//////MONDI SUPERIORI. L’IO DELLE PIANTE E L’IO DEGLI ANIMALI. ESPERIENZE DELL’ANIMA NEL MONDO DEVACIANICO

MONDI SUPERIORI. L’IO DELLE PIANTE E L’IO DEGLI ANIMALI. ESPERIENZE DELL’ANIMA NEL MONDO DEVACIANICO

Mondi superiori. L’io delle piante e l’io degli animali. Esperienze dell’anima nel mondo devacianico.

O.O. 108 – Risposte a enigmi della vita – 21.11.1908


 

Per espresso desiderio del vostro presidente tratteremo oggi di un tema che presuppone negli ascoltatori talune conoscenze; è un tema, dunque, per antroposofi progrediti. Le prossime conferenze pubbliche ci offriranno l’occasione di tener conto di quegli ascoltatori che non abbiano ancora acquisito sufficienti nozioni riguardo ai fondamenti della visione antroposofica del mondo; e molto di ciò che nell’ambito di conferenze interne esigerebbe forse, per così dire, un chiarimento, verrà almeno in parte esposto nelle conferenze pubbliche.

 

Miei cari amici, la definizione di antroposofi progrediti non va in alcun modo intesa nel senso che per essere tali sia necessario possedere una gran mole di nozioni teoriche – non è questo, in realtà, ad avere importanza.

Importante non è tanto avere nell’interiorità dell’anima un mondo di tali teorie, quanto una certa formazione del nostro mondo di sensazioni, di sentimenti, un certo modo, per così dire, di sentire e di pensare conseguito gradualmente col ripetuto operare entro la cerchia antroposofica.

 

Coloro che hanno già operato molto e per anni all’interno di questa cerchia, qui o altrove, potranno ricordare il tempo in cui, per così dire, hanno udito per la prima volta quanto la scienza dello spirito antroposofica ha da dire all’umanità; e ricorderanno che taluni elementi di ciò che gli giungeva allora come un primo messaggio, apparivano loro non solo improbabili, ma forse anche confusi, fantastici – per non dire forse anche di peggio.

Nel corso del tempo, invece, quanti vennero sempre più accostandosi alla visione antroposofica del mondo hanno preso confidenza con un mondo di sensazioni e di sentimenti che rende possibile accogliere le comunicazioni provenienti dai mondi superiori, così come si accolgono le narrazioni di fatti che accadono sul piano fisico, nel mondo fisico.

 

Quelle che si potrebbero definire prove delle comunicazioni scientifico-spirituali, non vanno in alcun modo ricercate nello stesso campo in cui si raccolgono le dimostrazioni delle verità scientifiche riconosciute. Una raccolta di prove di questo genere sarebbe di scarso valore.

Per chi s’immedesima nella visione antroposofica del mondo, la prova risiede nella completa, intima metamorfosi della vita dell’anima.

E molto tempo prima che l’uomo possa provare la grande gioia di innalzarsi alla visione dei mondi spirituali grazie all’applicazione dei metodi scientifico-spirituali o occulti, prende forma in lui un presentimento, un presagio della giustezza, della profonda fondatezza delle comunicazioni fornite sui mondi spirituali.

 

Sarà la prossima conferenza – “Che cos’è la conoscenza di sé?” – a evidenziare alcuni elementi coi quali potremo farci una rappresentazione del modo in cui l’essere umano può innalzarsi ai mondi superiori, delle possibilità che egli ha di percepire i mondi superiori con i propri sensi spirituali.

Oggi ci dedicheremo ad alcune considerazioni sui mondi superiori, sulla loro connessione con il nostro mondo fisico, svolgendole in un tono maggiormente narrativo.

 

• Sulla base degli studi antroposofici compiuti finora, voi tutti sapete che oltre al nostro mondo ve ne sono altri due, il cosiddetto mondo astrale e il cosiddetto mondo devacianico, il quale, dalle religioni conosciute qui da noi, è chiamano mondo celeste, e che è il mondo spirituale vero e proprio.

Voi conoscete questi mondi soprattutto come regioni che l’uomo deve attraversare tra la morte e una nuova nascita.

Come sapete, il primo mondo che si attraversa è il mondo astrale, il kamaloka, e che poi l’uomo entra in un mondo puramente spirituale, il devacian, nel quale matura ad una nuova nascita, al fine di ridiscendere dopo un determinato periodo di tempo in una nuova vita terrena, in una vita nel mondo fisico.

 

Ora, però, non è sufficiente immaginare che i mondi astrale e devacianico siano delle regioni che l’essere umano attraversa tra la morte e una nuova nascita, perché questi mondi sono costantemente intorno a noi.

Noi viviamo senza soluzione di continuità non solo nel mondo fisico, ma anche nel mondo astrale, o animico, che ci circonda con le sue entità e i suoi fatti.

Possiamo definire questo mondo astrale, o animico, dicendo che compenetra il nostro mondo fisico come l’acqua la spugna.

 

Questi due mondi si differenziano dal nostro mondo fisico solo per il fatto che noi percepiamo quest’ultimo mediante strumenti del nostro corpo fisico, per cui i mondi superiori si sottraggono in un primo tempo alla nostra percezione, non avendo noi ancora sviluppato gli organi che tale percezione consentono.

