//////MASSIME 1/2/3 – L’ANTROPOSOFIA È UNA VIA DELLA CONOSCENZA

MASSIME 1/2/3 – L’ANTROPOSOFIA È UNA VIA DELLA CONOSCENZA

Massime 1/2/3 – L’antroposofia è una via della conoscenza

Commento di Lucio Russo


 

Al lettore

Dal dicembre 2007 al febbraio 2009, Lucio Russo ha letto e commentato, per un piccolo gruppo di amici,

le Massime antroposofiche di Rudolf Steiner (Antroposofica, Milano 1969).

Il lavoro è stato registrato da parte di Carin Just e Roberto Marcelli.

Il libro si compone di due parti: la prima, La via conoscitiva dell’antroposofia,

comprende 78 massime e 4 lettere; la seconda, Il mistero di Michele, 107 massime e 30 lettere.

 

Prima parte: La via conoscitiva dell’antroposofia

 

Sapete che mi sento particolarmente legato a questo libro, giacché lo considero una sorta di “testamento spirituale”, essendo Steiner morto il 30 marzo del 1925 ed essendo state queste massime e lettere pubblicate tra il febbraio del 1924 e l’aprile del 1925 (sul Notiziario per i soci della Società Antroposofica).

Ce ne siamo già occupati qualche anno fa; torniamo adesso a occuparcene, sperando nel frattempo di essere un tantino cresciuti e di poterlo così approfondire un po’ meglio.

 

 

1 – “L’antroposofia è una via della conoscenza

che vorrebbe condurre lo spirituale che è nell’uomo allo spirituale che è nell’universo.

Sorge nell’uomo come un bisogno del cuore e del sentimento.

Deve trovare la sua giustificazione

nel fatto che essa è in grado di offrire a questo bisogno un soddisfacimento.

Può riconoscere l’antroposofia

solo chi trova in essa quel che deve cercare per una sua esigenza interiore.

Possono perciò essere antroposofi

soltanto quegli uomini che sentono certi problemi sull’essere dell’uomo e del mondo

come una necessità vitale, come si sente fame e sete”.

 

 

Troviamo qui, in apparenza, una definizione dell’antroposofia. Perché dico “in apparenza”? Perché parlare di una “definizione” dell’antroposofia è improprio, dal momento che il “vivente” – e tale è l’essere dell’antroposofia – si presta a essere “caratterizzato” (dai più svariati punti di vista), ma non “de-finito”.

Ciò che conta, piuttosto, è che l’antroposofia viene detta una “via”, e non quindi una “teoria”, una “dottrina” o un “sistema”.

E che cos’è una “via”? E’ presto detto: un metodo.

 

Tra la scienza della natura (galileiana) e la scienza dello spirito c’è infatti continuità di spirito, ma discontinuità di metodo (poiché sono diverse le realtà che indagano); e come si è posto un problema di metodo (sintetico o analitico, deduttivo o induttivo) quando è nata la scienza naturale (basti pensare al Discorso sul metodo di Cartesio), così si è posto un problema di metodo quando è nata la scienza dello spirito.

Che cos’è, ad esempio, L’iniziazione di Steiner (sottotitolato: Come si conseguono conoscenze dei mondi superiori?) (1) se non un “discorso sul metodo”? E che cos’è tale metodo se non un pragma (2): vale a dire, un procedimento che supera l’ordinaria dicotomia tra il pensare e il fare, inverandosi, per così dire, in una teoria pratica o in una pratica teorica? (In una felice sintesi, cioè, di cultura e vita che risolve il contrasto tra una cultura senza vita e una vita senza cultura o, per dirla con Schiller, tra la cultura “barbara” e la vita “selvaggia”) (3).

 

In questo senso, lo studio può essere considerato già un esercizio; a patto, ovviamente, che si tratti davvero di “studio”, e non di una semplice lettura,

come quella che si fa quando si è mossi dalla curiosità o da un tiepido interesse, e non da una insopprimibile esigenza dell’anima.

• “Possono perciò essere antroposofi – dice appunto Steiner – soltanto quegli uomini

che sentono certi problemi sull’essere dell’uomo e del mondo come una necessità vitale, come si sente fame e sete”.

