L’evento della morte e i fatti del dopo-morte

O.O. 168 – Il legame fra i vivi e i morti – 22.02.1916


 

Viviamo in un periodo in cui quotidianamente o ad ogni ora siamo posti di fronte alla morte, al passaggio dell’uomo attraverso la porta della morte, a questo significativo evento della vita umana. La morte diventa infatti un avvenimento della vita nel vero senso del termine solo per mezzo della scienza dello spirito che indica all’uomo come agiscono nella sua interiorità le forze eterne che scorrono tra nascita e morte, e che nel periodo tra nascita e morte creano un aspetto dell’esistenza, una particolare forma dell’esistenza per poi assumere, dopo il passaggio attraverso la porta della morte, un’altra forma di esistenza. Così la morte, da un’astratta fine della vita, come può apparire solo a una visione materialistica del mondo, per mezzo della scienza dello spirito nel complesso della vita umana diviene un evento, anche se di grande importanza. Anche fra le nostre stesse fila, in primo luogo a causa degli eventi storici attuali, ma anche per motivi al di fuori di questi, amici cari hanno varcato la porta della morte, così che sembra forse opportuno inserire proprio nel nostro presente, nelle nostre considerazioni odierne qualcosa sull’evento della morte e su quei fatti della vita umana che seguono la morte.

 

Nelle nostre osservazioni scientifico-spirituali sempre di nuovo ci si è occupati della vita tra la morte e una nuova nascita, e proprio su questo argomento abbiamo già acquisito molti punti di riferimento. Dal procedimento fino ad ora seguito dalla scienza dello spirito sappiamo bene come tutto ciò che vien dato si possa dare solo partendo da una precisa prospettiva e che possiamo in fondo conoscere le cose con sempre maggior precisione, solo se ci vengono chiarite da diversi punti di vista. Perciò oggi, a quello che già sappiamo sul tema accennato, aggiungerò qualcosa che può essere utile alla nostra complessiva concezione del mondo.

 

Alla luce della scienza dello spirito consideriamo l’uomo, e in un primo momento va bene così, quale egli ci si presenta come espressione di tutto il suo essere qui nel mondo fisico. Dobbiamo partire prima di tutto da ciò che l’uomo ci presenta nel mondo fisico, ed è per questo che ho sempre di nuovo richiamato l’attenzione su come noi traiamo per così dire un’idea generale riguardo a tutto l’uomo, considerandolo in modo da avere come base, prima di tutto, il corpo fisico, che qui nel mondo fisico conosciamo dall’esterno attraverso un’osservazione sensibile, attraverso lo smembramento scientifico dell’osservazione basata sui sensi.

 

Abbiamo poi quel corpo o quella forma di organizzazione che indichiamo come corpo eterico; esso ha già un carattere soprasensibile e non può quindi venir osservato con i comuni organi di senso (neppure con l’intelletto che è legato al cervello) e perciò è inaccessibile alla scienza comune. Tuttavia il corpo eterico è una struttura di cui si può dire che anche spiriti come Immanuel Hermann Fichte, figlio del grande Johann Gottlieb Fichte, poi Troxler ed altri erano a conoscenza. Il corpo eterico, essendo soprasensibile, è qualcosa nell’uomo che può essere afferrato solamente da una conoscenza immaginativa, qualcosa che però può essere appunto guardato dall’esterno per la conoscenza soprasensibile, così come per la conoscenza sensibile può essere guardato dall’esterno il corpo fisico.

Proseguiamo poi nella nostra osservazione fino al corpo astrale.

 

Esso non può essere osservato in modo sensibile dall’esterno, come può essere osservato il corpo fisico per mezzo dei sensi, come il corpo eterico per mezzo dello sguardo interiore;

il corpo astrale è invece qualcosa che può essere sperimentato solo interiormente,

entro il quale noi stessi dobbiamo essere per poterlo sperimentare,

• come pure la quarta parte costitutiva che dobbiamo afferrare qui nel mondo fisico: l’io.

Con queste quattro parti costitutive della natura umana formiamo l’uomo intero.

 

Dalle considerazioni fatte finora sappiamo però anche che quello che chiamiamo comunemente il corpo fisico dell’uomo è qualcosa di molto complicato, sappiamo che il corpo fisico umano si è formato in un lungo processo evolutivo attraverso gli stadi di Saturno, Sole, Luna e che pure il divenire dell’esistenza terrestre vi ha contribuito dalle sue origini fino ai tempi nostri. Un complicato processo evolutivo ha formato il nostro corpo fisico.

