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L’ESSENZA DELLA MEDITAZIONE

L’essenza della meditazione.

O.O. 234 – Antroposofia – Alcuni aspetti della vita soprasensibile – 20.01.1924


 

Sommario: Le forze della natura fisica distruggono il corpo fisico che è formato da un altro mondo. L’essenza della meditazione. La percezione eterica e astrale nell’evoluzione temporale.

 

Ieri ho indicato come l’uomo possa considerare se stesso da due lati e come secondo questi due lati si accostino all’uomo gli enigmi dell’universo e dell’uomo. Se torniamo ad osservare quel che ieri ci è risultato, vediamo da un lato ciò che a tutta prima si presta ad essere percepito nel medesimo modo che si applica al mondo fisico esterno: vediamo cioè il corpo fisico umano. Per questo lo chiamiamo corpo fisico, perché è presente ai nostri sensi fisici come il mondo fisico esterno. Ma dobbiamo nello stesso tempo constatare l’enorme divario tra il corpo umano fisico e il mondo fisico esterno, in quanto abbiamo osservato ieri che nell’attimo in cui l’uomo che ha oltrepassato la porta della morte deve consegnare il corpo fisico agli elementi del mondo fisico esterno, in quell’attimo questo corpo fisico viene annientato dalla natura esterna. La natura esterna non trae dunque dalle proprie forze costruttive, ma dalle proprie forze distruttrici i mezzi con cui trattare il corpo fisico umano; dobbiamo perciò cercare assolutamente fuori del mondo fisico ciò che dà al corpo fisico umano la sua forma dalla nascita, o dal concepimento, fino alla morte. Dobbiamo parlare di un mondo affatto diverso che costruisce questo corpo umano fisico, perché la natura esterna fisica non lo può costruire, lo può solo annientare.

 

Ma dall’altro lato vi sono due cose che pongono questo corpo umano fisico

in un rapporto molto stretto con la natura:

• per prima cosa, questo corpo umano fisico abbisogna di sostanze per la propria costruzione, onde servirsene come materiali da costruzione, per quanto questa sia una espressione impropria; egli ha bisogno delle sostanze della natura esterna, o per lo meno possiamo dire che egli ha bisogno di assumere le sostanze della natura esterna.

 

Tuttavia se osserviamo ciò che il nostro corpo fisico manifesta esternamente, sia le molteplici escrezioni, sia l’intero corpo fisico umano come ci si presenta, cadavere, dopo la morte, troviamo sempre le sostanze del mondo fisico esterno. Dobbiamo perciò ammettere che, quali che siano i processi che si svolgono in questo essere umano, il principio e la fine dei processi interni, degli avvenimenti interni, sono apparentati al mondo fisico esterno.

Ma la scienza materialistica deduce dai fatti accennati una conclusione assolutamente illecita. Quando noi vediamo che l’uomo, mangiando e bevendo o respirando, assume le sostanze del mondo fisico esterno e che, nell’espirare, negli escrementi o nel morire restituisce al mondo esterno delle sostanze che come tali corrispondono a quelle del mondo esterno, ci è lecito dedurre che si tratta di un principio e di un termine, ma quanto avviene in mezzo, dentro nel corpo fisico umano, non è con ciò ancora risolto.

 

Spesso con leggerezza si parla del sangue che l’uomo porta in sé, ma è mai riuscito un uomo ad esaminare questo sangue nello stesso organismo umano vivente?

Ciò non è possibile con i mezzi fisici. Cosicché non si può senz’altro trarre la conclusione materialistica che ciò che entra nel corpo e ciò che ne esce sia contenuto anche nell’interno dell’organismo umano.

Ad ogni modo vediamo che, quando avviene l’introduzione di sostanze fisiche esterne, per esempio nella bocca, interviene subito una trasformazione. Non appena abbiamo introdotto un granellino di sale in bocca esso deve sciogliersi: interviene immediatamente una trasformazione.

 

Il corpo fisico umano non è nel suo interno eguale alla natura esterna,

esso trasforma ciò che assorbe e lo ritrasforma quando lo restituisce;

cosicché ci resta da esaminare, nell’organismo fisico umano,

qualcosa che all’inizio, nell’atto dell’assorbimento delle sostanze fisiche,

è simile alla natura esterna, e lo è pure al momento della eliminazione.