Com’è vero ch’essi sono nel nostro mondo, è anche vero che in questo intervengono costantemente gli effetti delle loro azioni.

E molti sono gli eventi che accadono nel mondo fisico che l’uomo comprenderebbe con maggiore facilità, se conoscesse i mondi spirituali astrale e devacianico che sono dietro, se sapesse che tutt’intorno a noi vi sono esseri e fatti che i nostri sensi non sono in grado di percepire e comprendere.

 

Il mondo astrale, anzitutto, non contiene solo fatti che si svolgono attorno a noi sul piano soprasensibile; nella sua sfera, infatti, sono contenute anche delle entità che – se ci è lecito esprimerci in questo modo – sono incorporate nella sostanza di quel mondo così come l’essere umano, l’entità umana autocosciente, si congiunge qui nel mondo fisico con la carne e con il sangue.

La diversità che ci distingue dalle entità or ora descritte è dovuta al fatto che i corpi che esse assumono non sono densi al punto da poter essere percepiti dai nostri occhi fisici.

Il corpo più denso che esse hanno è l’astrale.

 

Descrivendo le entità che hanno il corpo astrale come parte costitutiva più bassa del loro organismo spirituale, così come l’uomo ha il corpo fisico quale parte costitutiva più bassa, dobbiamo richiamare subito l’attenzione sul modo in cui percepisce tali entità chi ha la coscienza chiaroveggente aperta, chi, dunque, è in grado di vedere.

Queste entità sono radicalmente diverse da quelle che esistono sul piano fisico quali entità dei nostri vari regni naturali. Noi qui abbiamo d’intorno i minerali, le piante, gli animali e gli esseri umani.

Un tratto caratteristico di queste entità dei vari regni naturali è la persistenza della forma.

Se una persona che avete visto oggi, la incontrate di nuovo domani, o dopodomani o anche dopo alcuni anni, la riconoscerete perché la sua forma esteriore è rimasta la stessa. E’ così anche per gli animali, le piante e i minerali.

 

Un tratto distintivo totalmente differente presentano, invece, le entità incorporate solo sul piano astrale.

• Esse mutano forma incessantemente, una mutazione che in molte entità avviene ad ogni istante, e la figura che si percepisce sul piano astrale è l’impronta esatta delle esperienze e delle attività interiori di queste entità.

 

Immaginate di osservare la vostra anima una mattina in cui, avendo appena ricevuta una lettera recante notizie liete, sia ricolma di gioia e piacere e abbia vivo in sé questo sentimento; e ora immaginate – ove cambiaste ogni volta la figura esteriore secondo la vita dell’anima – come sarebbe diversa la configurazione il pomeriggio, nel caso in cui riceveste la notizia di una morte o foste sconvolti dall’ira o dalla paura.

Se la vostra figura esteriore cambiasse ogni volta e portasse ad espressione quel che si svolge nell’anima, avreste un’immagine dei processi che hanno luogo sul piano astrale.

Di qui, il carattere sconcertante, fugace e incessantemente mutevole delle forme delle entità astrali.

 

L’immagine che dovreste formarvi della coscienza chiaroveggente quando distoglie l’attenzione dal piano fisico è, dunque, questa che la vede circondata da un tale mondo di immagini astrali.

Ovviamente, non è possibile descrivere tutti gli eventi che si svolgono in quella sfera. Se ne possono schizzare solo alcuni particolari.

 

• La vita sul piano astrale è molto più ricca di quella che si svolge sul piano fisico.

Dovete solo immaginare che nel mondo astrale le immagini luminose, le quali non aderiscono ad un oggetto esteriore, guizzano via, hanno una certa forma più o meno luminosa, più o meno opaca, mutano ad ogni istante e altro non sono se non espressione delle anime, diciamo, che vivono sul piano astrale.

Questi corpi luminosi, però, non palesano solo luce e varie configurazioni colorate, ma anche tutte le altre impressioni sensorie analoghe a quelle del piano fisico; solo che queste si possono percepire con gli organi spirituali dell’anima, non con quelli esterni.

 

Ora va detto che c’è una differenza tra la percezione di un corpo luminoso sul piano astrale e quella di un colore o di un corpo luminoso sul piano fisico.

Rispetto a quella che sul piano astrale appare come luce, la coscienza non prova la sensazione di starne al di fuori, bensì quella di essere viva al suo interno: tu vivi lì dentro.

All’inizio è molto difficile formarsene un’immagine; bisogna, infatti, considerare che nel momento stesso in cui nell’uomo si schiude la coscienza chiaroveggente, egli prova anche un’altra sensazione, oltre a quella di sentire lo spazio ricolmarsi di fatti e di entità astrali, ossia quella di crescere, di ingrandirsi sempre più.

 

La coscienza: “Questo sono io” si estende oltre la pelle.

Questo è l’elemento sostanziale della coscienza chiaroveggente.

L’essere umano ha la sensazione di espandersi e di infilarsi, di insinuarsi in ciò che percepisce, tanto da vivere nell’interiorità di tale corpo luminoso, di avvertire sensazioni di calore e di freddo, e anche sensazioni gustative.

