//////01 – RICERCHE SULLA VITA TRA MORTE E NUOVA NASCITA – I

01 – RICERCHE SULLA VITA TRA MORTE E NUOVA NASCITA – I

01 – Ricerche sulla vita tra morte e nuova nascita – I

O.O. 140 – Ricerche occulte sulla vita fra morte e nuova nascita – 26.10.1912


 

PRIMA CONFERENZA

 

Questa sera sarà mio compito illustrare alcune caratteristiche nella conoscenza del mondo spirituale e le conseguenze che tale conoscenza porta in tutta l’esistenza. Chi ha avuto il compito di comunicare ad altri qualcosa dai mondi spirituali non potrà mai abbastanza appurare ogni volta la propria conoscenza nella sua autenticità e assoluta correttezza spirituale. La mia esposizione sarà volta a comunicare alcune conoscenze sulla vita fra morte e nuova nascita. Proprio negli ultimi tempi mi è stato possibile esaminare a fondo le ricerche che lo spirito umano può fare su questo terreno, e di questa accurata verifica intendo oggi parlare nella seconda parte della mia esposizione. È comunque necessario premettere a questa prima parte alcune osservazioni sul modo di conseguire conoscenze spirituali.

A tal fine è richiesto un particolare atteggiamento dell’anima, per certi aspetti diametralmente opposto a quello che si ha nella vita che si svolge sul piano fisico. In tale vita, oggi in modo particolare, vi è in fondo una continua inquietudine nell’anima umana.

 

In ogni istante della giornata l’anima riceve nuove impressioni

e poiché essa si identifica con le proprie impressioni, viene condotta a una continua inquietudine.

Deve avvenire proprio il contrario in chi vuole penetrare nel mondo spirituale.

 

La prima condizione per salire ai mondi spirituali e per accoglierne le conoscenze,

è una completa tranquillità: l’interiore, continua quiete dell’anima, ben più difficile da ottenere di quanto si creda.

• Così, nel momento in cui intendiamo volgerci al mondo dello spirito,

e affinché si stabilisca questa tranquillità dell’anima,

deve tacere ogni tipo di eccitazione, di preoccupazione, di affanno

e persino di interesse verso tutti gli avvenimenti della vita ordinaria,

come se fossimo in un punto dell’universo e non volessimo assolutamente allontanarcene,

affinché le cose del mondo spirituale ci si mostrino.

 

Dobbiamo peraltro considerare che nella vita quotidiana sul piano fisico possiamo passare da una cosa all’altra: le cose sono lì! Non è così nel mondo spirituale, dove solo per mezzo di pensieri e rappresentazioni avviciniamo realmente le cose a noi, a quel punto di quiete in noi.

Dobbiamo per così dire uscire da noi stessi per metterci nelle cose e poi dall’esterno portarle fino a noi, ma possono essere esperienze angoscianti per l’anima.

Ci accorgiamo che, mentre nella vita abituale sul piano fisico possiamo modificare le cose oppure correggerci se le abbiamo viste o fatte in modo sbagliato, non avviene lo stesso sul piano spirituale: anzi lì sperimentiamo che le cose ci appaiono vere o false a seconda di ciò che era già in noi nell’istante in cui ci avviciniamo alla sfera dello spirito.

 

Tutta la preparazione alla corretta conoscenza dei mondi spirituali deve perciò avvenire prima che si entri in essi;

una volta varcata la soglia del mondo spirituale non si può infatti più correggere la visuale,

al contrario saranno inevitabili proprio gli errori che derivano dal carattere individuale.

 

Per evitarne di ulteriori si deve ritornare di nuovo sul piano fisico e ivi modificare le proprie caratteristiche, e solo allora risalire al mondo spirituale per fare meglio. Da ciò si vede come sia enormemente necessaria una buona, corretta preparazione al mondo spirituale prima di oltrepassarne la soglia.

Tutto questo è legato ai cicli evolutivi dell’umanità: anche la condizione dell’anima umana non fu sempre come è oggi.

Attualmente all’ingresso del mondo spirituale

l’uomo deve piuttosto temere la comparsa troppo forte di visioni che non rallegrarsene.

