/////L’EVOLUZIONE DELL’UMANITÀ SULLA TERRA – II

L’EVOLUZIONE DELL’UMANITÀ SULLA TERRA – II

L’evoluzione dell’umanità sulla Terra – II

O.O. 99 – La Saggezza dei rosacroce – 05.06.1907


 

Il processo del quale ho parlato relativo all’origine dei due sessi, si svolse esteriormente partendo da una condizione nella quale sia gli animali-uomini dell’antica Luna, sia gli esseri del successivo periodo di ripetizione lunare della Terra, avevano ancora in sé i due sessi. Parallelamente a un certo condensarsi della materia, si verificò pure una specie di separazione nel corpo; solo con il chiaro differenziamento di un regno minerale come quello odierno potè nascere un corpo umano portatore di un sesso. La Terra e il corpo umano dovettero solidificarsi sino al livello minerale odierno. Nei corpi molli della Luna e anche del primo periodo terrestre, gli uomini erano contemporaneamente di sesso maschile e femminile.

 

Dobbiamo ricordare che, in un certo senso, l’uomo odierno ha conservato un residuo di bisessualità, perché nei maschi il corpo fisico è maschile e quello eterico è femminile, mentre nelle donne il fenomeno è rovesciato, in quanto il corpo fisico è femminile e quello eterico maschile. Questi fatti ci prospettano interessanti punti di vista a proposito della vita psichica dei sessi; per esempio la capacità di sacrificio della donna nelle sue manifestazioni d’amore è in relazione con la mascolinità del suo corpo eterico, mentre l’ambizione dell’uomo si spiega riconoscendo la natura femminile del suo corpo eterico.

 

Ho già detto che dalla mescolanza delle forze inviateci dal Sole e dalla Luna è nata la separazione dei sessi. Comprendiamo ora bene che nell’uomo il maggiore influsso sul corpo eterico deriva dalla Luna, e sul corpo fisico dal Sole. Nella donna invece è al rovescio: il corpo fisico è influenzato dalle forze della Luna e il corpo eterico da quelle del Sole.

 

Il continuo ricambio di sostanze minerali nel corpo fisico umano potè avvenire soltanto dopo la formazione dei minerali attuali, mentre prima si aveva una tutt’altra forma di nutrizione. Durante il periodo solare della Terra, le piante erano ricche di succhi lattiginosi, e gli uomini realmente si nutrivano succhiandoli dalle piante, come oggi il bambino poppa dalla mamma. Le piante ancor oggi ricche di tali succhi derivano dall’epoca nella quale tutte le piante ne fornivano in abbondanza. Solo più tardi arrivò il momento nel quale la nutrizione assunse la forma attuale.

 

Per afferrare il significato della separazione dei sessi, dobbiamo tener presente che sulla Luna, come anche nella ripetizione terrestre del periodo lunare, tutti gli esseri erano molto simili tra di loro. Come una mucca ha lo stesso aspetto di sua «figlia» o di tutte le altre mucche, perché in esse agisce la stessa anima di gruppo, così, sin molto addentro nel periodo atlantico, gli uomini erano simili ai loro antenati, tanto da poter essere scambiati.

Con il sorgere dei due sessi gli uomini non si assomigliarono più tra di loro.

 

Nelle donne si è conservata la tendenza, derivante ancora dal tempo della bisessualità, a formare i discendenti simili ai genitori; nei maschi invece vive l’impulso a tendere verso la diversità, l’individuazione; dato che la forza maschile fluisce in quella femminile, ne è risultata una sempre maggiore dissimiglianza. Attraverso l’influenza maschile l’individualità ha quindi potuto farsi sempre maggior posto.

 

• L’antica bisessualità presentava anche un’altra caratteristica. Se si fosse chiesto a un uomo dell’antica Luna di raccontare le sue esperienze, gli si sarebbero presentate indifferentemente sia le sue proprie, sia quelle dei suoi più lontani antenati, perché tutto viveva attraverso le generazioni. Il graduale sviluppo della coscienza limitata fra la nascita e la morte dipese dall’individuazione del genere umano; come conseguenza si ebbe il verificarsi di una nascita e di una morte nel modo in cui oggi esse avvengono. Gli uomini della Luna infatti, dai movimenti aleggianti, erano collegati con l’atmosfera nella quale inviavano pure i loro cordoni sanguigni.