Si offre all’osservazione, che a tutta prima è accessibile all’uomo nel mondo fisico anche per la scienza ordinaria, solo il lato esteriore di ciò che in verità vive nel corpo fisico. Si potrebbe dire che la comune osservazione fisica e la scienza fisica, come esistono qui nel mondo, conoscono del corpo fisico solo tanto quanto un uomo conosce di una casa, al di fuori e intorno alla quale cammina, senza esservi mai entrato, un uomo che non ha mai conosciuto che cosa vi sia dentro la casa e quali persone vivano in essa.

 

È ovvio che chi si trovi sul terreno della scienza in un senso materialistico dirà di conoscere molto bene l’interno del corpo fisico. Lo conosciamo perché spesso abbiamo osservato, durante l’autopsia, il cervello all’interno delle pareti cervicali, perché abbiamo visto lo stomaco, il cuore: conosciamo dunque questo interno.

Ma l’interno che può essere visto dall’esterno, l’interno come spazio, non è ciò che qui è inteso parlando dell’interno.

 

Anche questo spazio interno è solo qualcosa di esteriore; nel corpo fisico umano questo interno spaziale è addirittura molto più esteriore del vero e proprio esterno spaziale. È certamente singolare dire questo. Ma già sappiamo, dalle descrizioni della nostra scienza dello spirito fatte finora, che i nostri organi di senso furono formati già durante il periodo di Saturno e che li portiamo all’esterno del nostro corpo, spazialmente esterni. Furono formati da forze molto più spirituali di quelle, per esempio, del nostro stomaco e di ciò che si trova internamente in senso spaziale. Ciò che si trova all’interno venne formato da forze meno spirituali.

 

Per quanto singolare possa sembrare, bisogna tuttavia far presente che a dire il vero l’uomo parla di sé per così dire alla rovescia. È del resto naturale, poiché qui viviamo sul piano fisico, ma si esprime alla rovescia.

In verità egli dovrebbe chiamare quello che è la pelle del viso l’interno e il suo stomaco l’esterno. Si giungerebbe allora molto più vicini alla realtà. Si giungerebbe molto più vicini alla realtà se si dicesse che mangiamo dall’interno verso l’esterno, che mandiamo i nostri cibi dall’interno verso l’esterno, mandandoli nello stomaco, piuttosto di come diciamo ora: dall’esterno all’interno; infatti, quanto più i nostri organi si trovano alla superficie, tanto più spirituali sono le forze da cui derivano, mentre sono tanto meno spirituali le forze da cui derivano, quanto più essi sono posti nel nostro interno in senso spaziale. Lo si può notare con facilità partendo dalle descrizioni della scienza dello spirito fin qui fatte.

 

Se bene ci ricordiamo quanto è stato finora esposto dalla scienza dello spirito, sapremo che durante l’evoluzione lunare qualcosa si separa, che durante l’evoluzione terrestre di nuovo si separa, che cioè nel corso delle evoluzioni di Saturno, Sole e Luna, qualcosa va nello spazio. Durante questo separarsi succede qualcosa di sorprendente: siamo stati rivoltati, rivoltati esattamente come si rovescia un guanto: l’interno verso l’esterno e l’esterno verso l’interno.

 

Ciò che come viso oggi si volge all’esterno, nella sua prima disposizione durante il periodo di Saturno e del Sole si rivolgeva all’interno, e così era ancora per una parte del periodo della Luna, mentre i germi dei nostri organi interni attuali furono plasmati durante il periodo lunare, in modo tale da essere costruiti da fuori. Da quel periodo siamo stati veramente rivoltati come un vestito. Oggi non si usa più rivoltare i vestiti ma in tempi passati lo si faceva per poterli portare ancora più a lungo. Oggi non si usa più.

Quando parliamo del nostro corpo fisico dobbiamo diventare consapevoli che in esso vi è molto di soprasensibile, che tutto il modo in cui è costruito è soprasensibile, che è stato formato a partire dal soprasensibile e che quando lo consideriamo come un tutto, ci manifesta solamente il suo lato esteriore.