Tutte queste sensazioni che l’uomo conosce già dal mondo dei sensi, ove sono connesse con il corpo esteriore delimitato, fluiscono guizzando nello spazio; ma prima di tutto si presenta qualcos’altro.

 

• Qui sul piano fisico, l’uomo ha naturalmente la sensazione che al proprio essere appartenga solo ciò che, per così dire, è congiunto spazialmente con esso.

Sareste certo sorpresi, se un’entità fisica si muovesse nello spazio seguita da un’altra entità, e qualcuno affermasse che le due entità costituiscono un unico essere, pur non essendo unite da alcun collegamento.

Le si considererebbe delle entità separate, poiché non si riterrebbe mai che, nel mondo fisico, dei corpi spazialmente separati possano essere un solo essere.

 

Nel mondo astrale si dà invece il caso che entità non connesse nello spazio costituiscano un solo essere, e non vi è altro criterio che possiate applicare per riconoscere se si tratti di un solo essere, che quello, diciamo, di essere voi stessi nella sua interiorità, pervenendo così alla coscienza che due parti del tutto separate l’una dall’altra appartengono effettivamente ad una sola entità.

 

È sconcertante constatare come la coscienza chiaroveggente non sia sempre identica a se stessa, e che delle parti che si appartengono non sempre possano esser viste come tali.

Il fenomeno può presentarsi in modo ancora più drastico: può accadere che alla vostra visione si manifesti un essere che vi appare come una sequela di sfere separate le une dalle altre, qui una sfera luminosa, là un’altra molto distante dalla prima, poi una terza, una quarta, eccetera.

Da quanto esposto potrete ben rendervi conto della radicale differenza che sussiste tra il mondo astrale e quello fisico.

 

Ma vi è qualcosa che è unito all’uomo stesso, e che in quest’unione esprime in pari tempo tutte le peculiarità del mondo astrale come effetti su di lui: è il corpo astrale dell’uomo.

 

• Del corpo astrale, che è la terza parte costitutiva dell’entità umana, avete appreso che ha, in certo modo, una figura in sé delimitata.

Durante la vita tra nascita e morte si può effettivamente vedere che il corpo astrale presenta un aspetto sostanzialmente simile ad una specie di nube ovale, entro cui sono adagiati il corpo fisico e il corpo eterico.

È una sorta di forma ovoidale il corpo astrale, sui cui limiti esterni hanno luogo di continuo dei movimenti ondulatori tali che non si può parlare di una regolarità.

Il corpo astrale palesa una forma relativamente consistente, stabile fintanto che è inserito nel corpo fisico.

Finché perdura questa condizione, permane anche tale forma.

 

Già nel corso della notte, quando fuoriesce, il corpo astrale inizia a conformarsi al corpo animico.

Già in questa fase è allora possibile osservare come una persona che durante il giorno nutre sentimenti cattivi, mostri durante la notte una forma diversa da quella di una persona che ha vissuto la giornata coltivando buoni pensieri.

In linea generale, però, la forma del corpo astrale perdura durante la notte, perché le forze del corpo fisico e del corpo eterico esercitano un’azione fortissima (che nel corpo eterico continua ad esplicare i suoi effetti anche nella notte); queste forze conservano sostanzialmente, ma solo sostanzialmente, la forma del corpo astrale.

 

Con la morte, però, quando l’essere umano, conclusa la sua vita fisica, si libera dapprima del corpo fisico, e poi anche di quella parte del corpo eterico che deve essere allontanata, il corpo astrale manifesta allora già durante il kamaloka  una forma nettamente mutevole.

Questo corpo si conforma del tutto alla sua vita animica, per cui una persona che nella morte abbia perduto il suo corpo fisico in preda a brutti sentimenti mostra una figura orripilante, mentre chi muore albergando buoni sentimenti mostra forme del corpo astrale belle, simpatiche.

 

È perfino possibile che persone del tutto dedite alle brame dei sensi, e totalmente incapaci di elevarsi a sentimenti e inclinazioni nobili, dopo la morte assumano realmente per un certo periodo di tempo la forma dei più svariati animali grotteschi, e non mi riferisco a quelli presenti sul piano fisico, bensì a tali che questi li ricordano appena.

Chi ha perciò esperienze del piano astrale ed è in grado di seguire con la coscienza chiaroveggente le figure che ivi si presentano, sa quale forma corrisponde a un’anima dai nobili contenuti e quale a un’anima che racchiude contenuti ignobili; è dunque dalle figure, che il chiaroveggente può vedere e sperimentare tutto.

 

Ho già detto in precedenza che il corpo astrale umano non mostra affatto forme interiori ed esteriori nettamente determinate, se non entro certi limiti. Accade già nella vita fisica che il corpo astrale, specie quella sua parte che esce quando l’uomo si addormenta, si conformi in certo modo alle esperienze che l’anima vive.

Dalle formazioni e configurazioni che il corpo astrale assume è allora possibile osservare i processi che si svolgono nell’essere umano e le esperienze che egli vive.

