PROCESSI FRA LA MORTE E LA MEZZANOTTE COSMICA.

Processi fra la morte e la mezzanotte cosmica

O.O. 153 – Natura interiore dell’uomo e vita fra morte e nuova nascita – 13.04.1914


 

Sommario: Processi fra la morte e la mezzanotte cosmica. Lo sguardo immaginativo sugli involucri abbandonati. Sviluppo della coscienza nel mondo spirituale. Il diffondersi delle forze terrene legate alla sfera terrestre: ricordare, sentire e volere nella luce cosmica. Socialità e isolamento nella sfera spirituale. La mezzanotte cosmica. Il riafferrare se stessi nell’esistenza cosmica.

 

Sarà ora mio compito parlare nuovamente dei processi che si svolgono fra morte e rinascita, servendomi però delle rappresentazioni che abbiamo potuto acquistare durante le quattro precedenti conferenze di questo ciclo. Non potendo svolgere questo tema che brevemente, è naturale che molti particolari potranno soltanto essere accennati e che molte cose, che non risultano forse chiare nel quadro della descrizione, avranno ancora bisogno di essere elaborate. Comunque ciò che oggi non si troverà ancora nella sua completezza, si chiarirà nell’ulteriore approfondimento della scienza dello spirito.

 

Quando l’uomo varca la porta della morte, depone il suo corpo fisico.

Il corpo fisico viene ceduto agli elementi della Terra.

 

Si potrebbe anche dire: il corpo fisico si sottrae alle forze e alle leggi

che, provenendo dalla natura dell’uomo, lo reggono fra la nascita e la morte;

sono leggi diverse da quelle semplicemente chimiche e fisiche

alle quali, dopo la morte, egli soggiace per il suo corpo.

 

Dal punto di vista del mondo fisico, l’uomo ha naturalmente l’idea che con la morte, dell’entità umana sia rimasto sul piano fisico ciò che appartiene a quel piano. Infatti la parte che appartiene al piano fisico viene ormai abbandonata ad esso.

Per l’uomo stesso però, e per qualsiasi concezione spirituale del mondo, va tenuto in considerazione il punto di vista assunto dal defunto, dall’uomo che ha varcato la porta della morte. Per quest’ultimo l’abbandono del corpo fisico significa un processo interiore, un processo animico.

 

• Per coloro che sono rimasti ciò che succede del corpo fisico dopo la morte è un processo esteriore;

l’interiorità dell’uomo, l’elemento animico dell’uomo che è morto,

non si esprime più attraverso quel residuo mortale;

• per l’uomo che però ha varcato la porta della morte, qualcosa è connesso con l’abbandono del corpo;

si tratta di un’esperienza animica: tu sei uscito dal tuo corpo fisico, e ora lo lasci indietro.

 

È difficilissimo descrivere giustamente nella prospettiva del piano fisico ciò che allora si svolge nell’interiorità dell’anima umana, perché è un processo interiore che ha un significato e un’importanza straordinariamente vasta; è un processo interiore di breve durata, ma di un’importanza universale per tutto il complesso della vita umana.

Volendo descrivere il contenuto della rappresentazione di ciò che allora si svolge nell’anima, (oggi naturalmente in una conferenza pubblica non se ne può parlare perché farebbe troppa impressione agli ascoltatori, ma forse col tempo se ne potrà parlare) se si volesse descrivere il processo esteriore, cioè il processo rappresentativo ora spiritualmente esteriore, con cui si inizia il cammino della vita che si svolge fra morte e rinascita, si potrebbe dire:

l’uomo che ha varcato la soglia della morte

ha innanzitutto il senso di trovarsi ora col mondo in un rapporto del tutto diverso da quello di prima;

e che tutto il rapporto che prima aveva col mondo è invertito, radicalmente invertito.

 

Per descrivere le rappresentazioni che allora vengono sperimentate, occorrerebbe dire press’a poco così:

l’uomo ha vissuto fino alla sua morte sulla Terra,

durante quel periodo è stato abituato a trovarsi sulla Terra solida, materiale,

a vedere nella Terra materiale gli esseri dei regni minerale, vegetale e animale,

i monti, i fiumi, le nubi, le stelle, il Sole e la Luna;

è stato abituato a rappresentarsi il tutto secondo la sua prospettiva

e per mezzo delle facoltà esistenti nel suo corpo fisico;

a rappresentarsi il tutto come ce lo rappresentiamo effettivamente,

sebbene si sappia dalle teorie di Copernico che tali immagini sono in fondo illusorie.

• Lassù vi è l’azzurra volta celeste, come un guscio celeste, su di esso vi sono le stelle e vi si muovono Sole e Luna.

Noi stessi siamo in quel guscio, in quella sfera vuota, nel suo interno,

al centro, sulla Terra, con tutto quanto la Terra offre alla nostra percezione.

 

Non importa ora che sia un’immagine illusoria, che noi stessi ci formiamo la rappresentazione della volta azzurra a causa della limitazione delle nostre facoltà; quel che conta è che non possiamo far altro che vedere così. Noi vediamo appunto quanto ci appare in quel modo solo a causa della limitazione delle nostre facoltà, vediamo appunto il firmamento sopra di noi sotto forma di una sfera azzurra.

