Processi che si svolgono fra la morte e una nuova nascita

O.O. 13 – La scienza occulta nelle sue linee generali – (III)


 

Mentre nell’addormentarsi 

il corpo astrale si distacca soltanto dal suo legame col corpo fisico ed eterico,

i quali restano nondimeno uniti fra loro,

nella morte il distacco avviene fra il corpo fisico e il corpo eterico.

 

Il corpo fisico resta abbandonato alle proprie forze, e perciò si disgrega in quanto cadavere.

Il corpo eterico si trova ormai con la morte in una condizione

in cui non si era trovato mai durante il periodo fra la nascita e la morte

— salvo alcune condizioni eccezionali di cui verrà detto in seguito.

• Esso si trova cioè ora unito al suo corpo astrale, ma senza la presenza del corpo fisico;

il corpo eterico e il corpo astrale, infatti, non si separano immediatamente dopo la morte.

 

Essi sono tenuti insieme da una forza di cui è facile comprendere l’esistenza, poiché senza di essa il corpo eterico non potrebbe affatto sciogliersi dal corpo fisico; rimarrebbe collegato a questo, come avviene nel sonno, durante il quale il corpo astrale non è capace di staccare l’una dall’altra queste due parti costitutive dell’entità umana. Tale forza entra in azione con la morte; libera il corpo eterico dal corpo fisico, e così il primo ora resta unito al corpo astrale. L’osservazione soprasensibile mostra che questa unione dopo la morte è diversa nei vari uomini. La durata si misura a giorni. Alla durata di questo tempo accenniamo qui solo brevemente, a semplice titolo di informazione.

 

Più tardi il corpo astrale si stacca anche dal suo corpo eterico, e prosegue la sua via senza di esso.

Durante l’unione dei due corpi l’uomo si trova in una condizione

che gli permette di percepire le esperienze del corpo astrale.

• Finché esiste un corpo fisico, il corpo astrale, non appena se ne distacca,

deve iniziare il suo lavoro dall’esterno per rinvigorire gli organi stanchi dall’uso.

• Quando il corpo fisico si è distaccato, tale lavoro cessa.

 

Nondimeno, la forza che veniva adoperata in quel modo durante il sonno

sussiste dopo la morte e può ormai esser rivolta ad altro scopo.

Essa serve ora per rendere percettibili le esperienze proprie del corpo astrale.

 

Chi osservi soltanto il lato esteriore della vita potrebbe obiettare che tutte queste affermazioni potranno essere convincenti per chi sia dotato della percezione soprasensibile, ma per chiunque altro non sembra esservi possibilità di accedere alla loro verità. La cosa peraltro non sta così.

 

Quello che la conoscenza soprasensibile osserva in questo campo, che si sottrae alla comune indagine,

una volta trovato può venire afferrato dal normale giudizio.

Solamente occorre che la capacità di giudizio si applichi in modo adeguato

ai rapporti esistenti fra i fenomeni della vita nel mondo manifesto.

 

Pensare, sentire e volere stanno fra loro, e con le esperienze che l’uomo fa nel mondo esterno, in un nesso tale da rimanere incomprensibili, ove non si consideri la loro attività manifesta come espressione di un’attività non manifesta. Questa attività manifesta si illumina per il giudizio umano solamente se la si consideri, nel suo svolgimento entro la vita fisica dell’uomo, come risultato di ciò che la conoscenza soprasensibile constata nella sfera non-fisica. Senza la conoscenza soprasensibile ci si trova, nei confronti di quella attività, come in una camera buia: come gli oggetti fisici dell’ambiente si scorgono soltanto alla luce, così la vita animica dell’uomo diventa comprensibile soltanto per mezzo della conoscenza soprasensibile.

 

• Durante il periodo di unione dell’uomo col suo corpo fisico,

il mondo esterno si manifesta alla coscienza in immagini;

dopo il distacco di questo corpo diventa percepibile ciò che il corpo astrale sperimenta,

mentre non è collegato col mondo esterno da nessun organo di senso.

• Sulle prime non ha esperienze nuove;

la sua unione col corpo eterico gli impedisce di sperimentare qualcosa di nuovo.

 

Esso possiede però il ricordo della vita passata.

La presenza del corpo eterico fa sì che la vita trascorsa possa apparire come un quadro vivido e complessivo.

È questa la prima esperienza dell’uomo dopo la morte:

egli vede la sua vita dalla nascita alla morte distenderglisi dinanzi in una sequenza di immagini.