 

Vi descriverò ora solo alcune esperienze che l’anima può vivere, e vi caratterizzerò come il corpo astrale si presenti alla visione.

Immaginate una persona ciarliera, curiosa, oppure proclive all’irascibilità o ad altri difetti, come noi li chiamiamo; tali difetti si esprimono in modo molto preciso nel suo corpo astrale.

• Se la persona è afflitta dalla collera, dalla rabbia, specie dall’ira repentina, nel suo corpo astrale compaiono delle formazioni bulbose, degli ispessimenti; il corpo astrale diviene impuro.

Da questi ispessimenti si dipartono delle protuberanze serpentine dall’aspetto davvero ripugnante, che si distinguono da altre sostanze anche per il colore che hanno. Soprattutto le persone iraconde presentano facilmente quest’aspetto.

 

Le persone chiacchierone mostrano invece la loro loquacità con la presenza nel loro corpo astrale di ispessimenti d’ogni sorta, che si possono caratterizzare dicendo che essi premono sul corpo astrale da tutti i lati.

Le persone curiose rivelano questo loro carattere nel fatto che il corpo astrale presenta dei corrugamenti: alcune parti del corpo astrale si afflosciano e portano alla formazione di pieghe che, per così dire, pencolano le une verso le altre; si palesa un afflosciamento generale.

Vedete, dunque, che il corpo astrale umano condivide in certo modo le peculiarità generali del mondo astrale, adattando la propria forma alle esperienze interiori dell’anima umana.

 

Studiando il mondo astrale in generale, troviamo dapprima certe entità di cui l’uomo che conosce solo il piano fisico non può effettivamente avere alcuna nozione.

• Prima di ogni cosa è il mondo fisico stesso ad apparire del tutto diverso da come ci appariva prima.

Ad esempio, incontriamo come entità del tutto particolari le anime di gruppo degli animali.

 

L’uomo, come ci appare qui, ha un’anima individuale, che a sua volta ha un’entità-io propria.

Gli animali non hanno un’entità-io nello stesso modo.

Tutti i leoni, tutte le tigri, tutte le tartarughe, ossia tutti gli animali che hanno la stessa forma, hanno quella che si può definire una comune anima di gruppo.

 

Dovete rappresentarvi che sul piano astrale viva un’egoità, laddove sul piano fisico vivono animali.

Questi animali sono tutti adagiati in un’egoità che sul piano astrale è una personalità reale, e su quel piano si può incontrare questa personalità, quest’anima di gruppo, come qui si incontra un essere umano.

 

Un esempio: considerate una migrazione di uccelli, quando iniziano a migrare dalle regioni settentrionali in direzione dell’equatore. Chi non osservi superficialmente queste migrazioni di uccelli, che sono davvero straordinariamente sapienti, stupirà della grande intelligenza – così la si definisce – necessaria al loro compiersi. Alcuni si dirigono verso una certa regione, altri verso una regione diversa; superano pericoli, atterrano dove è necessario che l’atterraggio avvenga.

Mentre la normale coscienza fisica vede solo gli stormi in transito, la coscienza chiaroveggente vede l’anima di gruppo, l’azione delle personalità che dirigono e guidano lo svolgersi dei fatti. Sono effettivamente queste personalità astrali a condurre e guidare l’intero processo migratorio.

 

La prima popolazione del mondo astrale che incontriamo è costituita proprio da queste anime di gruppo. La molteplicità che regna nell’anima di gruppo degli animali sul piano astrale, questa variegata composizione, è infinitamente più grande.

Sia detto solo per inciso, sul piano astrale vi è posto per tutti, perché là gli esseri si compenetrano; la legge dell’impenetrabilità dei corpi si applica, infatti, solo al piano fisico.

Sul piano astrale gli esseri unicamente sentono gli influssi, quando ne vengono compenetrati; sia quelli buoni che quelli cattivi.

Gli esseri sperimentano tale compenetrazione interiormente; possono quindi transitare gli uni attraverso gli altri e anche vivere nel medesimo luogo.

 

Sul piano astrale vige la legge della compenetrabilità.

Questa, però, non è che una parte della popolazione astrale, una parte, tuttavia, che noi riusciamo a comprendere nel pieno, giusto senso solo intendendola nella sua interezza.

Non si creda che sia già in grado di farsi un concetto di una qualsiasi anima di gruppo animale chi presta attenzione solo a come essa sia collocata nel mondo astrale e a come la propria coscienza venga condotta fino a una tale anima di gruppo. Questo non basta.

Proprio a tale riguardo ci si palesa vividamente il fatto che ciò che appare spazialmente separato si appartiene, sicché noi, per ogni anima di gruppo animale che guida sapientemente il tutto, abbiamo una controimmagine, una controimmagine brutta.

 

È proprio dell’animalità indicare, da un lato, verso l’alto nel mondo astrale, ma dall’altro verso il basso, in quella parte del mondo astrale in cui regnano la bruttezza e l’odiosità, così che per ogni anima di gruppo abbiamo una figura luminosa e una figura ripugnante, la quale è distinta dalla figura luminosa in quanto è il male, la bruttezza che una volta era presente in essa.

Avete così modo di constatare come le antiche immagini ed opere d’arte siano scaturite da una conoscenza superiore.