 

Nell’intervallo sta ciò che deve essere riconosciuto proprio soltanto nell’essere umano.

Rappresentatevi ora quanto ho detto.

• Noi abbiamo ciò che l’organismo fisico umano ingerisce

e abbiamo ciò che esso espelle, anche quando espelle l’intero suo corpo;

in mezzo stanno, nell’organismo umano, i processi correnti tra l’ingestione e l’eliminazione.

 

Non possiamo dire proprio nulla, riguardo al rapporto dell’uomo con la natura esterna,

da ciò che l’organismo umano fisico ingerisce.

• Poiché si deve notare che, seppure la natura fisica esterna

annienta il cadavere dell’uomo, disciogliendolo e polverizzandolo,

egli rende la partita alla natura in rapporto al proprio organismo;

infatti, egli pure dissolve ciò che riceve dalla natura esterna.

 

Quindi, se vogliamo prendere l’avvio per la nostra ricerca

dagli organi coi quali l’uomo accoglie la natura fisica,

non arriviamo ad appurare alcun rapporto dell’uomo con la natura fisica esterna,

perché quegli organi annientano la natura esterna.

 

Perveniamo ad un rapporto dell’uomo con la natura esterna solo se ci volgiamo a quanto l’uomo elimina.

• In rapporto alla forma che l’uomo imprime alla vita fisica, la natura è una distruttrice;

ma tenuto conto di quanto egli elimina, essa raccoglie ciò che l’organismo umano le consegna.

• Cosicché l’organismo fisico umano diventa alla sua fine

del tutto dissimile da se stesso, ma assai simile alla natura esterna.

 

L’organismo umano fisico si fa simile alla natura esterna nell’atto di eliminare.

Riflettendo su ciò, verrete a dirvi che là fuori nella natura ci sono le sostanze dei diversi regni naturali, le quali sono, è vero, divenute quello che oggi sono, ma di certo non sono sempre state così. Anche la scienza fisica ammette che se si ripercorre il succedersi delle epoche e si considerano gli stati della materia terrestre, li si trova del tutto diversi da oggi; quindi

• quello che ci circonda fuori, nei regni della natura, è solo divenuto quello che oggi è.

 

Se si considera ora il corpo fisico umano, si deve affermare che il corpo fisico umano annienta ciò che ingerisce, ovvero lo trasforma (e giungeremo poi a dire che in verità egli lo annienta, ma diciamo per ora che lo trasforma); in ogni modo lo deve portare ad uno stato dal quale lo possa poi far proseguire fino a giungere all’attuale natura fisica. Vale a dire, se pensate da un lato ad un inizio, in qualche luogo nell’organismo umano, dove le sostanze cominciano a svilupparsi verso l’eliminazione, e poi pensate alla Terra, ebbene la Terra deve in un tempo assai lungo risalire, in qualche modo e in qualche luogo, ad una condizione nella quale già si trovò una volta e nella quale si trova oggi l’interno dell’organismo fisico umano.

 

Dovete convenire che la Terra intera si è dovuta trovare in qualche luogo nel passato in una condizione in cui si trova oggi qualcosa nell’interno dell’uomo. E nel corto lasso di tempo in cui nell’organismo umano ogni tessuto organico si trasforma in escremento, in questo breve periodo di tempo, i processi interni dell’organismo umano ripetono ciò che in lunghissime epoche è stato compiuto dalla Terra.

 

Guardiamo perciò la natura esterna e diciamo:

• quanto oggi è natura esterna era un tempo assai diverso, ma se consideriamo lo stato in cui si trovò un tempo la natura esterna e vogliamo trovare qualcosa di simile, dobbiamo guardare dentro il nostro organismo.

Vi si trova ancora la Terra al suo principio.

 

Ogni qual volta noi mangiamo, la materia del cibo perviene, per via della trasformazione che subisce,

a quello stato in cui era un tempo la Terra intera;

la Terra si è sviluppata oltre, per diventare come è oggi, nel corso di lunghissimi periodi di tempo.