 

Quando dunque l’uomo ha varcato la soglia della morte,

la prima rappresentazione che deve formarsi nella sua anima

è di essere ora al di fuori della sfera azzurra in cui prima si trovava,

di guardarla dal di fuori, di vederla come se fosse ridotta a una stella.

Inizialmente non si ha coscienza del mondo stellare in cui effettivamente ci si effonde,

si ha soltanto coscienza di ciò che si è abbandonato, di aver abbandonato

la sfera della coscienza che si aveva nel corpo fisico, di aver abbandonato

ciò che le facoltà umane elaborate nel corpo fisico ci permettevano di vedere.

 

Succede in realtà, ma spiritualmente, qualcosa di analogo a ciò che dovrebbe succedere se un pulcino, prima dentro al guscio dell’uovo, essendo cosciente della sua esperienza rompesse il guscio e poi guardasse il guscio spezzato che fino allora lo aveva contenuto ed era stato il suo mondo; lo guardasse cioè dal di fuori, invece che dal di dentro. Ben inteso questa rappresentazione è anch’essa una maya che attraversa allora l’anima umana, ma è una maya necessaria.

 

Come già ho detto,

ciò che prima ci dava il contenuto della nostra coscienza è come ridotto a una stella;

solo che da tale stella si effonde quella che potremmo chiamare «saggezza cosmica irraggiante».

• Questa saggezza cosmica irraggiante

è la medesima di cui ieri ho trattato nell’ultima conferenza, dicendo che ne abbiamo in esuberanza.

• Essa risplende e ci brilla incontro come da una stella infocata;

ora però non è azzurra come il firmamento, ma è di fuoco, riluce rossiccia.

• Da lì irraggia nello spazio la pienezza della saggezza, assolutamente mobile in se stessa,

la quale però ci mostra quella che potremmo chiamare

un’immagine-ricordo della nostra ultima vita terrena.

 

Tutti i processi che abbiamo attraversato con il nostro sperimentare animico interiore fra nascita e morte,

e a cui abbiamo preso parte coscientemente, si affacciano ora alla nostra anima;

così sappiamo di vedere tutto ciò, perché la stella che risplende dinanzi a noi

è il sostrato che, con la sua attività interiore, ci permette di vedere

tutto ciò che ora ci si squaderna dinanzi come immagine-ricordo.

 

Questo è espresso piuttosto dal punto di vista dell’immaginazione.

Considerata dal punto di vista dell’interiorità, l’esperienza si può esprimere dicendo

che chi ha attraversato la porta della morte è ormai completamente colmo dell’idea

 di aver abbandonato il proprio corpo, e che ora, nel mondo spirituale, quel corpo è pura volontà.

 

Una stella di volontà, una stella la cui sostanza è volontà, questo è il nostro corpo.

Tale volontà arde nel calore e negli spazi cosmici nei quali noi stessi ora siamo effusi;

essa ci irraggia riverberando la nostra stessa vita fra nascita e morte, in forma di un quadro grandioso.

 

Siamo ora debitori alla circostanza di aver potuto dimorare in quella stella

se abbiamo potuto estrarre e assorbire dal mondo

tutto ciò che sul piano fisico abbiamo appunto potuto estrarre e assorbire,

perché quella stella, la stella di volontà che forma ora lo sfondo, è la spiritualità del nostro corpo fisico;

quella stella di volontà è lo spirito che permea e regge il nostro corpo fisico.

La saggezza che ci splende incontro è l’attività, la mobilità del nostro corpo eterico.

 

Come ho già detto nella conferenza pubblica, passa così il tempo, che veramente non dura che pochi giorni,

in cui si ha l’impressione: la vita si svolge come un quadro-ricordo.

• I nostri pensieri, che sono diventati i nostri ricordi durante la vita sulla Terra,

si svolgono in quel quadro-ricordo e si presentano di nuovo alla nostra anima.

• Possiamo trattenere quel quadro altrettanto tempo quanto, in condizioni normali,

abbiamo la forza di mantenerci svegli nel corpo fisico.

• Non il tempo durante il quale nella vita, in condizioni anormali, siamo riusciti una volta a tenerci svegli;

vanno considerate le forze che abbiamo in noi per mantenerci svegli.

A una data persona succede che non possa vegliare una sola notte senza essere vinto dalla stanchezza, mentre un’altra invece può rimanere desta maggior tempo senza stancarsi; dalla misura di queste forze dipende per l’uomo quanto a lungo può conservare quel quadro-ricordo.

 

Ma si ha anche la chiara coscienza interiore che, essendoci nello sfondo la stella della volontà,

nel quadro-ricordo vi è quanto ci siamo conquistati nell’ultima vita terrena;

in esso vi è ciò che ci ha resi più maturi,

quel che abbiamo portato con noi nella morte come un di più,

in confronto a ciò che possedevamo quando siamo entrati nella nascita.

 

Possiamo indicare questo come un frutto dell’ultima vita;

• lo sentiamo come se non restasse così come era durante il quadro-ricordo,

ma come se si allontanasse, se andasse via, come se penetrasse nell’avvenire dei tempi e lì sparisse.

 

Oggi parlerò principalmente della vita che si svolge fra morte e rinascita per gli uomini che hanno raggiunto una durata normale della vita e che sono morti in condizioni normali. Dei casi eccezionali parleremo più particolarmente domani.