 

•  Durante la vita i ricordi sussistono solo durante lo stato di veglia, quando l’uomo è unito al suo corpo fisico,

e solo per quel tanto che questo corpo lo consente;

• per l’anima invece nulla va perduto di quanto ha prodotto su di lei un’impressione durante la vita.

 

Se il corpo fisico fosse uno strumento perfetto

dovrebbe riuscir possibile ad ogni momento della vita di rievocare nell’anima tutto il passato;

con la morte l’impedimento cessa.

 

Finché il corpo eterico sussiste, il ricordo rimane in certo qual modo completo; sparisce poi a poco a poco,

a misura che il corpo eterico perde la forma che possedeva durante la sua dimora nel corpo fisico,

e che somiglia a quest’ultimo;

questa è anche la ragione per cui il corpo astrale si separa dall’eterico dopo un certo periodo.

Può rimanere legato ad esso fino a che perdura nel corpo eterico la forma simile al corpo fisico.

 

Nel periodo di vita fra nascita e morte la separazione del corpo eterico avviene solo in casi eccezionali e soltanto per un tempo «breve. Se per esempio una forte pressione viene esercitata su di un arto dell’uomo, una parte del corpo eterico può staccarsi dal fisico. Noi diciamo allora che quell’arto si è « addormentato », e la sensazione particolare che ne riceviamo dipende dallo staccarsi del corpo eterico. (Naturalmente un’interpretazione materialistica può negare anche in questo caso l’invisibile che si manifesta nel visibile, affermando che tutto ciò nasce da un disturbo fisico derivante dalla pressione).

L’osservazione soprasensibile scorge in tal caso che la corrispondente parte del corpo eterico scivola fuori dall’arto fisico. Se poi qualcuno viene colpito da un forte spavento o da qualcosa di simile, tale separazione del corpo eterico dal fisico può verificarsi per un tempo brevissimo e per una gran parte del corpo. Avviene appunto così quando, per una qualsiasi ragione, un uomo sì trova subitamente faccia a faccia con la morte, quando per esempio sta per annegare o quando, durante un’ascensione in montagna, corre rischio di cadere.

Ciò che raccontano le persone che hanno attraversato tali esperienze si avvicina di molto alla verità e può essere confermato dall’osservazione soprasensibile. Esse affermano che in quei momenti la loro vita intera è apparsa dinanzi alla loro anima come in un immenso quadro mnemonico.

Fra i molti esempi che potrebbero essere addotti, ne sceglieremo uno solo, perché si riferisce a persona a cui, per la sua attitudine mentale, tutto quanto veniamo dicendo a questo proposito deve apparire vuota fantasticheria.

 

È infatti particolarmente utile, per chi voglia avanzare di qualche passo nell’osservazione soprasensibile, di conoscere le asserzioni di coloro che ritengono questa scienza una semplice fantasticheria. Queste asserzioni non si possono così facilmente ascrivere a parzialità dell’osservatore. Gli occultisti dovranno imparar molto da quelli che considerano la loro scienza come una follia, né dovranno prendersela a male se non verranno ricambiati con uguale considerazione. L’osservazione soprasensibile certamente non ha bisogno di questa conferma delle proprie risultanze, né questi accenni devono ritenersi come prove, bensì come illustrazioni.

 

Moritz Benedict, illustre antropologo criminalista ed eminente studioso di molti altri rami di scienze naturali, narra nei suoi ricordi una sua esperienza, e cioè che una volta, essendo sul punto di annegare mentre si trovava al bagno, vide tutta la sua vita passata presentarglisi dinanzi come in un unico quadro. Se altre persone descrivono in modo diverso tali immagini vedute in circostanze simili, e se le descrivono in modo che sembri abbiano poco a che fare con gli avvenimenti della loro vita passata, ciò non contraddice a quanto abbiamo affermato, poiché le immagini che si presentano in quella condizione del tutto anormale della separazione dal corpo fisico, a prima vista sono talvolta poco chiare nel loro rapporto con la vita.

Osservandole in modo giusto però, il rapporto si ritroverà sempre. Né costituisce obiezione il fatto che per esempio qualcuno, pur essendosi trovato in procinto di annegare, non abbia attraversato l’esperienza ora descritta. Bisogna tener presente che essa si verifica soltanto quando il corpo eterico si stacca effettivamente dal corpo fisico, restando però unito al corpo astrale. Se per lo spavento avviene un distacco parziale anche fra il corpo eterico e quello astrale, l’esperienza non ha più luogo, perché sopraggiunge la completa incoscienza, come nel sonno senza sogni.