 

Quando iniziamo i nostri esercizi per ascendere ai mondi superiori, possono penetrare in noi apparizioni visionarie, fatti allucinatori. Oggi vi è un’unica possibilità di evitare l’errore di fronte al mondo delle allucinazioni, e consiste nel dirsi, a proposito delle proprie visioni, che attraverso di esse non si conosce nulla se non se stessi.

 

Se intorno a noi si muove un mondo di allucinazioni, non è altro che un riflesso della nostra individualità.

• Le nostre qualità, la nostra personale maturità, tutto quel che pensiamo e sentiamo,

nella visione illusoria si trasformano in realtà che ci appaiono come oggettive.

• Se per esempio crediamo di vedere nel mondo astrale esseri o eventi che ci sembrano del tutto oggettivi,

può non essere che un riflesso, per così dire, di una nostra virtù, o vizio, oppure anche solo di un mal di testa.

 

Chi vuole giungere ad una reale iniziazione, in modo particolare oggi,

deve arrivare a comprendere con il pensiero che cosa gli sta di fronte nel mondo delle visioni,

a penetrarlo con il pensiero.

Perciò l’iniziando deve fermarsi fino a che non avrà compreso quel che incontra nel mondo delle visioni

come comprende quel che gli viene incontro nel mondo fisico.

 

Quando si perviene all’iniziazione, ci si fa incontro quanto sperimentiamo anche nella vita tra morte e nuova nascita. Negli ultimi tempi si è posto un quesito alla mia indagine occulta: in che relazione è il mondo delle visioni, che si può trovare attraverso l’iniziazione oppure a causa di una forte scossa che distacca il corpo eterico, con il mondo in cui si vive fra morte e nuova nascita? Ne è risultato che, rivolgendo l’attenzione dal kamaloka al periodo successivo fra morte e rinascita, ci accorgiamo che si vive in un mondo oggettivo paragonabile al. mondo dell’iniziato. Il che non significa che dopo la morte non si viva in un mondo reale, si vive in un mondo del tutto reale e insieme alle persone con le quali entrammo in rapporto già nel mondo fisico, in circostanze assolutamente reali.

• Ma come sulla terra tutto ci giunge tramite la percezione dei sensi,

• così dopo la morte le cose ci giungono grazie alle visioni.

 

Supponiamo di incontrare dopo la morte qualcuno morto prima di noi. Egli è per noi presente, poiché siamo realmente di fronte a lui, ma per poterlo percepire dobbiamo porci in relazione con lui nel mondo della visione proprio come nel mondo fisico avremmo fatto attraverso occhi ed orecchi. Allora però si presenta un ostacolo sia per l’esperienza dell’iniziato sia fra morte e nuova nascita:

il mondo delle visioni, come ho già accennato, ci dà inizialmente solo un riflesso del nostro essere.

 

Quando, come ho detto prima, incontriamo qualcuno nel mondo spirituale, ci si presenta una visione che, in un primo tempo non ci dà null’altro se non l’amore o l’antipatia che qui avevamo provato per lui, o un altro tipo di legame che avevamo avuto con chi ci si fa incontro nel mondo spirituale.

 

Possiamo dunque stare di fronte a qualcuno nel mondo spirituale

e non percepire altro se non ciò che si è impresso in noi prima della morte.

Può quindi avvenire che ci poniamo di fronte a lui

racchiusi nel nostro sentimento di simpatia o antipatia, come in una nebulosa visione,

che è proprio la causa per cui ci isoliamo da lui nella nostra nebbia individuale.

 

L’aspetto più importante del nostro comportamento nei confronti di una persona, nel mondo spirituale dopo la morte è legato con un sentimento reale, con un reale avvenimento interiore. Ad esempio sentiamo che dopo la morte non possiamo amare qualcuno, che nella vita non abbiamo amato come avremmo dovuto, più di quanto lo avevamo amato nella vita; sebbene ora gli siamo di fronte vorremmo amarlo, ma non possiamo rimediare quel che in terra avevamo trascurato. Questa impossibilità, questa assoluta incapacità di migliorarsi può essere una terribile oppressione per l’anima, e così infatti viene sentita dopo la morte.