 

Si allontana dunque il frutto della nostra vita, se ne abbiamo raccolto uno,

e sappiamo nella nostra anima che quel frutto esiste in qualche luogo, ma che noi siamo rimasti indietro.

Si ha la coscienza di essere rimasti a un tempo precedente,

mentre il frutto della vita è andato avanti rapidamente e arriverà più presto a un tempo futuro;

noi dobbiamo seguire quel frutto della vita.

 

L’esperienza interiore di cui ora ho parlato, cioè che il frutto della vita dimora, è presente nell’universo,

dobbiamo rappresentarcela bene, perché essa forma la base per la nostra coscienza,

per l’inizio della nostra coscienza dopo la morte.

 

• La nostra coscienza deve essere sempre stimolata da qualcosa.

Quando la mattina ci destiamo, la nostra coscienza viene nuovamente destata,

poiché nel sonno siamo incoscienti,

mediante l’immersione nel corpo fisico e in quanto le cose esteriori ci vengono incontro,

in quanto qualcosa agisce su noi dal di fuori.

 

Nelle condizioni immediatamente dopo la morte la coscienza viene destata

dal nostro interiore sentire e sperimentare il frutto della nostra ultima vita,

ciò che ci siamo guadagnati e conquistati, che è presente ma fuori di noi.

• Per mezzo di questo sentire e sperimentare il nostro intimo essere terreno fuori di noi,

abbiamo la prima accensione della nostra coscienza dopo la morte; la nostra coscienza ne riceve vita.

 

Comincia allora il tempo in cui è necessario che noi sviluppiamo forze animiche

che, durante la vita sul piano fisico, devono veramente rimanere non sviluppate,

perché vengono tutte impiegate a organizzare il corpo fìsico e quanto ad esso appartiene,

a organizzare l’intera vita fìsica;

forze animiche che durante la vita fìsica devono trasformarsi in qualcosa di diverso.

Tali forze devono gradatamente destarsi dopo la morte.

 

Già durante i giorni in cui sperimentiamo il quadro-ricordo

possiamo registrare il destarsi delle facoltà animiche.

Quando il quadro-ricordo gradatamente si dilegua e si oscura,

il fatto avviene veramente perché durante quei giorni

noi sviluppiamo già le forze che risiedono a base della facoltà della memoria,

ma che non diventano coscienti durante la vita fìsica

perché durante la vita fìsica noi dobbiamo appunto trasformarle per poter formare dei ricordi.

 

• L’ultimo grande ricordo che abbiamo dopo la morte sotto forma di panorama

deve prima svanire, deve oscurarsi a poco a poco; allora da quell’oscurarsi si sviluppa

ciò che non ci era permesso di possedere coscientemente prima della morte.

• Se infatti lo avessimo avuto coscientemente prima della morte,

le forze della memoria non avrebbero mai potuto formarsi in noi.

• Si sono trasformate appunto in facoltà mnemonica le forze che ora

si sviluppano nell’anima durante l’oscurarsi del ricordo del panorama della vita.

• Esse si sono trasformate prima della morte in forze del ricordo, e ora vengono fuori.

Viene superata la possibilità di ricordarsi normalmente dei pensieri terreni.

 

• Questa forza della memoria, spiritualmente trasformata, si desta in noi

come una prima forza animica spirituale che dopo la morte sgorga dall’anima umana,

così come le forze animiche nascono nel bambino nelle prime settimane della sua vita.

• Mentre questa forza animica va crescendo, ci si palesa appunto

che vi è vita dietro i pensieri che sul piano fìsico non erano che delle ombre,

che nel mondo dei pensieri vi è un vivere e un vibrare.

• Ci accorgiamo che il quadro di pensieri che abbiamo nel nostro corpo fìsico non è appunto che un’ombra,

mentre la realtà è una somma, un diffondersi di esseri elementari.

• Vediamo in certo qual modo estinguersi i nostri ricordi,

e invece nascere dall’universale cosmo della saggezza un gran numero di esseri elementari.

 

Si potrebbe obiettare: ma dopo la morte non è una mancanza per noi l’aver superato la forza del ricordo, e avere in sua vece qualcosa d’altro ? No, non ne sentiamo la mancanza, perché ne abbiamo un lauto compenso dopo la morte.

 

Invece di ricordarci, come durante la vita, dei nostri pensieri, dopo la morte osserviamo

che i pensieri, che durante la vita erano pensieri ricordati, ci si presentano non soltanto come ricordi.

Il tesoro della memoria durante la vita è tutt’altro che un semplice tesoro della memoria!

 

• Quando siamo fuori del corpo fisico vediamo presente tutto quel tesoro della memoria come attualità vivente.

Ogni pensiero vive come essere elementare.

Sappiamo ora di aver pensato durante la vita fìsica, di aver visto apparire i nostri pensieri;

• ma mentre avevamo l’illusione di crearci dei pensieri, abbiamo creato esseri elementari.

È quanto di nuovo abbiamo aggiunto all’intero cosmo.

 

• Ora esiste qualcosa che è nato da noi nello spirito;

ora affiora e ci si palesa che cosa erano in realtà i nostri pensieri.