 

In ogni caso, per poter “condurre lo spirituale che è nell’uomo allo spirituale che è nell’universo”, occorre anzitutto domandarsi se c’è uno spirituale nell’uomo. Stando, ad esempio, al dettato dell’ottavo Concilio ecumenico, tenuto a Costantinopoli nell’869 d.C., uno spirituale nell’uomo non c’è. In quella sede, si stabilì infatti che l’uomo è composto solo di anima e corpo, e ch’è l’anima a disporre di alcune facoltà spirituali. Sostenere che l’uomo (in quanto fatto a immagine e somiglianza del Dio Uno e Trino) è costituito di spirito, anima e corpo (come si legge, ad esempio, in Origene o in Paolo) fu considerato da allora in poi un’eresia.

 

Noi invece sappiamo che uno spirituale nell’uomo c’è: occorre solo scoprirlo; per far questo, non basta però la testa, servono anche l’anima e il cuore.

E’ vero che “la via del cuore passa per la testa”: ma per l’appunto vi passa, e non vi si arresta. Un conto, infatti, è restare chiusi (arimanicamente) nella testa,

altro è portarsi (con Michele) al di là della testa; così come una cosa è portarsi al di là della testa, altra restarne (lucifericamente) al di qua.

 

Sappiamo anche che per “condurre lo spirituale che è nell’uomo allo spirituale che è nell’universo” basta semplicemente andare a dormire.

Ma che cosa si deve fare se ve lo si vuole condurre coscientemente?

Che cosa si deve fare, cioè, per portare la coscienza e lo spirito umani incontro alla coscienza e allo spirito cosmici?

Si deve in primo luogo conoscere e sperimentare il pensiero come una realtà viva: ossia come una forza ordinariamente sconosciuta.

 

Per Freud, ad esempio, la forza (la libido) non è quella spirituale del pensiero, bensì la forza biochimica della “psicosessualità”, mentre, per Jung, è la forza affettiva o emotiva della “psiche”. Entrambi si figurano dunque la libido come una forza o un’energia altra da quella del pensiero con cui la pensano. Ma perché mai, quella della libido, dovrebbe essere solo la forza della volontà istintiva o del sentimento, e non anche del pensiero?

 

Fatto sta – come dice Scaligero – che “l’uomo conosce e in qualche modo domina il mondo, mediante il pensiero.

La contraddizione è che egli non conosce né domina il pensiero. Il pensiero permane un mistero a se stesso” (4).

Lo “spirituale che è nell’uomo” va portato dunque alla coscienza.

 

• “Sorge nell’uomo – dice Steiner – come un bisogno del cuore e del sentimento”. Ricordate che cosa si raccomanda in Matteo? Si raccomanda di “non dare le perle ai porci”: di non dare, ossia, all’anima senziente quel ch’è destinato all’anima cosciente. Non perché – sia chiaro – si debbano disprezzare coloro che non sentono, spiritualmente, “fame e sete”, ma perché, non essendo arrivato il loro momento, non sarebbero in grado di apprezzare le “perle”.

• “Dare le perle ai porci” significa pertanto non rispettare né le perle né i porci; significa non saper attendere il momento giusto (il kairos), perché si soggiace alla tentazione (narcisistica) di mostrare agli altri quanto si è bravi, belli e buoni (se non addirittura “illuminati”), dimenticando, così, che siamo tutti dei principianti: vale a dire, degli “inizianti”, e non degli “iniziati”.

 

Se volete un esempio di che cosa voglia dire “sentire certi problemi sull’essere dell’uomo e del mondo come una necessità vitale, come si sente fame e sete”, leggete allora Le confessioni di Tolstoj.

Ve ne do solo un assaggio: • “Se non oggi, domani verranno le malattie, la morte per le persone amate, per me, e non rimarrà nulla se non la putredine e i vermi. Le cose che ho fatto, quali che siano state verranno dimenticate; prima o poi neanche io ci sarò più. E allora perché mai darsi da fare? Come può un uomo non vedere ciò e vivere; ecco quel che è sorprendente. Si può vivere soltanto fino a che si è ubriachi di vita; ma appena passata l’ubriacatura non si può non vedere che tutto questo è soltanto un inganno e uno stupido inganno!” (5).