 

Oggi si riconosce come individualità solo ciò che vive nell’essere umano.

Se si vuole rappresentare qualcosa di superiore, si può ricorrere solo alla fantasia. Ma non è stato sempre così.

In passato, quando gran parte dell’umanità, specie quella che operava nel campo dell’arte, era dotata di una certa coscienza chiaroveggente, o comunque disponeva di tradizioni relative alla chiaroveggenza, si è sempre rappresentato ciò che realmente si trova nei mondi superiori.

 

Nell’immagine a voi nota di San Michele col drago, o di San Giorgio col drago, avete una meravigliosa raffigurazione delle relazioni che il chiaroveggente coglie sempre sul piano astrale riguardo alle forme animali. Essa lo eleva ad una configurazione superiore che è di gran lunga più saggia della saggezza umana. Questa sapienza, però, è conseguita grazie al fatto che dall’astralità di quelle entità è stato espulso il lato cattivo. Quel lato cattivo è espresso dalla ripugnante figura del drago.

 

Elevando lo sguardo al di sopra della forma vivente, il chiaroveggente contempla tutto ciò che per la forma vivente vien disposto dall’entità superiore, che è saggia, ma non conosce l’amore. La formazione della figura luminosa delle anime è stata però conquistata solo calpestando le qualità cattive che erano presenti nella forma dell’entità.

 

L’uomo ha conseguito la sua attuale natura per il fatto che nel suo karma è ancor oggi presente la mescolanza di bene e male; all’animale, invece, non possono essere applicate le differenze morali fra bene e male. Ma il concetto dell’entità luminosa è connesso con lo slancio verso l’alto, quello della caduta con ciò che è stato superato. L’arte antica ha creato le sue opere ricorrendo perlopiù a simboli pregni di significato, e le creazioni compiute non sono altro che un risultato delle osservazioni chiaroveggenti. Si comprenderanno tali nessi solo quando si giungerà a riconoscere nuovamente gli archetipi astrali.

 

Anche il mondo vegetale presenta sul piano astrale qualcosa di peculiare. Il chiaroveggente, considerando una pianta, osserva come essa infigga le radici nel terreno, come metta foglie e fiori; è la pianta costituita da corpo fisico e corpo eterico quella che a tutta prima egli ha davanti a sé. L’animale ha in più il corpo astrale. Ora potreste porre la seguente domanda: ma nelle piante non c’è proprio alcuna traccia di un corpo astrale?

 

Se si rispondesse negativamente, si commetterebbe un errore; solo che nelle piante il corpo astrale non è presente interiormente, come invece lo è negli animali. Contemplando con la coscienza chiaroveggente la pianta – specialmente la sommità, ove sono o si formano i fiori -, la si vede immersa in una nube astrale, in una nube chiara che la circonda e l’avvolge specialmente nei giorni in cui fiorisce e rende frutti.

L’astralità, dunque, si cala per così dire sulla pianta e ne avvolge una parte. Il corpo astrale della pianta è adagiato in quest’astralità.

 

Considerando l’intero manto vegetale della Terra, si constata – ed è questo il tratto peculiare – che i corpi astrali delle piante sono tutti contigui, venendo così a formare un tutto, un insieme che avvolge la Terra come l’aria fisica, di modo che essa è avviluppata dall’astralità delle piante.

• Se le piante avessero solo un corpo eterico, la loro crescita si esprimerebbe esclusivamente nello sviluppo delle foglie, non potrebbero fiorire, perché il principio del corpo eterico è quello della ripetizione. Affinché una ripetizione possa terminare e una formazione concludersi, è necessario l’intervento di un corpo astrale.

 

Potrete osservare il modo in cui si svolge la cooperazione tra l’eterico e l’astrale considerando il corpo umano stesso.

Pensate ai dischi intervertebrali, al loro succedersi nella spina dorsale. I dischi si aggregano l’uno all’altro, e finché questo processo continua, è il principio eterico quello che agisce primariamente nell’organismo. Al vertice, ove s’instaura la teca cranica ossea, predomina l’astrale, è lì che il principio astrale ha il sopravvento.

 

• Il principio della ripetizione, dunque, è il principio dell’elemento eterico,

• e il principio della conclusione è quello dell’elemento astrale.

 

La pianta non perverrebbe a compimento nel fiore, se l’astrale della natura vegetale non si calasse nell’elemento eterico.

Se osservate una pianta, come si sviluppa per tutta l’estate e poi reca i frutti in autunno, e come poi inizia ad appassire, dunque quando i fiori iniziano a morire, allora l’astralità si ritrae di nuovo dalla pianta verso l’alto. Questo evento è davvero bellissimo da osservarsi.

Alla gioia che la coscienza fisica umana prova in primavera nel vedere le piante fiorire, i campi ricoprirsi di fiori stupendi, la coscienza chiaroveggente ne aggiunge un’altra. Quando con Ravvicinarsi dell’autunno le piante annuali appassiscono, è tutto un luccichio di entità astrali che sgusciano e guizzano via verso l’alto dalle piante cui hanno dedicato le loro cure per tutta l’estate.