 

Veniamo dunque alla questione che mi ha impegnato negli ultimi tempi:

le prime esperienze del cosiddetto devachan sono in sostanza costituite

da ciò che è già consolidato nella nostra anima come atteggiamento verso un’altra persona prima della morte.

Nei confronti di qualcuno non possiamo domandarci,

in un determinato periodo dopo la morte, come lo possiamo amare,

ma ci domanderemo: come lo amai durante la vita terrena, e di conseguenza come lo amo adesso?

 

Questa condizione muta se a poco a poco diventiamo capaci di cogliere, nelle visioni che abbiamo intorno a noi,

l’azione degli esseri dei mondi spirituali, delle gerarchie.

Così questa condizione, che ho ora descritto, cambia se impariamo a poco a poco a sentire:

gli esseri delle gerarchie agiscono nella nebbia che ci circonda, la rischiarano come il sole rischiara le nubi.

 

Portiamo con noi anche una certa quantità di ricordi delle esperienze precedenti la morte, che ci circondano come una nube, e con le quali dobbiamo divenir capaci di accogliere la luce delle altre gerarchie.

 

Oggi in generale quasi ogni uomo è incline ad abbandonarsi agli influssi, alle azioni delle gerarchie superiori.

Nel nostro tempo, cioè, chi muore ed entra nel mondo spirituale

arriva a far sì che la sua nebbia di visioni sia illuminata dalle gerarchie.

 

Ma questo operare delle gerarchie, che si svolge nel corso del tempo, questo portare luce, si modifica progressivamente, in modo da farci sentire come poco a poco, nell’irrompere della luce delle alte gerarchie, la nostra coscienza venga sempre di più attutita, come il conservare la coscienza dipenda da ben determinate cose precedenti la morte.

Così, per esempio, si oscura più facilmente la coscienza di chi sia stato immorale per costituzione d’animo.

La cosa più importante è passare attraverso la morte con forze morali,

perché la coscienza morale mantiene aperta la nostra anima alla luce delle gerarchie.

 

Negli ultimi tempi mi fu possibile cercare, al di là della soglia della morte, uomini con una costituzione morale, come anche altri con una costituzione immorale, e sempre risultava che i primi conservavano dopo la morte una coscienza chiara e luminosa, gli altri decadevano in una specie di oscuro crepuscolo della coscienza.

Ci si può certo domandare: che danno comporta se dopo la morte si giunge ad una specie di sonno della coscienza? Allora non si dovrà soffrire e si sfuggiranno le conseguenze della propria immoralità.

 

Questa non è però una valida obiezione, perché come conseguenza dell’immoralità

l’oscuramento della coscienza è legato a un terribile stato di angoscia.

Dopo la morte non c’è stato di angoscia paragonabile all’oscuramento della coscienza.

 

Più tardi, trascorso un certo tempo dopo la morte, si fa ancora un’altra esperienza: viene fatta una distinzione fra i diversi tipi di uomini; in un secondo periodo oltre all’atteggiamento morale viene preso in considerazione quello religioso delle anime e risulta come un fatto, di fronte al quale non si può obiettare, che

chi manca di idee religiose sperimenta di conseguenza un oscuramento della coscienza.

 

Non si può evitare l’impressione che suscita la ricerca su uomini che ebbero solo idee materialistiche, e cioè che in realtà dopo la morte essi sentono ben presto la loro coscienza perdersi, spegnersi. Tutto ciò testimonia a sfavore dell’effetto sull’uomo di una visione materialistica che, per quanto plausibile, non è positiva per l’evoluzione umana dopo la morte.

 

Così ho descritto due epoche della vita umana dopo la morte:

• una in cui giocano un ruolo importante le idee morali,

• un’altra in cui questo ruolo lo hanno le idee religiose.

 

Poi ve n’è una terza che produrrebbe in ogni essere umano un oscuramento della coscienza,

se non ci fossero certe leggi cosmiche che lo impediscono.