 

Nei primi tempi dopo la morte

gli avvenimenti del passato appaiono riassunti in un quadro mnemonico.

Dopo essersi separato dal corpo eterico, il corpo astrale prosegue da solo il suo viaggio.

 

Non è difficile comprendere che nel corpo astrale

rimane tutto ciò che, per effetto della sua propria attività, esso ha fatto

proprio durante il suo soggiorno nel corpo fisico.

• L’io ha elaborato fino ad un certo grado il sé spirituale, lo spirito vitale e l’uomo-spirito.

Per quel tanto di sviluppo che hanno raggiunto,

essi non debbono la loro esistenza agli organi dei diversi corpi, bensì all’io.

E l’io appunto è quell’essere

• che non ha bisogno di organi esterni per percepire,

• né per rimanere in possesso di ciò che ha unito a sé.

 

Si potrebbe opporre: « Come mai, durante il sonno, non si ha percezione alcuna del sé spirituale, dello spirito vitale, dell’uomo-spirito sviluppati? » — Perché fra la nascita e la morte, l’io è incatenato al corpo fisico.

Anche se durante il sonno esso si trova insieme al corpo astrale fuori del corpo fisico, pur tuttavia rimane strettamente collegato ad esso, perché l’attività del suo corpo astrale è rivolta al corpo fisico.

Per tale fatto l’io, con la sua percezione, si trova indirizzato al mondo sensibile esteriore, e non può accogliere le rivelazioni spirituali nella loro forma diretta. Soltanto con la morte queste rivelazioni riescono accessibili all’io, perché per mezzo di essa l’io si libera dalla sua unione col corpo fisico e col corpo eterico.

 

Nell’istante in cui l’anima è tratta fuori dal mondo fisico, che ne vincola l’attività durante la vita,

si illumina per essa un altro mondo.

 

Vi sono però ragioni per le quali anche in tale momento non cessa per l’uomo ogni legame col mondo esteriore dei sensi. Perdurano infatti alcune brame che mantengono quel legame; brame che l’uomo stesso crea in sé con l’acquistar coscienza del suo io, come quarta parte costitutiva del suo essere.

Quei desideri, quegli appetiti, che derivano dall’essenza dei tre corpi inferiori, possono agire soltanto nel mondo esteriore, e la loro azione cessa quando quei corpi sono deposti. La fame è cagionata dal corpo esteriore, e non si fa più sentire quando questo non è più unito con l’io.

 

Se l’io dunque avesse solo i desideri derivanti dalla propria essenza spirituale, dopo la morte egli potrebbe trovare pieno soddisfacimento nel mondo spirituale in cui viene trasferito. Ma la vita gli ha dato anche altri desideri, accendendo in lui la tendenza a piaceri che si possono soddisfare solo col mezzo di organi fisici, sebbene essi non provengano dalla natura stessa di quegli organi.

Non i tre corpi soltanto domandano il loro appagamento dal mondo fisico; anche l’io trova in quel mondo piaceri, per soddisfare i quali non esistono mezzi adeguati nel mondo spirituale.

 

L’io ha due specie di desideri durante la vita.

• Quelli che provengono dai corpi e debbono esser soddisfatti nell’ambito di essi,

ma che cessano al momento del loro disgregarsi;

• e quelli che derivano dalla natura spirituale dell’io.

 

Finché l’io dimora nei corpi,

anche quei desideri vengono soddisfatti mediante gli organi corporei,

poiché nelle manifestazioni degli organi corporei agisce la spiritualità nascosta,

e i sensi accolgono qualcosa di spirituale con tutto ciò che percepiscono;

questo elemento spirituale, pur sotto altra forma, sussiste dopo la morte,

e tutta la spiritualità che l’io ha vagheggiato nel mondo dei sensi

gli rimane anche quando i sensi non esistono più.

 

Ora, se non si dovesse aggiungere una terza specie di desideri alle due già accennate, la morte sarebbe solo un passaggio da desideri che si possono appagare a mezzo dei sensi, a desideri che trovano il loro soddisfacimento nelle rivelazioni del mondo spirituale.

Questa terza specie di desideri è costituita da quelli che l’io ha creati in sé durante la sua vita nel mondo dei sensi, perché in questo trova piacere, anche quando esso non gli riveli nulla di spirituale.

