rappresentarci chiaramente come diversamente da noi il greco considerasse l’animico e il corporeo.

A lui, p. es., sarebbe parsa ridicola l’enumerazione di settantadue e settantasette elementi chimici. Egli vedeva, fuori, la vivente azione degli elementi e, dentro, quella delle linfe.

 

L’uomo vive con gli elementi.

Egli vive veramente col suo corpo – in quanto il corpo è compenetrato di anima – nei quattro elementi di cui i greci parlavano. E noi siamo arrivati a smarrire l’uomo, a perderlo, perché non sappiamo più considerarlo a questo modo, ma perché volgiamo lo sguardo a quanto ci fornisce oggi la chimica, sotto specie-di elementi morti.

 

 

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