 

Nell’uomo abbiamo questo sviluppo nella condizione degli alimenti da lui ingeriti

che si evolvono fino all’eliminazione.

In questo processo di breve durata si ripete l’intera evoluzione terrestre.

 

Vedete, si può osservare il punto in cui sorge il Sole all’equinozio di primavera: esso si sposta, procede. In antichi tempi, per esempio nell’epoca egizia, si trovava nella costellazione del Toro, dalla quale è poi progredito, ha attraversato quella dell’Ariete e si trova oggi in quella dei Pesci. Questo punto equinoziale procede percorrendo un’orbita e deve dopo un certo tempo ritornare.

 

Il punto in cui sorge il Sole a primavera percorre un’orbita celeste in 25.920 anni.

Il Sole stesso percorre quest’orbita ogni giorno:

sorge e tramonta seguendo lo stesso percorso sul quale si sposta il punto equinoziale di primavera.

 

Consideriamo ora il lungo periodo di tempo di 25.920 anni della rivoluzione del punto equinoziale e consideriamo il breve periodo dal sorgere del Sole fino al tramonto, e poi fino a quando si ritorna al momento del sorgere, il periodo di 24 ore: qui il Sole percorre la medesima orbita in breve tempo.

 

Così fa pure l’organismo umano:

• nel corso di lunghissimi anni la Terra si è formata da sostanze simili a quelle che portiamo in noi

quando abbiamo raggiunto un certo grado di digestione,

esattamente a metà strada tra l’ingestione e l’eliminazione,

quando l’ingestione trapassa nell’eliminazione: allora abbiamo in noi la Terra al suo principio.

 

In breve tempo la portiamo all’eliminazione.

E qui siamo simili alla Terra attuale,

qui le sostanze, nella stessa forma come sono oggi, vengono consegnate alla Terra.

 

• Col nostro processo nutritivo compiamo nel corpo fisico un’azione

paragonabile a quella del Sole nella sua rivoluzione quotidiana,

nei confronti di quella del punto equinoziale di primavera.

• Possiamo quindi guardare fuori nella sfera terrestre fisica

e dire che oggi questa sfera terrestre fisica è giunta a sottostare a leggi

che dissolvono la forma del nostro organismo fisico.

 

• Ma questa Terra deve essere stata una volta in una condizione nella quale

su di lei agivano leggi come quelle che oggi portano il nostro organismo fisico

a quel punto in cui si trovano gli alimenti, quando sono a metà strada tra l’ingestione e l’eliminazione.

• Vale a dire che portiamo in noi le leggi della Terra al suo principio.

Noi ripetiamo ciò che vi fu una volta sulla Terra.

 

Allora possiamo dire: se guardiamo al nostro organismo fisico nella sua funzione di ingestione di sostanze esterne e poi di eliminazione delle stesse, di nuovo in forma di sostanze esterne, constatiamo che questo organismo fisico è appunto predisposto, in un certo senso, all’ingestione e all’eliminazione delle sostanze come esse sono oggi, ma, nel suo interno, esso porta invece qualcosa che era bensì presente nel principio della Terra, ma che la Terra stessa oggi non ha più, che oggi è scomparso in lei, perché la Terra possiede i prodotti finali, non quelli iniziali.

 

Portiamo cioè in noi qualcosa

che dobbiamo cercare nella costituzione della Terra in tempi molto, molto remoti;

e quanto così portiamo in noi, che la Terra nel suo complesso non ha più,

è proprio quello che pone l’uomo al di sopra dell’esistenza fisica terrena,

ciò che lo porta a dire: ho conservato in me il principio della Terra,

porto sempre in me, in quanto penetro attraverso la nascita nell’esistenza fisica,

qualcosa che la Terra oggi non possiede, ma che essa ha posseduto milioni di anni fa.

 

Da questo potete vedere che, quando chiamiamo l’uomo un piccolo mondo, non ci possiamo riferire a come è oggi il mondo circostante, bensì dobbiamo, per la comprensione dell’uomo, retrocedere nelle epoche evolutive oltre l’attuale condizione, fino a considerare condizioni terrestri antichissime.