 

Quando moriva un essere del genere, non si trattava della morte di un’anima, ma piuttosto dell’atrofizzarsi di una parte, mentre la coscienza rimaneva in alto; era come se per esempio oggi la mano di un uomo disseccasse, e al suo posto ne crescesse una nuova. Nella loro coscienza crepuscolare quegli uomini sperimentavano la morte come un lento disseccarsi dei loro corpi. Mentre la coscienza si conservava nella coscienza collettiva di gruppo, i corpi si disseccavano, e nuovi ne crescevano di continuo; si aveva così realmente una sorta d’immortalità.

 

Sorse quindi il sangue, come è oggi prodotto all’interno del corpo umano, fenomeno che andò di pari passo col formarsi dei due sessi, e che portò anche alla necessità di un altro processo degno di nota. Il sangue è causa di una continua lotta fra la vita e la morte; un essere che produce in sé il sangue rosso è anche teatro di una continua lotta fra la vita e la morte, perché il sangue rosso viene continuamente consumato e si trasforma in sangue venoso, in una sostanza di morte.

 

Col trasformarsi del sangue nell’uomo, si ebbe anche l’oscuramento della coscienza al di là di nascita e morte. Soltanto col rischiararsi dell’attuale coscienza oggettiva, l’uomo perse il precedente e crepuscolare senso dell’immortalità; in questo modo si stabilì un nesso fra la sessualità e il non più vedere al di là di nascita e morte.

 

Un altro fenomeno è in relazione con questi fatti. Quando l’uomo aveva un’anima di gruppo, la vita continuava di generazione in generazione, senza alcuna interruzione dovuta a nascita o a morte. Ad un certo punto incominciò invece l’interruzione e quindi la possibilità della reincarnazione. Prima un figlio era l’immediata continuazione del padre, il padre del nonno, e così via; la coscienza non s’interrompeva.

 

Ora arriva il momento nel quale essa si oscura al di là di nascita e morte; si ebbe così la possibilità di un soggiorno nel kamaloca e nel devachan. Questo alternarsi, questo soggiorno nei mondi superiori è divenuto possibile soltanto dopo l’individuazione, dopo la separazione del Sole e della Luna. Soltanto allora si presentò il fenomeno che oggi chiamiamo incarnazione, alternato con lo stato intermedio che in futuro tornerà di nuovo a scomparire.

 

Nella nostra descrizione siamo così arrivati al momento nel quale il vecchio organismo bisessuale, espressione di una specie di anima di gruppo, si divide in maschile e femminile; la trasformazione avviene in modo che la tendenza all’uguale o al simile si conserva nell’elemento femminile, mentre la tendenza alla diversità si esprime nell’elemento maschile.

 

Nel genere umano si vede realmente nell’elemento femminile il principio della conservazione dei vecchi nessi di razza e di popolo, mentre nell’elemento maschile si osserva la tendenza a rompere di continuo quei nessi, a spezzarli per individualizzare l’umanità. In essa sono attivi il vecchio principio femminile dell’anima di gruppo e quello nuovo maschile, tendente all’individuazione. Si arriverà al punto nel quale in realtà tutti i nessi di razza e di stirpe spariranno, mentre gli uomini diverranno sempre più diversi gli uni dagli altri.

 

L’affinità non esisterà più come conseguenza di un sangue comune,

ma attraverso l’unione stabilita da anima ad anima.

Questo è lo sviluppo evolutivo dell’umanità.

 

Nelle prime razze atlantiche si aveva ancora un forte legame di affinità, e le prime sottorazze si distinguevano anche secondo il colore; nella diversità di colore fra gli uomini troviamo ancor oggi il principio dell’anima di gruppo. Queste differenze però scompariranno sempre di più, man mano che l’individuo avrà il sopravvento. Verrà un tempo nel quale più non ci saranno razze dai colori diversi, nel quale saranno scomparse le differenze dovute alla razza, mentre si avranno invece le massime differenze individuali.

 

Più si risale nel tempo, più si incontra la preponderanza dell’elemento razziale; la tendenza all’individuazione inizia soltanto negli ultimi tempi dell’Atlantide. Presso gli Atlantidi, gli appartenenti a una razza provavano ancora una profonda antipatia per gli appartenenti a un’altra razza. Il sangue comune dava il senso della comunità, dell’amore; sarebbe stato immorale sposare un appartenente ad un’altra stirpe.

