/////SCIENZA DELLO SPIRITO E PROBLEMA SOCIALE (APPENDICE)

SCIENZA DELLO SPIRITO E PROBLEMA SOCIALE (APPENDICE)

Scienza dello spirito e problema sociale

O.O. 23 – I punti essenziali della questione sociale – (Appendice)


 

1. Chi oggi si guardi intorno nel mondo, vede dappertutto farsi avanti con forza il cosiddetto “problema sociale”. Chi prenda la vita con serietà deve per forza farsi pensieri in proposito. Gli dovrà allora apparire del tutto naturale che il modo di pensare che collocò fra i suoi compiti i massimi ideali dell’umanità, deve in qualche modo trovare un accordo con le esigenze sociali. La scienza dello spirito vuole appunto essere per il presente un tale modo di pensare. Di conseguenza è solo naturale che ci si occupi di un tale accordo.

 

2. Di primo acchito si può avere l’impressione che la scienza dello spirito non abbia da dire niente di speciale in questa direzione. Si vedrà come sua caratteristica preminente l’interiorizzazione della vita dell’anima e il risvegliare la visione per un mondo spirituale. Persino coloro che abbiano anche solo superficialmente preso conoscenza delle idee esposte da oratori o scrittori orientati secondo la scienza dello spirito, dovranno spassionatamente riconoscere queste tendenze. Più difficile è invece vedere che queste tendenze hanno oggi un’importanza pratica. Specialmente non risulterà evidente il loro nesso col problema sociale. Molti si chiederanno in che cosa possa migliorare le distorsioni sociali una dottrina che si occupa di “reincarnazione”, di “karma”, di “mondo spirituale”, di “formazione dell’uomo” e di altri problemi del genere. Una simile direzione di pensieri sembra volteggiare nella lontananza delle nuvole, lontana da ogni realtà, mentre ora ognuno avrebbe la necessità di concentrare tutti i suoi pensieri per fronteggiare i compiti posti dalla realtà terrena.

 

3. Fra tutte le diverse opinioni che oggi devono necessariamente presentarsi in merito alla scienza dello spirito, ne siano qui ricordate due. Una consiste nel vedere nella scienza dello spirito l’espressione di una fantasia sbrigliata. È del tutto naturale che esista un’opinione del genere, e per chi segue la scienza dello spirito non dovrebbe avere nulla di incomprensibile. Ogni discorso, tutto quanto si svolge attorno a lui procurando gioia e piacere, tutto gli può insegnare che per molti egli fa dei discorsi folli. A questo tipo di comprensione da parte del mondo che lo circonda, egli deve peraltro portare l’incondizionata sicurezza di essere sulla giusta via. Non potrebbe altrimenti mantenere la propria posizione, se non gli fosse chiaro il contrasto fra le sue idee e quelle di tanti altri appartenenti al mondo della cultura. Se ha la giusta sicurezza della sua convinzione, se ne conosce la verità e la portata, deve dirsi: “So benissimo che oggi posso essere considerato quasi un folle, e me ne è evidente il motivo; ma la verità deve agire, anche se è derisa e dileggiata; la sua azione non dipende dalle opinioni che se ne hanno, ma dal suo sicuro fondamento”.

 

4. L’altro giudizio in cui può incorrere la scienza dello spirito è che i suoi pensieri possono anche essere belli e soddisfacenti, ma che possono avere un valore solo per la vita interiore dell’anima, non per la lotta pratica della vita. Persino coloro che per l’appagamento dei loro bisogni spirituali richiedono l’alimento della scienza dello spirito, possono con facilità essere tentati di dirsi: “Certo però che questo mondo di pensieri non può dare alcun chiarimento in merito a come ci si possa avvicinare ai bisogni sociali e alle miserie materiali”. Proprio questa opinione riposa però su un totale misconoscimento dei fatti reali della vita e soprattutto su un malinteso, rispetto ai frutti del modo di pensare proveniente dalla scienza dello spirito.

 

5. Si chiede infatti quasi esclusivamente: che cosa insegna la scienza dello spirito? E come si può dimostrare quanto sostiene? Se ne cercano poi i frutti nel senso di soddisfazione che si può trarre dai suoi insegnamenti. Certo che questa sembra la cosa più naturale possibile. Bisogna innanzitutto avere un sentore per la verità delle affermazioni che ci si presentano. Ma il vero frutto della scienza dello spirito non va cercato in questo. Il vero frutto si mostra in effetti soltanto quando chi è orientato verso la scienza dello spirito si avvicina ai compiti della vita pratica. Il punto è vedere se la scienza dello spirito lo aiuta ad afferrare con comprensione quei compiti e a cercarne le vie e i mezzi per risolverli. Chi vuole agire nella vita deve innanzi tutto comprenderla. Questo è il nocciolo del problema. Fino a quando si rimane a chiedere che cosa insegna la scienza dello spirito, si può trovare il suo insegnamento troppo “alto” per la vita pratica. Se invece si indirizza la propria attenzione a vedere quale scuola di pensiero e di sentimento si sperimenta attraverso quegli insegnamenti, si cesserà di sollevare obiezioni del genere. Per quanto strano possa sembrare ad una concezione superficiale, è pur vero che i pensieri in apparenza ondeggianti sulle nuvole della scienza dello spirito formano la giusta visuale per una retta guida della vita quotidiana. Proprio in questo modo la scienza dello spirito affina la comprensione per le esigenze sociali, perché porta prima lo spirito alle luminose altezze del soprasensibile. E tanto è vero, quanto sembra una contraddizione.

 

6. Da un esempio si mostrerà che cosa s’intende. Negli ultimi tempi è stato pubblicato un libro interessantissimo: “Als Arbeiter in Amerika” (“In America come operaio”, K. Siegismund, Berlino). Ne è autore il Consigliere di Stato Kolb che ha trascorso mesi interi in America come semplice operaio. In tal modo ha acquisito giudizi sugli uomini e sulla vita che evidentemente non avrebbe potuto dargli il corso di studi a seguito del quale divenne Consigliere di Stato, e neppure le esperienze che avrà potuto acquisire nei posti che avrà occupato prima di diventare Consigliere di Stato. Dopo aver quindi occupato per anni posizioni di una certa responsabilità ed essersene poi ritirato, andò a vivere per breve tempo in un lontano Paese e lì apprese a conoscere la vita, tanto da scrivere nel suo libro questa frase apprezzabile: “Quanto spesso, prima, vedendo un uomo sano chiedere l’elemosina mi dicevo con sdegno morale perché mai quel pezzente non andava a lavorare. Ora lo so! In teoria i problemi hanno tutt’altro aspetto che non in pratica, e a tavolino anche le questioni più antipatiche dell’economia sono trattate in modo del tutto sopportabile”. Qui però non devono sorgere malintesi. Va dato il più completo e intero riconoscimento a quest’uomo il quale è riuscito a togliersi da una comoda posizione sociale ed è andato a lavorare con fatica in una birreria e in una fabbrica di biciclette. Va innanzi tutto molto sottolineato il riconoscimento della sua azione, affinché non sorga l’opinione che l’uomo in questione è sottoposto a una critica sfavorevole. Per chi comunque vuol vedere, è senz’altro chiaro che tutte le scuole frequentate e la scienza studiata non gli hanno fornito alcun giudizio sulla vita. Si cerchi però di rendersi conto che cosa si è ammesso in tal modo: si può cioè apprendere tutto quanto oggi autorizza ad occupare posizioni direttive, e rimanere ugualmente lontanissimi dalla vita sulla quale si deve agire. Non è forse il caso paragonabile a qualcuno che dovrebbe essere istruito in una scuola qualsiasi a costruire ponti, e che poi, messo di fronte al compito di costruirne uno, risulta che non ne sa nulla? Eppure no, non è esattamente la stessa cosa. Chi si prepara male per la costruzione di ponti, mostrerà presto le sue manchevolezze di fronte alla pratica. Risulterà un incapace e sarà ovunque respinto. Chi invece si prepara male per agire nella vita sociale, non potrà mostrare altrettanto alla svelta le sue manchevolezze. Ponti mal costruiti crollano, e anche a chi è più parziale risulta chiaro che il costruttore era un incapace. Quel che invece si fa male nell’azione sociale appare soltanto perché la gente ne soffre. Non si vede altrettanto facilmente il nesso fra queste sofferenze e l’incapacità sociale, quanto fra il crollo di un ponte e il costruttore incapace.