 

Ecco di nuovo un fatto venirci incontro in un’immagine poetica che non può essere compresa, se non si è in grado di seguirla con la coscienza chiaroveggente. Qui ci troviamo già nell’intimità della coscienza astrale. Ma presso alcuni popoli del passato, dove era presente questa intima chiaroveggenza, si aveva in autunno questa visione. Nell’arte di quel popolo chiaroveggente che è l’indiano, trovate raffigurato il meraviglioso fenomeno di una farfalla o un uccello che s’invola e si trasforma in fiore.

 

Ancora un esempio, questo, di come nell’arte affiori qualcosa che si fonda senz’ombra di dubbio sulla coscienza chiaroveggente presente in quei tempi remoti, quando questa operava negli artisti stessi oppure era rispettata come una tradizione.

Anche nella pianta, dunque, è presente un corpo astrale. L’animale ha corpo fisico, corpo eterico e corpo astrale; e abbiamo individuato il suo io nell’anima di gruppo. Del corpo astrale della pianta abbiamo parlato adesso, caratterizzandolo come un essere che si trae fuori dalla pianta quando questa appassisce.

 

Anche la pianta ha un io?

Sì, anche le piante hanno quella che negli animali chiamiamo anima di gruppo, solo che gli io delle piante presentano tutti la peculiarità di orientarsi verso un unico luogo della Terra, cioè verso il suo centro.

È come se da ogni parte la Terra venisse irradiata dagli io di gruppo di tutte le piante, ed è per questo che la pianta cresce sul terreno.

Questo io, però, non può essere osservato sul piano astrale.

 

Su questo piano il chiaroveggente trova le anime di gruppo degli animali, e anche quegli esseri duplici che abbiamo visto nel simbolo di Michele col drago.

Egli vi trova anche ciò che abbiamo descritto ora, ma vana sarebbe la sua ricerca, se sul piano astrale volesse trovare gli io delle piante.

Questi, infatti, sono nel mondo superiore, nel mondo spirituale vero e proprio, nelle parti meno sottili, inferiori del devacian, nel rupa-devacian.

È là che si trovano le vere e proprie anime delle piante, gli io delle piante, e sono talmente intrecciati gli uni negli altri da ritrovarsi riuniti tutti nel centro della Terra.

 

Ora è possibile che si ponga la seguente domanda: essendo il piano fisico, il piano astrale e quello devacianico di fatto l’uno nell’altro, per cui il chiaroveggente non si trova spazialmente in nessun altro luogo se non in quello in cui sta l’uomo fisico, come si distinguono fra loro i vari piani?

 

Come si distingue il piano fisico da quello astrale, è presto detto.

Il piano fisico c’è, è presente, finché si vede, si ode, si ha la sensazione del tatto; e se l’uomo sviluppa facoltà interiori, diviene capace di distinguere gli esseri astrali inframmezzati nel piano fisico. Il piano astrale inizia là dove entrano nella nostra coscienza gli esseri che non sono percepibili con organi fisici.

Ma dov’è che ha inizio il piano devacianico?

 

Sebbene il piano astrale e quello devacianico sfumino l’uno nell’altro, è possibile indicarne i confini; esistono sicuramente due possibilità, una esterna ed una interna, di riconoscere l’ascesa dal piano astrale a quello devacianico.

La possibilità esteriore è la seguente: l’uomo che sviluppi la sua coscienza chiaroveggente, deve anzitutto avere nella vita alcuni momenti in cui, in un certo senso, abbandona il mondo fisico.

E’ già un grado superiore nell’evoluzione umana, questo in cui l’uomo vede, per così dire, contemporaneamente il mondo fisico e, al suo interno, il mondo astrale che lo compenetra; per fare un esempio, quando egli vede sia la fisicità sia il corpo astrale di un animale.

 

Questa facoltà, però, può essere acquisita solo avendo raggiunto un certo grado evolutivo, che è successivo alla sperimentazione di altre condizioni come, ad esempio, quella della visione del mondo astrale in assenza della visione del mondo fisico.

Il familiarizzarsi dell’uomo con il mondo astrale all’inizio di questo sviluppo si manifesta nei seguenti fatti. Supponiamo che un uomo si trovi in un determinato luogo e che oda ogni sorta di suoni intorno a sé, che veda gli oggetti, li tasti, e ne percepisca il sapore. Nel graduale processo d’ambientamento chiaroveggente nel mondo astrale, accade che queste impressioni sensorie inizino dapprima a ritirarsi sempre più dall’uomo, tanto che il suono sembra essere lontanissimo. Lo stesso è per le percezioni tattili: l’uomo arriverà gradualmente a non percepire più in modo diretto ciò che normalmente viene tastato; animato da certi sentimenti, egli compenetrerà i corpi, li tasterà interiormente.

Lo stesso processo ha luogo per il mondo dei colori, della luce; l’uomo si espande, inizia ad ambientarsi in quel mondo di luce. Così il mondo dei sensi si ritrae dall’uomo e al suo posto subentrano i fenomeni descritti prima.