 

Il veggente che esaminasse la connessione fra il corpo eterico e quello fisico dell’uomo dell’Atlantide, arriverebbe a una ben strana scoperta. Mentre nell’uomo attuale la testa eterica combacia con una certa approssimazione con la parte fisica della testa, sporgendone appena un poco, la testa eterica di un uomo dell’Atlantide si protendeva molto al di sopra di quella fisica; con più precisione, sporgeva di molto la parte frontale della testa eterica.

 

Esiste un punto nel cervello fisico, fra le sopracciglia e circa un centimetro all’interno, cui corrisponde oggi un punto nella testa eterica. Negli Atlantidi quei due punti erano ancora molto distanti l’uno dall’altro, e l’evoluzione consistette appunto nel riavvicinarli sempre di più.

 

Nel quinto periodo atlantico il punto della testa eterica si avvicinò al cervello fisico, e per il fatto che i due punti combaciarono si svilupparono alcune caratteristiche dell’umanità attuale: il calcolare, il contare, la facoltà di giudizio e in genere la capacità di formare concetti, l’intelligenza. Prima gli Atlantidi avevano solo una memoria sviluppatissima, ma non ancora la facoltà di connettere i pensieri, e qui abbiamo proprio l’inizio della coscienza dell’io! Prima che quei due punti combaciassero, l’uomo dell’Atlantide non era un essere individualizzato, ma viveva in intimo contatto con la natura.

 

Le sue abitazioni erano fatte con quanto la natura stessa gli forniva; egli poteva plasmare le pietre e unirle con gli alberi in crescita; le sue abitazioni erano formate dalla natura in divenire, erano cioè oggetti naturali trasformati. L’uomo dell’Atlantide viveva in piccoli gruppi, tenuti insieme dall’affinità di sangue, e su di essi si esercitava l’autorità del più forte, del capo. Tutto dipendeva dall’autorità, esercitata anche in altro modo.

 

All’inizio dell’epoca atlantica, l’uomo non poteva ancora esprimersi con un linguaggio articolato, sviluppatosi soltanto poi, nel corso dell’epoca stessa. Un capo non poteva esprimere i suoi ordini a mezzo del linguaggio, ma in compenso gli uomini avevano la capacità di capire il linguaggio della natura.

Oggi l’uomo non ne ha più alcuna idea e deve quindi riapprenderlo. Si pensi per esempio a una fonte che rifletta l’immagine di chi vi si specchi. Se è un occultista, potrà sperimentare un caratteristico sentimento e dirsi: la mia immagine mi viene incontro da questa fonte, si tratta di un ultimo segno di quanto veniva riflesso nello spazio all’epoca dell’antico Saturno. Mentre guarda la sua immagine nella fonte, nell’occultista riaffiora il ricordo di Saturno. Allo stesso modo, nell’eco che ridà i suoni articolati, riappare il ricordo di tutto quanto risonava nello spazio all’epoca di Saturno e vi ritornava in forma di eco.

 

Oppure nel fenomeno della fata morgana, dei riflessi nei quali l’aria assorbe delle immagini e le ridà, l’occultista vede un ricordo del periodo solare, quando la massa aeriforme del Sole assorbiva tutto quanto le proveniva dallo spazio, lo rielaborava e lo restituiva, aggiungendovi il proprio essere. Sul pianeta Sole si sarebbe potuto vedere che entro i gas della massa solare le cose erano elaborate come in una specie di fata morgana, di immagini di luce.

In questo modo, senza magie, s’impara a vedere nuovi aspetti del mondo, e si ha un mezzo importante per lo sviluppo verso i mondi superiori.

 

In tempi antichissimi l’uomo capiva la natura al massimo grado. È molto diverso vivere in un’aria come quella attuale, oppure come quella dell’epoca atlantica. Allora l’aria era impregnata di poderose masse nebbiose, mentre il Sole e la Luna apparivano circondati da grandissimi aloni iridati. Si ebbe persino un periodo nel quale le masse nebbiose erano così dense che nessun occhio poteva scorgere le stelle, e nel quale il Sole e la Luna erano ancora oscurati; soltanto più tardi e a poco a poco essi divennero visibili agli uomini.