 

I piaceri più umili possono essere manifestazioni dello spirito.

La soddisfazione che prova un uomo affamato cibandosi, è manifestazione dello spirito,

poiché col prendere il nutrimento si crea quella condizione di cose

senza la quale, in un certo senso, la natura spirituale non potrebbe svilupparsi.

 

Ma l’io può andar oltre al piacere, che in questo caso è necessario.

Esso può desiderare un cibo saporito, a prescindere dal beneficio che può apportare allo spirito il fatto di nutrirsi.

Lo stesso si dica per altre cose del mondo dei sensi.

 

Vengono a crearsi così desideri che non si sarebbero mai palesati nel mondo dei sensi,

se in esso non si fosse incorporato l’io umano. Né tali desideri provengono dalla natura spirituale dell’io.

 

L’io deve avere desideri dei sensi finché vive nel corpo, anche a causa della sua natura spirituale,

perché lo spirito si manifesta nelle cose materiali, ed è dello spirito appunto che l’io gode,

quando si abbandona a quell’elemento del mondo sensibile attraverso cui traspare la luce dello spirito.

 

Nella gioia di questa luce continuerà a trovarsi

anche quando i sensi non saranno più il tramite dell’irradiazione spirituale.

Nel mondo dello spirito però non esiste appagamento dei desideri

per i quali lo spirito già non viva nel mondo sensibile.

Con la morte cessa la possibilità di soddisfare desideri di tale natura.

 

Il piacere che si prova a mangiare cibi saporiti

può sussistere in quanto esistano organi fisici atti a gustarli: palato, lingua, e così via.

Ma l’uomo non li possiede più, dopo aver abbandonato il corpo fisico; s

e l’io richiede ancora questi piaceri, essi dovranno rimanere insoddisfatti.

 

Se un godimento fisico si conforma allo spirito, dura solo fino a che durano gli organi fisici,

ma se l’io lo ha creato senza porlo a servizio dello spirito,

esso rimane dopo la morte come desiderio che invano cerca soddisfazione.

 

Ci facciamo un’idea di ciò che si prova in quelle condizioni, raffigurandoci un uomo che soffra di sete ardente in una regione in cui per lungo e per largo non sia possibile trovare una stilla d’acqua. Così succede all’io dopo la morte, in quanto nutre in sé desideri non ancora spenti per i piaceri del mondo esteriore, e non possiede più gli organi atti a soddisfarli. Naturalmente quell’ardentissima sete, presa a paragone per lo stato dell’io dopo la morte, dobbiamo immaginarla intensificata a dismisura, e rappresentarcela estesa a tutti i diversi desideri ancora esistenti per i quali manca ogni possibilità di appagamento. Il passo successivo dell’io consiste nel liberarsi dal legame di attrazione con il mondo esteriore.

 

L’io deve operare in sé a questo riguardo una purificazione, una liberazione.

• Devono essere espulsi da lui tutti i desideri che esso si è creati nel corpo

e che non hanno diritto di cittadinanza nel mondo spirituale.

• Come un oggetto viene afferrato e arso dal fuoco,

così il mondo di desideri ora descritto viene dissolto e distrutto dopo la morte.

• Ci si trova allora di fronte a un mondo che la conoscenza soprasensibile può indicare col nome

di « fuoco divoratore dello spirito ».

 

Questo fuoco divora i desideri dei sensi che non sono espressione dello spirito. Le descrizioni che la conoscenza soprasensibile dà a questo riguardo possono sembrare terribili e sconfortanti. Può apparire invero spaventevole che una speranza, la cui realizzazione richiede organi sensori, dopo la morte debba trasformarsi in disperazione, e che un desiderio che può appagare soltanto il mondo fisico debba diventare una privazione torturante.

Ci si può attenere a questa opinione soltanto finché non ci si renda ben conto che tutti i desideri e le aspirazioni afferrati dal « fuoco divoratore » dopo la morte, in senso superiore non rappresentano forze benefiche alla vita, bensì forze distruttive.

 

A mezzo di queste forze l’io si lega al mondo dei sensi

molto più di quanto non sia necessario a raggiungere il giusto scopo

di trarre da detto mondo tutto quanto può riuscirgli giovevole.

 

Il mondo dei sensi è la manifestazione del mondo spirituale che vi si nasconde dietro.