Quello che è ancora presente nell’uomo in questo modo, e che la Terra non possiede più, può tuttavia essere oggetto dell’osservazione umana, e ciò può avvenire in quanto l’uomo raggiunge quella condizione che si può chiamare la meditazione.

Noi siamo abituati a lasciare semplicemente sorgere in noi le rappresentazioni per mezzo delle quali si percepisce il mondo esteriore, allo scopo di raffigurarci questo mondo esteriore attraverso di esse.

 

Negli ultimi secoli l’uomo si è così tenacemente abituato a raffigurarsi solo il mondo esteriore, che egli non arriva neanche a tanto da diventare interiormente cosciente della propria possibilità di formare liberamente delle rappresentazioni, traendole dalla propria interiorità.

 

Si chiama meditare il formare tali rappresentazioni tratte dall’interiorità,

il compenetrare la propria coscienza non con rappresentazioni che provengono dalla natura esteriore,

ma con rappresentazioni che vengono prese dall’interiorità

facendo particolarmente attenzione a quella forza che suscita tali rappresentazioni.

 

Allora si giunge inoltre a sentire che nell’uomo si trova veramente un secondo uomo,

che realmente nell’uomo qualcosa può diventare interiormente avvertibile,

così come si sperimenta, per esempio, la forza muscolare che ci fa stendere il braccio;

la si sperimenta bene questa forza muscolare.

 

Quando si pensa, invece, non si sperimenta di solito nulla,

• ma per mezzo della meditazione è possibile fortificare la forza pensante,

quella forza mediante la quale si formano i pensieri,

in modo da sperimentarla interiormente, come si sperimenta la forza muscolare quando si stende il braccio.

 

Si consegue un risultato della meditazione quando si può giungere a dirsi: sono consapevole che nel mio solito pensare sono completamente passivo, lascio semplicemente succedere qualcosa, permetto che la natura mi riempia di pensieri. Ma io non voglio continuare a farmi riempire di pensieri, bensì voglio imporre nella mia coscienza quei pensieri che io voglio avere, ed io passo da un pensiero all’altro solo per mezzo della forza di questo pensare interiore.

Allora l’attività del pensiero diventa sempre più forte, come la forza muscolare quando si fa uso del braccio, e si osserva infine che questo pensare è pure un tendere, un toccare, uno sperimentare interiore, analogo a quello della tensione muscolare.

 

• Se l’uomo è giunto a sperimentare se stesso tanto intimamente

da sentire in sé il proprio pensare, allo stesso modo in cui, altrimenti,

si sente la forza muscolare interna, allora sale subito alla coscienza

quello che già egli porta in sé come un’antica condizione della Terra.

 

• Egli impara a riconoscere quella forza che, nel corpo fisico,

trasforma i cibi ingeriti e di nuovo li ritrasforma.

• E mentre giunge a sperimentare in sé quest’uomo superiore

che è altrettanto reale quanto può esserlo l’uomo fisico,

perviene contemporaneamente a contemplare anche le cose esterne del mondo

con questa rafforzata attività di pensiero.

 

Ora, pensate un po’: voglio contemplare con questo pensiero rinforzato una pietra, sia essa un grano di sale o un cristallo di quarzo. Con questo interiore rinvigorimento guardo una pietra. Allora mi succede come quando incontro un uomo e mi domando dove mai l’ho già visto, e mi sovviene, nel rivederlo, di esperienze che ho avuto con lui dieci o vent’anni or sono; nel frattempo egli è stato forse in Australia o in qualche altro posto.

Questa sua umanità che ora mi si fa incontro mi suscita magicamente l’esperienza che già ebbi con lui dieci o vent’anni or sono. Così quando guardo, con pensiero rafforzato, un grano di sale o un cristallo di quarzo, ecco mi sta innanzi l’aspetto che ebbe una volta questo grano di sale, questo cristallo di quarzo, come tornando con la memoria a una condizione primordiale della Terra. Allora però il grano di sale non era esaedrico, non aveva sei facce, ma tutto era in un mare universale di pietra fluida in movimento. Lo stato originario della Terra sorge così proprio come una memoria, dagli oggetti attuali.