L’apparire di Sole, Luna e stelle è meravigliosamente descritto nella Genesi. Quanto descritto in essa è realmente avvenuto, così come altre cose sono pure avvenute.

 

L’uomo dell’Atlantide aveva ancora una grande comprensione per la natura circostante. Il mormorio di una sorgente, l’urlo di una tempesta di vento, oggi suoni inarticolati per l’umanità, erano un linguaggio comprensibile per l’uomo dell’Atlantide. Allora non esistevano ancora comandamenti, ma lo spirito si manifestava nell’aria pregna di vapori e parlava agli uomini. La Bibbia esprime questo fatto con le parole: «E lo spirito di Dio aleggiava sopra le acque». L’uomo udiva lo spirito parlargli dalle cose; dal Sole, dalla Luna e dalle stelle lo spirito gli parlava; in quella frase della Bibbia si ha una precisa espressione per quanto avveniva attorno all’uomo.

 

Giunse poi il tempo nel quale una parte specialmente evoluta del genere umano, vivente in una regione che oggi forma anch’essa il fondo marino ed è situata nei pressi dell’Irlanda attuale, sperimentò per prima quella maggiore connessione del corpo eterico con gli altri corpi, raggiungendo così un maggiore sviluppo dell’intelligenza.

Sotto la guida del più progredito fra loro, quegli uomini iniziarono ad emigrare verso oriente, mentre a poco a poco poderose masse acquee sommergevano il continente atlantico. La parte più progredita di quelle popolazioni emigrò fino in Asia e fondò là il centro della civiltà da noi chiamata postatlantica. La civiltà si irradiò da quei luoghi, attraverso la corrente migratoria che più tardi, dall’Asia centrale, si spostò ancora più a oriente, per fondare in India la prima civiltà postatlantica, che ancora presenta forti influssi dell’epoca atlantica.

 

L’indiano antico non aveva ancora la coscienza caratteristica dell’uomo di oggi, ma ne ebbe la possibilità da quando si unirono i due punti del cervello ai quali si è accennato. Prima di quest’inserimento l’uomo dell’Atlantide aveva ancora una coscienza d’immagini attraverso la quale vedeva le entità spirituali. Egli non solo udiva un preciso linguaggio nel mormorio di una sorgente, ma dalla sorgente medesima vedeva uscire l’ondina incorporata nell’acqua; nelle correnti d’aria egli vedeva le silfidi, nel fuoco le salamandre; egli vedeva tutto questo, e da questi fatti sono nati i miti e le saghe conservatisi nel modo più puro in Europa, dove cioè rimasero uomini dell’Atlantide non giunti sino all’India. Le saghe e i miti germanici sono residui di quanto gli uomini dell’Atlantide vedevano nelle masse nebbiose. Fiumi, come poteva essere il Reno, vivevano nella coscienza degli Atlantidi quasi fossero condensazioni della saggezza dell’antico Niflheim; la medesima saggezza sembrava loro essere nei fiumi, sotto l’aspetto di ondine del Reno o di altre simili entità.

 

Nelle regioni europee sopra ricordate si ebbero quindi dei riflessi della civiltà atlantica, mentre in India ne sorse una nuova, ancora con dei ricordi del mondo immaginativo di prima. Le immagini stesse più non esistevano, ma l’indiano sentiva ancora la nostalgia di tutto quanto si esprimeva in esse.

L’uomo dell’Atlantide udiva parlare la saggezza della natura, mentre l’indiano rimase con la nostalgia per l’unione con la natura.

 

La caratteristica dell’antica civiltà indiana consiste proprio nella volontà di ritornare ai tempi precedenti. L’antico indiano era un sognatore. Il mondo della realtà a noi noto era davanti a lui, ma per i suoi occhi esso era maya. L’uomo dell’Atlantide vedeva ancora gli spiriti aleggianti, e l’indiano li cercava nella sua nostalgia per il contenuto spirituale del mondo, per il Brahman. La tendenza a ritornare allo stato di coscienza sognante degli antichi Atlantidi si è conservata nelle scuole iniziatiche orientali, tendenti a ritornare a precedenti stati di coscienza.

