NEL CRISTO NOI MORIAMO

Nel Cristo noi moriamo

O.O. 153 – Natura interiore dell’uomo e vita fra morte e nuova nascita – 12.04.1914


 

Si può studiare nelle varie filosofie come i filosofi arrivino al concetto di Dio.

Beninteso dovranno essere dei filosofi dotati di sufficiente profondità spirituale,

per potersi appunto lasciar convincere dal mondo che il mondo stesso è interpenetrato da un elemento divino.

 

Nel secolo diciannovesimo basta citare Lotze; nella sua filosofia della religione egli cercò di creare qualcosa che stesse in armonia col resto della sua filosofia. Ma si potrebbero citare anche altri filosofi che sono stati veramente abbastanza profondi da avere anche una loro filosofia della religione. Però in tutti questi filosofi si potrà notare una peculiarità ben determinata; effettivamente il pensiero dei filosofi penetra fino al divino attraverso le loro considerazioni sul piano fìsico; essi riflettono, investigano filosoficamente, si accorgono, come appunto succede a Lotze, che i fenomeni e gli esseri del mondo sono tenuti insieme da una causa divina che vibra e pervade il tutto e lo porta a una determinata armonia.

 

Quando però si esaminano più da vicino questi filosofi della religione, essi hanno sempre una peculiarità. Giungono infatti a un essere divino che pervade e permea tutto, ma quando si esamina questo essere divino più da vicino, questo Dio dei filosofi, ci si accorge che è a un dipresso il Dio che per esempio la religione ebraica, e soprattutto la cristiana, hanno chiamato il Dio-Padre.

 

La filosofia può arrivare a questo; essa può osservare la natura ed essere abbastanza profonda da non negare in modo materialistico l’esistenza di un elemento divino; può arrivare al divino, ma arriva allora solo fino al Dio-Padre. Se si studiano i filosofi, si può dimostrare con esattezza che la semplice filosofia, come la filosofia pensante, non può condurre ad altro che a un Dio-Padre monoteista.

 

Se in alcuni singoli filosofi, per esempio in Hegel o altri, si trova talvolta menzionato il Cristo, questo non risulta dalla loro filosofia, ma è tratto dalla religione; lo si può dimostrare. Essi poterono parlare del Cristo, in quanto ne conoscevano l’esistenza attraverso la religione.

 

Nella filosofia si può trovare il Dio-Padre,

ma con nessuna filosofia, con nessuna considerazione pensante, è possibile trovare il Cristo.

È del tutto impossibile.

Consiglio di esaminare questo fatto e di rifletterci sopra a lungo e profondamente;

quando lo si comprende bene, esso conduce

a profondità importanti della ricerca umana e dell’aspirazione dell’anima.

 

Indubbiamente esso è in relazione con qualcosa che è espresso molto bene, in modo simbolico e figurato, dalla religione cristiana. È molto significativo che il nesso fra il Cristo e Dio-Padre sia concepito appunto come un nesso tra figlio a padre, sebbene non sia che un simbolo.

 

È interessante vedere come il Lotze non se ne sappia dar ragione.

Egli dice: Beninteso questo simbolo non può essere interpretato letteralmente,

perché un Dio non può essere figlio di un altro Dio.

Ma vi è qualcosa di molto significativo in questo simbolo.

 

Fra il padre e il figlio vi è a un dipresso il rapporto di causa ed effetto,

perché in certo qual modo si può cercare nel padre la causa del figlio.

Non vi sarebbe il figlio, se non vi fosse il padre.

 

Ma bisogna tener conto di un particolare, è cioè che l’uomo che può eventualmente avere un figlio,

ha però anche assolutamente la possibilità di non averne alcuno;

può essere senza figli, e rimanere ugualmente il medesimo uomo.

 

La causa è l’uomo A, l’effetto l’uomo B, il figlio; ma l’effetto non occorre che si verifichi;

l’effetto è un atto libero, l’effetto deriva dalla causa come atto libero.

 

Quando si studia una causa e la si considera in rapporto con il suo effetto, non bisogna perciò cercare soltanto la natura della causa, perché in tal modo non si è concluso niente. Bisogna invece cercare se la causa ha realmente causato qualcosa, ed è questo che importa.

Ora tutte le filosofie hanno la peculiarità di seguire un filo di pensieri, di far sviluppare un organo dall’altro, e in certo qual modo di cercare in ciò che precede quel che viene dopo.

 

In quanto filosofie esse hanno ragione; ma a quel modo non si arriva mai al rapporto che risulta,

se si considera che non occorre affatto che una causa produca un effetto.

Secondo la sua natura,

la causa può restare uguale a se stessa, sia causando, sia non causando qualcosa.

Ciò non cambia nulla della natura della causa.

 

Appunto questo fatto significativo ci appare nel simbolo del Dio-Padre e del Dio-Figlio,

perché il Cristo viene aggiunto come una libera creazione al Dio-Padre,

come una creazione che non risulta direttamente dal primo,

ma che si aggiunge come un atto libero alla creazione precedente,

che avrebbe anche la possibilità di non essere,

che non viene dato al mondo, perché il Padre dovette dare il Figlio al mondo,

ma che è stato dato al mondo per atto libero, per grazia, per libertà,

per amore che si dà liberamente nella sua creazione.

 

Perciò non si può mai arrivare al Figlio, al Cristo, mediante lo stesso tipo di verità

con cui, come i filosofi, si arriva al Dio-Padre.