 

Passiamo ora al corpo eterico: esso non è più visibile a un’osservazione fisico-sensibile;

ma esso è tanto più importante quando l’uomo varca la porta della morte.

Il corpo eterico è di grandissima importanza nei primi giorni dopo la morte.

 

Ma anche per il corpo fisico dobbiamo ancora imparare a cambiare modo di pensare, imparare veramente a cambiare modo di pensare se vogliamo considerare nella giusta misura ciò che ci attende dopo aver varcato la porta della morte.

Sappiamo bene, poiché può venir ancora osservato dal mondo fisico, che nel varcare la porta della morte l’uomo depone, come si suol dire, il suo corpo fisico. Con la decomposizione o la cremazione (i due processi si differenziano solo per la durata) esso viene affidato all’elemento terrestre. Potrebbe sembrare che chi ha varcato la porta della morte abbandoni semplicemente il corpo fisico in quanto tale. Ma non si tratta di questo.

Del nostro corpo fisico possiamo affidare alla Terra solo ciò che dalla Terra stessa prese origine.

Non possiamo affidare alla Terra ciò che del nostro corpo fisico proviene dall’antica esistenza lunare, dall’antica esistenza solare, dall’antica esistenza saturnia. Quelle che provengono dall’antica esistenza saturnia, dall’antica esistenza solare e dall’antica esistenza lunare, e perfino ancora da gran parte dell’esistenza terrestre, sono forze soprasensibili. Tali forze che sono nel nostro corpo fisico, delle quali all’osservazione dei sensi, come appunto ho spiegato, si mostra solo l’aspetto esteriore, dove vanno dunque a finire dopo che abbiamo varcato la porta della morte? Il nostro corpo fisico, la forma più straordinaria che ci sia sulla Terra, soprattutto come forma, restituisce alla Terra, si è detto, solamente quello che la Terra gli ha dato.

 

Dove si trova il resto quando abbiamo varcato la porta della morte? Il resto si ritira da ciò che, a seguito di decomposizione o cremazione, penetra per così dire nella Terra; il resto viene accolto dall’universo intero.

Se pensiamo a tutto, a tutto quello che si può intuire ci sia intorno alla Terra, con tutti i pianeti e le stelle fisse, se lo pensiamo il più possibile spiritualmente, in ciò che si è spiritualmente pensato si ha il luogo in cui si trova quel che di noi è spirituale. Infatti solo una parte dello spirituale si separa: quella che vive nel calore e che rimane alla Terra.

Il calore, il nostro calore interno, il nostro calore individuale viene separato, rimane alla Terra. Invece tutto ciò che del corpo fisico è spirituale viene portato fuori negli spazi cosmici, nel cosmo intero.

 

Quando da esseri umani abbandoniamo il nostro corpo fisico, dove andiamo, dove ci immergiamo veramente?

Alla nostra morte, veloci come un lampo,

ci immergiamo in tutte le forze soprasensibili che plasmano il nostro corpo fisico.

 

Possiamo in tutta tranquillità farci una rappresentazione di come tutte le forze costruttrici che, a partire dal periodo di Saturno, lavorarono al nostro corpo fisico si dilatino all’infinito preparandoci il luogo nel quale vivremo tra la morte e una nuova nascita. Tutto questo, vorrei dire, non è che condensato nello spazio delimitato dalla nostra pelle tra la nascita e la morte.

Quando così ci troviamo fuori dal nostro corpo fisico, facciamo soprattutto un’esperienza che è importante per tutta la successiva vita fra morte e nuova nascita. Vi ho già accennato spesso. Questa esperienza è di natura opposta all’esperienza che le corrisponde qui nella vita sul piano fisico. Qui nella vita sul piano fisico, con l’usuale conoscenza che ci è data dai sensi, non possiamo guardare indietro fino al momento della nostra nascita. Nessuno è in grado di ricordare la propria nascita, di guardare a ritroso. Sa solamente di essere nato, prima di tutto perché forse gli è stato detto, e in secondo luogo lo presume perché sono nati anche tutti gli altri, giunti sulla Terra dopo di lui; ma nessuno può avere un’esperienza reale della propria nascita.

 

Abbiamo l’esatto contrario con l’esperienza corrispondente dopo la morte. Mentre non è mai possibile che la visione diretta della nostra nascita ci stia davanti all’anima nella vita fisica, nell’intera vita tra morte e nuova nascita il momento della morte sta davanti all’anima, se soltanto si guarda ad esso spiritualmente.