 

Più a nord, nella civiltà paleo-persiana, si svilupparono in seguito i medi e i persiani. Mentre la civiltà indiana prescinde molto dalla realtà, il persiano è cosciente di dover fare i conti con essa. L’uomo diventa un lavoratore, cosciente di dover tendere con le sue forze spirituali non alla sola conoscenza, ma anche alla trasformazione della Terra. In un primo tempo essa gli appare come un elemento ostile, come qualcosa da superare; questa contrapposizione si manifesta nella divinità buona e in quella cattiva, in Ormazd e in Arimane, e nella lotta fra i due.

 

L’uomo desidera far scorrere il mondo spirituale sempre di più in quello terrestre, pur non potendo ancora riconoscere alcuna legge naturale nel mondo esterno. La civiltà indiana possedeva in realtà una conoscenza dei mondi superiori, ma non sulla base della scienza naturale, perché tutto quanto era terrestre derivava dalla maya; il persiano invece considera la natura come un campo di lavoro.

Proseguendo si arriva ai caldei, ai babilonesi e alle popolazioni egizie.

 

In quelle civiltà l’uomo apprese a riconoscere le leggi della natura stessa. Guardando le stelle, egli non vi scorgeva solo degli dei, ma aveva modo di ricercare le leggi delle stelle, e così far nascere la magnifica scienza che si ritrova presso i caldei. Il sacerdote egizio non vedeva nel mondo fisico soltanto qualcosa che gli si opponesse, ma adattò la spiritualità riscontrata nella geometria al terreno, ai campi; la natura esterna venne riconosciuta nelle sue leggi.

 

Nella saggezza dei caldei, dei babilonesi e degli egizi

l’astronomia era intimamente connessa con la conoscenza degli dei che animano le stelle.

Tale fu il terzo periodo di evoluzione della civiltà postatlantica.

 

Soltanto nel quarto periodo l’uomo arriva a inserire nella civiltà quanto di spirituale egli vive in se medesimo, come avviene nell’epoca greco-latina. Nell’opera d’arte l’uomo imprime la sua spiritualità nella materia che prende forma, sia plasticamente, sia nelle tragedie. In questo periodo si riscontrano anche i primi inizi della costruzione di città a misura d’uomo. In Egitto, prima del periodo greco, l’architettura aveva un’altra natura. Ivi i sacerdoti guardavano alle stelle cercandone le leggi. Nelle loro costruzioni si ritrovava poi un riflesso degli avvenimenti celesti. Le loro torri mostravano l’evoluzione a sette gradini che essi apprendevano nei corpi celesti; le piramidi mostravano numerosi nessi cosmici.

 

Nel primo periodo della storia romana, con i suoi sette re, si ritrova molto bene espresso il passaggio dalla saggezza sacerdotale a quella propriamente umana. Che cosa rappresentano i sette re di Roma?

Sappiamo che la preistoria romana ci riporta alla vecchia città di Troia, ultima espressione delle antiche caste sacerdotali, ordinatrici di stati secondo le leggi delle stelle. Avviene poi il passaggio al quarto periodo di civiltà.

La saggezza sacerdotale viene superata dall’intelligenza umana la cui immagine ci è data dallo scaltro Ulisse.

 

Il fenomeno del superamento della saggezza sacerdotale da parte della capacità umana di giudizio ci viene esposto in modo ancor più visivo, con un’immagine che può essere compresa soltanto su questa base: premesso che il serpente vale sempre come simbolo della conoscenza umana, nel gruppo del Laocoonte ci si presenta il superamento della saggezza sacerdotale dell’antica Troia da parte dell’intelligenza e della conoscenza umana, simbolizzate nei serpenti.

Poi le guide dell’umanità, attive attraverso i millenni, tracciarono gli avvenimenti che avrebbero dovuto accadere e sui quali la storia dovette modellarsi. Coloro che parteciparono alla fondazione di Roma avevano già stabilito in precedenza i sette gradini di civiltà di Roma, come erano annotati nei libri sibillini. Pensandoli un momento, nei nomi dei sette re si ritrovano reminiscenze delle sette parti costitutive dell’uomo. La cosa arriva al punto che il quinto re, l’etrusco, proviene da fuori; egli rappresenta il manas, il sé spirituale, che unisce le tre parti inferiori alle tre superiori.