Poi torno a guardare l’uomo, ed ho assolutamente la stessa impressione che altrimenti ho dello stato originario della Terra, l’impressione di un secondo uomo che l’uomo porta in sé. E la medesima impressione mi si presenta quando, invece di osservare le pietre, guardo le piante: e giungo allora a poter parlare legittimamente di un corpo eterico accanto a un corpo fisico.

 

La Terra era una volta etere.

Da eterica che era è poi diventata come è oggi nelle sue parti inorganiche prive di vita; ma la pianta porta ancora in sé ciò che fu uno stato primordiale della Terra. Ed io pure porto in me un secondo uomo, il corpo eterico umano.

Tutto questo che vado tratteggiando può diventare oggetto d’osservazione del pensiero rafforzato. Possiamo quindi affermare che, se l’uomo si dà la pena di ottenere un pensare rafforzato, può, guardando in sé stesso, nelle piante, e anche nei minerali, in quanto questi ricordano tempi primordiali, contemplare oltre all’elemento fisico un elemento eterico.

 

• Dunque che cosa si impara da ciò che si presenta a questa osservazione superiore?

Si impara che la Terra fu un tempo in una condizione eterica, che questo etere è rimasto, e oggi permea ancora le piante, permea gli animali, poiché anche in essi lo si può percepire, e permea l’uomo.

Ma c’è dell’altro.

 

Noi vediamo che i minerali sono privi di etere, mentre le piante ne sono dotate;

ma nel medesimo tempo impariamo a vedere che l’etere è dappertutto.

Anche attualmente esso riempie lo spazio cosmico;

non solo prende parte alla natura minerale esterna, ma è dappertutto.

 

Quando io prendo un pezzo di gesso e lo sollevo, osservo che ogni sorta di cose avvengono entro l’etere.

È un processo ben complesso quello per cui io sollevo il gesso: lo solleva la mia mano e il mio braccio.

Ciò che la mia mano compie, si svolge in me da una forza

che è presente durante lo stato di veglia e non c’è durante lo stato di sonno.

 

Se seguo ciò che fa l’etere, la trasformazione del cibo che abbiamo descritto prima,

vedo che essa perdura sia nello stato di veglia che in quello di sonno.

Da una osservazione superficiale, si potrebbe metterlo ancora in dubbio per l’uomo,

non certo per i serpenti che dormono per digerire.

 

Ma questo fatto del braccio che io sollevo può accadere solo durante lo stato di veglia: il corpo eterico non mi serve per sollevare il braccio, nondimeno, anche se sollevo solo il gesso, devo vincere delle forze eteriche, devo agire entro l’etere.

Il mio corpo eterico non può fare questo, devo perciò avere in me un terzo uomo in grado di fare ciò.

 

A tutta prima non trovo fuori nella natura qualcosa di simile a questo terzo uomo, non trovo nella natura esteriore questo terzo uomo che può muoversi, sollevare delle cose, alzare le proprie braccia. Ma la natura esteriore, in cui vi è etere dappertutto, entra pure in relazione con questo uomo che possiamo chiamare energetico, con questo uomo nel quale l’uomo stesso riversa la forza della propria volontà.

Dapprima si può percepire questo spiegamento interno di forze solo in se stessi, attraverso un’esperienza interiore. Ma se si esercita ulteriormente la meditazione, se non ci si contenta di agire interiormente nel senso di crearsi da sé delle rappresentazioni, per poi passare da una rappresentazione all’altra onde rafforzare il pensiero, bensì se, dopo aver conquistato questa vigorosa capacità di pensiero, la si elimina interiormente e ci si fa vuoti nella coscienza, allora si consegue qualcosa di speciale. Di solito, quando ci si vuole liberare dai pensieri abituali che si conseguono passivamente, ci si addormenta. Nello stesso istante in cui l’uomo non ha più percezioni, in cui egli non pensa più, egli si addormenta, perché la coscienza ordinaria è quella che si ottiene passivamente; appena essa non è più presente, ci si addormenta.