Per arrivare al Cristo è necessario che si aggiunga alla verità filosofica la verità della fede;

oppure, poiché il tempo della fede sempre più va scomparendo,

è necessario che vi si aggiunga l’altra verità a cui si arriva con l’indagine chiaroveggente;

e anch’essa deve svilupparsi come atto libero nell’anima umana.

 

Non si può dunque dimostrare l’esistenza del Cristo,

così come si dimostra, fondandosi sull’ordinamento dei processi naturali, che vi è Dio;

esteriormente, mediante la concatenazione di cause e di effetti, non si può mai dimostrare che un Cristo esiste.

 

Il Cristo è esistito e può passare inosservato per l’anima umana,

se essa non sviluppa e non sente in sé la forza di dire: sì, questo è il Cristo.

Occorre un attivo sforzo verso l’impulso della verità

per riconoscere il Cristo in Colui che è esistito quale Cristo;

alle altre verità che rientrano nell’àmbito del Dio-Padre possiamo essere costretti ad arrivare,

se ci limitiamo a usare il pensiero e ad applicarlo coerentemente,

perché essere materialisti significa anche essere illogici.

 

La filosofìa della religione nel senso di Lotze, e in genere qualunque filosofia della religione,

sono tali che mediante il loro pensiero possiamo essere costretti ad arrivare a un elemento divino.

Ma mediante la semplice filosofia non potremo mai essere similmente spinti a riconoscere il Cristo;

ciò deve avvenire come libero atto nostro.

 

Allora vi sono due sole possibilità:

• o si traggono le ultime conseguenze della fede,

• oppure s’inizia la ricerca del mondo spirituale con la scienza dello spirito.

 

Si deducono le ultime conseguenze della fede quando si dice, come il filosofo russo Solovieff:

nei limiti delle verità filosofiche che l’uomo acquista sul mondo,

egli non raggiunge la libera verità lasciandosi costringere dalla propria logica.

 

È una verità superiore quella appunto che non ci costringe,

che è un atto di nostra libera volontà, che è la verità suprema della fede.

Per Solovieff si realizza la massima dignità dicendo:

la verità superiore, che riconosce il Cristo, è la verità che opera per atto libero, che non si lascia costringere.

 

Per l’investigatore dello spirito e per chi comprende la scienza dello spirito,

nasce una forma di sapere; ma è un sapere attivo

che dal pensare si eleva alla meditazione, all’ispirazione, all’intuizione,

che diviene interiormente creativo, che nel creare penetra nei mondi spirituali

e diventa in tal modo simile a ciò che dobbiamo sviluppare,

sia che si penetri nel mondo spirituale per mezzo dell’iniziazione, sia attraverso la morte.

 

Noi abbiamo nel mondo spirituale in grande abbondanza, come sul piano fisico abbiamo i fenomeni della natura,

la saggezza che ci viene imposta sulla Terra.

Ciò che importa nel mondo spirituale è che si abbia l’impulso ad adoperare quella saggezza,

a creare realtà attraverso di essa.

 

Creare liberamente attingendo alla saggezza, operare spiritualmente attraverso l’azione,

ecco l’impulso che deve vivere in noi.

Possiamo averlo soltanto se troviamo il giusto nesso col Cristo.

 

Il Cristo è l’Entità che non può essere dimostrata con la logica esteriore dell’intelletto collegato al cervello,

ma che risulta, si realizza in noi, se acquistiamo il sapere spirituale.

 

Quando la scienza dello spirito si accompagna come atto libero alle altre scienze, allora all’altro sapere si aggiunge il sapere intorno al Cristo non appena ci avviciniamo al mondo in cui penetriamo mediante l’indagine spirituale o attraverso la porta della morte.

 

Nel momento in cui nel presente vogliamo penetrare giustamente nel mondo spirituale,

nel momento in cui vogliamo morire per il mondo fisico,

ci occorre un nesso col mondo che possiamo conseguire comportandoci in modo giusto nei confronti del Cristo.

• A un Dio che per così dire sia come il Dio-Padre della religione cristiana,

noi possiamo giungere per mezzo dell’osservazione della natura,

per mezzo delle osservazioni che facciamo vivendo nel corpo fisico.

 

Ma comprendere giustamente il Cristo senza la tradizione, semplicemente per conoscenza,

è possibile soltanto per mezzo della scienza dello spirito.

Essa conduce nelle regioni che l’uomo percorre a seguito della morte;

sia della morte che è un morire simbolico, che è un uscire dal corpo fisico per sapersi nell’anima al di fuori del corpo,

sia del morire che varca la porta della morte.

 

Si acquistano giustamente gli impulsi che occorrono quando si varca la porta della morte,

se si trova il giusto rapporto col Cristo.

Nel momento in cui si tratta di morire,

sia penetrando nella scienza dello spirito, sia veramente attraversando la porta della morte,

nel momento in cui si tratta di morire, di abbandonare il corpo fisico,

nel nostro tempo importa che ci si collochi in giusto modo

di fronte all’entità che è venuta nel mondo affinché noi potessimo trovare l’àdito ad essa.

 

Possiamo trovare il Dio-Padre da vivi;

il Cristo se comprendiamo in modo giusto l’immersione nello spirito, se comprendiamo giustamente il morire.

 

Nel Cristo noi moriamo. In Christo morimur

 

 

By | 2018-08-03T08:03:52+02:00 Agosto 3rd, 2018|C. E LA MORTE|Commenti disabilitati su NEL CRISTO NOI MORIAMO