 

I sette re di Roma rappresentano le sette parti costitutive dell’uomo, e in essi sono indicati i relativi nessi spirituali. La Roma repubblicana rappresenta la conoscenza umana che succede all’antica saggezza sacerdotale. In questo modo il quarto periodo ha le sue radici nel terzo. L’uomo espresse il contenuto della sua anima nelle grandi opere d’arte, nelle tragedie e nel diritto. In precedenza il diritto era tratto dalle stelle, mente i romani divennero il popolo del diritto, perché allora l’uomo si creò il diritto, il jus del quale aveva bisogno, facendolo risultare dalle sue necessità.

L’umanità vive ora nel quinto periodo.

Qual è il significato di tutta l’evoluzione in questo periodo?

 

Scomparsa l’antica autorità, l’uomo guarda sempre più nel suo intimo;

tutta la sua attività esteriore è sempre più l’espressione del suo intimo.

• Cadono le affinità derivanti dall’appartenenza alla stessa stirpe, e l’uomo si individualizza sempre maggiormente.

• Tale è il nocciolo di quella religione che afferma:

«Chi non abbandona padre e madre, fratello e sorella, non può essere mio discepolo».

• Ciò significa che deve cessare l’amore basato su affinità naturali:

l’uomo deve guardare al suo prossimo, ogni anima deve trovarsi con altre anime.

 

L’umanità attuale ha il compito di portare ancor più sul piano fisico

quanto è scaturito dall’anima nel periodo greco-latino,

e con questo processo l’uomo diviene un essere sempre più affondato nella materialità.

 

• Se nelle opere d’arte i greci crearono un’immagine idealizzata della loro vita psichica

e la riversarono nella figura umana,

se nelle loro formulazioni giuridiche i romani crearono qualcosa che già più soddisfaceva i loro bisogni personali,

la nostra epoca eccelle invece per le macchine, pura espressione materialistica di necessità personali degli uomini.

L’uomo è sceso sempre più dal cielo,

toccando il punto più basso in questo quinto periodo di civiltà, nel quale egli è avvinto al massimo nella materia.

 

Se nelle loro opere d’arte i greci elevarono l’uomo al di sopra di se medesimo (Zeus rappresenta infatti l’uomo elevato al di sopra di se stesso), se nelle formulazioni giuridiche romane l’uomo si eleva ancora al di sopra di se medesimo (perché il romano dava maggior valore al fatto di essere un cittadino romano che non un singolo individuo), nel nostro tempo gli uomini impiegano lo spirito per la soddisfazione delle loro necessità materiali. A che scopo tendono le diverse macchine create, i piroscafi, le ferrovie e le altre più complicate invenzioni? Un tempo i caldei soddisfacevano la loro necessità di nutrimento nel modo più semplice, mentre oggi viene usato un enorme quantitativo di saggezza umana cristallizzata per soddisfare la fame e la sete. Non dobbiamo ingannarci: la sapienza usata in questo modo è scesa al di sotto di se medesima, sin dentro nella materia.

 

Tutto quanto l’uomo in precedenza prese dal mondo dello spirito doveva scendere al di sotto di se medesimo per poter poi risalire. Ecco quindi il compito del nostro periodo di civiltà: mentre il sangue fluiva nell’uomo dell’antichità per legarlo al suo popolo, oggi invece quel tipo d’amore, fluito un tempo col sangue, va sempre più perdendo di valore. Al suo posto deve sorgere un’altra forma di amore spirituale, affinché poi possiamo di nuovo risalire al mondo dello spirito. La discesa da quel mondo si giustifica, perché gli uomini dovevano scendere per ritrovare con la propria forza la strada verso la spiritualità; la scienza dello spirito ha la missione di mostrare questo cammino all’umanità.

 

Abbiamo così seguito il corso dell’umanità sino ad oggi; dovremo ora vedere come essa si svilupperà in avvenire, e come l’uomo che attraversi un’iniziazione possa già oggi precedere l’umanità di un certo tratto, sul suo sentiero di conoscenza e di saggezza.

 

 

By | 2018-10-03T07:57:49+02:00 Ottobre 3rd, 2018|EV. UMANITA'|Commenti disabilitati su L’EVOLUZIONE DELL’UMANITÀ SULLA TERRA – II