Indagando su questa terza epoca va tenuta presente l’evoluzione di tutta l’umanità attraverso i diversi cicli di sviluppo.

 

• Attraverso ciò che acquisirono sulla Terra, gli uomini delle epoche precristiane non potevano ottenere

ciò che avrebbe conservato loro la coscienza nella terza epoca dopo la morte.

• Che nei tempi precristiani si avesse tuttavia una coscienza durante tale epoca,

era possibile perché ai primordi della Terra venivano date all’uomo forze spirituali

che consentivano all’anima di conservare la coscienza nella terza epoca dopo la morte.

 

Questa eredità, che gli uomini avevano dai primordi della Terra, veniva custodita grazie alle sagge disposizioni adottate dalle guide iniziatiche. Va tenuto presente che a quel tempo tutti i diversi popoli della Terra ricevettero l’influsso delle sedi iniziatiche. Vi erano centinaia di vie lungo le quali scorreva vita spirituale dai misteri nella vita dei popoli.

Tali impulsi divennero sempre più deboli, quanto più l’evoluzione dell’umanità si avvicinava al mistero del Golgota.

 

Una prova storica che quegli impulsi andavano indebolendosi si trova ad esempio nella comparsa del grande Buddha nei tempi precristiani. Considerando con serietà l’insegnamento del Buddha, non vi si troverà alcun reale accenno all’essere del mondo spirituale. Infatti l’indicazione per il mondo spirituale contenuta nell’insegnamento del nirvana, è in negativo.

Il Buddha richiedeva sì che chi voleva salire al mondo spirituale si rendesse libero dai lacci del mondo fisico; ma in tutto il suo insegnamento non si trova alcuna precisa descrizione del mondo spirituale quale, in precedenza, veniva data ad esempio nella dottrina brahminica che disponeva ancora dell’eredità dei tempi antichi. Va sempre tenuto presente che i fatti ora menzionati giunsero ad espressione nei diversi popoli fino al tempo in cui i Greci ebbero colto il significato del mistero del Golgota.

 

Nel periodo greco dell’evoluzione si andò oscurando la coscienza fra morte e nuova nascita;

per questo il Greco, che ne era consapevole, percepiva il soggiorno nel mondo spirituale come qualcosa di oscuro.

• Il mondo spirituale era per lui un mondo di ombre.

• Tutta la bellezza, l’arte ed anche l’armonico ordinamento del mondo poteva conquistarli con le sue forze,

ma non poteva conquistare nel mondo fisico ciò che gli avrebbe dato una luce nella terza epoca fra morte e rinascita.

 

Tutto questo è legato al ciclo storico che si stava avviando con la civiltà greca, in cui l’antico retaggio spirituale si sarebbe esaurito e l’uomo, con le proprie forze, non sarebbe riuscito a conquistarsi nel mondo fisico ciò che poteva restargli oltre la morte, consentendogli così di penetrare nel mondo spirituale con la coscienza che ho descritto.

Proprio in quel momento dell’evoluzione cosmica doveva dunque compiersi qualcosa di molto particolare: doveva avvicinarsi all’uomo dall’esterno l’impulso che gli avrebbe dato la coscienza nel periodo dopo la morte di cui abbiamo appena parlato.

L’umanità aveva perso la capacità di trarre dall’eredità antica la coscienza per il periodo centrale fra morte e nuova nascita. Poteva riacquistare la forza di essere cosciente volgendo lo sguardo a quanto era accaduto nel mistero del Golgota.

 

Dunque ciò che viene sperimentato nel periodo greco grazie al mistero del Golgota

rischiara nell’uomo la coscienza nel punto fra morte nuova nascita di cui si è parlato.

La comprensione del mistero del Golgota è impulso alla coscienza nel terzo periodo dopo la morte.

 

Guardando a questo punto del periodo greco-latino dell’evoluzione umana, possiamo dire:

• nella prima epoca dopo la morte è decisiva la disposizione morale dell’anima;

• per la seconda la disposizione religiosa;

• ma per la terza lo è la comprensione del mistero del Golgota.