 

Morale della favola: cercare di portare tutti all’antroposofia è cosa ben diversa dal cercare di portare l’antroposofia a tutti, correndo così il rischio d’infirmarne il nerbo o lo spirito (pensate che Steiner non solo dichiara che “la scienza dello spirito va comunicata all’umanità odierna con la massima serietà e con scientifica precisione” (6), ma parla anche – non ricordo dove – della necessità di “un virile ingresso nel severo mondo dello spirito”).

Come potrebbe d’altro canto “riconoscere l’antroposofia“ chi non la ricercasse “per una sua esigenza interiore”, chi non fosse cioè in grado, non avendo sentito “un bisogno del cuore e del sentimento”, di sperimentare che essa può “offrire a questo bisogno un soddisfacimento”?

• “A me non importa veramente molto – dichiara Steiner – che i miei libri principali vadano per il mondo in migliaia di esemplari; mi interessa invece assai di più che essi siano capiti, che sia afferrato il loro vero intimo impulso” (7).

Conta dunque la qualità, e non la quantità. (“La radice di ogni vera cultura” – dice Nietzsche – sta nell’”anelito degli uomini a rigenerarsi come santi e come geni”) (8). L’antroposofia è perciò per tutti, ma non tutti sono (pronti) per l’antroposofia.

 

Sapete, a questo preciso proposito, che cosa disse Eduard von Hartmann, durante un colloquio con Steiner, riguardo alla gnoseologia? Ve lo leggo:

• “Su questi argomenti non si dovrebbero mai pubblicare libri, ma solo ciclostilati in pochi esemplari, forse una sessantina, perché in Germania,

su sessanta milioni di abitanti, non sono di più le persone che hanno interesse per queste cose” (9).

 

Bando dunque a ogni promozione o divulgazione che faccia, volente o nolente, il gioco della pigrizia. So che non è semplice. (“Capita sempre – osserva Steiner – che i seguaci di una concezione del mondo guastino grandemente quel che i fondatori di essa hanno esposto in modo perfettamente giusto”) (10).

Potreste pensare, ad esempio, che io sia qui per facilitare le cose. Ma non è così: non sono qui per facilitarle né per complicarle, ma per cercare di testimoniare, per quel poco che posso, che l’antroposofia – come afferma Steiner – è un’“alta scuola di pensiero” (“Spero che si comprenda – afferma inoltre – quanto sia benefico che in seno alla Società antroposofica emergano delle attività intese alla elaborazione gnoseologica più rigorosa”) (11).

Non è la pigrizia, d’altronde, a far preferire a molti tutte quelle vie, sedicenti “spirituali”, che promettono sensazioni ed emozioni, ma non chiedono (in quanto – direbbe Hegel – “misologiche”) di “rompersi la testa”? Fatto sta, invece, che la testa, se vogliamo trovare lo spirito vivente, ce la dobbiamo proprio “rompere”. Nel giorno di Pasqua, non rompiamo forse l’uovo, per scoprire il regalo che contiene? E non rompiamo il salvadanaio, per prendere le monete che racchiude?

 

In ogni modo, giacché so che quello della divulgazione è un argomento assai “delicato”, vorrei leggervi questo altro passo di Steiner:

• “Quanto spesso viene sempre di nuovo posta la domanda: perché i libri sono scritti in modo tanto incomprensibile? Non sarebbe possibile scriverli in un modo più piano? Qualcuno suggerisce anche che cosa occorrerebbe fare per scriverli in un modo molto più semplice. E’ necessario difendersi dal raggiungere troppa semplicità, perché essa eleva solo l’egoismo. Se fosse così facile arrivare alla scienza dello spirito, chiunque potrebbe arrivarvi senza superare il proprio egoismo. Nel lavoro spirituale che occorre svolgere quando ci si impegna, si elimina già una parte del proprio egoismo, si perviene così in modo meno egoistico a quel che si intende raggiungere con la scienza dello spirito, quando ci si debba applicare un po’ rispetto a un’esposizione troppo piana. Abbiamo incontrato qualcuno che diceva: molti lavorano tutto il giorno, e quando alla sera si apprestano a leggere libri difficili non ne vengono a capo. Occorrerebbero libri leggibili con facilità. Abbiamo risposto: perché si dovrebbe impedir loro di impiegare il poco tempo di cui dispongono per leggere quei libri che sono stati scritti appunto con piena intenzione secondo le esigenze del mondo spirituale? Perché devono usare il tempo per leggere libri che sono sì più semplici ma che banalizzano le cose anche se magari a parole danno lo stesso contenuto? Così non si porrebbero le anime nella medesima condizione, ma piuttosto si trascinerebbe nella vita banale proprio ciò che dovrebbe allontanare dalla banalità, anche riguardo al modo in cui si vive in un’altra sfera” (12).