L’io non potrebbe mai godere della spiritualità, nella forma caratteristica in cui questa può manifestarsi soltanto attraverso i sensi corporei, se non volesse utilizzare questi ultimi per godere di quanto nel sensibile vi è di spirituale.

Nondimeno l’io di tanto si allontana dalla vera realtà spirituale del mondo,

per quanto nel mondo sensibile tende a desideri da cui lo spirito è assente.

• Mentre il piacere sensorio, come espressione dello spirito, significa elevazione, evoluzione dell’io,

• il piacere invece che non è espressione dello spirito significa decadenza ed immiserimento.

 

Se si appaga un desiderio di tal natura nel mondo sensibile, il suo effetto nocivo sull’io tuttavia permane; soltanto, prima della morte, esso non è percettibile all’io. Nella vita, perciò, la soddisfazione di tali desideri può creare nuovi desideri simili, e l’uomo non si accorge affatto che da se stesso si va avviluppando in un « fuoco divoratore ».

 

Dopo la morte diventa visibile semplicemente ciò che già durante la vita lo circondava,

e nel rendersi visibile si palesa al tempo stesso nelle sue conseguenze efficaci e benefiche.

 

Chi ama veramente un’altra persona non è attratto soltanto da quella parte di lei che è percettibile ai sensi fisici. Soltanto di questa si può dire però che con la morte è sottratta alla percezione. Quella parte invece della persona cara, per la percezione della quale i sensi fisici erano soltanto un mezzo, è proprio quella che diviene ora percettibile. Anzi l’unico ostacolo a questa visibilità è la presenza di desideri che possono esser soddisfatti soltanto a mezzo degli organi fisici. Finché tali desideri non siano estinti, non si potrà avere la percezione cosciente di una persona cara dopo la morte. Osservando le cose da questo punto di vista, le esperienze che seguono la morte, quali deve descriverle la conoscenza soprasensibile, perdono il carattere di spavento e di disperazione, e si mutano in qualcosa di profondamente confortante e soddisfacente.

 

Le esperienze immediate dopo la morte differiscono da quelle della vita presente anche sotto un altro aspetto.

Durante il periodo della purificazione l’uomo vive in un certo senso a ritroso.

Rivive tutto il percorso delle esperienze che egli ha attraversate dalla nascita in poi;

cominciando dagli eventi che hanno preceduto immediatamente la morte,

egli sperimenta a ritroso di nuovo tutta la sua vita fino alla propria infanzia.

E allora gli si presenta agli occhi spiritualmente ciò che durante la vita non emanava dalla natura spirituale dell’io.

Egli però ora lo sperimenta in senso inverso.

 

Un uomo che per esempio sia morto a sessant’anni e che nel suo quarantesimo anno di età, in un impeto di collera, abbia cagionato a qualcuno un dolore fisico o morale, rivivrà quella medesima esperienza quando, nel suo viaggio all’indietro dopo la morte, avrà raggiunto il momento del suo quarantesimo anno. Non risentirà però il piacere che l’attacco all’altra persona gli procurò in vita, bensì il dolore che egli ha inflitto all’altro. Da quanto abbiamo detto risulta però anche che di un tale evento l’io può percepire come dolore dopo la morte solo ciò che sia cagionato da un suo desiderio, originato soltanto dal mondo fisico esteriore. Invero l’io non fa danno soltanto agli altri appagando tali desideri, ma danneggia se stesso, sebbene non se ne renda conto finché dura la vita. Dopo la morte però, tutto questo mondo nocivo del desiderio diventa visibile all’io, il quale si sente attirato da ogni essere od oggetto che abbia acceso il suo desiderio, affinché nel « fuoco divoratore » questo si consumi come è nato.

 

Quando l’uomo, ripercorrendo la propria vita, raggiunge il momento della nascita,

allora soltanto tutti i desideri sono passati attraverso il fuoco purificatore,

e nulla gli impedisce più di dedicarsi completamente al mondo spirituale.

Egli passa a un nuovo gradino di esistenza.

 

Come nella morte egli ha abbandonato il corpo fisico, e poco dopo abbandona il corpo eterico,

così si disgrega ormai quella parte del corpo astrale che può vivere solo nella coscienza del mondo fisico esteriore.

• Secondo la conoscenza soprasensibile esistono dunque tre cadaveri: il fisico, l’eterico, l’astrale.