 

7. «Benissimo – si dirà – ma che ha tutto questo a che fare con la scienza dello spirito? Crede forse il seguace della scienza dello spirito che le sue dottrine avrebbero fornito al Consigliere di Stato Kolb una migliore comprensione della vita? Che cosa gli sarebbe servito sapere qualcosa di “reincarnazione”, di “karma” o di “mondi soprasensibili”?». Certo nessuno vuol sostenere che le idee relative al sistema planetario e ai mondi superiori avrebbero potuto impedire al nominato Consigliere di dover ammettere “che a tavolino anche le questioni più antipatiche dell’economia sono trattate in modo del tutto sopportabile”. Come Lessing in un caso specifico, il seguace della scienza dello spirito può ora rispondere: «Io sono questo “nessuno”, e appunto lo affermo». Naturalmente la cosa non va intesa nel senso che la dottrina della reincarnazione o la conoscenza del karma possano far agire in modo socialmente giusto. Sarebbe naturalmente ingenuo. Non è che quelli destinati a diventare Consiglieri di Stato siano da indirizzare alla Dottrina segreta della Blavatsky invece che ai luminari delle diverse Università. Il problema è se una teoria economica elaborata da un seguace della scienza dello spirito possa essere tale che, ben elaborata a tavolino, sia anche valida per la vita reale. Ed essa appunto lo sarebbe. Quando una teoria non è valida per la vita? Quando deriva da un pensare che non è stato educato per la vita. Ora però gli insegnamenti della scienza dello spirito corrispondono alle vere leggi della vita, come la dottrina dell’elettricità corrisponde a quella applicata in una fabbrica di apparecchi elettrici. Chi vuole impiantare una fabbrica del genere, deve prima imparare la vera dottrina dell’elettricità, così come chi vuol agire nella vita deve prima imparare a conoscere le leggi della vita. E se in apparenza le conoscenze della scienza dello spirito sono lontane dalla vita, in verità esse le sono vicine. A uno sguardo superficiale sembrano estranee al mondo; a una vera comprensione spiegano la vita. Non ci si ritira nei “circoli della scienza dello spirito” per semplice curiosità ad ascoltare le più diverse “interessanti” informazioni sui mondi dell’aldilà, ma si educa il proprio pensare, sentire e volere in base alle “eterne leggi dell’esistenza” per uscire poi nella vita e comprenderla in una chiara visione. Gli insegnamenti della scienza dello spirito sono una via diversa per arrivare a pensieri, giudizi e sentimenti pieni di vita. Il movimento proveniente dalla scienza dello spirito sarà sui suoi giusti binari solo quando questo sarà completamente inteso. Un giusto agire scaturisce da un giusto pensare; un agire non giusto scaturisce da un pensare involuto o dalla mancanza di pensieri.

Chi in generale vuol credere che si possa agire bene in campo sociale, deve ammettere che tale agire bene dipende dalle capacità umane. Elaborare le idee della scienza dello spirito significa potenziare le facoltà per l’agire sociale. In questo senso il punto non è soltanto vedere quali pensieri si acquisiscono attraverso la scienza dello spirito, ma che cosa si fa del proprio pensare attraverso di esse.

 

8. Certo si deve ammettere che nell’ambito di chi si dedica alla scienza dello spirito non si rileva del suo lavoro in questa direzione. Altrettanto poco si può negare che appunto perciò chi è lontano dalla scienza dello spirito ha ancora tutte le ragioni per dubitare di quanto si è asserito. D’altra parte non si può tralasciare di osservare che il movimento della scienza dello spirito, nella sua accezione attuale, è solo all’inizio della sua attività. Il suo passo successivo consisterà nell’inserirsi in tutti i settori pratici della vita. Così per esempio per il “problema sociale” si vedrà che al posto di teorie “con le quali a tavolino si può bene pontificare” ne sorgeranno altre che renderanno capaci di giudicare la vita senza pregiudizi e daranno alla volontà l’indirizzo per un agire dal quale deriverà salvezza e benedizione per il prossimo. Alcuni diranno che proprio nel caso di Kolb si mostra che il rinvio alla scienza dello spirito è superfluo. Basterebbe che la gente, nel prepararsi a una qualsiasi professione, non imparasse teorie solo a tavolino, ma che le adeguasse alla vita; che accanto a indicazioni teoriche ne ricevesse anche di pratiche. Appena infatti Kolb osservò la vita gli bastò quello che aveva imparato per giungere ad un’opinione differente da quella che aveva in precedenza.

 

9. No, non basta, perché la manchevolezza è più profonda. “Se qualcuno vede che con una preparazione insufficiente riesce a costruire solo ponti che crollano, è ancora ben lontano dall’aver acquisito la capacità di costruirne che non crollino. Allo scopo, deve prima raggiungere una vera preparazione adatta. Di certo non è sufficiente osservare solo le condizioni sociali, avendo magari teorie inadeguate sulle leggi basilari della vita, così come non basterà di fronte a un disoccupato non dire più: “Perché mai quel pezzente non lavora?”. Comprendendo in base alle condizioni sociali il motivo per cui quel tale non lavora, si impara forse come vanno strutturate tali condizioni sociali a vantaggio degli uomini? Senza dubbio tutte le persone di buona volontà che hanno avanzato i loro piani per il miglioramento del destino umano non giudicavano come il consigliere Kolb prima del suo viaggio in America. Anche prima di quel viaggio erano ben convinte che non tutti coloro a cui vanno male le cose siano da giudicare in base alla frase: “Perché mai non lavora quel pezzente?”. Ma sono per questo fruttuose le loro proposte di riforma? No, né possono esserlo, già per la ragione che si contraddicono fra loro. Si avrà di conseguenza il diritto di dire che anche i piani positivi di riforma del consigliere Kolb, dopo la sua conversione, non possono avere una speciale efficacia. L’errore del nostro tempo a questo proposito è che ognuno si considera capace di comprendere la vita, anche se non si è impegnato a lavorare in base alle leggi fondamentali della vita, anche se prima non ha educato il suo pensare a vederne le vere forze. La scienza dello spirito è invece una scuola per un sano giudizio sulla vita, perché va alle sue radici. Non serve a nulla vedere che le relazioni sociali portano l’uomo a condizioni sfavorevoli di vita nelle quali egli perisce: occorre imparare a conoscere le forze mediante le quali si possano instaurare condizioni migliori. Proprio questo non possono fare i nostri esperti economisti per una ragione analoga per cui chi non conosce le tabelline non può fare calcoli; lo si metta di fronte a tutte le cifre che si vuole: lo sgranarvi gli occhi sopra non gli servirà a nulla. Allo stesso modo si ponga davanti alla realtà qualcuno il cui pensare nulla comprende della forza di base della vita sociale: potrà descrivere con molta efficacia quanto vede: ma non potrà stabilire come si intrecciano le forze sociali per il bene o per il male degli uomini.