• S’imparano a conoscere anzitutto per visione diretta gli esseri elementari,

perché s’imparano a conoscere per primi gli esseri elementari che noi stessi abbiamo creato.

 

L’impressione grandiosa del primo periodo dopo la morte è che si ha il quadro-ricordo,

ma che questo incomincia a vivere, a vivere veramente;

e mentre comincia a vivere, si trasforma in tanti esseri elementari.

Ora palesa il suo vero aspetto, e il suo scomparire

è costituito appunto dal fatto che diventa qualcosa del tutto diverso.

 

Se per esempio siamo morti a sessanta o a ottant’anni, non ci occorre ora più nessuna forza mnemonica per rievocare un pensiero avuto circa nel ventesimo anno della nostra vita, perché esso è là come essere elementare vivente; ha aspettato, e non occorre che noi ce lo ricordiamo. Se fossimo morti a quarant’anni, il pensiero avrebbe giusto vent’anni; questo ci risulta con chiarezza perché gli esseri elementari ci dicono essi stessi da quanto tempo si sono formati.

 

Il tempo diventa spazio;

ci sta dinanzi, in quanto gli esseri viventi ci palesano i segni della loro età.

In quelle condizioni il tempo diventa attualità immediata.

 

Da quei nostri esseri elementari, dai quali eravamo già attorniati nella vita e che vediamo ora nella morte, impariamo la natura del mondo elementare e ci prepariamo in tal modo a comprendere a poco a poco e a scorgere anche gli esseri elementari del mondo esterno che noi non abbiamo creato, ma che esistono senza di noi nel cosmo spirituale.

 

• Impariamo a conoscere gli altri esseri elementari mediante la nostra creazione elementare.

Riflettiamo ora sulla straordinaria differenza tra la vita fra morte e rinascita e la vita terrestre.

• La prima cosa che si verifica dopo la nascita è che l’uomo non riconosce ancora se stesso.

• Il bambino piccolo sperimenta ciò che gli altri sperimentano con lui;

egli è nato, e gli altri, i suoi genitori, guardano a ciò che è nato.

 

Similmente dopo la morte non ci si guarda a tutta prima da se stessi,

ma si guarda ciò che è nato dal proprio essere come un mondo esterno.

Si guarda a ciò che è fuori, a ciò che si è generato col momento della morte.

 

• Come l’uomo, quando penetra nell’esistenza con la nascita fisica,

ha dinanzi a sé un mondo esterno per lui incomprensibile,

ed è effettivamente un essere che per gli altri soltanto scalcia, piange o ride,

• così dopo la morte, dopo la nascita nel mondo spirituale che per il mondo fisico è morte,

cominciamo prima noi stessi a esistere nell’ambiente che abbiamo generato per noi,

che abbiamo eretto noi stessi intorno a noi, perché lo abbiamo generato.

Abbiamo generato il mondo, mentre nel mondo fisico, quando si nasce, si è generati dal mondo.

Così è dei nostri pensieri, e di quanto il ricordo, il tesoro della memoria, fa dei nostri pensieri.

 

È diverso per ciò che attiene alle sfere del nostro sentimento e della nostra volontà.

Nella prima conferenza ho detto che quanto appartiene alla sfera del nostro sentimento e della nostra volontà

non è veramente ancora nato in noi nella sua completa entità, e che per un certo riguardo

volontà e sentimento rappresentano qualcosa che non è arrivato a completa nascita.

 

Ciò si palesa in particolar modo dopo la morte,

perché volontà e sentimento, come interpenetrano il corpo fisico, esistono ancora dopo la morte.

• Così l’uomo, dopo qualche tempo, dopo che la stella della volontà

si è allontanata con i frutti della sua ultima vita terrena,

vive in un mondo elementare che costituisce il suo ambiente circostante,

e al quale egli stesso dà il tono fondamentale mediante i suoi ricordi trasformati.

 

L’uomo vive nel mondo che, come si è detto, è effettivamente lui stesso.

Così egli sa che il suo sentimento e la sua volontà vivono ancora in lui,

hanno ora una specie di ricordo, una specie di rapporto con la recente vita terrena.

Questo dura per decine di anni.

 

Quando siamo nella vita terrena, fra la nascita e la morte, noi godiamo e soffriamo,

viviamo nelle passioni e sviluppiamo degli impulsi volitivi,

perché portiamo nel nostro corpo l’anima che sente e che vuole.

Ma non succede mai che mediante il corpo

tutte le forze che risiedono nel sentimento e nella volontà possano veramente svilupparsi.

 

Anche se si muore in un’età avanzata, nondimeno si sarebbe ancora potuto godere, ancora potuto soffrire,

ancora potuto sviluppare un maggior numero d’impulsi di volontà.

Per ciò devono venir superate le possibilità del sentire e del volere ancora esistenti nell’anima.

• Finché non siano completamente superate,

noi conserviamo un legame di desideri con l’ultima vita terrena;

volgiamo ancora indietro lo sguardo all’ultima vita terrena.

• In certo qual modo si tratta, come ho già detto altre volte,

di dissuefarsi dal legame con la vita fisica terrena.

 

Chi sia anche agli inizi di una vera investigazione spirituale

penetra assai presto nella natura della forza che allora si deve superare,

e per il cui superamento occorrono veramente decenni,

perché essa si manifesta abbastanza facilmente all’indagine spirituale.