Come vedete, è possibile banalizzare le cose anche dando “lo stesso contenuto”, ma con un diverso spirito.

 

Quand’è dunque che l’uomo sente “come un bisogno del cuore e del sentimento”?

Quando, pur essendosi saziato – grazie alla conoscenza ordinaria – del mondo sensibile, continua a sentire fame e sete: fame e sete di “significato” o di “senso”

(“Chi beve di quest’acqua tornerà ad avere sete; chi invece berrà l’acqua che gli darò io, non avrà più sete in eterno” – Gv 4,13).

 

Molti avvertono oscuramente tale bisogno (tant’è ch’è da questo, stando a Viktor Frankl, che discenderebbero le nevrosi “noogene” o esistenziali) (13), ma pochi lo portano poi a coscienza e lottano per soddisfarlo, liberandosi dei pregiudizi del “conscio collettivo”: ossia di quelli della cultura materialistica o spiritualistica, ispirata dagli “spiriti del tempo” irregolari.

Ho letto, ad esempio, che un’inchiesta promossa dalla Chiesa avrebbe accertato che il 35% degli italiani crede nella reincarnazione. Ma quanti di questi sarebbero disposti a trasformare la loro “credenza” in una “certezza” scientifico-spirituale, senza badare a quanto ne pensa la Chiesa o l’attuale “comunità scientifica” (quella rappresentata – per intenderci – dalla Montalcini, dalla Hack, da Dulbecco, da Veronesi, da Boncinelli, ecc.)?

 

• Sapete, in realtà, chi siamo noi? Siamo i superstiti dei Gulag o dei Lager della “cultura” contemporanea:

ovvero, di tutto quello che la scuola, la stampa, la radio, la televisione, il cinema o internet ci propinano quotidianamente.

 

Ascoltate quanto scriveva al riguardo Nietzsche, già nel 1876: • “Non si ha più nessuna idea della distanza intercorrente fra la serietà della filosofia e la serietà di un giornale. Questa gente ha perduto anche l’ultimo resto non solo di un sentire filosofico, ma anche di un sentire religioso, e ha barattato tutto ciò non con l’ottimismo, ma con il giornalismo, con lo spirito e la mancanza di spirito del giorno e dei giornali” (14).

 

Eccoci dunque qui, da superstiti (e “miracolati”), a studiare l’antroposofia, nella speranza di poter dare finalmente risposta alle domande che nascono dal più profondo del cuore.

Che cos’è infatti l’antroposofia? (Permettetemi di dire per questa volta “che cos’è”, e non, come sarebbe giusto, “Chi è”). L’antroposofia è una “via della conoscenza” che vorrebbe portare alla coscienza, al fine di formarci e non d’informarci, ciò che vive e opera nell’inconscio. “L’essere umano vero e reale – afferma appunto Steiner – si preannunzia nel sentimento oscuro, nella vita inconscia dell’anima e, per mezzo della ricerca antroposofica, dev’essere tratto a galla nella coscienza”.

Dal momento che tale “essere umano vero e reale” è oggi in grave pericolo (tanto che la cosiddetta “questione sociale” si è ormai trasformata in una “questione antropologica”), permettetemi di leggervi, per concludere, queste forti parole, sempre di Nietzsche: “Chi dedicherà, in tali pericoli della nostra epoca, i suoi servigi di custode e di cavaliere all’umanità? (…) Chi terrà alta l’immagine dell’uomo, mentre tutti non sentono in sé se non il verme egoistico e una paura cagna, e sono tanto decaduti da quell’immagine da ridursi all’animalità o addirittura alla rigida meccanicità?” (15).

 

 

2 – “L’antroposofia è mediatrice di conoscenze ottenute per via spirituale.