Di certo deve esserci ben chiaro che il momento della morte viene poi visto dall’altro lato. Se la morte può avere qualcosa di spaventoso è soltanto perché per così dire qui viene vista come un dissolversi, come una fine. Dall’altro lato, dal lato spirituale, guardando indietro al momento della morte essa appare di continuo come la vittoria dello spirito, come il faticoso liberarsi dello spirito dal corpo fisico. Si presenta allora come l’evento più grande, più sublime, più significativo.

 

Inoltre con questo evento si accende quella che dopo la morte è la nostra coscienza dell’io.

Per tutto il periodo tra morte e rinascita abbiamo una coscienza dell’io non soltanto simile a quella che abbiamo qui nella vita fisica, ma l’abbiamo persino in un senso molto più elevato. Non potremmo però avere tale coscienza dell’io se non fossimo capaci di guardare indietro incessantemente, se non vedessimo, ma dall’altro lato, dal lato spirituale, il momento nel quale ci siamo strappati col nostro spirito dal corpo fisico.

 

Siamo consci di essere un io solamente perché sappiamo: noi siamo morti, abbiamo liberato il nostro spirito dal nostro corpo fisico. Se al di là della porta della morte non guardassimo al momento della morte, per la coscienza dell’io post-mortem accadrebbe ciò che accade qui per la coscienza fisica dell’io durante il sonno. Come nel sonno non si sa nulla della coscienza fisica dell’io, così dopo la morte non si saprebbe nulla di sé, se non si avesse presente l’istante del morire. Lo si ha davanti a sè come uno dei momenti più sublimi, più grandiosi.

 

Vediamo come già in questo caso dobbiamo prendere atto di dover pensare il mondo spirituale in modo del tutto diverso da come si pensa qui il mondo fisico-sensibile.

Se per comodità si vuole restare soltanto con i concetti che si hanno qui per il mondo fisico-sensibile, non si può proprio afferrare il mondo spirituale in modo preciso. Infatti quel che è più importante dopo la morte è che il momento del morire viene visto dall’altro lato. Si accende così dall’altro lato la nostra coscienza dell’io.

• Qui nel mondo fisico abbiamo per così dire un lato della coscienza dell’io;

• dopo la morte abbiamo l’altro lato della coscienza dell’io.

 

Poc’anzi ho accennato a dove si trovi in realtà la parte soprasensibile del nostro corpo fisico dopo la morte, dove dobbiamo cercarla. Dobbiamo cercarla nel mondo intero, in lontananze che solo possiamo presentire, in rapporti di forze, in organismi di forze, in un cosmo di forze. Tale parte fisica ci prepara il luogo attraverso il quale dobbiamo passare da una morte a una nuova nascita.

È davvero un microcosmo, un intero mondo quello che qui nel nostro corpo fisico, piccolo rispetto al mondo intero, si trova racchiuso nella nostra pelle; in realtà è solo arrotolato, se posso esprimermi alla buona; poi si srotola e riempie il mondo, ad eccezione di un piccolo spazio che rimane sempre vuoto.

Quando viviamo tra morte e rinascita, con le forze che sono alla base del nostro corpo fisico quali forze soprasensibili, veniamo veramente ad essere in tutto il mondo, salvo che in un unico luogo che rimane vuoto: è lo spazio che occupiamo qui nel mondo fisico all’interno della nostra pelle. Sempre guardiamo a questo vuoto.

Guardiamo noi stessi da fuori e vediamo in un vuoto. Ciò in cui noi guardiamo rimane vuoto, ma rimane vuoto in modo tale che ne riceviamo una sensazione fondamentale. Questo guardare non è un guardare astratto, come quando sul piano fisico si fissa una cosa qualsiasi, ma è un guardare collegato con una possente, interiore esperienza di vita, con una possente esperienza.

È collegato con il fatto che grazie alla vista di quel vuoto sorge in noi un sentimento che ora ci accompagna nel corso di tutta la vita tra morte e nuova nascita e che costituisce molto di ciò che generalmente chiamiamo vita dell’aldilà.

 

È la sensazione: nel mondo si trova qualcosa  che sempre e di continuo deve essere riempito da te.