 

Ora occorre osservare anzitutto che là dove il mondo astrale è realmente percorso dall’uomo, sono, per così dire, completamente estinte le percezioni sonore, le percezioni uditive, è del tutto assente il mondo dei suoni, il mondo tonale.

Per un certo periodo di tempo l’assenza dei suoni nel mondo astrale è totale.

L’uomo deve, per così dire, sperimentare e superare questo abisso che è il vivere in un mondo privo di suoni.

 

Questo mondo, però, è caratterizzato dalla presenza di una molteplicità di impressioni, e in particolare di un differenziato mondo d’immagini. Elevandosi ad un grado evolutivo superiore, l’uomo perviene alla conoscenza di qualcosa di assolutamente nuovo per lui, di qualcosa che può definirsi una specie di controimmagine del mondo dei suoni.

Nel mondo astrale egli impara anzitutto a conoscere quello che è l’udire spirituale, che, ovviamente, non è facilmente descrivibile.

 

Supponete ora di vedere una figura luminosa e, poi, di osservarne un’altra andarle incontro; le due figure si avvicinano e si compenetrano; poi ne giunge una terza che incrocia il loro cammino, e così via. Ebbene, ciò che osservate, non solo si offre alla vostra coscienza chiaroveggente, ma suscita nella vostra anima anche i sentimenti più vari. La visione di esseri che si compenetrano o che si avvicinano o si allontanano, può suscitare un sentimento di piacere spirituale, oppure, al contrario, un sentimento di dispiacere, ma saranno comunque svariatissimi. E così, l’anima che sta divenendo chiaroveggente si ambienta in modo tale che la sua attività sul piano astrale viene infiammata e compenetrata da sentimenti sublimi o contradditori, ma puramente spirituali.

È la musica spirituale quella che viene percepita. Ma nel momento in cui ciò si manifesta, si é già nella regione del devacian.

 

Il devacian, dunque, inizia esteriormente dove comincia l’assenza di suoni, che, sul piano astrale, può essere in parte spaventosa, perché l’essere umano ignora completamente che cosa significhi vivere in un’infinita assenza di suoni, che non solo non presenta alcun suono, ma che mostra di non averne affatto in sé.

 

Il senso di privazione che si prova sul piano fisico è un’inezia, in confronto dei sentimenti che l’anima vive quando avverte l’impossibilità che dalle infinite distese dello spazio risuoni qualcosa. Poi arrivano, come detto, le possibilità di percepire la cooperazione fra le entità, la loro armonia o disarmonia; inizia il mondo dei suoni, il devacian, considerato nella forma esteriore.

 

La sensibilità dell’anima può percepire anche in altro modo il passaggio dal mondo astrale al devacian.

Nel mondo fisico l’uomo accompagna le cose dentro la propria anima secondo il carattere che è a lui proprio. L’uno passa davanti ad un dipinto senza provare alcuna emozione; l’altro contempla il quadro provando un mondo di beatitudine.

C’è chi passa davanti a un altro ignorandolo completamente; c’è chi dice di un’altra persona che è quella giusta per sé e vede che, per il carattere della propria anima, è fatto per lei, e si sente illuminare di gioia.

Ma nei mondi superiori tutto ciò scompare prestissimo. Lì è l’uomo a stimolare per un’interiore necessità le esperienze di un mondo di sentimento; lì non potete passare freddi o insensibili davanti a certe esperienze del piano astrale o del piano devacianico, perché sono certe esperienze ad esigere da voi dedizione, piena immedesimazione; altre, invece, suscitano in voi repulsione.

 

È questo che può essere pericoloso per chi non è correttamente preparato.

Chi è in tale condizione, infatti, è costretto a vivere in sensazioni costantemente mutevoli, le quali, in certi casi, sono interiormente distruttive, laceranti, e perciò capaci di ripercuotersi negativamente sulla salute. Procedendo di grado in grado egli potrà capire in quale mondo si trovi.

 

Nel mondo astrale sono soprattutto due le sfumature di sentimento di cui si viene a conoscenza.

La prima è quella che si manifesta con forza particolare quando l’essere umano si trova subito dopo la morte in quella regione del mondo astrale che chiamiamo kamaloka. Non essendosi i suoi sentimenti ancora svincolati dalla vita fisica, egli la desidera intensamente, la brama.

Consideriamo, ad esempio, il caso di un buongustaio, ghiotto di cibi prelibati. Dopo la morte e dopo il passaggio nel mondo astrale, egli continua a nutrire il desiderio di leccornie, ma non ha più gli organi fisici necessari per soddisfarlo. Per questo, spasima di desiderio per piaceri che solo la lingua e il palato possono soddisfare. Le esperienze che vive nell’anima si trasformano, perciò, nella più tormentosa delle sfumature del sentimento che egli prova, ossia il sentimento della privazione.

• Quando siamo nel mondo astrale, da un lato sta il sentimento della privazione.

Se però si è sviluppata la coscienza, non si sperimenta quel tormentoso senso di privazione che provano i defunti, ma il sentimento di stare cercando qualcosa.

 

Il sentimento di privazione coglierebbe anche il chiaroveggente, se non vi fosse dell’altro a stabilire l’equilibrio; se egli entrasse nel piano astrale impreparato, o non preparato correttamente, varrebbe quanto detto.