Ma lo è solo perché la vita quotidiana e la scienza fondata sulla percezione dei sensi e sull’attività dell’intelletto

conducono a un limite del sentiero della vita, raggiunto il quale

l’esistenza animica umana dovrebbe perire, se non fosse in grado di varcare il limite.

La vita quotidiana e la scienza non conducono al limite nel modo che sia necessario arrestarvisi,

ma a quel limite della percezione dei sensi, attraverso l’anima umana stessa

si apre la vista sul mondo spirituale”.

 

 

Vedete, ove chiedessimo a un cattolico, o a un qualsiasi altro “uomo di fede”, se la nostra conoscenza è o non è limitata, ci risponderebbe che lo è, e che proprio per questo è necessario “credere”.

Ma qual è il problema? E’ che così si confonde la parte con il tutto: che si confonde, cioè, la conoscenza basata sui sensi e sull’intelletto, ch’è in effetti limitata, con la conoscenza tout court.

Il che è tanto scorretto quanto lo sarebbe l’estendere la limitatezza del singolo senso (la vista, ad esempio, non conosce i suoni, così come l’udito non conosce i colori) all’organizzazione sensoriale complessiva, dal momento ch’è proprio questa, avvalendosi di altri sensi (e ricordiamoci che la scienza dello spirito ne conosce ben dodici), a colmare le “lacune” che ciascuno di essi singolarmente presenta.

Occorre dunque distinguere, e non generalizzare o fare d’ogni erba un fascio.

 

Tutti sanno, al riguardo, che, al di sotto dell’ordinaria coscienza di veglia, si danno la coscienza di sogno, la coscienza di sonno e quella di morte; ma non tutti sanno che, al di sopra della stessa, è possibile sviluppare altri (corrispondenti) livelli di coscienza, in virtù dei quali si può conoscere quel che prima si pensava potesse essere, in quanto inconscio, solo oggetto di fede.

 

In virtù della scienza dello spirito, sappiamo infatti

che come si può conoscere,

• grazie alla coscienza basata sui sensi e sull’intelletto, la realtà inorganica,

così si possono conoscere,

• grazie alla coscienza immaginativa (a un “sognare vigile”), la realtà vivente,

• grazie alla coscienza ispirata (a un “dormire vigile”), la realtà animica,

• e, grazie alla coscienza intuitiva (a un “morire vigile”), la realtà spirituale.

 

Che ne consegue? Che potrebbe dirsi propriamente “illimitata” solo una conoscenza scaturente da un soggetto (da un Io) che si fosse conquistato la libertà di muoversi tra tali livelli, e di avere così accesso alla Verità, quale insieme di tutte le verità, o alla Realtà, quale insieme di tutte le realtà.

Un Io che fosse davvero un “Io”, o un essere umano che fosse davvero “umano” (un atman o un “uomo spirituale”), disporrebbe dunque, liberamente, di tutti i livelli di coscienza; e come gli apparirebbe fantasioso o superstizioso, ad esempio, affrontare immaginativamente la realtà inorganica, così gli apparirebbe fantasioso o superstizioso affrontare intellettualmente la realtà organica. Eppure è questo quello che oggi si fa, ed è proprio questo che alimenta a dismisura l’odierna superstizione materialistica. Si è infatti superstiziosi – me lo avete sentito dire altre volte – non solo quando si crede a ciò che non esiste, ma anche quando non si crede a ciò che esiste.

Considerate, inoltre, che l’evoluzione che ci ha portato alla cerebralità e all’intellettualità è la stessa che ora urge per portarci oltre la cerebralità e l’intellettualità (ossia, al pensiero e alla coscienza immaginativi).

 

Ricordo che Fausto Antonini (maestro dei miei 25 anni) stimava molto un libro di Renato Balbi in cui si sosteneva che la corteccia cerebrale è il più recente risultato di una graduale stratificazione neuronale (il risultato “storico”, per così dire, di una lunghissima evoluzione “preistorica”) (16).

Questo ci dice

• che c’è stata un’evoluzione umana pre-corticale (quella cui ci riferiamo quando parliamo, in termini antroposofici, dell’evoluzione del corpo fisico, del corpo eterico, del corpo senziente, dell’anima senziente e dell’anima razionale-affettiva),

• che c’è stata un’evoluzione corticale (quella scientifico-naturale dell’anima cosciente),

• e che ce n’è e ce ne sarà un’altra post-corticale (quella scientifico-spirituale della stessa anima cosciente).