 

Quando, dopo gli eventi della giornata, ogni giorno noi ci addormentiamo

e trascorriamo un certo tempo fra l’addormentarci e il risveglio,

allora col nostro animico-spirituale noi siamo fuori del nostro corpo.

• Torniamo indietro, perché nell’animico-spirituale sorge un impulso a tale ritorno,

perché veramente desideriamo il nostro corpo.

• Abbiamo assolutamente desiderio del nostro corpo.

 

Chi può sperimentare coscientemente il risveglio, sa che si vuole destare e che deve volersi destare.

• Esiste appunto nello spirituale-animico una forza di attrazione verso il corpo.

Questa deve gradatamente svanire, deve venir completamente superata.

Il processo dura delle decine di anni.

 

È il periodo in cui superiamo a poco a poco il nostro legame con l’ultima vita terrena;

perciò dopo la morte, nel tempo che trascorre come appunto ho descritto,

noi dobbiamo sperimentare tutto per via indiretta, attraverso la nostra vita terrena.

 

Dopo le precedenti conferenze mi trovo ora in condizione di descrivere più esattamente

molti nessi che non si potevano finora descrivere che sommariamente,

• perché prima di descrivere esattamente le cose, occorre sempre determinarne i concetti.

 

Supponiamo ora di aver varcato la soglia della morte e di aver lasciato indietro sulla Terra una determinata persona. Ci troviamo dunque nel periodo in cui abbiamo acquistato la capacità di penetrare con lo sguardo nelle entità elementari e di sapere di noi stessi: i frutti della nostra vita terrena si sono allontanati, ma siamo ancora in relazione con la nostra ultima vita terrena.

Supponiamo di aver molto amato la persona da noi lasciata sulla Terra.

Dopo la morte, essendoci abituati a vedere attraverso le nostre creazioni elementari le entità elementari degli altri, giungiamo a poco a poco a orientarci e a vedere i pensieri altrui come esseri elementari. Lo impariamo a poco a poco dai nostri esseri elementari.

 

• Della persona che abbiamo lasciato indietro vediamo ciò che pensa, vediamo i pensieri che vivono nella sua anima in quanto si esprimono negli esseri elementari che si presentano alla nostra anima in possenti immaginazioni.

Sotto questo riguardo possiamo dunque avere allora un rapporto assai maggiore, con l’interiorità della persona lasciata, di quel che non si avesse quando si stava insieme nel mondo fisico; mentre infatti ci trovavamo noi stessi nel corpo fisico, non potevamo penetrare nel pensiero dell’altro; ora lo possiamo.

Ma in certo qual modo ci occorre il ricordo-sentimento (prego di notar bene la parola) del legame sentimentale con la nostra ultima vita terrena. Dobbiamo in certo modo sentire come sentivamo nel corpo, e questo sentimento deve avere un’eco in noi.

Allora il legame prende vita, mentre altrimenti non avremmo che un’immagine nella quale ci si palesano i pensieri dell’altro.

 

Si consegue dunque un legame vivente per la via indiretta dei nostri sentimenti.

E in ultima analisi così succede per tutto.

• Come si vede è uno svincolarsi da una condizione che si può caratterizzare dicendo:

• è un periodo in cui dobbiamo ricevere ancora le forze dalla nostra ultima vita terrena,

per poter entrare in rapporto vivente col nostro ambiente spirituale;

dobbiamo ancora essere in rapporto con quelle forze.

 

Noi amiamo le anime che abbiamo lasciato,

il contenuto animico delle quali ci appare in forma di pensieri, in forma di esseri elementari.

Ma le amiamo perché noi stessi viviamo ancora dell’amore

che abbiamo provato per loro, durante la nostra vita terrena.

 

Direi quasi che è poco piacevole adoperare tali espressioni,

ma mi si potrà comprendere, quando dico: la vita terrena, dunque non la vita del pensiero,

in quanto è contenuto animico sentito e pervaso d’impulso volitivo,

la vita terrena, con la quale siamo ancora in rapporto, diventa

come una specie di commutatore elettrico della nostra individualità

con ciò che fluttua attorno a noi spiritualmente, una specie di commutatore elettrico.

 

Noi percepiamo tutto per la via indiretta dell’ultima vita terrena;

ma soltanto attraverso ciò che nell’ultima vita terrena era sentire e volere

percepiamo quanto ci appartiene nel mondo spirituale.

 

Ora è veramente come se sentissimo che continuiamo a vivere nel tempo,

come se fossimo una specie di cometa del tempo.

• La nostra vita terrena è là come un nucleo, e quel nucleo

sviluppa nel prossimo avvenire una specie di coda che noi viviamo.

 

• Siamo ancora in rapporto con la nostra vita terrena, in quanto essa è riempita di sentimento e di volontà,

e nella nostra interiorità animica, come ho spiegato, deve nascere da questo sperimentare

qualcosa che non è ora direttamente sentimento e volontà,

perché le forze animiche che sviluppiamo qui nel mondo fisico,

anche la forza del sentimento che appunto abbiamo come tale nel mondo fisico,

e la forza della volontà che abbiamo come tale nel mondo fisico,

noi le abbiamo in quelle forme per il fatto di vivere appunto nel corpo fisico.