L’anima sarebbe senza requie e senza pace; l’inquietudine e l’agitazione la spingerebbero di qua e di là.

• Una sola è la possibilità che l’anima ha di evitare questo stato di cose: lo sviluppo della sfumatura di sentimento opposta. Tutte le scuole esoteriche preparano questa sfumatura di sentimento: la rinuncia.

Ci si prepara a vivere giustamente nel mondo astrale grazie a tutto ciò che, in certo modo, può definirsi rinuncia.

 

È assolutamente vero che se qui rinunciate anche all’inezia più insignificante, aggiungete, per così dire, un gradino alla scala che conduce al piano astrale.

Una considerazione più serena del piano astrale si conquista preparandovisi con il sentimento della rinuncia.

• Mentre il sentimento della brama  rende il piano astrale un mondo di dolore e di amarezza,

• la rinuncia conduce alla conquista di un’osservazione sempre più chiara e limpida delle forme e delle entità del piano astrale, per cui non si è più costretti ad oscillare tra brama e rinuncia.

 

Queste sono le sfumature di sentimento del piano astrale, nel quale si permane fintanto che nell’anima prevale la loro attività.

L’anima va poi incontro a nuove esperienze del sentimento.

Là dove l’anima varca il confine del mondo devacianico, il sentimento che prevale su tutti gli altri è quello della beatitudine.

Anche se si entrasse nel devacian indegnamente, cioè se vi si accedesse prima della morte in forza di qualche incantesimo o di magia nera,

si arriverebbe ben presto a nuotare in un mare di beatitudini di maggiore o minor grado.

 

Ora qualcuno potrebbe chiedere: ma non è strano che persino un accesso indegno nel devacian infonda beatitudine?

La risposta è: quel che accade è quanto ho detto, ma occorre in certo modo evidenziare anche il rovescio della medaglia.

Sul piano devacianico il sentimento di affluente ed effluente beatitudine è indissolubilmente connesso con qualcos’altro, cioè con la perdita del sé, della forza dell’autocoscienza, dell’interiore forza dell’io.

Noi ci dissolveremmo, se non si aggiungesse un’altra sfumatura di sentimento, quella che la scienza occulta definisce dedizione, capacità di sacrificio.

 

• Sul piano astrale troviamo dunque la privazione e la rinuncia;

• sul piano devacianico, la beatitudine e lo spirito di sacrificio.

 

È strano, eppure vero, che se l’uomo sul piano devacianico non provasse in alcun modo il sentimento di doversi dedicare a ciò che lo circonda, e volesse solo godere la beatitudine, egli si dissolverebbe nel mare delle entità deva-cianiche.

Se, invece, si impregnasse del sentimento: “Io voglio sacrificarmi, voglio lasciar effluire quel che ho acquisito”, allora si preserverebbe dal dissolvimento, dal perdersi nel devacian.

 

Il supremo sentimento dell’amore, dell’amore creatore, è la seconda sfumatura che deve esservi nel devacian.

E ciò vi rende anche comprensibile il modo in cui si svolge l’attività nel devacian tra morte e nuova nascita.

Dal momento in cui l’uomo lascia il kamaloka (ove è dapprima vissuto nella privazione fintanto che non ha appreso la rinuncia)

ed entra nel devacian, deve subito iniziare a lavorare ad una nuova incarnazione.

 

L’uomo edifica lentamente gli archetipi della sua prossima vita sulla Terra.

L’opera edificatrice che egli compirà sarà tanto più pregevole, quanto più intensa sarà la dedizione sacrificale del proprio essere all’ambiente circostante che egli avrà imparato ad aggiungere al sentimento di beatitudine, che comunque sarà presente.

 

Nella stessa misura in cui egli si sacrificherà con la propria anima,  avverrà la costruzione dell’archetipo della sua futura personalità.

Se non vi riuscisse, o si perderebbe del tutto, oppure dovrebbe attendere per un lunghissimo periodo di tempo la possibilità di una nuova esistenza terrena.

 

Vediamo in tal modo come l’anima, per così dire, trovi esteriormente i confini nelle forme, nel passaggio dal muto e luminoso mondo astrale al risonante mondo devacianico; molto più importante è, però, come l’anima si ambienti interiormente nell’altro mondo.

Queste sono solo alcune indicazioni sulle condizioni che vigono nei mondi superiori in cui l’essere umano entri, in osservanza dell’antico detto sapienziale greco «Conosci te stesso!».

 

Molte altre cose si potrebbero aggiungere, ma è sempre e solo possibile fornire una piccola parte degli elementi atti a caratterizzare i mondi superiori. L’inserimento nei mondi superiori avviene gradualmente, e in questo ambientamento si perviene a conoscerne anche gli effetti sul mondo fisico, che diviene così anch’esso sempre più trasparente.

 

 

By | 2018-06-09T19:35:58+02:00 Giugno 9th, 2018|I 7 STATI DI VITA|Commenti disabilitati su MONDI SUPERIORI. L’IO DELLE PIANTE E L’IO DEGLI ANIMALI. ESPERIENZE DELL’ANIMA NEL MONDO DEVACIANICO