 

Oggi si usa parlare – lo sapete – di “post-modernità”. Si avrebbe ragione di farlo, però, solo se con questa espressione ci si riferisse – il che non è – all’incipiente evoluzione post-corticale o post-intellettuale (eterica).

Con questo, sia chiaro, non dobbiamo pensare a un’abolizione della corteccia o dell’intelletto, bensì a uno sviluppo di livelli di coscienza che vadano ad aggiungersi a quello ordinario (così come lo sviluppo, che so, dell’olfatto non abolisce quello del gusto, ma vi si aggiunge).

Si tratta, insomma, di sviluppare e ampliare, in senso qualitativo e verticale, l’orizzonte della coscienza.

 

Ascoltate, al riguardo, quanto dice qui Steiner:

• “Oggi si è spesso dell’opinione che in qualche modo l’antroposofia prenda le mosse da uno di quei nebulosi atteggiamenti animici che nel presente si trovano in tendenze mistiche od occultistiche. Si sbaglia del tutto attribuendo all’antroposofia una base del genere, davvero molto opinabile. In effetti può farlo soltanto chi la conosca o solo superficialmente o attraverso i suoi avversari. L’orientamento di base della coscienza antroposofica non è soltanto nel senso da me indicato ieri, ma deriva in un senso ancora più esatto dalla tendenza scientifica del presente che in effetti non viene per nulla contestata per il suo carattere scientifico e per la sua importanza” (17).

 

 

3 – “Vi sono uomini i quali credono che, coi limiti della percezione dei sensi,

siano posti anche i limiti di  o g n i  altra cognizione.

Se ponessero attenzione a   c o m e  essi diventino coscienti di quei limiti,

scoprirebbero in questa coscienza anche le facoltà per varcare i limiti.

Il pesce nuota al limite dell’acqua;

deve ritrarsene, perché gli mancano gli organi fisici per vivere fuori dell’ acqua.

L’uomo arriva al limite della percezione dei sensi;

può riconoscere che, lungo la via fin lì, ha acquistato forze dell’anima

per vivere animicamente nell’elemento che non è abbracciato dalla percezione dei sensi”.

 

 

E’ noto che un pazzo che riconosca di essere “pazzo”, non è pazzo. E perché? Perché per poter riconoscere la pazzia deve oggettivarla, e quindi distinguerla da sé.

Abbiamo quindi un “oggetto” (la pazzia), e un soggetto che in tanto è in grado di osservarlo e giudicarlo, in quanto ne sta fuori (fuori del suo confine o del suo limite).

Peccato, dunque, che non si faccia lo stesso ragionamento quando si parla dei limiti della conoscenza. Non a caso, Steiner fa l’esempio del pesce che, proprio per il fatto di non poter uscire dall’acqua, non è in grado di riconoscerla come un limite.

 

Se vivessimo solo all’interno del “finito” (del limitato), così come il pesce vive solo all’interno dell’acqua, non potremmo porci il finito come problema; se invece, come succede, lo poniamo come tale, vuol dire allora che ne abbiamo una qualche coscienza, e che in tanto l’abbiamo in quanto ne siamo, quali soggetti, al di fuori.

Non rendendoci però conto di questo, che cosa facciamo? Proiettiamo l’infinito (l’illimitato) all’esterno, attribuendolo così a un soggetto (materiale o spirituale) altro da noi.

I materialisti lo proiettano infatti sulla materia o sull’energia (“tutto – dicono – è materia o energia”), quando non addirittura sul “caso” (come fa Jacques Monod) (18), mentre gli spiritualisti lo proiettano su una entità metafisica, che ritengono di conseguenza “onnisciente” (oltre che “onnipotente”).

Gli uni e gli altri immaginano dunque una “coscienza superiore” (o, per quanto concerne il caso, una ”incoscienza superiore”), ma la immaginano trascendente, e quindi irraggiungibile.

 

Partendo dalla coscienza del limite, si può però superare il limite senza rinunciare all’immanenza.

E qual è il limite? Lo abbiamo detto: quello della coscienza basata sulla percezione sensibile e sull’intelletto vincolato all’organo cerebrale.