 

Ma quando si sviluppano le forze per mezzo delle quali si vede l’eterico,

si ha già un uomo rafforzato interiormente.

• Allora si sentono delle forze di pensiero, altrettanto quanto si sentono di solito quelle muscolari.

• Se poi si riesce ad eliminare questo uomo rafforzato, allora non ci si addormenta,

ma invece si espone al mondo la propria coscienza vuota:

allora penetra obbiettivamente nell’uomo ciò che egli avverte

quando muove le braccia, quando cammina, quando esplica la sua volontà.

 

Non è rinvenibile in nessun luogo del mondo spaziale ciò che agisce qui nell’uomo come forza, ma penetra nello spazio se si crea la coscienza vuota, come l’ho descritto: allora si scopre anche obbiettivamente questo terzo uomo nell’uomo.

Se si ritorna a guardare nella natura esterna si osserva: sì, l’uomo ha un corpo eterico, gli animali hanno un corpo eterico, le piante hanno un corpo eterico, i minerali non l’hanno, essi richiamano solo il ricordo dell’originario etere terrestre. Ma dappertutto vi è l’etere, ovunque si guardi o si veda, dappertutto vi è l’etere. Ma esso rinnega se stesso: perché? Perché non si manifesta come etere.

 

Vedete, se vi avvicinate alle piante con quella coscienza meditativa che vi ho prima descritta, ottenete un’immagine eterica; se vi accostate all’uomo ottenete un’immagine eterica. Ma se accedete all’etere indifferenziato del cosmo, vi trovate in una condizione come se nuotaste nel mare: dappertutto vi è solo etere che non dà immagini; darà un’immagine nel momento in cui io sollevi anche un solo pezzetto di gesso;

• nell’eterico comparirà un’immagine laddove il mio terzo uomo sviluppi la sua forza.

 

Rappresentatevi questa immagine: il gesso è qui posato, poi la mia mano lo afferra e lo solleva; potrei riprodurre tutto questo con delle istantanee successive. Quanto qui si sviluppa trova una controimmagine nell’etere, ma questa controimmagine nell’etere diverrà visibile solo nel momento in cui potrò percepire, mediante la coscienza vuota, il terzo uomo, non il secondo, quello eterico, ma il terzo uomo.

Vale a dire, l’etere indifferenziato agisce non come etere, ma al modo del terzo uomo.

 

Posso quindi dire: come primo mi si presenta il corpo fisico (ovale nel disegno a pag. 26), poi il corpo eterico, quello che percepisco con la coscienza meditativa (giallo), poi il terzo uomo, che io chiamo l’uomo astrale (rosso). Ma dappertutto mi circonda ciò che, nell’universo, era venuto per secondo, l’etere cosmico (giallo). Questo etere cosmico è a tutta prima un mare eterico indeterminato. Ora, nel momento in cui qualcosa giunga dal mio terzo uomo e irraggi in questo etere, allora questo mi risponde, come se fosse simile al mio terzo uomo, mi risponde non etericamente, bensì astralmente. Cosicché

• io, dappertutto nel mare eterico, mediante la mia attività, libero qualcosa che è simile al mio terzo uomo.

 

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Ma del resto che cosa scateno? qual è ora la controimmagine nell’eterico?

Se sollevo un pezzo di gesso, la mia mano va dal basso in alto; l’immagine eterica va dall’alto in basso, è una vera immagine contraria, è propriamente un’immagine astrale, ma solo un’immagine. Ma quello per mezzo del quale quest’immagine viene suscitata, è l’uomo reale attuale. Se poi imparo ad osservare a ritroso nell’evoluzione terrestre quanto ho detto adesso, se cioè riesco a trasferire nella grande evoluzione ciò che si ripete in breve nel modo che ho descritto, allora si ha il risultato seguente.

Io ho la condizione terrestre attuale (vedi disegno sotto): mi riporto indietro ad una Terra eterica, in essa però non trovo ancora ciò che si sprigiona da me nell’etere circostante, devo retrocedere ulteriormente e giungere ad una condizione della Terra ancora anteriore, nella quale la Terra era simile al mio corpo astrale, in cui la Terra era astrale, in cui la Terra era un essere come lo è ora il mio terzo uomo. Questo essere lo devo cercare in tempi assai remoti, assai più remoti di quelli in cui la Terra era una Terra eterica.