Poi si perviene alla sensazione: si è nel mondo per qualcosa

per il quale possiamo esserci soltanto noi stessi.

 

Si percepisce il proprio posto nel mondo.

Si sperimenta di essere, nel mondo, un tassello senza il quale il mondo non potrebbe esistere. Lo si vede in quel vuoto. L’essere nel mondo come qualcosa che appartiene al mondo è quanto viene incontro perché si guarda a un vuoto.

Tutto questo è in relazione con ciò che avviene poi del nostro corpo fisico. Naturalmente, servendoci di descrizioni più elementari, potremo per così dire sempre esporre solo in modo schematico quello che in verità nel mondo spirituale abbisogna di immagini per quanto è reale. Ma dobbiamo prima avere queste immagini per poi innalzarci poco a poco fino alle rappresentazioni che maggiormente penetrano nella realtà del mondo spirituale.

 

Sappiamo che poi per alcuni giorni abbiamo una specie di ricordo a ritroso; viene peraltro chiamato ricordo a ritroso solo in senso improprio, a ragione, ma in senso improprio, poiché nel corso di alcuni giorni abbiamo qualcosa come un quadro mnemonico, come un panorama che è tessuto con tutto quanto abbiamo sperimentato nella vita appena trascorsa; non l’abbiamo però come un ricordo ordinario entro il corpo fisico.

Un ricordo nel corpo fisico è tale che lo estraiamo temporalmente dalla memoria. Tale memoria è una forza collegata al corpo fisico; si tratta di qualcosa di pensato quando si estrae temporalmente il ricordo in questo modo.

Invece il ricordo a ritroso dopo la morte è tale che tutto quanto si è svolto nella vita è contemporaneamente intorno a noi, come in un panorama, in immagini. Per giorni viviamo per così dire in quanto abbiamo sperimentato. In immagini possenti si trova contemporaneamente l’avvenimento che abbiamo appena vissuto appunto nell’ultimo periodo precedente la nostra morte e al tempo stesso ciò che avevamo vissuto nell’infanzia.

Un panorama della vita, un quadro della vita, ci presenta in un tessuto intrecciato di etere ciò che altrimenti si era svolto in una successione temporale. Tutto quanto ora vediamo vive nell’etere.

 

Prima di tutto percepiamo come vivente quello che allora ci circonda, la tutto vive e tesse. Poi lo percepiamo come spiritualmente risonante, come spiritualmente risplendente e come emanante spiritualmente calore. Questo quadro di vita scompare, come sappiamo, già dopo alcuni giorni. Ma che cosa lo fa in realtà cessare? che cosa è questo quadro di vita?

Quando appunto si indaga sull’essenza di questo quadro di vita, bisogna dire che in esso è intessuto tutto quanto nella vita abbiamo sperimentato. Ma sperimentato come? Poiché vi abbiamo unito pensieri! Vi è celato tutto quanto avevamo sperimentato pensando, avendo avuto rappresentazioni.

 

Tanto per riferirci a qualcosa di concreto, diciamo di aver vissuto durante la vita con un’altra persona, di aver parlato con l’altra persona. Per il fatto di aver parlato con lei i suoi pensieri hanno comunicato con i nostri. Abbiamo ricevuto amore da lei, abbiamo lasciato che l’intera sua anima agisse sulla nostra, vissuto tutto questo interiormente. Conviviamo, appunto, quando viviamo con un’altra persona. Essa vive, e noi viviamo, sperimentiamo qualcosa di lei. Quello che sperimentiamo in lei ci appare ora intessuto nel quadro di vita. È proprio ciò di cui abbiamo ricordo.

Pensiamo ad esempio al momento in cui dieci, vent’anni fa, vivemmo qualcosa con qualcun altro. Pensiamo di ricordarcelo, ma non come ci si ricorda di solito nella vita, col grigio che sfuma nel grigio, bensì come se il ricordo fosse in noi tanto vivo quanto l’esperienza medesima, come se l’amico ci stesse davanti come era allora, quando la vivemmo. Spesso qui nella vita siamo molto sognanti. Quello che sul piano fisico viviamo con vigore diventa ottuso, si spegne. Quando abbiamo varcato la porta della morte e lo troviamo nel quadro di vita non è così spento, è presente con tutta la freschezza e il vigore con cui era presente durante la vita. Così si intesse nel quadro di vita, così lo sperimentiamo noi stessi per giorni.

