/////L’EVOLUZIONE UMANA RELATIVA ALL’INDIVIDUO SINGOLO

L’EVOLUZIONE UMANA RELATIVA ALL’INDIVIDUO SINGOLO

L’evoluzione umana relativa all’individuo singolo

O.O. 123 – Il Vangelo di Matteo – 11.09.1910


 

Nell’uomo di oggi, come in quello del tempo del Cristo Gesù,

si trovano certe disposizioni, analoghe a quelle che si trovano per esempio racchiuse nella pianta,

anche prima che essa porti fiori e frutti.

• Se guardiamo una pianta che ha solo le foglie verdi, ci rendiamo conto

che essa possiede già la disposizione a portare a tempo debito fiori e frutti, se tutto procede regolarmente.

 

Analogamente è sicuro che dall’uomo dotato solo dell’anima senziente e dell’anima razionale, com’era normale nel tempo in cui visse il Cristo Gesù, si svilupperà l’anima cosciente, la quale più tardi si schiuderà al sé spirituale; con ciò potrà cominciare a fluire nell’uomo, come un dono divino-spirituale, la triade dei suoi componenti superiori.

 

Si può quindi dire che l’uomo si sviluppa di tappa in tappa,

partendo da quelli che sono i contenuti, le facoltà della sua anima.

 

Come la pianta che ha solo le foglie si sviluppa fino a portare fiori e frutti, così l’uomo dotato dell’anima senziente, dell’anima razionale e dell’anima cosciente si sviluppa, quasi offrendo un fiore della propria natura all’elemento divino che dall’alto discende verso di lui; accogliendo il sé spirituale, egli potrà proseguire il suo cammino verso l’alto, nel corso dell’evoluzione dell’umanità.

 

In questo modo gli uomini, che all’epoca del Cristo Gesù avevano sviluppato normalmente solo la loro parte esteriore, potevano dire: sì, ora di norma abbiamo sviluppato in noi solo l’anima razionale che non è ancora in grado di accogliere un sé spirituale; ma da ogni uomo che oggi possiede l’anima razionale come suo elemento più alto, si svilupperà un giorno (come un suo figlio, come un suo prodotto) l’anima cosciente che in seguito si potrà schiudere al sé spirituale.

 

E come veniva chiamato nei misteri questo fiore che l’uomo doveva per così dire far nascere da sé, conforme a tutto il suo essere? come si doveva chiamarlo quindi anche nell’ambiente del Cristo Gesù, perché i discepoli potessero veramente progredire?

Se vogliamo tradurlo nel nostro linguaggio, dobbiamo dire che lo si chiamava «il figlio dell’uomo».

 

Il termine greco corrispondente (uiòs tu anthròpu) non ha infatti il significato limitato della nostra parola «figlio», nel senso di figlio di un padre; il termine greco significa ciò che proviene da un’entità, che da essa si sviluppa, come il fiore germoglia da una pianta che finora ha portato molo foglie.

 

Perciò, quando gli uomini normali non avevano ancora sviluppato nell’anima cosciente quel fiore della loro natura, quel «figlio dell’uomo», si poteva dire: certo, gli uomini normali non hanno ancora sviluppato nulla del «figlio dell’uomo»; però vi sono sempre degli uomini che precorrono la loro generazione, che anticipano in sé il sapere e la vita di un’epoca successiva.

 

…………………………….

 

Che cos’è il figlio del Dio vivente, rispetto al figlio dell’uomo?

Per comprendere quel concetto dobbiamo completare quello che abbiamo espresso poco fa.

 

Si è detto che l’uomo sviluppa nella sua natura l’anima cosciente nella quale può manifestarsi il sé spirituale. Quando però l’uomo ha sviluppato l’anima cosciente, devono por così dire venirgli incontro dall’alto il sé spirituale, lo spirito vitale e l’uomo-spirito, affinché il fiore che sta sbocciando in lui possa accogliere quella triade superiore. Possiamo anche raffigurare graficamente questo sviluppo ascendente dell’uomo, simile in certo senso allo sviluppo di una pianta:

 

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Nell’anima cosciente l’uomo si apre dunque verso l’alto, si gli vengono incontro dall’alto il sé spirituale, o manas, lo ‘spirito vitale, o budhi, e l’uomo-spirito o atma.

Questi elementi che discendono dall’alto rappresentano dunque per l’uomo una specie di fecondazione spirituale.

 

Mentre l’uomo cresce per così dire dal basso con gli altri suoi elementi costitutivi, e nel «figlio dell’uomo» si schiude come un fiore, se poi procede oltre per acquistare la completa coscienza dell’io gli deve venire incontro dall’alto ciò che gli è offerto dal sé spirituale, dallo spirito vitale e dall’uomo-spirito.

 

E chi è il rappresentante di questo complesso che gli viene offerto dall’alto

e che allude al più lontano avvenire dell’umanità?

Il primo dono che riceviamo è il sé spirituale:

chi rappresenterà colui che porterà giù il dono del sé spirituale che discende dall’alto?

• È il figlio del Dio che vive, è lo spirito vitale, è il «figlio del Dio vivente».