 

10. Oggi è necessaria una concezione della vita che conduca alle sue vere sorgenti.

La scienza dello spirito può essere una tale concezione della vita. Andremo avanti, se tutti coloro che intendono formarsi un’opinione su quanto è socialmente necessario vorranno prima passare attraverso gli insegnamenti di vita della scienza dello spirito. L’attuale obiezione che chi si dedica alla scienza dello spirito “parla” soltanto e non “agisce”, vale tanto poco quanto l’altra che anche le opinioni della scienza dello spirito non sono state ancora sperimentate, e che quindi possono forse rivelarsi grigia teoria come l’economia del signor Kolb. La prima obiezione non vale, perché nella natura non si può “agire”, se sono sbarrate le vie all’azione. Se anche un conoscitore dell’anima sa molto bene cosa dovrebbe fare un padre per l’educazione di suo figlio, egli non potrà comunque “agire” se il padre non gli affida quel compito. In tal senso occorrerà attendere con pazienza fino a che il “parlare” di chi lavora alla scienza dello spirito avrà fatto capire i problemi a chi ha il potere di “agire”. Il che avverrà. L’altra obiezione non è meno irrilevante, e può essere fatta solo da chi non conosce l’essenza delle verità della scienza dello spirito. Chi le conosce sa che queste non sorgono come qualcosa che si “sperimenta”. Le leggi della salvezza umana sono cioè altrettanto sicuramente inserite nel fondo dell’anima umana, quanto lo è la tavola pitagorica. Occorre solo discendere abbastanza profondamente nell’anima umana. Certo si può rendere evidente quanto è inciso nell’anima, così come si può rendere visibile che due per due fa quattro mettendo quattro fagioli di due gruppi, vicini fra loro. Ma chi vuole veramente affermare che la verità del due per due uguale a quattro debba essere prima “provata” coi fagioli? In effetti avviene che chi dubita delle verità della scienza dello spirito non le ha ancora “riconosciute”, esattamente come potrebbe dubitare che due per due fa quattro chi non lo avesse ancora riconosciuto. Anche se i due fatti si distinguono molto fra loro, perché l’ultimo è semplice e il primo complicato, pure la somiglianza esiste. Peraltro non la si può afferrare finché non si entra di persona nella scienza dello spirito. Per questo non si può dare alcuna “prova” di questo fatto a chi non conosce la scienza dello spirito. Si può dire soltanto: “Imparate prima a conoscere la scienza dello spirito e vi sarà chiaro tutto il problema”.

 

11. L’importante compito della scienza dello spirito nel nostro tempo si mostrerà quando essa sarà diventata un fermento per tutta la vita. Fino a quando questa via non potrà ancora essere percorsa nella vita nel pieno senso della parola, chi è orientato verso la scienza dello spirito è solo all’inizio della sua attività. E fino ad allora dovrà anche sentire il rimprovero che i suoi insegnamenti sono estranei alla vita. Certo, lo sono, ma come la ferrovia era estranea a una vita che considerava soltanto la diligenza “vera vita”. La scienza dello spirito è estranea alla vita, come il futuro è estraneo al passato.

 

12. Qui di seguito ci si addentrerà in alcuni particolari della relazione fra scienza dello spirito e problema sociale.

 

13. Sul problema sociale due sono le opinioni in contrasto. La prima attribuisce maggiormente agli uomini le cause del bene e del male della vita sociale, la seconda soprattutto alle strutture in cui gli uomini vivono. I rappresentanti della prima opinione vorrebbero promuovere il progresso cercando di elevare le capacità spirituali e fisiche degli uomini e i loro sentimenti morali; chi invece propende per la seconda opinione pensa soprattutto di elevare le condizioni di vita, perché si dice che se gli uomini potessero vivere sufficientemente bene, anche le loro capacità e la loro sensibilità morale sarebbe automaticamente portata a un livello superiore. Non si può certo negare che oggi è questa seconda opinione a guadagnare sempre più terreno. In molti ambienti dare ancora importanza alla prima opinione è considerato espressione di un modo arretrato di pensare. Viene detto che chi dalla mattina presto fino alla sera tardi deve combattere contro la più amara miseria non può progredire nello sviluppo delle sue forze spirituali e morali. Prima di parlargli di problemi spirituali, gli si dia il pane.

 

14. Quest’ultima affermazione diventa facilmente un rimprovero specialmente di fronte a una corrente come quella della scienza dello spirito. E chi fa tali rimproveri non è certo fra i peggiori nel nostro tempo; può anche dire: “Il puro teosofo scende a malincuore dai piani devachanici e karmici a quello terreno. Impara piuttosto dieci parole di sanscrito, prima di informarsi che cosa sia la rendita di posizione”. Così si legge in un libro interessante, pubblicato da poco: “Die kulturelle Lage Europas beim. Wiedererwachen des modernen Ohkultismus” (La posizione culturale europea di fronte al risveglio dell’occultismo moderno) di G.L. Dankmar (Lipsia 1905).

 

15. È comprensibile che il rimprovero sia sollevato. Si fa rilevare che nel nostro tempo famiglie di otto persone sono spesso stipate in un solo vano, che vi manca perfino aria e luce, che i bambini sono mandati a scuola in uno stato tale da crollare per la debolezza e la fame. Ci si chiede poi se chi si preoccupa del progresso delle masse non deve tendere con tutte le sue forze a portare aiuto in queste situazioni. Invece di indirizzare i suoi pensieri alle conoscenze dei mondi spirituali, egli dovrebbe chiedersi come sia possibile elevare le condizioni di miseria sociale. “Scenda la teosofia dal suo gelido isolamento, scenda fra gli uomini, fra il popolo; metta con serietà e verità in cima al suo programma l’esigenza etica della generale fraternità e agisca in conformità, senza preoccuparsi di tutte le conseguenze; faccia diventare azione sociale la parola di Cristo relativa all’amore per il prossimo, ed essa diventerà e rimarrà prezioso e valido bene dell’umanità”. Così dice più avanti il libro citato.