 

• Se ora l’anima non vive più nel corpo fisico,

essa deve sviluppare altre facoltà che sono soltanto assopite durante la vita fisica.

• Mentre l’eco del sentimento e della volontà agisce per anni nell’anima,

essa deve far maturare grazie a questo rapporto

ciò che al riguardo ora le può occorrere per il mondo spirituale.

• Sono forze che ho indicato dicendo: è come una brama che sente, o un sentimento che brama.

 

• Del nostro sentimento e della nostra volontà noi sappiamo che risiedono nella nostra anima;

ma del sentimento e della brama, quali risiedono nella nostra anima, dopo la morte non abbiamo nulla;

essi (sentimento e volontà) devono gradatamente ottenebrarsi e attutirsi; e difatti così avviene dopo alcuni anni.

 

Ma durante il corso di questo ottenebrarsi e attutirsi del sentimento e della volontà

si deve sviluppare qualcosa che ci rimane dopo la morte.

• I nostri pensieri vivono fuori di noi come esseri elementari.

• Del sentimento e della volontà che vivevano in noi

non ci rimarrebbe nulla per il mondo che siamo noi stessi e che è là fuori di noi.

 

Dobbiamo sviluppare a poco a poco una volontà, e infatti la sviluppiamo,

che irraggi da noi, che si effonda da noi, che ondeggi e fluttui là dove sono i nostri pensieri viventi.

• Essa li pervade, perché sulle onde della volontà nuota il sentimento che nella vita fisica è soltanto in noi.

Sulle onde della volontà nuota il sentimento.

 

• Là fuori ondeggia e fluttua il mare della nostra volontà, e su di esso nuota il sentimento.

• Vi nuota quando la volontà cozza con un essere-pensiero elementare.

Dall’incontro della volontà con l’essere-pensiero elementare si produce un rilucere del sentimento;

noi percepiamo come vera realtà del mondo spirituale questo riverbero della nostra volontà.

 

Supponiamo che nel mondo esteriore spirituale vi sia un essere elementare. Quando siamo riusciti ad estrarci dallo stato che abbiamo dovuto prima attraversare, allora la nostra volontà, che ora irraggia da noi, si frange sull’essere elementare. Là dove essa cozza con l’essere elementare, viene ricacciata indietro. Ora non ritorna come volontà, ma come sentimento che fluttua verso di noi in quel mare di volontà.

È come un sentimento quello che nel fluttuare della volontà ritorna a noi: così vive il nostro essere effuso nel cosmo. In tal modo gli esseri elementari diventano reali per noi, e noi percepiamo gradatamente sempre più ciò che là fuori, al di fuori di noi, esiste realmente quale mondo esteriore spirituale.

 

• Ma da noi deve anche farsi strada una forza animica che è latente in strati dell’anima più profondi

di quanto non siano il volere che sente e il sentire che vuole: è la forza animica creativa,

come una luce animica interiore che deve risplendere sul mondo spirituale,

affinché noi non guardiamo soltanto gli esseri-pensiero oggettivi vibranti di vita

che nuotano sulle onde del sentimento e che ritornano entro il mare della volontà,

ma affinché il mondo spirituale possa da noi venire illuminato da luce spirituale.

 

Forza illuminante spirituale creatrice deve effondersi dalla nostra anima nel mondo spirituale.

Essa si risveglia gradatamente.

 

• Del volere che sente e del sentire che vuole, mentre viviamo nel corpo fisico,

noi portiamo differenziati in noi la coppia del sentire e del volere;

li portiamo in noi come se fossero due, mentre dopo varcata la porta della morte essi sono un’unità.

 

Se mi è permesso parlare qui di spazio, poiché veramente non è spazio,

ma per giungere in qualche modo a comprendere queste condizioni occorre esprimerle figuratamente,

la forza animica creatrice, la luce animica che noi irraggiamo come luce animica nello spazio spirituale

è sopita profondamente in noi,

perché è connessa con ciò di cui nella vita né si deve, né si può sapere niente;

è sopita in noi a grande profondità, durante la vita nel piano fisico, la luce che viene poi liberata,

e che illumina e rischiara il mondo spirituale.

 

Ciò che così irraggia da noi deve essere trasformato e adoperato durante la nostra vita fisica,

affinché il nostro corpo viva veramente e possa albergare in sé la coscienza.

• Totalmente al di sotto della soglia della coscienza però

questa forza illuminante spirituale agisce nel nostro corpo fìsico

come forza organizzatrice della vita e della coscienza;

non ci è permesso portarla nella coscienza terrena,

altrimenti ruberemmo al nostro corpo la forza che lo deve organizzare.

 

Ora che non dobbiamo provvedere a nessun corpo, essa diventa illuminante forza spirituale;

effonde i suoi raggi, illumina, rischiara e fa brillare ogni cosa.

 

Queste parole esprimono vere realtà.

Così noi ci facciamo strada, ci familiarizziamo col mondo spirituale e arriviamo a sperimentarlo come realtà,

come qui sperimentiamo il mondo fisico quale realtà.