 

Il Cristo Gesù chiede dunque in quel momento:

che cosa deve accostarsi agli uomini per effetto dell’impulso che da me deriva?

• È il principio vivificante spirituale che scende dall’alto, quello che deve essere donato all’uomo.

 

Si stanno dunque di fronte

• il «figlio dell’uomo» che si sviluppa dal basso verso l’alto,

• e il figlio di Dio, il «figlio del Dio vivente» che dall’alto discende verso il basso,

e noi dobbiamo imparare a distinguerli; dobbiamo però comprendere anche che per i discepoli i trattava di una domanda più difficile dell’altra.

 

Tale difficoltà ci apparirà evidente, se riflettiamo al fatto che i discepoli dovevano ricevere allora, per primi, ciò che dopo Cristo anche gli uomini più semplici hanno ricevuto dai Vangeli. I discepoli dovevano invece accoglierlo proprio allora dalle vive forze dell’insegnamento del Cristo Gesù. Con le forze che già possedevano, essi non erano in grado di rispondere alla domanda: di chi sono io stesso il rappresentante?

Ed ecco che ci vien detto che uno dei discepoli, chiamato Pietro, risponde: tu sei il Cristo, il «figlio del Dio vivente» (Matt. 16,16).

Questa risposta non proveniva, in quel momento, dalle normali forze spirituali di Pietro.

 

Cerchiamo di raffigurarci vivamente quell’episodio.

Il Cristo Gesù, guardando Pietro, doveva dirsi: è già molto che da questa bocca sia venuta una tale risposta che accenna a un lontano futuro! Guardando poi al contenuto della coscienza di Pietro, a ciò che questi era in grado di esprimere con le forze del suo intelletto o di quanto poteva avere acquisito con l’iniziazione, il Cristo doveva pensare: quella risposta di Pietro non deriva da ciò di cui egli è cosciente; in essa parlano le forze più profonde dell’uomo, di cui solo a poco a poco si acquista coscienza.

 

• Noi siamo portatori del corpo fisico, del corpo eterico e dal corpo astrale; mediante la trasformazione delle forze del corpo astrale, del corpo eterico e di quello fisico, ci innalziamo al sé spirituale, allo spirito vitale e all’uomo-spirito.

Tutto questo è stato ripetutamente esposto nelle trattazioni elementari della scienza dello spirito.

• Le forze che un giorno svilupperemo nel nostro corpo astrale come sé spirituale sono però già presenti nel corpo astrale; vi esistono però ad opera di certe potenze divino-spirituali, non provengono da noi stessi.

Analogamente nel nostro corpo eterico già è presente uno spirito vitale di natura divino-spirituale.

 

Ecco perché il Cristo, guardando a Pietro, dice: nella risposta che mi hai data, non si è espresso ciò che è attualmente presente nella tua coscienza; ha parlato invece qualcosa che tu svilupperai solo in avvenire, qualcosa che è presente in te, ma che per ora tu ignori.

Ciò che è già presente nella tua carne e nel tuo sangue non può ancora dire:

Tu sei il Cristo, il «figlio del Dio vivente».

In queste parole si esprimono le forze divino-spirituali subcoscienti, anzi le più profonde che esistano nell’uomo.

• In quel momento aveva parlato in Pietro il misterioso elemento che risiede in lui, e che Cristo chiama il «Padre nel cielo», l’elemento dal quale Pietro è bensì nato, di cui però non è ancora cosciente.

«Né la carne, né il sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli» (16,17).

 

Il Cristo dovette però pensare dell’altro: in Pietro mi sta davanti una natura, un discepolo, una costituzione umana tale che la forza del Padre in lui non viene turbata dalle forze che la sua coscienza ha già sviluppate, non vien turbata dalla sua attività spirituale personale. In lui quella forza umana subcosciente è tanto forte che egli può fondarsi su di essa, se le si affida. Il Cristo poteva dirsi che questo era il carattere essenziale di Pietro. Ma quello che in tal modo si trova in Pietro, esiste in ogni uomo, solo che non se ne è abbastanza coscienti: lo si diventerà soltanto in avvenire.

Perché possa svilupparsi e aver presa sugli uomini (doveva dirsi il Cristo) ciò che io ho da dare all’umanità, ciò di cui io costituisco l’impulso, occorre che esso si fondi su quello che ora in Pietro ha espresso le parole: «Tu sei il Cristo, il figlio del Dio vivente».

 

Su questa roccia nell’interiorità umana, che non è stata ancora distrutta dai flutti tempestosi della coscienza, su questa roccia dalla quale parla la forza del Padre, io voglio fondare ciò che sempre più germoglierà dal mio impulso. E se gli uomini costruiranno su queste fondamenta, ne scaturirà l’umanità plasmata dall’impulso del Cristo.

Ecco dunque il contenuto delle parole: «Tu sei Pietro, e sopra questa pietra edificherò quella che potrà diventare una comunità di uomini che professano l’impulso del Cristo» (16,18).

 

 

By | 2018-10-03T09:15:55+02:00 Ottobre 3rd, 2018|EV. UOMO|Commenti disabilitati su L’EVOLUZIONE UMANA RELATIVA ALL’INDIVIDUO SINGOLO