All’interno di questo limite, ch’è quello “meccanico” o, potremmo anche dire, “computazionale” o “ingegneristico”, la coscienza intellettuale è maestra, assolutamente maestra. A tutti è dato infatti constatare la padronanza e l’efficacia con le quali l’intelletto opera nel campo della realtà inorganica: in quella cioè della morte; non solo, la tecnologia ci dimostra che l’intelletto, nella sfera della morte, riesce a essere perfino “creativo”.

Ma non c’è solo la realtà della morte; ci sono anche quelle della vita, dell’anima e dello spirito.

 

Ciò significa che, in virtù dell’ordinaria coscienza intellettuale, abbiamo accesso a un quarto della realtà, e ch’è appunto questo quarto a costituire il limite. Ove ponessimo perciò attenzione – secondo quanto dice Steiner – a come diventiamo coscienti di tale limite, scopriremmo in questa coscienza anche le facoltà atte a varcarlo.

Per scoprire, sia come diventiamo coscienti del limite, sia le facoltà che servono a varcarlo, non possiamo far altro, tuttavia, che rivolgerci a La filosofia della libertà, giacché questa ci permette di capire e di sperimentare che una cosa è il pensato (il limite), altra il pensare (che lo varca).

 

Ricordate? Il pensare che pensa l’oggetto gli è a tal punto dedito da dimenticare se stesso.

La nostra attenzione è infatti rivolta interamente al pensato, e non al pensare che ci consente di determinarlo e conoscerlo.

 

Come vedete, c’è anche qui una realtà che passa inosservata, e che sarebbe invece decisivo sforzarsi di osservare (per mezzo, ad esempio, dell’esercizio della concentrazione). (Scrive Steiner: “Per chiunque abbia la capacità di osservare il pensiero – e con un po’ di buona volontà questa capacità può averla ogni uomo normalmente organizzato – tale osservazione è la più straordinariamente importante di quante egli ne possa fare”) (19).

Fatto sta che, di notte, dormiamo rispetto al pensato, mentre, di giorno, dormiamo rispetto al pensare: ch’è come dire che, di notte, dormiamo rispetto al finito (al limitato), mentre, di giorno, dormiamo rispetto all’infinito (all’illimitato).

Ci potremmo risvegliare anche di giorno – è vero -, ma non tutti, purtroppo, hanno la buona volontà necessaria all’impresa.

 

Ascoltate quanto dice, a questo proposito, Steiner:

• “Per avvicinarsi alla scienza dello spirito antroposofica si pretende parecchio dagli uomini, il che non è facile. Oggi esistono delle correnti per un rinnovamento dello spirito, esiste gente che spiega agli uomini come sia per esempio sufficiente magari distendersi su di un divano e abbandonarsi a sé stessi: allora l’io superiore, e il Dio, e chi sa che altro ancora, si ravviverebbero nell’uomo, senza che sia necessario conquistarsi concetti così difficili, come si deve fare nella scienza dello spirito antroposofica (…) Si ascolta più volentieri tale gente che non piuttosto chi parli in modo scomodo di tutto quanto è possibile pur di portare gli uomini alla comprensione dei compiti dell’anima cosciente (…) Per arrivare a questo è certo necessario sorbirsi un discreto quantitativo di libri, il che è molto scomodo” (20).

 

Tornando a noi, dovremmo dunque imparare a distinguere il pensato (fisico) dal pensare (eterico), il pensare dalla coscienza pensante (astrale) e la coscienza pensante dall’Io (spirituale). Si tratta infatti di una gerarchia di livelli di coscienza o, per così dire, di una “scala” che dovremmo gradualmente risalire, muovendo dal livello più basso (quello rappresentativo del pensato, cui ci ha condotto l’evoluzione naturale).

 

 

 

Dite la verità: non vi è mai capitato di vedere degli atleti, degli acrobati o, che so, dei giocolieri fare cose che credevate impossibili? Ciò dimostra che, grazie a esercizi adeguati e a un allenamento costante, si possono superare i limiti delle persone normali. E per quale ragione, allora, quanto vale per le capacità fisiche non dovrebbe valere per le capacità animiche?