 

16. Chi fa questo rimprovero contro la scienza dello spirito ha le migliori intenzioni. Gli va persino riconosciuto di aver ragione nei confronti di molti che si occupano degli insegnamenti provenienti dalla scienza dello spirito. Senza dubbio fra questi ultimi ve ne sono alcuni che vogliono occuparsi solo dei propri bisogni spirituali, che vogliono solo sapere qualcosa della “vita superiore”, del destino dell’anima dopo la morte, e così via. Di certo poi non si ha torto dicendo che al giorno d’oggi appare più necessario dedicarsi a un’azione comunitaria, alle virtù dell’amore per il prossimo e del benessere umano, invece di curare in solitudine estranea al mondo non si sa bene quali superiori facoltà assopite nell’anima. Chi anela soprattutto a ciò, potrebbe sembrare un uomo dall’egoismo più raffinato, ed il cui benessere animico sarebbe al di sopra delle comuni virtù umane. Viene anche fatto presente che per una corrente spirituale, qual è la scienza dello spirito, possono avere interesse soltanto persone benestanti che possono quindi dedicare il loro tempo a cose del genere. Chi invece deve muovere le sue mani dalla mattina alla sera per una paga miserabile non può essere nutrito, con belle parole relative a una generale unione fra gli uomini, ad una “vita superiore” o ad altre cose del genere.

 

È certo che nella direzione indicata anche da parte di chi segue la scienza dello spirito vi sono delle manchevolezze. È però altrettanto vero che una ben intesa vita basata sulla scienza dello spirito deve condurre anche il singolo individuo alle virtù del lavoro altruistico e dell’azione svolta a favore della collettività. In ogni caso la scienza dello spirito non può impedire a nessuno di essere una brava persona, come lo sono altri che nulla sanno della scienza dello spirito e che non ne vogliono sapere.

 

17. Tutto questo non tocca però assolutamente il punto più importante in merito al problema sociale. Per arrivarvi è senz’altro necessario più di quanto vogliono ammettere gli avversari della scienza dello spirito. Agli avversari deve essere senz’altro riconosciuto che molto si può raggiungere con i mezzi proposti da diverse parti per il miglioramento delle condizioni sociali umane. Un partito vuole una cosa, un altro un’altra. A chi pensa con chiarezza, alcune richieste dei partiti si rivelano presto come chimere; altre invece contengono di certo anche il nocciolo della questione.

 

18. Owen, vissuto dal 1771 al 1858 e certamente uno dei più nobili riformatori sociali, faceva sempre rilevare che l’uomo è determinato dall’ambiente in cui cresce, che il carattere dell’individuo non è formato dall’individuo stesso, ma dalle condizioni di vita nelle quali cresce. Non si vuole ora contestare quel che vi è di luminosamente giusto nelle affermazioni citate. Ancor meno esse vanno liquidate con una sprezzante alzata di spalle, malgrado siano più o meno ovvie. Va piuttosto senz’altro ammesso che molte cose andrebbero meglio se nella vita pubblica ci si conformasse a queste conoscenze. Quindi anche la scienza dello spirito non impedirà a nessuno di partecipare alle opere tese al progresso umano che, nel senso delle dette conoscenze, vogliono favorire un migliore destino per le classi oppresse e bisognose.

 

19. La scienza dello spirito deve invece andare più in profondità. Un progresso radicale non può più in effetti essere ottenuto con tutti quei mezzi. Chi non lo ammette non ha mai avuto chiaro da dove provengono le condizioni di vita in cui la gente è. In altre parole, anche se la vita dell’uomo dipende da tali condizioni, tali condizioni sono determinate da uomini. Altrimenti chi mai prende le misure grazie alle quali uno è povero e l’altro è ricco? Appunto altri uomini. La situazione di fatto non cambia per la circostanza che questi “altri uomini” abbiano vissuto prima di quelli che ora prosperano o non prosperano nelle condizioni attuali. Per le condizioni sociali le sofferenze che la natura stessa procura all’uomo vanno considerate solo indirettamente. Tali sofferenze devono appunto essere alleviate o addirittura eliminate a seguito dell’azione umana. Se non avviene quanto è necessario in questa direzione è perché manca qualcosa nelle istituzioni umane. Il riconoscere questi fatti di base insegna che tutto il male, del quale si può giustamente parlare in una prospettiva sociale, deriva anche dalle azioni umane. In questo senso non è il singolo l’“artefice del proprio destino”, ma di certo tutta l’umanità.

 

20. Quanto certo è questo, altrettanto vero è che in generale nessuna parte rilevante dell’umanità, nessuna casta o classe determina per cattiva intenzione le sofferenze di un’altra parte. Tutto quanto si sostiene a questo proposito si basa semplicemente su mancanza di comprensione. Malgrado sia questa una verità ovvia, pure essa deve essere espressa, perché se anche queste cose sono facili da comprendere con l’intelletto, pure nella vita pratica non ci si comporta di conseguenza. Ad ogni sfruttatore dei suoi simili sarebbe naturalmente più gradito se le vittime del suo sfruttamento non dovessero soffrirne. Si farebbero progressi se questo non fosse soltanto considerato ovvio, ma se vi si adeguassero le proprie sensazioni e i propri sentimenti. Ma che cosa si deve fare sulla base di queste affermazioni? Così obietterà senza dubbio qualche “pensatore sociale”. Deve forse lo sfruttato porsi di fronte allo sfruttatore con sentimenti benevoli? Non è fin troppo comprensibile se il primo odia il secondo e se dal suo odio è portato alla sua posizione partitica? Sarebbe davvero una cattiva ricetta – così si obietta ancora – se l’oppresso esortasse all’amore fra gli uomini di fronte all’oppressore, più o meno nel senso della massima del grande Buddha: “L’odio non è superato dall’odio, ma solo dall’amore”.

 

21. Eppure solo la conoscenza proveniente da questo atteggiamento porta oggi ad uno specifico “pensiero sociale”. E qui appunto interviene la disposizione d’animo proveniente dalla scienza dello spirito. Questa disposizione d’animo non può fermarsi a una comprensione superficiale, ma deve penetrare in profondità. Di conseguenza non può limitarsi a mostrare che a seguito di questa o quella condizione si genera miseria, ma deve arrivare alla sola conoscenza feconda grazie alla quale tali condizioni furono e sono di continuo create. Rispetto a questi profondi problemi, quasi tutte le teorie sociali si dimostrano appunto soltanto come “grigie teorie”, se non addirittura come semplici frasi.

 

22. Finché si resta col proprio pensiero in superficie, si ascriverà in genere un potere del tutto falso alle condizioni delle circostanze esteriori. Infatti le condizioni della vita sono solo l’espressione di una vita interiore. Così come comprende il corpo umano solo chi sa che esso è l’espressione dell’anima, allo stesso modo nella vita può giudicare rettamente le strutture esteriori solo chi ha chiaro che quelle null’altro sono se non creazioni di anime umane che vi incarnano le loro sensazioni, i loro atteggiamenti e i loro pensieri. Le condizioni in cui si vive sono create dagli uomini, e non si creerà mai nulla di meglio se non si partirà da altri pensieri, atteggiamenti e sensazioni, diversi da quelli avuti dai creatori di queste condizioni.