Ma quando vado a ritroso, lontano nell’evoluzione del tempo, avviene come se nello spazio vedessi un oggetto lontano, per esempio una luce che irradii fino a noi: è laggiù e riluce fin qui, sviluppa immagini che giungono qui. Là l’ho lasciato; là ho, invece dello spazio, solo il tempo.

Ciò che è uguale al mio proprio corpo astrale era presente in tempi primordiali: il tempo non ha cessato di esistere, c’è ancora. E come nello spazio la luce lontana riluce fin qui, così ciò che giace in un tempo assai lontano agisce nell’attuale presente.

 

• Tutta l’evoluzione del tempo è dunque in sostanza ancora presente;

non si è dileguato quel che c’era una volta, quando si tratta

di ciò che, nell’etere esterno, è simile al mio corpo astrale.

 

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Io giungo dunque a qualcosa che è presente nello spirito e trasforma il tempo in spazio.

Non è altro che come se io corrispondessi lontano a mezzo del telegrafo: così quando, sollevando il pezzo di gesso, produco un’immagine nell’etere, io mi metto in comunicazione con ciò che per la visione esteriore è trascorso da lungo tempo.

 

Noi vediamo come l’uomo sia situato nel mondo in maniera del tutto diversa da quella che gli appare a prima vista, ma comprendiamo pure perché sorgano per lui enigmi cosmici.

L’uomo sente in se stesso, anche se non riesce a rendersene conto (oggi non se ne rende conto nemmeno la scienza), di avere un eterico, quello che trasforma i cibi e poi torna a ritrasformarli in senso inverso. Questo processo non lo trova nelle pietre, ma le pietre erano presenti in tempi remoti in forma di etere indifferenziato. Ma in questo etere indifferenziato è attivo quanto ha sede ancora più addietro nel passato.

 

L’uomo porta in sé, come abbiamo visto, un passato primordiale in duplice modo,

• un passato più recente nel proprio corpo eterico

• e un passato che risale più lontano nel proprio corpo astrale.

 

Quando l’uomo oggi osserva la natura, ne considera abitualmente solo la parte priva di vita.

• Egli osserva, certamente, il vivente nelle piante,

ma solo in quanto applica ad esse le sostanze e le leggi delle sostanze che ha scoperto in laboratorio.

• Egli trascura la crescita, non bada né alla crescita né alla vita delle piante.

La scienza odierna osserva le piante

proprio come chi prendesse in mano un libro osservando le lettere dell’alfabeto, ma senza leggere.

• La scienza di oggi osserva in questo modo tutti gli oggetti del mondo.

 

In fondo, se si apre un libro e non si sa leggere, le forme dei segni devono apparire ben problematiche: non si può certo capire perché vi sia una forma che appare così: a, poi m, poi o = amo. Che cosa stanno a fare una accanto all’altra? È un enigma, ed è proprio un enigma cosmico. Quel modo di osservare che vi ho esposto insegna a leggere nel mondo e nell’uomo, e sapendo leggere ci si avvicina gradualmente alla soluzione dell’enigma.

 

Vedete, per oggi ho voluto tracciarvi, in generale, soltanto una via di umana riflessione seguendo la quale si possa riuscire a superare lo stato pieno di disperazione in cui l’uomo si trova e che ieri vi ho tratteggiato. Osserveremo, proseguendo, come si possa penetrare più a fondo nella lettura dei fenomeni nel mondo esteriore e nella lettura dei fenomeni nell’uomo.

 

Con questo però si seguono dei procedimenti di pensiero assolutamente inabituali per l’uomo attuale. Ma che cosa è abituale? È abituale che gli uomini dicano: questo non lo capisco. Ma che significa: “questo non lo capisco”? Significa che non collima con quanto è stato insegnato a scuola, e noi siamo stati abituati a pensare secondo il metodo seguito a scuola. E la scuola si basa sulla scienza esatta. Ah, questa scienza esatta!