A chi non l’aveva, si spegneva la coscienza nella terza epoca dopo la morte,

proprio come accadeva prima agli antichi Greci.

 

In realtà il mistero del Golgota significa la rinascita della coscienza umana

proprio nel tempo mediano fra morte e nuova nascita.

Quel che l’umanità aveva perso dell’antica eredità spirituale le viene restituito grazie a questo evento.

 

Le condizioni iniziali di vita dell’umanità resero necessaria la venuta del Cristo. Evolvendosi gli uomini vennero dotati di sempre nuove capacità. Nei primi tempi dell’evoluzione cristiana vi era essenzialmente il reale riallacciarsi al mistero del Golgota come era stato tramandato da coloro che vi avevano partecipato e che diffondevano ciò che si manifesta come forza di coscienza nella terza epoca dopo la morte.

 

Con l’ulteriore evoluzione delle capacità umane

diventa oggi necessario un legame nuovo con il mistero del Golgota e con il Cristo.

 

Volendo cogliere l’essenza più profonda dell’anima umana soprattutto nel nostro tempo, bisogna dirsi:

l’uomo oggi può giungere ad una certa esperienza del proprio io, ecco l’essenza più profonda della sua anima.

• In tempi precedenti non era possibile avvicinarsi all’io, come oggi.

• In una persona che bada solo all’esteriorità l’avvicinarsi all’io assume la forma del più crasso egoismo:

se ne trovano poi tutte le sfumature possibili fino al livello che potremmo chiamare dei filosofi.

 

Se si studiano i filosofi odierni, si troverà che hanno un solo punto d’appoggio, ed è quando parlano dell’io.

Quando nei tempi precristiani l’uomo tentava di conoscere il mondo,

andava verso l’apparenza esterna che gli si mostrava;

andava verso quel che era fuori di lui se voleva giungere ad una filosofia.

Oggi gli uomini entrano in se stessi e trovano un punto solido quando raggiungono l’io.

 

Vorrei citare qui, solo come esempio, il grande filosofo Fichte e il filosofo moderno Bergson, e ricordare come il loro pensiero raggiunga una certa serenità soltanto quando trova l’io. Cercando le ragioni di tale fenomeno vediamo come prima gli uomini non potessero giungere da soli ad una conoscenza dell’io che venne data loro nel periodo greco-latino tramite l’evento del Golgota.

 

Il Cristo ci diede la certezza che nell’anima vive una scintilla della divinità.

Continua a vivere in coloro che non sono diventati carne solo in senso fisico, ma in senso cristico.

Il che significa: essere diventati un io.

 

La possibilità di vedere la divinità in un individuo, vale a dire nel Cristo,

diviene sempre più remota per l’uomo di oggi sul piano fisico,

perché egli si involve sempre più nel suo io personale.

La capacità di vedere il Cristo si oscura perché l’uomo cerca in sé quella scintilla.

 

Abbiamo già assistito nel corso del secolo diciannovesimo al consolidarsi dell’immagine dell’io, alla « sdivinizzazione » della figura del Cristo e ad una concezione astratta del divino, che si manifestano nell’umanità intera. Ad esempio il filosofo tedesco David Friedrich Strauß sosteneva che non si deve considerare il Cristo un individuo storico, ma come l’elemento divino che percorre l’umanità tutta; così la scena della Resurrezione non sarebbe altro che ciò che si manifesta in tutta l’umanità: la resurrezione in essa dello spirito divino.

 

Per queste ragioni

• tanto più va smarrita una più profonda comprensione del mistero del Golgota,

• quanto più gli uomini cercano il divino in se stessi.

 

La tendenza del pensiero moderno va tutta verso l’affermare che il divino si riflette solo nell’uomo,

rendendo sempre più impossibile riconoscere che il divino si è incarnato in un essere umano.

Per la vita tra la morte e una nuova nascita ciò ha una conseguenza reale veramente enorme.

 

Se nel periodo greco-latino con le proprie forze l’uomo

non poteva conservare la coscienza nella terza epoca dopo la morte, ancora più difficile sarà nel nostro tempo

a causa dell’egoismo umano genericamente inteso, e anche di quello filosofico.