 

23. Consideriamo queste cose nei particolari. In apparenza sembrerà facilmente un oppressore chi conduce una vita sfarzosa, chi viaggia con le sue comodità e così via. Come oppresso apparirà chi veste male e deve viaggiare pigiato in seconda classe. Non è necessario essere senza cuore reazionario o qualcosa del genere per afferrare con chiari pensieri quanto segue. Nessuno è oppresso o sfruttato se io porto questo o un altro vestito, ma solo se pago troppo poco l’operaio che confeziona l’abito per me. Il povero operaio che acquista il brutto vestito per pochi soldi, nel senso indicato e rispetto agli altri, è esattamente nella stessa posizione del ricco che si fa confezionare il vestito migliore: che io sia ricco o povero, sono uno sfruttatore se acquisto cose pagandole troppo poco. In sostanza oggi nessuno dovrebbe chiamare oppressore qualsiasi altro, perché dovrebbe prima guardare se stesso. Facendolo scoprirà presto in sé anche l’oppressore. Il lavoro che tu devi fornire al ricco è forse fornito solo a lui in cambio di un misero salario? No, chi siede accanto a te lamentandosi come te dell’oppressore, si fornisce del lavoro delle tue mani esattamente alle stesse condizioni del ricco contro cui entrambi vi scagliate. Si rifletta sul problema e si troveranno altri appigli per un “pensiero sociale”, per altro diversi da quelli correnti.

 

23. Su questa strada di pensieri si dovrà innanzi tutto chiarire che i concetti di “ricco” e di “sfruttatore” vanno del tutto separati. Se oggi si è ricchi o poveri dipende dall’abilità propria o da quella dei propri antenati, o da tutt’altre circostanze. Ciò non c’entra col fatto che si sia sfruttatori della forza-lavoro di altri. O almeno non c’entra direttamente. C’entra invece moltissimo con dell’altro. E cioè col fatto che le nostre istituzioni o le condizioni nelle quali siamo inseriti sono costruite sul tornaconto personale. Occorre pensare molto chiaramente in proposito, altrimenti si giunge a una concezione del tutto distorta di quanto è detto. Se oggi compero un vestito, secondo le condizioni esistenti sembra naturalissimo che io lo acquisti al più buon mercato possibile. Vale a dire: tengo presente solo me stesso. Con questo è però indicata la prospettiva che domina tutta la nostra vita. Si potrà facilmente obiettare: forse che le persone e i partiti che pensano socialmente non tendono a eliminare questo inconveniente? Non si tende forse a proteggere il lavoro? Le classi lavoratrici e i loro rappresentanti non richiedono miglioramenti salariali e limitazioni di orari lavorativi? Già più sopra è stato detto che nella prospettiva del presente non va obiettato proprio nulla contro tali richieste e misure. Naturalmente con questo non si vuol togliere la parola a nessuna delle richieste dei partiti esistenti. Si vuole solo chiarire una diversa prospettiva; non è una presa di posizione contro i partiti, il che in ogni caso è al di fuori dell’impostazione della scienza dello spirito.

 

24. Si potranno introdurre ancora moltissimi miglioramenti a difesa della classe lavoratrice, e così contribuire di certo ad elevare le condizioni di vita di questo o di quel gruppo di persone, ma con questo non si sarà modificata l’essenza dello sfruttamento. Infatti lo sfruttamento dipende dalla circostanza che ognuno acquista i prodotti del lavoro altrui badando al proprio tornaconto. Che io abbia tanto o poco, se mi procuro quanto mi serve per soddisfare i miei interessi, l’altro dev’essere sfruttato. Se anche difendo il suo lavoro, conservando questo punto di vista faccio qualcosa solo in apparenza. Se pago più caro il lavoro di un altro, anch’egli dovrà pagare più caro il mio, se non si vuole ottenere una condizione peggiore dell’uno a seguito della condizione migliore dell’altro.

 

25. È bene chiarire il problema con un altro esempio. Se compro una fabbrica con lo scopo di guadagnare il più possibile, farò in modo di pagare i lavoratori il meno possibile, e così via. Tutto quanto avviene sarà nella prospettiva del tornaconto personale. Se invece compro la fabbrica nella prospettiva di trattare il meglio possibile duecento lavoratori, tutte le mie azioni assumeranno un’altra sfumatura. In pratica oggi il secondo caso non potrà distinguersi di certo molto dal primo. Ciò dipende soltanto dal fatto che un singolo altruista non può fare molto in una società tutta costruita sul tornaconto personale. Tutto diverso sarebbe il problema se il lavoro non fosse generalizzato in base a tornaconto personale.

 

26. Un pensatore pratico affermerebbe ovviamente che con le sole “buone intenzioni” nessuno potrebbe creare la possibilità di portare i suoi dipendenti a migliori condizioni salariali, perché con le buone intenzioni non si aumentano i ricavi per le proprie merci, senza di che non si potrebbero creare migliori condizioni per i dipendenti. Invece proprio qui va compreso che l’obiezione è del tutto errata. Tutti gli interessi e di conseguenza tutte le condizioni della vita si modificano se nel fare qualcosa non si ha presente se stessi, ma gli altri. A cosa deve badare qualcuno che può servire solo il proprio tornaconto? Appunto di acquisire il più possibile, e non può prendere in considerazione come gli altri debbano lavorare per soddisfare i suoi bisogni. Egli deve quindi indirizzare le sue forze nella lotta per l’esistenza. Se inizio un’impresa che deve procurare a me il più possibile, io non chiedo in che modo sono impegnate le forze-lavoro che operano per me. Se invece non io vado considerato, ma solo il problema di come il mio lavoro serva agli altri, allora tutto si modifica. Allora non ho più bisogno di intraprendere qualcosa che possa essere di danno per altri. Allora non pongo le mie forze al mio servizio, ma al servizio di altri. Il che ha per conseguenza un tutt’altro sviluppo delle forze e delle capacità degli uomini. Alla fine di questo scritto vedremo come ciò possa modificare praticamente le condizioni della vita.

 

27. In un certo senso Robert Owen può essere indicato come un genio dell’attività pratica sociale. Aveva due caratteristiche che possono giustificare appieno l’affermazione fatta: una saggia visione per strutture socialmente utili e un nobile amore per gli uomini. Basta soltanto considerare quello che egli organizzò grazie a quelle due capacità, per riconoscerne giustamente tutta l’importanza. A New Lanark creò un esemplare impianto industriale occupando gli operai in modo che non solo avessero un’esistenza materiale degna di uomini, ma che vivessero anche in condizioni morali soddisfacenti. Le persone che vi si riunirono erano in parte dedite al bere. Egli immise fra questi degli elementi migliori che col loro esempio agirono sui primi. Così si ebbero i risultati migliori possibili. Quel che in quel luogo ottenne Owen, rende impossibile metterlo sullo stesso piano di altri più o meno fantasiosi “miglioratori del mondo”, i cosiddetti utopisti. Egli si mantenne nei limiti di disposizioni praticamente eseguibili, delle quali anche chiunque negato ai sogni deve ammettere che comunque, in un certo campo limitato, esse eliminarono la miseria umana. Non è nemmeno un’utopia, volendone nutrire la speranza, pensare che quel campo limitato possa servire da esempio, e che da esso possa pian piano essere sollecitata una sana evoluzione del destino umano nella sfera sociale.

 

28. Owen stesso pensava in questo modo. Perciò osò un passo ulteriore lungo la via iniziata. Nel 1824 cominciò a creare nello Stato dell’Indiana, nell’America settentrionale, una specie di piccolo Stato pilota. Acquistò un’estensione di terreno su cui fondare una comunità umana costruita su libertà ed uguaglianza. Furono prese tutte le misure per rendere impossibili lo sfruttamento ed il servaggio. Chi si accinge a un compito del genere deve portare con sé le più belle virtù sociali: l’aspirazione a rendere felici i suoi simili, e la fede nella bontà della natura umana. Dev’essere dell’opinione che assicurando con misure idonee la benedizione del lavoro, nella natura umana si sviluppi in modo del tutto automatico il piacere di lavorare.