 

Ci facciamo strada in esso gradatamente e arriviamo veramente a incontrare anche le anime umane trapassate, in quanto esse vivono realmente nel mondo spirituale come nostre compagne; viviamo in mezzo alle anime come qui nel corpo fìsico viviamo in mezzo ai corpi.

In quanto sempre più ci immergiamo nel vero intimo spirito della scienza spirituale, per chi penetra più profondamente l’argomento diventa assurda l’asserzione che qualcuno potrebbe fare, che cioè dopo la morte non rincontriamo tutti gli uomini con cui abbiamo vissuto; diventa assurda, come per il piano fìsico sarebbe assurdo asserire che, quando con la nascita scendiamo sulla Terra, non vi incontriamo uomo alcuno. Noi abbiamo gli uomini attorno a noi.

Per il conoscitore della vita spirituale è proprio come se qualcuno dicesse: il bambino viene a vivere nel mondo, ma non vi vede uomini. È una sciocchezza evidente, ma è uguale sciocchezza il dire: quando penetriamo nel mondo spirituale non vi ritroviamo tutte le anime con le quali siamo stati legati, non vi troviamo le entità delle gerarchie superiori che impariamo gradualmente a conoscere come sulla Terra conosciamo i minerali, le piante e gli animali.

 

La differenza consiste nel fatto che nel mondo fisico, mentre vediamo le cose e le udiamo,

sappiamo che la possibilità di vederle e di udirle ci viene dai sensi, dal mondo esteriore.

• Nel mondo spirituale sappiamo che questa possibilità proviene da noi,

perché ciò che possiamo chiamare luce animica, splendore animico,

irraggia dalla nostra anima, rischiara e illumina le cose e in esse risplende.

 

Così viviamo durante il periodo che possiamo chiamare la prima metà della vita fra morte e rinascita.

Durante questo periodo attraversiamo le due condizioni di cui ho parlato anche nella conferenza pubblica.

Un primo periodo che dura per anni in cui, come è stato descritto,

siamo in rapporto col mondo spirituale grazie all’irradiazione della nostra forza animica illuminante;

in cui dunque noi vediamo gli spiriti e le anime attorno a noi.

Esso poi va oscurandosi, e sentiamo allora sempre meno

di poter sviluppare la nostra forza animica illuminante;

dobbiamo lasciarla diventare sempre più debole e più oscura in senso spirituale.

Per questo fatto vediamo sempre meno le entità spirituali.

 

Questo processo si verifica sempre più,

e subentra quindi un altro periodo in cui ci si dice: attorno a noi vi sono entità,

ma noi diventiamo sempre più solitari, abbiamo solo il nostro contenuto animico,

ed esso diventa sempre più ricco quanto più cessa di poter illuminare gli esseri che stanno fuori.

 

Vi sono periodi di socievolezza spirituale e periodi di solitudine spirituale;

in questi ultimi si sperimenta come un’eco

di ciò che si era sperimentato durante i periodi di socievolezza spirituale.

Tutto ciò ondeggia nell’anima e si alterna.

Così viviamo immergendoci nel mondo spirituale: socievolezza e solitudine spirituale.

 

• Nei periodi di solitudine spirituale sappiamo:

quel che abbiamo sperimentato attorno a noi nel mondo spirituale

era presente tutto, e ne eravamo a conoscenza, ma ora ne è rimasto solo l’eco nella nostra interiorità.

Si potrebbe dire: sono dei ricordi nei tempi di solitudine spirituale.

 

Servendoci però di tali parole non si esprime il fenomeno esattamente.

Cercherò perciò di descriverlo da un altro lato.

 

Non è come se nella oscurità spirituale, in cui non si ha alcuna socievolezza,

ci si ricordasse di ciò che prima si è sperimentato nel mondo spirituale,

ma è come se ad ogni istante lo si dovesse riprodurre a nuovo; è un continuo creare interiore.

Ma si sa che vi è il mondo esteriore, che si deve essere con se stessi e creare di continuo.

• Quel che si crea, è il mondo che si agita attorno a noi, fuori dal limite del nostro essere.

 

• Mentre si vive ulteriormente nella prima metà della vita fra morte e rinascita, e ci si va avvicinando alla metà di quel periodo, si sente la vita solitaria diventare sempre più ricca; per così dire si sentono diventare più brevi e più crepuscolari le visioni dell’ambiente circostante, finché arriva il momento, a metà fra morte e rinascita, che ho cercato di descrivere come mezzanotte cosmica nel mio ultimo mistero drammatico Il risveglio delle anime ; in essa l’uomo ha la massima intensità di vita interiore, ma non ha più in sé la forza animica creatrice per illuminare il suo ambiente spirituale; per così dire dalla nostra interiorità possono sorgere mondi sterminati a riempirci spiritualmente, ma noi non possiamo sapere nulla di un essere diverso dal nostro.

Questa è la metà delle esperienze fra la morte e una nuova nascita: è la mezzanotte cosmica.

Comincia poi il periodo in cui nell’uomo la nostalgia va diventando una forza creatrice positiva perché, sebbene abbiamo qualcosa di infinito come vita interiore, si desta in noi l’aspirazione a riacquistare un mondo esteriore.

 

Le condizioni del mondo spirituale sono così diverse da quelle del mondo fisico che, mentre nel mondo fisico la nostalgia è la più passiva delle forze (quando abbiamo qualcosa a cui aneliamo, è questo qualcosa che ci determina), succede proprio l’opposto nel mondo spirituale.