Come per il mondo fisico abbiamo l’impressione che il nostro corpo fisico si separi da noi, così abbiamo poi l’impressione dopo vari giorni che anche il nostro corpo eterico si sia separato da noi; a dire il vero il corpo eterico non si è separato da noi come il corpo fisico, bensì è intessuto con l’intero universo, con il mondo intero. È la e vi lascia la sua impronta durante i giorni nel corso dei quali sperimentiamo il quadro di vita. Quello che così abbiamo come quadro di vita, passa nel mondo esterno, vive attorno a noi, è accolto dal mondo.

 

Inoltre durante questi giorni facciamo un’esperienza importante, significativa.

Infatti ciò che sperimentiamo dopo la morte non sono solo esperienze che appaiono come ricordi della vita terrena, ma sono proprio frammenti per nuove esperienze.

Il pervenire al nostro io mentre gettiamo uno sguardo indietro al momento della morte è già di per sè una nuova esperienza, poiché qui con i nostri sensi terreni non possiamo sperimentare qualcosa di simile. Ciò è accessibile solo alla conoscenza iniziatica.

Ma anche quello che sperimentiamo nel corso dei giorni in cui abbiamo intorno a noi il quadro mnemonico, il tessere eterico che si dissolve da noi e si unisce all’universo, anche questo sperimentare è qualcosa di commovente e sublime, è qualcosa di davvero poderoso per l’anima umana.

 

Qui nel mondo fisico siamo dunque di fronte al mondo, ai regni minerale, vegetale, animale, umano. Di essi sperimentiamo ciò che i nostri sensi sono in grado di sperimentare, grazie a ciò che può raggiungere tramite i sensi il nostro intelletto legato al cervello, ciò che può sperimentare il nostro sentimento legato al nostro sistema vascolare; tutto questo sperimentiamo qui.

E in verità noi uomini tra nascita e morte, visto in una prospettiva superiore, siamo dei poveri sciocchi, mi si perdoni l’espressione, siamo dei grandissimi sciocchi.

Di fronte alla saggezza del cosmo siamo paurosamente stupidi se crediamo che tutto consista soltanto nello sperimentare qui qualcosa nel modo descritto e nel portare poi ciò che sperimentiamo nei nostri ricordi e nell’essercene appropriati come uomini.

Così crediamo, ma mentre facciamo esperienze, mentre nello sperimentare formiamo le nostre rappresentazioni, le nostre sensazioni animiche, in questo sperimentare, in questo svolgimento lavora l’intero mondo delle gerarchie, vive e tesse in esso.

 

Se ci mettiamo di fronte a una persona e la guardiamo negli occhi, nel nostro sguardo e in quello che il suo sguardo ci manda incontro vivono gli spiriti delle gerarchie, vivono le gerarchie, vive il lavoro delle gerarchie.

Anche ciò che sperimentiamo ci presenta soltanto il lato esteriore, poiché in quello sperimentare operano le divinità. Mentre crediamo di vivere solo per noi, attraverso il nostro sperimentare le divinità elaborano qualcosa che ora possono intessere nel mondo.

Abbiamo concepito pensieri, abbiamo avuto esperienze di sentimento: le divinità prendono tutto ciò e ne fanno partecipe il loro mondo, e dopo che siamo morti sappiamo di essere vissuti affinché le divinità potessero ordire la tela proveniente dal nostro corpo eterico di cui ora l’universo intero viene reso partecipe.

Gli dei ci hanno permesso di vivere per poter ordire per se stessi qualcosa per mezzo del quale poter arricchire di un frammento il loro mondo. È un pensiero commovente!

 

Quando nel mondo moviamo un solo passo, esso è il segno esteriore di un avvenimento divino e un frammento del tessuto che le divinità usano per il loro disegno cosmico; ce lo lasciano solo fino a quando varchiamo la porta della morte, per poi togliercelo e incorporarlo nell’universo. I nostri destini umani sono al tempo stesso azioni divine, e ciò che sono per noi uomini è soltanto un aspetto esteriore. Questo è ciò che conta, l’importante, l’essenziale.

A chi appartiene in realtà ora, dopo che siamo morti, quello che nella vita abbiamo conquistato interiormente per il fatto che possiamo pensare, che abbiamo sensazioni animiche? Dopo la nostra morte appartiene al mondo!