• Il momento in cui quest’ultimo viene abbandonato dall’uomo segna la fine del periodo della purificazione

il quale è costituito da circa un terzo del tempo trascorso sulla Terra dall’uomo fra nascita e morte.

Soltanto in seguito, quando esamineremo il corso della vita umana sulla base della scienza occulta,

potremo comprendere chiaramente la ragione di questo fatto.

 

• Per l’osservazione soprasensibile, nel mondo circostante quello umano, esistono i cadaveri astrali abbandonati dagli uomini che passano dallo stato di purificazione ad un’esistenza più alta, nello stesso modo in cui i cadaveri fisici esistono per la percezione fisica dove vivono gli uomini.

 

Dopo la purificazione incomincia per l’io uno stato di coscienza del tutto nuovo.

Mentre prima della morte le percezioni esteriori dovevano affluire verso di lui,

perché la luce della coscienza le potesse illuminare,

ora invece dall’interiorità scaturisce un mondo che giunge alla coscienza.

 

• L’io vive in questo mondo anche nel periodo fra nascita e morte,

ma esso gli si presenta rivestito dalle manifestazioni dei sensi.

• Soltanto quando l’io, abbandonate le percezioni sensorie, percepisce se stesso nella sua interiorità più sacra,

gli si palesa nella sua forma diretta ciò che di solito gli appariva solo attraverso il velo dei sensi.

 

• Come la percezione dell’io si svolge prima della morte nell’interiorità,

• così dall’interiorità il mondo spirituale gli si manifesta nella sua pienezza dopo la morte e la purificazione.

 

Tale rivelazione avviene di fatto subito dopo l’abbandono del corpo eterico;

ma i desideri ancora rivolti al mondo esteriore formano come una nube oscura che ne ottenebra la vista.

 

È come se a un mondo beato di esperienze spirituali si frammischiassero nere ombre demoniache,

sorte dai desideri che vanno « consumandosi nel fuoco ».

Invero quei desideri non sono semplicemente ombre, ma entità reali;

questo risulta evidente quando l’io, liberatosi dagli organi fisici, può percepire ciò che è di natura spirituale.

Questi esseri appaiono come contraffazioni e caricature

di quello che l’uomo ha prima conosciuto mediante la percezione sensoria.

 

L’osservazione soprasensibile scorge l’ambiente del fuoco purificatore popolato da esseri, la cui vista può riuscire orrida e dolorosa all’occhio spirituale; esseri per i quali il piacere sembra consistere nella distruzione, e le cui passioni sono improntate a male così grande che quello del mondo dei sensi è un nulla al confronto. I desideri del genere di quelli descritti, che l’uomo porta seco in quel mondo, sono considerati da quegli esseri come un nutrimento per mezzo del quale la loro potenza acquista sempre nuova forza e vigore. La descrizione di un tal mondo, non percepibile dai sensi, apparirà meno inverosimile se osserveremo con animo scevro da pregiudizi una parte del mondo animale.

 

Che cosa rappresenta dal punto di vista spirituale un lupo feroce?

Che cosa si manifesta in ciò che i sensi percepiscono, osservandolo?

Null’altro che un’anima che vive di brame ed è determinata da esse.

Si può chiamare la forma esteriore del lupo l’incarnazione di quelle brame.

 

Se anche l’uomo non avesse organi per percepire questa forma, dovrebbe nondimeno ammettere l’esistenza di un tale essere, quando le brame di esso si manifestassero invisibilmente nei loro effetti, e una forza invisibile si aggirasse all’intorno, producendo tutto ciò che produce il lupo visibile. Ora, gli esseri del fuoco purificatore esistono bensì per la coscienza soprasensibile e non per quella sensibile; la loro azione però risulta evidente e consiste nella distruzione dell’io, se questo dà loro nutrimento. Questi effetti diventano chiaramente visibili, quando un piacere consentito giunge fino all’eccesso e alla dissolutezza. Ciò che infatti è percettibile ai sensi dovrebbe attrarre l’io solo in quanto il piacere tragga origine dalla sua natura stessa.

 

L’animale ricerca soltanto le cose esterne che i suoi tre corpi desiderano.

L’uomo ha piaceri più alti, perché ai suoi tre elementi corporei se ne è aggiunto un quarto: l’io.

Ma se l’io cerca soddisfazioni dirette

non alla conservazione ed allo sviluppo del suo essere, ma alla sua distruzione,

tale tendenza non può provenire né dall’azione dei suoi tre corpi, né dalla propria natura,

ma solta