• In esso (mondo spirituale) la nostalgia diventa una forza creatrice, si trasforma in qualcosa che ora, come una nuova specie di luce animica, ci può dare un mondo esteriore, un mondo esteriore che tuttavia è un mondo interiore, mentre il nostro sguardo si schiude sulle nostre precedenti incarnazioni terrestri. Esse stanno ora davanti a noi, illuminate dalla luce nata dalla nostra nostalgia. Vi è nel cosmo spirituale una forza che, grazie alla nostra nostalgia, può farci illuminare e sperimentare questo sguardo retrospettivo. Nell’attuale ciclo evolutivo occorre però qualcosa a questo scopo.

 

Ho detto che durante tutta la prima metà della vita fra morte e rinascita, noi ci alterniamo fra vita interiore e vita esteriore, fra solitudine e socievolezza spirituale. Le condizioni del mondo spirituale sono tali che, ogni volta che ritorniamo nella nostra solitudine, riportiamo sempre di nuovo dinanzi all’anima, nella nostra attività interiore, ciò che abbiamo sperimentato nel mondo esteriore. In tal modo esiste una coscienza che si estende su tutto il mondo spirituale come ali dell’infinito; le ali però si ripiegano di nuovo nella solitudine.

 

Ma dobbiamo conservarci una cosa che deve continuare ad esistere,

• tanto se ci effondiamo nel grande mondo spirituale,   • quanto se ce ne ritraiamo.

 

Prima del mistero del Golgota,

grazie alle forze mediante le quali l’uomo era legato ai tempi antichi,

era possibile mantenere la forte coesione dell’io, non perdere quella coesione,

ossia conservare interamente e chiaramente un fatto come ricordo della vita terrena trascorsa,

il fatto di essere stati sulla Terra nella vita come un io.

Questo ricordo deve conservarsi attraverso i periodi della solitudine e della socievolezza.

 

Prima del mistero del Golgota veniva provveduto in quel senso per mezzo delle forze ereditate.

Adesso non vi si può provvedere se non collegando una pienezza dell’anima

col nostro patrimonio terreno che abbiamo distaccato da noi,

con ciò che abbiamo sentito allontanarsi da noi subito dopo l’abbandono del corpo fisico;

è una pienezza dell’anima che possiamo avere in quanto il Cristo si è effuso nell’aura della Terra.

 

Questo essere interpenetrati con la sostanzialità del Cristo

è ciò che ci dà la possibilità, nel trapasso dalla vita fisica alla morte,

di conservare il ricordo del nostro io fino alla mezzanotte cosmica,

malgrado ogni nostra espansione, malgrado ogni nostro ritrarci nella solitudine.

L’impulso che emana dalla forza del Cristo giunge fin lì, e quindi non perdiamo noi stessi.

 

Allora però, grazie alla nostra stessa nostalgia,

una nuova forza spirituale deve accendere la nostra nostalgia di nuova luce.

Questa forza esiste solo nello spirito, esiste solo nella vita spirituale.

 

Nel mondo fisico vi è la natura e il divino che pervade questa natura,

il divino da cui veniamo generati nel mondo fisico.

Vi è l’impulso del Cristo che è presente nell’aura terrestre, cioè nell’aura della natura fisica.

Ma la forza che ci si avvicina nella mezzanotte cosmica,

per rendere la nostra nostalgia una luce accesa su tutto il nostro passato,

quella forza esiste soltanto nel mondo spirituale, esiste soltanto là dove nessun corpo può vivere.

 

Se l’impulso del Cristo ci ha portato fino alla mezzanotte cosmica,

se la mezzanotte cosmica è stata sperimentata dall’anima in solitudine spirituale,

perché ivi la luce animica non può irraggiare da noi, se è subentrata l’oscurità cosmica,

se il Cristo ci ha condotto fino a quel punto,

allora nella mezzanotte cosmica sorge dalla nostra nostalgia un elemento spirituale

che crea una nuova luce cosmica, che effonde una luminosità sulla nostra entità;

un elemento spirituale per cui noi ci afferriamo di nuovo nell’esistenza del mondo,

ci destiamo di nuovo nell’esistenza del mondo.

 

Impariamo a conoscere lo spirito del mondo spirituale che ci desta,

in quanto dalla mezzanotte cosmica risplende una nuova luce, una luce che irraggia sulla nostra passata umanità.

 

Nel Cristo noi siamo morti;

grazie allo spirito, grazie allo spirito incorporeo che con espressione tecnica viene chiamato Spirito Santo,

ossia uno spirito che vive senza il corpo e senza le debolezze di uno spirito che vive nel corpo

(perché con la parola «santo» si intende questo),

grazie a questo spirito noi veniamo ridestati dalla mezzanotte cosmica nella nostra entità.

• Per mezzo dello Spirito Santo veniamo dunque destati nella mezzanotte cosmica.

 

Per spiritum sanctum reviviscimus.

 

 

By | 2018-09-19T19:44:26+02:00 Settembre 13th, 2018|POST MORTEM|Commenti disabilitati su PROCESSI FRA LA MORTE E LA MEZZANOTTE COSMICA.