Ma come volgiamo lo sguardo indietro alla nostra morte, così con quello che ci rimane, col nostro corpo astrale e il nostro io guardiamo indietro a ciò che si è intessuto nell’universo, nel mondo.

Durante la vita, quale corpo eterico in noi, portiamo ciò che si era intessuto nell’universo. Ora è dipanato e intessuto col mondo. Vi volgiamo lo sguardo, lo guardiamo. Come qui lo sperimentiamo interiormente, così lo osserviamo dopo la morte, così si trova fuori nel mondo.

 

Come qui guardiamo stelle, montagne e fiumi, così dopo la morte, accanto a ciò che con la velocità di un lampo è divenuto del nostro corpo fisico, guardiamo ciò che delle nostre esperienze si è intessuto nel mondo.

E ciò che delle nostre esperienze si incorpora nell’intera architettura del mondo, si specchia ora nel corpo astrale e nell’io che ancora possediamo, proprio come il mondo esterno si specchia nei nostri organi fisici qui nel nostro essere fisico.

Per il fatto che si specchia in noi riceviamo qualcosa che qui, durante l’esistenza sulla Terra, non possiamo avere, che avremo più tardi in un’impronta esterna, più fisica, durante l’esistenza su Giove, ma che riceviamo in una forma spirituale perché ora il nostro essere eterico si trova all’esterno e produce un’impressione su di noi. Prima veniva da noi vissuto come nostra interiorità, ora invece produce un’impressione su di noi.

 

L’impressione che viene fatta su di noi, a dire il vero, è a tutta prima spirituale, e immaginativa, ma quale esperienza immaginativa è già un esempio di ciò che avremo solo su Giove: il sé spirituale. Poiché quindi il nostro corpo eterico si intesse nell’universo, nasce per noi (però spiritualmente, non come lo avremo più tardi su Giove) un sé spirituale; così ora abbiamo, dopo aver abbandonato il corpo eterico: il corpo astrale, l’io, il sè spirituale. Quelli che rimangono della nostra esistenza terrena sono quindi il corpo astrale e l’io.

Il nostro corpo astrale, come sappiamo, ancora per lungo tempo dopo la morte rimane sottoposto a noi come lo era il corpo astrale terrestre. Rimane a noi in quanto esso viene compenetrato da tutto ciò che è puramente umano terrestre e che non può espellere subito da sé.

 

Trascorriamo quindi un periodo durante il quale solo a poco a poco possiamo deporre quello che la vita terrena ha fatto del nostro corpo astrale. Delle nostre vicende sulla Terra sperimentiamo in sostanza, per quanto riguarda il corpo astrale, solo la metà. Di quello che in un modo o nell’altro accade per mezzo nostro, in verità sperimentiamo solo la metà.

Facciamo un esempio: pensiamo (questo nel caso di azioni e pensieri buoni, come pure di azioni e pensieri cattivi, ma prendiamo l’esempio di un’azione cattiva) di dire a qualcuno una parola cattiva, per la quale egli si sente offeso. Della parola offensiva sentiamo solamente quello che ci riguarda, abbiamo in noi la sensazione del motivo per cui abbiamo usato quella cattiva parola; questa è l’impressione che riceve la nostra anima quando usiamo la parola offensiva. Ma l’altro, al quale rivolgiamo la parola cattiva, ha un’impressione del tutto diversa, ha l’altra metà dell’impressione, ha il sentimento di essere offeso. In lui vive realmente l’altra metà dell’impressione. Quel che abbiamo vissuto per noi stessi nel corso della vita fisica è un aspetto, quel che l’altro ha vissuto è l’altro aspetto.

 

Tutto quello che è stato sperimentato per mezzo nostro, ma fuori di noi,

lo dobbiamo vivere di nuovo dopo la morte, quando percorriamo a ritroso la nostra vita.

Viviamo a ritroso gli effetti dei nostri pensieri e delle nostre azioni.

 

Dunque tra la morte e una nuova nascita viviamo la nostra vita percorrendola a ritroso.

• Con l’abbandono del corpo eterico

si ha un quadro mnemonico nel quale appare simultaneamente l’intera esistenza.

Il vivere a ritroso  è realmente uno sperimentare in senso inverso quel che noi abbiamo fatto.

• Quando poi siamo andati a ritroso