Oggi, in quella terza epoca, l’uomo si crea più impedimenti nella sua visione nebulosa,

in quella nube caliginosa che ho descritta, che non nel periodo greco-latino.

 

Esaminando così com’è l’evoluzione dell’umanità negli ultimi tempi, ci si deve dire:

• se Paolo ha pronunciato la frase: «Non io, ma il Cristo in me»,

• l’uomo di oggi afferma: io in me, e il Cristo per quel tanto che io posso ammettere.

Il Cristo deve valere solo per quel tanto che può essere ammesso dal giudizio, dal criterio dell’io.

 

Vi è però un solo mezzo nel nostro tempo

perché nel mondo spirituale, nella terza epoca dopo la morte, la coscienza rimanga chiara e desta,

ed è che dopo la morte si conservi in qualche misura la memoria, il ricordo della vita attuale.

 

Durante quel periodo ci dimenticheremmo di tutto quel che abbiamo vissuto sulla Terra,

se non potessimo ricordare qualcosa di ben preciso:

se sulla Terra abbiamo sperimentato e trovato un legame con il Cristo e il mistero del Golgota,

si generano in noi pensieri e forze che ci conservano la coscienza in quel tempo dopo la morte.

 

Vi è dunque la possibilità, nel punto che abbiamo indicato dopo la morte,

di ricordarsi ciò che si è imparato e capito qui sul mistero del Golgota.

• Se ci siamo conquistati rappresentazioni, sentimenti e percezioni connessi al mistero del Golgota,

dopo la morte potremo ricordare quelle percezioni ed anche altro che vi si riconnette.

• Vale a dire: la nostra coscienza, grazie all’aver acquisito sulla terra una comprensione del mistero del Golgota,

dopo la morte viene condotta al di là dell’abisso.

• Se ci siamo conquistati tale comprensione, da quel momento potremo cooperare nel terzo periodo

a riparare, partendo dai nostri ricordi, gli errori che portiamo nell’anima a causa del karma.

 

Ma se non abbiamo acquisito alcuna comprensione né del Cristo e del mistero del Golgota

né dell’assoluta profondità del detto: «Non io, ma il Cristo in me», si spegnerà in noi la coscienza

e quindi la possibilità di riparare il nostro karma;

allora dovrà essere assunto da altre potenze il compito di lavorare per correggere i nostri errori derivati.

 

Naturalmente ognuno viene all’esistenza attraverso una nuova nascita, ma l’essenziale è

• se la coscienza si sia spezzata   • oppure se si sia conservata oltre quel baratro.

 

Se giungiamo a quel punto dopo la morte con una conoscenza del mistero del Golgota,

possiamo volgerci indietro e ricordare che con tutta l’umanità proveniamo dal divino.

Allora si sperimenta anche che la nostra coscienza viene salvata

grazie alla conoscenza del mistero del Golgota prima acquisita,

e che si edifica ulteriormente la coscienza potendo vedere lo spirito che ci si avvicina.

 

Se qui abbiamo acquistato una comprensione del mistero del Golgota giungiamo a quel punto del terzo periodo dopo la morte a poter ricordare e dirci: siamo nati dallo spirito, Ex Deo nascimur.

Posso dire: mai sente chi è avanzato fino a un certo grado d’iniziazione la verità delle parole: «Sono nato dallo spirito divino» così fortemente come quando si trova nel punto che abbiamo descritto. In quell’istante se lo dice ogni anima che abbia compreso il mistero del Golgota. Si sperimenta il significato del motto: Ex Deo nascimur, solo sapendo che può venir sperimentato nel suo più profondo significato, al suo apice nel punto a cui si giungerà a metà della vita tra morte e nuova nascita.

 

Conoscendo queste cose con obiettività, si dovrebbe augurare alla nostra epoca che sempre più uomini capiscano come in fondo possa oggi esser conosciuto il senso più alto di quella frase solo nel modo che è stato descritto. Se grazie al movimento spirituale rosicruciano è diventata nostro motto, è perché dà alle anime l’impulso per ciò che deve vivere in esse fra morte e nuova nascita.