 

29. In Owen questa fede era tanto forte che sarebbero dovute intervenire esperienze davvero pessime per farvelo vacillare.

 

30. E le cattive esperienze si verificarono. Dopo lunghi e nobili sforzi, dovette giungere alla conclusione che “si dovrà sempre fallire nella realizzazione di colonie del genere, se prima non si saranno trasformati i costumi, e che avrebbe maggior valore agire teoricamente sull’umanità piuttosto che in pratica”. Questo riformatore sociale dovette giungere a tale conclusione per il fatto che vi era troppa gente senza voglia di lavorare, che voleva scaricare il lavoro sui propri simili; da qui seguirono litigi lotte e alla fine il fallimento della colonia.

 

30. L’esperienza di Owen può essere istruttiva per tutti coloro che davvero vogliano imparare. Essa può condurre da tutte le istituzioni, artificialmente pensate e create per la prosperità dell’umanità, ad un fecondo lavoro sociale che tenga conto della vera realtà.

 

31. Attraverso le sue esperienze Owen poté rettificare radicalmente la sua opinione che tutta la miseria umana provenga solo da “cattive istituzioni” in cui vive la gente, migliorando le quali la bontà della natura umana debba mostrarsi da sé. Dovette convincersi che le buone istituzioni possono essere conservate solo se gli uomini che vi partecipano sono per loro natura disposti a conservarle, se vi sono legati con calda partecipazione.

 

32. Si potrebbe ora credere che sia necessario preparare teoricamente gli uomini per i quali si vogliono creare nuove istituzioni, più o meno chiarendo loro la giustezza e l’efficacia delle misure da prendere. Per chi non abbia preconcetti non è difficile trarre le stesse conseguenze dalla posizione di Owen. Tuttavia si può giungere ad una vera esperienza pratica solo penetrando più profondamente la cosa. Da una bontà della natura umana meramente creduta, che trasse in inganno Owen, occorre arrivare a una vera conoscenza dell’uomo.

 

33. Tutta la chiarezza raggiungibile dagli sul fatto che ogni istituzione corrisponda allo scopo e possa portare l’umanità alla prosperità, non può alla lunga condurre alla meta desiderata, perché anche con un’impostazione del genere l’uomo non potrà acquisire gli impulsi interiori per il lavoro, se dall’altro lato restano validi in lui gli impulsi basati sull’egoismo. L’egoismo è comunque una parte della natura umana. Domina nei sentimenti dell’uomo, quando questi deve vivere e lavorare assieme ad altri nella società. Con una certa necessità questo porta che in pratica la maggior parte della gente considera migliore una struttura sociale attraverso cui il singolo possa soddisfare al meglio i propri bisogni. Sotto l’influenza dei sentimenti egoistici si pone così del tutto naturalmente il problema sociale in questa forma: quali strutture sociali vanno instaurate affinché ogni singolo possa avere per sé il ricavo del suo lavoro? Specialmente poi nel nostro tempo che pensa materialisticamente, solo pochi partono da altre premesse. Si sente ripetere come una verità evidente che sarebbe impossibile un ordinamento sociale che volesse costruirsi sull’amore e la partecipazione. umana. Si conta piuttosto sul fatto che complessivamente possa meglio prosperare una comunità umana in cui il singolo possa avere per sé “tutto” o almeno la maggior parte possibile del suo lavoro.

 

34. Proprio l’opposto insegna però l’occultismo poggiante su una più profonda conoscenza dell’uomo e del mondo. L’occultismo mostra appunto che tutta la miseria umana è semplicemente una conseguenza dell’egoismo, e che del tutto necessariamente in una comunità umana si instaurano al contempo ogni miseria e dolore, se la comunità stessa si basa in qualche modo sull’egoismo. Per comprenderlo occorrono per altro conoscenze più profonde di quelle che circolano sotto le insegne della scienza sociale. Questa scienza considera appunto solo il lato esteriore della vita umana, non invece le sue forze più profonde. È perfino difficilissimo risvegliare nella maggioranza degli uomini odierni anche solo un sentore del fatto che di tali forze più profonde si potrebbe parlare. Costoro considerano persona non pratica e dedita alla fantasia chi suggerisce in qualche modo cose del genere. In questa sede non si può neppure tentare di sviluppare una teoria sociale costruita sulle forze più profonde, perché allo scopo sarebbe necessaria un’opera esauriente. Solo una cosa si può dire: sulla base delle vere leggi della collaborazione umana si può mostrare quali sono le assennate riflessioni sociali risultanti a chi conosce quelle leggi. La piena comprensione del problema può essere acquisita solo da chi si conquista una concezione del mondo basata sull’occultismo. La rivista in cui appare questo articolo lavora appunto per render nota questa concezione del mondo. D’altra parte non è possibile attendersela da un singolo articolo sul “problema sociale”. Tutto quello che l’articolo può porsi come compito è di gettare luce su questo problema dal punto di vista dell’occultismo. Vi saranno persone che riconosceranno col sentimento nella sua giustezza ciò che è stato esposto molto brevemente e che questa volta non poteva essere presentato in modo più esauriente.

 

35. La fondamentale legge sociale che può essere indicata dall’occultismo è questa: “La salute di una comunità di uomini che lavorano insieme è tanto maggiore quanto meno il singolo ritiene per sé i ricavi delle proprie prestazioni, vale a dire quanto più di tali ricavi egli da’ ai suoi collaboratori, e quanto più i suoi bisogni non siano soddisfatti dalle proprie prestazioni, ma da quelle altrui ”. Tutte le istituzioni entro una comunità di uomini che contraddicono questa legge, alla lunga producono in qualche modo miseria e dolore. Così come ogni legge naturale vale per uno specifico campo della natura, allo stesso esclusivo e necessario modo questa legge fondamentale vale per la vita sociale. Non bisognerebbe però pensare che basti dar valore a questa legge in un senso genericamente morale, o che la si voglia più o meno trasformare nel senso che ognuno lavori al servizio dei propri simili. No, in realtà la legge vive come deve, solo se una comunità di uomini riesce a creare istituzioni tali che mai qualcuno possa trattenere per sé i frutti del suo lavoro, ma che questi frutti vadano a vantaggio della comunità, possibilmente senza residui. In cambio ognuno dovrebbe a sua volta essere mantenuto dal lavoro dei suoi simili. In altre parole, il punto è che lavorare per i propri simili e conseguire determinate entrate siano due cose del tutto distinte.

 

36. L’occultista non si fa alcuna illusione che la sedicente “gente pratica” si limiti a sorridere di un “idealismo da far rizzare i capelli”. Eppure la legge sopra citata è più pratica di qualsiasi altra che sia mai stata pensata o tradotta in realtà. Chi veramente studia la vita può trovare che ogni comunità umana esistente ora in qualche posto, o che sia mai esistita, ha due tipi di istituzioni. Le une corrispondono alla legge citata, le altre la contraddicono. Così è dappertutto, indipendentemente che gli uomini lo vogliano o no. Infatti ogni comunità decadrebbe immediatamente se il lavoro del singolo non fluisse nel tutto. L’egoismo umano però contrasta da sempre questa legge e cerca di trarre per il singolo possibilmente molto profitto dal suo lavoro. Proprio quanto per egoismo è stato in tal modo deviato ha avuto da sempre per conseguenza dolore e miseria. Ciò significa che sarà sempre verificabile come non pratica la parte di istituzioni umane introdotta dai “pratici” e basata sull’egoismo proprio o altrui.