 

Chi è abbastanza vecchio, come me, ha avuto occasione di vederne tante. Si viene così a sapere che in rapporto a quei processi di cui ho parlato oggi, come l’assunzione di cibo e la sua trasformazione nell’organismo umano, sono necessari vari elementi: proteine, zucchero e amido, grassi, acqua e sali, tutto ciò è necessario all’uomo. E si fanno esperimenti.

 

Se si torna indietro di vent’anni circa, si trova che gli esperimenti allora davano il risultato che l’uomo dovesse ogni giorno assimilare almeno 120 grammi di proteine, se no non poteva vivere; ciò era articolo di scienza vent’anni fa. Che cosa dice oggi la scienza? Dice che 20-50 grammi sono sufficienti, questa è scienza. Allora era scientificamente certo che senza i 120 grammi si diventava ammalati e sottonutriti, ora è scientificamente asserito che non è sopportabile una dose maggiore di 50 grammi e che sono sufficienti 20 grammi. Se se ne mangia di più, si formano negli intestini delle sostanze putride che provocano un autoavvelenamento del corpo. E perciò dannoso ingerire più di 50 grammi di proteine; oggi è articolo di scienza.

 

Ma questo non è solo un fatto di scienza, è un fatto di vita perché, pensate un po’, quando vent’anni fa era scientifico che si dovessero prendere 120 grammi di proteine, si disse agli uomini: dovete ingerire tali e tanti cibi per ricevere complessivamente 120 grammi di proteine. Si dovette allora pure presupporre che ognuno potesse anche pagarsi tutto quel cibo. Qui si passa nell’economia politica: si è allora diligentemente descritto come assumendo soltanto cibi vegetali, sia impossibile con questi soli avere i 120 grammi di proteine.

 

Oggi si sa che con qualunque nutrizione, giunge all’uomo la necessaria quantità di proteine; poiché se anche mangia solo patate con un po’ di burro, non occorre che ne mangi troppe per avere la quantità necessaria di proteine. Oggi è scientificamente certo che sia così. Inoltre si sa che se l’uomo si riempie di 120 grammi di proteine, il suo istinto alimentare diventa insicuro; mentre se egli si attiene ad un regime che gli fornisce 20 grammi di proteine il suo istinto alimentare riacquista sicurezza. Infatti, se ad esempio succede che una volta egli riceva una nutrizione non contenente i 20 grammi, dunque sottonutriente, non la gusta più. Il suo istinto diventa di nuovo sicuro. Certo vi sono ugualmente degli uomini sottonutriti, ma ciò deriva da altre cose e non da troppo poche proteine. Ma vi sono pure innumerevoli uomini i quali, poiché si supernutrono di proteine, soffrono di autoavvelenamento e altro.

 

Non voglio adesso addentrarmi sulla natura delle malattie infettive, ma l’uomo è certo facilmente soggetto alle cosiddette infezioni, quando ingerisce 120 grammi di proteine; allora egli prende facilmente la difterite o anche il vaiolo, mentre se si limita ai 20 grammi viene molto più difficilmente contagiato.

Dunque una volta era articolo di scienza che si dovesse assimilare tanto di proteine da prodursi un autoavvelenamento e da esporsi ad ogni sorta di contagi: ciò era scientifico venti anni fa!

 

È proprio così, cari amici: questa maniera di pensare è nella linea della scienza! Ma se si considera che cosa era scientifico in relazione ad argomenti importantissimi poco tempo fa e che cosa oggi è scientifico, si giunge a un sostanziale sconvolgimento della scienza stessa.

Questo è quanto bisogna accogliere anche come un sentimento di fronte al sorgere di qualcosa come l’antroposofia, la quale porta il pensiero, la riflessione, la disposizione dell’anima in una direzione diversa rispetto all’andazzo attuale.

 

Io volevo con ciò soltanto accennare a qualcosa che, a prima vista,

appare una guida per familiarizzarsi con un altro modo di pensare e di riflettere.

 

 

By | 2018-10-18T00:33:44+02:00 Ottobre 18th, 2018|MEDITAZIONE|Commenti disabilitati su L’ESSENZA DELLA MEDITAZIONE