Sta di fatto che un esercizio appropriato può consentire al pensiero e alla coscienza di varcare i loro limiti ordinari.

Non certo – sarà bene sottolinearlo – per approdare a un aristocratico (e vanesio) “superomismo” (quale quello, ad esempio, celebrato da D’Annunzio ne Le vergini delle rocce) (21), bensì per ampliare quel movimento d’amore per l’oggetto che già vive (seppure inconsciamente) nella scienza naturale (galileiana).

Non è infatti il pensiero di questa scienza che, per amore dell’oggetto, dimentica – come abbiamo detto – se stesso?

 

E qual è allora il problema? Il problema è che questo movimento a un certo punto si è arrestato (al sensibile). Non si tratta perciò di rinnegarlo, ma di estenderlo o portarlo avanti, così che possa permetterci di conoscere non solo il corpo del mondo, ma anche la sua vita, la sua anima e il suo spirito (la sua essenza).

La scienza naturale ha solo varato tale movimento (e in questo sta la sua vera grandezza).

 

Vedete, lo scienziato, quando è un vero “scienziato” (e quindi una specie ormai in via di estinzione), “non parla – al pari dello Spirito Santo – da se stesso” come usa fare invece il filosofo (in cui prevale il “sentire nel pensare”); questi è più attento infatti ai concetti che ai percetti (ai contenuti della percezione sensibile), ed è soprattutto preoccupato di creare un sistema internamente privo di aporie o contraddizioni, come farebbe un compositore preoccupato di evitare stonature.

Lo scienziato (in cui prevale il “volere nel pensare”) è più attento invece ai percetti: ossia, alla realtà empirica.

Dovrebbe solo realizzare che la conoscenza che così ci dà del mondo fisico non è il fine, ma il mezzo (atto appunto ad acquistare – come dice Steiner – “forze dell’anima per vivere animicamente nell’elemento che non è abbracciato dalla percezione dei sensi”).

Fine della conoscenza umana è infatti l’uomo, e questi, lo abbiamo detto e ripetuto, non è solo corpo, ma anche anima e spirito.

 

Note:

  1. cfr. R.Steiner: L’iniziazione – Antroposofica, Milano 1971;
  2. cfr. F.Sarri: Socrate e la nascita del concetto occidentale di anima – Vita e Pensiero, 1997;
  3. cfr. F.Schiller: Educazione estetica – Armando, Roma 1971;
  4. M.Scaligero: Tecniche della concentrazione interiore – Mediterranee, Roma 1985, p. 9;
  5. L.Tolstoj: Le confessioni – Rizzoli, Milano 1979, p. 60;
  6. R.Steiner: Osservazioni, Esperimenti, Matematica – Antroposofica, Milano 2009, p. 26;
  7. R.Steiner: Lo studio dei sintomi storici – Antroposofica, Milano 1961, p. 129;
  8. F.Nietzsche: Schopenhauer come educatore – Rizzoli, Milano 2004, p. 82;
  9. R.Steiner: Cultura e antroposofia – Antroposofica, Milano 1996, p. 18;
  10. R.Steiner: Filosofia e antroposofia – Antroposofica, Milano 1980, p. 17;
  11. ibid., p. 26;
  12. R.Steiner: Formazione del destino e vita dopo la morte – Antroposofica, Milano 1995, p. 79;
  13. cfr. V.Frankl: La sofferenza di una vita senza senso – elle di ci, Asti 1978;
  14. F.Nietzsche: op. cit., p. 89;
  15. ibid., p. 93;
  16. cfr. R.Balbi: L’Evoluzione stratificata – Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli 1965;
  17. R.Steiner: Cultura e antroposofia, p. 30;
  18. cfr. J.Monod: Il caso e la necessità – Mondadori, Milano 2003;
  19. R.Steiner: La filosofia della libertà – Antroposofica, Milano 1966, p. 38;
  20. R.Steiner: Lo studio dei sintomi storici, pp. 116-117;
  21. G.D’Annunzio: Le vergini delle rocce – Mondadori, Milano 1995.

 

 

By | 2020-02-05T00:58:16+01:00 Aprile 16th, 2019|LA VIA CONOSCITIVA|Commenti disabilitati su MASSIME 1/2/3 – L’ANTROPOSOFIA È UNA VIA DELLA CONOSCENZA