 

Sarebbe facile considerare la mia esposizione come preconcetta a beneficio della visione cristiana della vita. Se vi fosse in questo senso una sorta di pregiudizio favorevole alla religione cristiana confessionale, sarebbe davvero non antroposofico. Nell’ambito della scienza dello spirito ci poniamo in modo obiettivo di fronte alle religioni e le studiamo tutte con eguale simpatia. Quello che si è messo in risalto riguardo al mistero del Golgota non ha nulla a che fare con il Cristo delle confessioni, ma è un oggettivo fatto occulto. Si è rimproverato al movimento spirituale occidentale che cose come quelle ora dette scaturiscano da un preconcetto a favore del cristianesimo nei confronti delle altre religioni.

Qui si dà un posto al mistero del Golgota come in qualsiasi scienza lo si dà a fatti constatabili. Dire che non si dovrebbe presentare il mistero del Golgota nella sua unicità per l’evoluzione umana perché le altre religioni non lo possono riconoscere così, per le ragioni che dirò, è un grosso equivoco.

 

Prendiamo in esame il fatto che da un lato vi sono i libri sacri dell’antica religione indiana e dall’altro la concezione occidentale del mondo. In occidente oggi si insegna la visione copernicana del mondo e nessuno vi trova da eccepire, benché essa non sia compresa negli antichi libri religiosi indiani. Come non si potrebbe mai proibire questo insegnamento perché non è nei libri sacri indiani, così non si può impedire l’insegnamento sul mistero del Golgota per la ragione che non è compreso nei libri sacri indiani.

Si può quindi desumere quanto sia infondato il rimprovero che la caratterizzazione data qui del mistero del Golgota esprima una predilezione per il cristianesimo; essa esprime soltanto l’accertamento di un fatto obiettivo. Se mi si domanda perché non mi sia mai ritirato di un passo in relazione all’importanza dell’evento del Golgota, posso rispondere proprio con l’esposizione odierna.

 

Noi non coltiviamo la scienza dello spirito spinti da curiosità o solo da astratta sete di sapere, ma al contrario, per dare all’anima il necessario nutrimento, e con la conoscenza del mistero del Golgota le diamo la possibilità di sviluppare in sé sensazioni e modi di sentire di cui ha assoluto bisogno per superare l’abisso descritto fra morte e nuova nascita.

 

Chi comprende che l’anima nella terza epoca fra morte e nuova nascita

potrebbe subire la perdita della coscienza, tanto grave per tutto l’avvenire dell’uomo,

cercherà ogni occasione per avvicinare umanità al mistero del Golgota.

• Per questa ragione la comprensione del mistero del Golgota

fa parte proprio delle cose essenziali che dobbiamo imparare a capire attraverso la scienza dello spirito.

 

Quanto più progrediremo nel nostro tempo, tanto più le diverse religioni del mondo verranno spinte ad accettare i fatti di cui oggi si è parlato. Verrà un tempo in cui il seguace della religione cinese, buddista o brahminica riterrà il mistero del Golgota tanto poco contrario alla propria religione quanto il sistema copernicano. Verrà anzi considerata una forma di egoismo religioso se nelle religioni non cristiane ci si opporrà all’ammissione di questi fatti.

In questo modo, volendo esaminare le condizioni fra morte e nuova nascita, siamo giunti al mistero del Golgota.

 

Nel tempo di una conferenza si possono dare soltanto accenni su temi come quelli oggi trattati. Volevo almeno indicare alcuni risultati che si sono schiusi alle mie ultime ricerche.

Poiché la prossima conferenza sarà in relazione con quella di oggi, probabilmente faremo una breve sintesi di quanto detto, per poi passare ad una esposizione più ampia.

 

 

By | 2018-09-20T14:38:23+02:00 Settembre 19th, 2018|RICERCHE OCCULTE|Commenti disabilitati su 01 – RICERCHE SULLA VITA TRA MORTE E NUOVA NASCITA – I