 

37. Naturalmente il problema non consiste nel comprendere meramente la legge citata; la vera pratica comincia con la domanda: come la si può tradurre nella realtà? È chiaro che la legge non dice nient’altro che questo: il benessere umano è tanto maggiore, quanto minore è l’egoismo. Nel tradurla nella realtà va tenuto presente che si devono cercare uomini che possano trovare la via per uscire dall’egoismo. Il che è peraltro del tutto impossibile se la misura del bene e del male del singolo è determinata in base al suo lavoro. Chi lavora per sé deve cadere pian piano nell’egoismo. Solo chi lavora del tutto per gli altri può diventare a poco a poco un lavoratore non egoistico.

 

38. In proposito è però necessaria una premessa. Se qualcuno lavora per un altro, il primo deve trovare nell’altro il motivo per il suo lavoro; e se qualcuno deve lavorare per la comunità, egli deve sentire il valore, l’essenza e l’importanza della comunità stessa. Il che può avvenire solo se la comunità è qualcosa di diverso da una somma più o meno indistinta di singoli individui. La comunità dev’essere pervasa da un vero spirito a cui ognuno prenda parte. Dev’essere tale che ognuno si dica: è giusta, e io voglio che sia così La comunità deve avere una missione spirituale, e ogni singolo deve voler contribuire al compimento di quella missione. Tutte le indistinte ed astratte idee di progresso di cui di solito si parla non possono però costituire una missione nel senso indicato. Quando esistano solo queste, un singolo o un gruppo lavora qua o là, senza però vedere a che altro possa servire il suo lavoro se non che sia utile a sé, al suo gruppo o agli interessi a cui al momento si è legati. Lo spirito della comunità a cui si accennava deve essere vivente fino in ogni singolo.

 

39. Sempre il bene è prosperato dove in qualche modo esisteva una simile vita dello spirito comunitario. Il singolo cittadino di una città dell’antica Grecia, o anche quello di una città libera medioevale aveva almeno un oscuro sentimento di uno spirito comunitario del genere. Non è un’obiezione a questa osservazione che per esempio le istituzioni esistenti nell’antica Grecia erano possibili soltanto perché vi era una schiera di schiavi che eseguivano il lavoro per i “cittadini liberi” e che non erano spinti dallo spirito della comunità, ma dall’oppressione dei loro padroni. Da questo esempio si può solo apprendere che la vita umana è soggetta all’evoluzione. Oggi l’umanità è giunta a un gradino al quale è impossibile una soluzione dei problemi della società come quella che esisteva nell’antica Grecia. Anche ai più nobili greci la schiavitù non appariva come un’ingiustizia, ma come una necessità umana. Così per esempio anche il grande Platone potè presentare un ideale statale in cui lo spirito della comunità trovava il suo adempimento perché la maggioranza degli uomini dediti al lavoro vi era obbligata dai pochi spiriti eletti. Però il compito odierno è di portare gli uomini in una posizione tale che ogni singolo svolga il lavoro per la comunità partendo da un proprio impulso interiore.

 

40. Di conseguenza nessuno dovrebbe pensare di cercare una soluzione della questione sociale valida per tutti i tempi, ma soltanto pensare a come si deve conformare il proprio pensare e agire sociale, tenendo conto delle immediate necessità del presente nel quale si vive. In genere oggi nessuno può pensare teoricamente qualcosa, o tradurla in realtà, stimando di poter così risolvere il problema sociale. Allo scopo dovrebbe avere il potere di costringere un certo numero di uomini nelle condizioni da lui create. Non si può proprio avere nessun dubbio: se Owen avesse avuto il potere o la volontà di costringere tutti i partecipanti della sua colonia al lavoro loro spettante, l’esperimento avrebbe avuto successo. Ma oggi una simile costrizione non può più esercitarsi. Va creata la possibilità che ognuno compia liberamente quello che è chiamato a fare nella misura delle proprie capacità e forze. E proprio per questo non potrà mai essere questione che, nel senso delle ricordate convinzioni di Owen, si agisca in tal modo sugli uomini “teoricamente”, che si trasmetta loro una semplice veduta in merito a come si possano organizzare per il meglio le condizioni economiche. Una teoria economica astratta non potrà mai essere un impulso contro le forze egoistiche. Una teoria economica del genere potrà trasmettere alle masse per qualche tempo un certo slancio che appaia simile all’idealismo. Ma alla lunga una teoria del genere non può essere utile a nessuno. Chi propone alle masse questo tipo di teoria, senza dare loro qual cos’altro di spirituale, pecca contro il vero senso dell’evoluzione umana.

 

41. La sola cosa che serve è una concezione spirituale del mondo che per se stessa, attraverso ciò che può offrire diventi tutt’uno coi pensieri, i sentimenti e la volontà dell’uomo, in breve con tutta la sua anima. La fede che Owen aveva nella bontà della natura umana era solo in parte giustificata; dall’altro lato essa è una delle peggiori illusioni. È giustificata in quanto in ogni uomo è latente un “io superiore” che può essere risvegliato. Tale io può peraltro essere risvegliato dal suo sonno solo mediante una concezione del mondo avente le caratteristiche prima accennate. Inserendo uomini così orientati in strutture quali erano state pensate da Owen, la comunità prospererà nel migliore dei modi. Riunendo invece uomini che non abbiano una concezione del genere, in un tempo più o meno lungo la bontà delle strutture si dovrà trasformare si dovrà trasformare di necessità in male. In uomini privi di una concezione del mondo rivolta allo spirito proprio le istituzioni che tendono al benessere materiale devono cioè necessariamente produrre un potenziamento dell’egoismo, e quindi a poco a poco miseria e dolore. È quindi giusto nel significato originario della parola che si può aiutare soltanto il singolo procurandogli il solo pane; a una comunità si può invece procurare del pane solo aiutandola a trovare una concezione del mondo. In altre parole, non serve proprio a nulla voler procurare il pane a ogni singolo componente di una comunità. Dopo qualche tempo le cose si metteranno in modo che di nuovo molti non avranno neppure il pane.

 

42. La conoscenza di questi principi toglie però molte illusioni a certuni che amano presentarsi come benefattori del popolo, perché costoro rendono molto difficile il lavoro per il benessere sociale. Tanto più che in determinate condizioni i successi sono costituiti solo da piccolissimi successi parziali. Perde valore la maggior parte di quanto oggi tutti i partiti presentano come rimedi per la vita sociale; tutto ciò si dimostra vana illusione e vuota parola, privo di sufficiente conoscenza della vita umana. Quando non sia osservata la legge ricordata, per chi guarda a fondo nelle cose non possono avere importanza né il parlamento, né la democrazia, né l’agitazione delle masse, né altro del genere, mentre tutto questo può agire favorevolmente se lo si fa nel senso della legge citata. È una pessima illusione credere che qualsivoglia deputato del popolo in tutti i parlamenti possa contribuire in qualche modo per il bene dell’umanità se la sua azione non è indirizzata nel senso della fondamentale legge sociale.

 

43. Ovunque questa legge si presenta, ovunque qualcuno agisce conformemente ad essa, per quanto gli è possibile dal posto nel quale si trova nella comunità umana, si consegue qualcosa di buono, anche se nel singolo caso ciò avvenga in piccolissima misura. Un sano e generale progresso sociale è costituito solo da singole azioni che nascano in questo modo. Per altro avviene anche che in singoli casi, comunità umane più grandi posseggano una speciale disposizione a conseguire d’un solo colpo col loro contributo un maggiore successo nella direzione indicata. Anche ora vi sono già certe comunità umane che preparano nelle loro disposizioni qualcosa del genere. Tali comunità renderanno possibile che col loro contributo l’umanità riceva una spinta, faccia un salto verso l’evoluzione sociale. All’occultismo sono note tali comunità, ma non è suo compito parlarne apertamente. Vi sono anche mezzi per preparare grandi masse umane a salti del genere, che per altro possono essere compiuti in un tempo prevedibilmente vicino. Nel senso della legge citata è però lasciato ad ognuno di agire per quanto può nel suo campo. Non esiste nel mondo posizione individuale dalla quale non si possa fare qualcosa, per quanto in apparenza sia poco importante o molto influente.

 

44. L’importante è comunque che ognuno cerchi il cammino verso una concezione del mondo che si indirizzi a una vera conoscenza dello spirito. L’indirizzo spirituale antroposofico può costituire una concezione del genere per tutti gli uomini, se si configura sempre più nel modo che corrisponde al suo contenuto e agli indirizzi in esso esistenti. Attraverso tale indirizzo l’uomo può sperimentare di non essere nato in un posto e in un tempo qualsiasi, ma di essere stato posto di necessità, per la legge della causalità, per il karma, nel posto in cui si trova. Egli può comprendere che il suo ben giustificato destino lo ha inserito nella comunità umana entro la quale è. Può anche divenire cosciente che le sue capacità non gli provengono da un cieco destino, ma che hanno un senso nell’ambito della legge del karma.

 

45. L’uomo può comprendere tutto ciò in modo che tale comprensione non rimanga solo un astratto problema intellettuale, ma che a poco a poco riempia tutta la sua anima di vita interiore.

 

46. Sorgerà in lui il sentimento che egli da’ un significato superiore alla sua vita lavorando adeguatamente al suo posto nel mondo e secondo le sue capacità. Da questa comprensione non seguirà un oscuro idealismo, ma un poderoso impulso per tutte le sue forze, e nel suo agire in tale direzione vedrà qualcosa di tanto naturale, quanto lo è il mangiare e il bere in un’altra connessione. Inoltre riconoscerà il senso che lo lega alla comunità umana di cui è parte. Comprenderà i nessi con cui la sua comunità umana si pone rispetto ad altre; in tal modo i singoli spiriti di tali comunità si uniranno in un’immagine spirituale avente per scopo una missione unitaria di tutto il genere umano. La sua conoscenza potrà poi passare da quella del genere umano a quella del significato di tutta l’esistenza terrestre. Solo chi non si indirizza nella direzione di questa concezione del mondo può dubitare che essa possa agire come qui viene indicato. Certamente oggi nella maggior parte delle persone vi è poca propensione ad entrare in questo ordine di idee. D’altra parte non può esservi dubbio che il giusto modo di pensare proveniente dalla scienza dello spirito attiri sempre più gente. E nella misura in cui ciò avviene gli uomini faranno quel che è giusto per conseguire il progresso sociale. Non si possono avere dubbi in proposito anche se fino ad ora, come si dice, nessuna concezione del mondo ha procurato la felicità all’umanità. Secondo le leggi dell’evoluzione umana in nessuna epoca precedente sarebbe potuto accadere quello che d’ora in poi è a poco a poco possibile: trasmettere a tutti gli uomini una concezione di una prospettiva mondiale per le conseguenze pratiche cui si è fatto cenno.

 

47. Le concezioni del mondo esistenti finora furono accessibili solo a singoli gruppi di uomini, e quanto è finora avvenuto di buono nel genere umano proviene da quelle concezioni del mondo. Ma a un bene generale può solo condurre una concezione che afferri tutte le anime e che possa accendere in loro la vita interiore. E questo sarà in grado di fare dappertutto il modo di pensare derivato dalla scienza dello spirito, là dove corrisponda davvero alla sua natura. Certo non si deve guardare soltanto all’aspetto che questo modo di pensare ha assunto finora; per afferrare giustamente quel che si è detto è necessario comprendere che la scienza dello spirito deve ancora svilupparsi fino alla sua superiore missione di civiltà.

 

48. Fino ad ora la concezione antroposofica del mondo non ha potuto mostrare per diverse ragioni il volto che mostrerà in avvenire. Una delle ragioni è che per prima cosa dovette in qualche modo prendere piede. Dovette di conseguenza rivolgersi a un determinato gruppo di persone. Per la natura delle cose tale gruppo non poteva essere se non quello che, per le caratteristiche della sua evoluzione, aveva nostalgia per una nuova soluzione dei misteri dell’universo e che, attraverso l’esempio delle persone riunite nel gruppo stesso, poteva portare comprensione e partecipazione per una soluzione del genere. Naturalmente la scienza dello spirito doveva per il momento rivestire le sue comunicazioni con un linguaggio che fosse adatto al gruppo di persone indicato. Nella misura e secondo le condizioni che risulteranno in seguito, la scienza dello spirito troverà anche le forme espressive per parlare ad altri gruppi di persone. Soltanto chi voglia avere esclusivamente dogmi finiti e rigidi può pensare che la forma attuale delle comunicazioni della scienza dello spirito sia durevole o addirittura la sola possibile. Proprio perché per la scienza dello spirito il punto non è rimanere semplice teoria o soddisfare la sete di sapere, essa deve lavorare lentamente in questo modo. Fra i suoi scopi vi è appunto quello pratico sopra caratterizzato del progresso dell’umanità, ma potrà agire in quel senso solo se creerà vere condizioni adatte allo scopo. Tali condizioni non possono d’altra parte realizzarsi se non conquistando un individuo dopo l’altro.

Il mondo progredisce solo se gli uomini lo vogliono. Ma perché lo vogliano è necessario in ognuno un lavoro interiore sulla propria anima. Il che può soltanto essere fatto passo per passo. Se così non fosse, anche la scienza dello spirito sarebbe in campo sociale una pensata intellettualistica e non potrebbe svolgere alcun lavoro pratico. Presto si ritornerà in argomento (1).

 


 

(1) A questo articolo, scritto nel 1907 per esclusiva iniziativa dell’autore, non seguì nient’altro in campo sociale fino all’Appello del 1917 – oggi cap. V de “I punti essenziali della questione sociale” – e al libretto pubblicato in questo volume. La causa più probabile di tale silenzio fu che da parte dei lettori dei seguaci di allora di Rudolf Steiner non venne mostrato alcun interesse per questi problemi – ndt.

 

 

By | 2020-08-15T18:57:17+02:00 Novembre 12th, 2018|PUNTI ESSENZIALI|Commenti disabilitati su SCIENZA DELLO SPIRITO E PROBLEMA SOCIALE (APPENDICE)